gioia e fatica di vivere

 

 

bellezza e difficoltà del vivere umano

… e Dio?

la vita e il vivere sono cosa bella e buona: lo senti d’istinto, almeno in condizioni di normalità
la vita offre anche le sue difficoltà: non è decisamente sempre facile vivere, le difficoltà sembrano costituire un ostacolo alla fede e l’esistenza del male sembra negare l’influenza di Dio nella storia
il teologo C. Molari con l’acutezza che lo contraddistingue riflette opportunamente su questo: “per capire come vivere le situazioni di disagio e come attraversare in modo positivo le sofferenze è opportuno analizzare quali sono le loro radici e perché sono componenti essenziali del cammino. Esistono varie cause che rendono difficile la vita dell’uomo: il limite di tutte le creature, la incompiutezza della condizione umana, la casualità e la complessità degli eventi, il male e il peccato” :
Molari
LA BONTÀ DI DIO E LA DIFFICOLTÀ DI VIVERE
di Carlo Molari
La prima domanda che ci poniamo è se le difficoltà del vivere sono uno stimolo o
un impedimento alla fede in Dio. Nella pietà popolare molte ricorrenze religiose, a volte con larga partecipazione di popolo, si richiamano a situazioni tragiche della
storia passata: terremoti, incendi, pestilenze, guerre. Non pochi santuari sono legati a eventi ritenuti miracolosi quali la salvezza dalla peste, la fine di una carestia o della siccità, la sopravvivenza dopo guerre sanguinose ed eventi simili. Sembrerebbe che situazioni di sofferenza o di rischio estremo abbiano stimolato l’esercizio della fede in Dio. Oggi però ci chiediamo se questo tipo di fede sia ancora praticabile e da favorire. I processi culturali che stiamo vivendo portano infatti a considerare il problema in modo diverso. Le difficoltà del vivere sembrano costituire un ostacolo alla fede in Dio. L’esistenza del male resta uno degli argomenti più frequenti e gravi a cui gli atei ricorrono per negare Dio o almeno per contestare la sua influenza nella storia. La vita sulla terra è passata attraverso immani tragedie, il 90% delle specie viventi apparse sono scomparse per eventi catastrofici. Se Dio è creatore buono e misericordioso, come mai la creazione procede attraverso sofferenze, contrasti, tragedie, fallimenti? Per capire come vivere le situazioni di disagio e come attraversare in modo positivo le sofferenze è opportuno analizzare quali sono le loro radici e perché sono componenti essenziali del cammino. Esistono varie cause che rendono difficile la vita dell’uomo: il limite di tutte le creature, la incompiutezza della condizione umana, la casualità e la complessità degli eventi, il male e il peccato.
Il limite della creatura.
Spesso noi pensiamo che essendo Dio perfetto anche le creature debbano esserlo. La deduzione è completamente errata, perché le creature non sono Dio. Esse sono tempo e hanno spazi di accoglienza limitati. Possono perciò interiorizzare la perfezione solo a frammenti, lungo i complessi sviluppi dell’evoluzione. Tutti i processi creati, cosmici e storici, sono imperfetti perché si sviluppano nel tempo. Ciò vale a maggior ragione per la creatura umana, che essendo la più complessa della terra, è giunta a consapevolezza e avverte l’esigenza di perfezione. Spesso noi pretendiamo dagli altri e da noi stessi la perfezione: vorremmo che l’amore che esercitiamo fosse totalmente gratuito, che i nostri pensieri fossero adeguati alla realtà, che le nostre parole corrispondessero a quello che sentiamo. Invece cozziamo costantemente contro la durezza del reale e dobbiamo fare i conti con i suoi limiti. Essere consapevoli di questa condizione è fondamentale per capire la nostra situazione e per viverla bene. La condizione di incompiutezza. Appunto perché limitate, tutte le creature sono relative ad altre creature e hanno bisogno di essere completate. Il pensiero classico partiva dal presupposto che la realtà avesse una consistenza in sé e considerava la relazione come atto conseguente ad una perfezione già costituita. La scienza moderna invece constata che tutto è costituito in relazione e che le cose non sussistono in se stesse ma per il rapporto che hanno con altre. Più la creatura è complessa, come la nostra specie, più è intimamente connessa ad altre realtà e può svilupparsi soltanto alimentando relazioni con loro. Questa modalità di pensiero sconcerta le generazioni adulte, abituate al modello statico e al concetto di natura, ma è una mutazione oggi necessaria. Finché non si vivrà nella consapevolezza della rete vitale nella quale siamo strutturalmente inseriti e non si assumeranno gli atteggiamenti corrispondenti, si troveranno sempre difficoltà a vivere. Anche la fede in Dio può contribuire alla realizzazione di questa mutazione spirituale. Il caos. Caos in greco significa spazio vuoto, massa originaria informe. In fisica caos indica un sistema complesso ipersensibile nel quale fattori iniziali minimi lungo il processo generano grandi conseguenze non prevedibili. I fisici hanno appurato e cominciato a studiare i processi non lineari, nei quali cioè gli effetti influiscono sulla causa stessa modificando la prosecuzione dei processi in corso. Indica quindi un sistema nel quale le cause non appaiono regolari, le conseguenze non sono accertabili fin dall’inizio per cui le previsioni degli eventi possono essere fatte solo a breve termine come avviene per es. nei fenomeni atmosferici. Il determinismo scientifico – la convinzione che ad ogni causa corrisponda un dato effetto che possa essere previsto – è superato proprio dall’instabilità dei sistemi meccanici non lineari, nei quali a una determinata causalità corrisponde uno spettro probabile di effetti, senza poter determinare quale fra i tanti si realizzerà. Di qui deriva l’interesse attuale per i fenomeni caotici, ma insieme la constatazione dei limiti che derivano dalle conoscenze solo probabili e non certe. Prima si pensava che il limite fosse nella nostra conoscenza delle cause, oggi si è convinti che le stesse dinamiche sono aperte a soluzioni probabili diverse. Tutte le scienze sono coinvolte in questo cambiamento. Tutte le esperienze che compiamo sono ambito di processi caotici: le parole che diciamo, i gesti che compiamo, le decisioni che prendiamo hanno aloni di ambiguità. Dobbiamo accettare che molte azioni abbiano effetti diversi da quelli che prevediamo. Tutto questo non può essere evitato. La difficoltà del vivere dunque è al di là delle nostre responsabilità: la vita stessa crea difficoltà. Accettare il limite e l’ambiguità dell’esistenza è la condizione fondamentale per imparare a vivere. La fede in Dio ci consente di vivere tutte le situazioni in modo salvifico. Partendo da questo dato essa conduce all’esercizio della misericordia, della pazienza del tempo, alla capacità di accoglienza di tutti. Virtù che spesso, altrimenti non saremmo in grado di esercitare.
La casualità.
Ai processi non lineari e caotici si devono aggiungere gli eventi casuali. Sono eventi che non hanno una finalità in ordine al processo in cui si inseriscono. Essi hanno una causa efficiente ma non sono ordinati alla finalità per cui noi stiamo operando. Nell’evoluzione della vita e del cosmo spesso accadono eventi che non favoriscono anzi possono impedire e bloccare il processo in corso. Se per esempio cade un meteorite che provoca sconvolgimenti atmosferici e ambientali per cui scompaiono specie viventi. In ordine alla vita che si svolgeva sulla terra l’evento è casuale, non ha alcuna finalità in ordine alla vita. Può darsi che la vita si riprenda ma quell’evento come tale è contrario alle sue dinamiche. In questo senso casuale è l’evento che non si inserisce nei processi che sviluppano le dinamiche vitali, sul piano biologico, storico, personale. Alcuni sono stati educati a una visione provvidenziale, per cui pensano che tutto quello che capita sia voluto da Dio e che quindi abbia una finalità nascosta, favorevole alla vita alla crescita delle persone. Nei secoli scorsi non si considerava questa possibilità e si pensava che tutto ciò che accadeva fosse fissato e determinato. Si pensava di poter conoscere il passato e di poter prevedere il futuro quando fossero noti tutti i fattori in gioco, perché tutto sarebbe avvenuto con meccanismi fissi e determinati. Questa visione oggi è superata. Comprendiamo in modo radicalmente diverso la nostra condizione.
La complessità.
Un’altra componente della difficoltà nel vivere è la complessità. Essa connota due fattori diversi, uno oggettivo e l’altro soggettivo. L’aspetto oggettivo è la scoperta della condizione caotica di molte realtà che non hanno ancora raggiunto un ordine interno seppure vi potranno pervenire. Indica il vettore dell’evoluzione, la direzione assunta dal processo evolutivo che passa da forme elementari a forme sempre più organizzate, da legami forti e relativamente rigidi ad altri più deboli e flessibili. La relazione che intercorre tra complessità e energia dei legami tra le diverse componenti si colloca lungo una continuità e una sequenza logica, nella superficie dell’universo come nel nostro piccolo pianeta (Laslow). L’aspetto soggettivo della complessità indica la consapevolezza dell’impossibilità di gestire tutte le componenti del processo: non siamo in grado di gestire tutti i fenomeni nei quali siamo coinvolti. È caduta l’illusione di poter ridurre tutto a idee chiare e la realtà alle sue componenti elementari. Questa è una delle caratteristiche di quella che è chiamata la post-modernità. Il male. La sofferenza, il dolore, è una delle esperienze più sconcertanti per noi umani, anche in ordine alla fede in Dio: come mai la sofferenza? Quando poi si scopre che molta parte della sofferenza umana deriva dalla violenza, dall’incomprensione, dall’aggressività, dall’incapacità di comunione delle altre persone, diventa molto più concreta e quasi insopportabile la difficoltà di vivere. Nella concezione di Dio qualcuno ha parlato del Dio sofferente, io penso che sia un modo errato di proiettare la nostra condizione, però fa capire fino a che punto queste situazioni hanno sconvolto e hanno fatto pensare. Giovanni Battista Metz, teologo tedesco, ha sentito fortemente questa componente nel suo pensiero, soprattutto riferendosi a Auschwitz. Chi vuole riflettere su Dio non può dimenticare la sofferenza umana, il male della nostra vita. Metz si chiede: “è del tutto casuale che nella teologia si parli così tanto, in modo quasi euforico, di un Dio sofferente e compassionevole, proprio in un periodo in cui l’estetica e l’estetizzazione hanno assunto un ruolo chiave nella nostra cultura intellettuale? Parlando del Dio sofferente non si insinua forse nel nostro discorso qualcosa che può essere definita estetizzazione di ogni sofferenza? Soffrire è un mistero negativo che non può essere consegnato ad altri. Mi chiedo se non sottovalutiamo la negatività della sofferenza. La sofferenza nella sua radice è tutt’altro che compassione solidale, forte persino trionfante. Non è neanche espressione dell’amore, ma un indizio davvero terrificante che non siamo più capaci di amare. Soffrire porta al nulla se non è soffrire per Dio. Questo per me è uno dei motivi per cui esito a parlare di un Dio sofferente”. Io credo che abbia ragione. La sofferenza non può essere attribuita a Dio. In sé non è voluta da Dio ma è una conseguenza della nostra condizione incompiuta, imperfetta e transitoria. Quando le sofferenze sono causate da eventi naturali, come alluvioni o terremoti, sono occasioni per vivere la solidarietà. Spesso però la sofferenza è frutto della passione degli uomini e della loro violenza. Siamo noi stessi a provocare la sofferenza, la più insensata. Io credo che, tra qualche decennio o secolo, questa sarà considerata la deviazione più grave della nostra generazione: non ci rendiamo conto del male enorme che introduciamo nella storia attraverso le nostre scelte di guerra. Cominciamo dagli stati d’animo nei confronti degli altri: giudizi malevoli, aggressività, calunnie, atteggiamenti che introducono il male pensando di fare il bene. Noi troviamo sempre buone ragioni per fare il male. È la nostra condizione di imperfezione di cui dobbiamo prendere coscienza: stiamo facendo male, non trasmettiamo vita. Il nostro compito è sublime ma lo tradiamo continuamente.
Vivere la fede in Dio
Che cosa vuol dire vivere la fede in Dio in queste condizioni? Prima di tutto significa ritenere che esista la Vita in pienezza. Esiste il Bene, esiste la Verità, non siamo sospesi nel vuoto, c’è una realtà che non possiamo cogliere se non a piccoli frammenti ma è la roccia su cui siamo fondati. La fede è un percorso di accoglienza dei frammenti di vita che nelle diverse situazioni siamo in grado di interiorizzare. Il dato fondamentale della fede in Dio è la certezza che Dio è dalla nostra parte e non contro di noi. Non è là per vedere come noi ci comportiamo, ma dal di dentro ci sta alimentando e sostenendo perché possiamo pervenire alla vita piena. L’atteggiamento di fede, è appunto l’abbandono fiducioso alla forza che alimenta tutte le forme di vita, a quell’Amore “per cui tutti vivono” (cfr Lc. 20,38). Il secondo elemento concreto della fede è la convinzione che nessuna creatura ci può impedire di accogliere la forza di vita che in tutte le situazioni ci è offerta. Questo è fondamentale perché non troveremo mai condizioni di vita perfette quali noi desideriamo. A volte, anzi, proprio le situazioni più difficili e di maggiore sofferenza possono consentirci di accogliere più in profondità l’azione di Dio. In questo senso si capisce il significato che qualcuno attribuisce alla sofferenza. È possibile infatti in alcune esperienze dolorose, scoprire in modo nuovo la forza dell’azione di Dio. Ci possono essere situazioni di sofferenza che rendono possibile un’accoglienza straordinaria dell’amore di Dio, non perché si soffre, ma perché una forza di vita ci attraversa. La ragione della forza vitale non è la sofferenza che come tale è negativa, ma l’Amore che essa rende possibile. La conclusione è che in tutte le situazioni nelle quali ci veniamo a trovare possiamo esprimere potenza di vita, non solo accoglierla ma anche donarla. In questo flusso siamo costituiti viventi e siamo condotti alla pienezza. Noi siamo realmente in processo, per cui esistere non è semplicemente sviluppare ciò che siamo ma diventare ciò che ancora non siamo mai stati, per cui la difficoltà del vivere è il volto negativo della grandezza della vita. Proprio perché la vita è grande ci richiede di passare attraverso situazioni difficili. Questo è possibile affermarlo nella prospettiva di Dio: l’amore di Dio è così efficace e continuo che in tutte le situazioni ci offre vita: noi possiamo accoglierlo e donarlo, nessuna situazione ci può impedire di amare, cioè di accogliere l’amore di Dio e integrarlo nella nostra vita. Questo è il senso immediato e concreto della fede in Dio nelle situazioni difficili del vivere. Possiamo attraversare tutte le situazioni senza esserne schiacciati dal punto di vista spirituale, ma emergendo come figli di Dio. Questa è la nostra chiamata e il segreto della nostra gioia.

ad integrazione di queste riflessioni mi piace aggiungere anche quelle pronunciate nella Relazione tenuta a Cattolica al convegno “Amare e lasciarsi amare”, 2-6 gennaio 2010:

 

La forza della vita

rosa rossa bella

ABBANDONARSI ALL’AMORE

E’ questo atteggiamento che ora vorrei illustrare brevemente. Lo chiamiamo abbandono in Dio, fiducia, affidamento. Ho già detto che esso implica la convinzione che esista una Vita piena, una Verità assoluta, un Bene senza imperfezioni, un’energia creatrice. È un punto però da chiarire, perché parlando di forza arcana, si corre il rischio di pensare a un’energia impersonale che ci avvolge e rende possibile il nostro sviluppo. Certo per noi che crediamo in Cristo la cosa è molto più facile, perché in Gesù la forza creatrice si è rivelata come amore gratuito, radicale e universale. E l’amore suppone la dimensione personale: se il principio ama e suscita amore è certamente persona. Questa conclusione la condividono anche molti altri credenti. Quando possiamo sperimentare che l’azione creatrice, la forza della vita, può far fiorire l’amore in forme straordinarie, possiamo capire che essa ha un carattere personale. Per noi cristiani Gesù è icona di Dio, perché Egli è giunto ad una espressione di amore che ancora appare straordinario. Anche quelli che non riconoscono la messianicità di Gesù affermano che la sua proposta di amare i nemici e la testimonianza radicale che ne ha dato contraddice fondamentalmente l’istinto dell’uomo ed è impraticabile dalla totalità della gente. Questa posizione è continuamente contraddetta dalla presenza dei santi, quelle persone autentiche che mostrano la possibilità di pervenire a traguardi nuovi di amore e di dedizione al bene comune.
Questa è la convinzione di fondo della fede in Dio: esiste già il Bene che rende possibile l’amore umano anche nelle sue forme nuove e radicalmente innovatrici. Ma il punto è che non basta questa convinzione perché il cammino venga compiuto. È necessario che ci siano luoghi, ambiti, comunità, famiglie, dove i rapporti vengono vissuti in questo orizzonte, così da diffondere nel mondo modalità nuove di convivenza. È necessario, cioè, che molte persone vivano insieme nella consapevolezza che una forza più grande può far fiorire qualità nuove e possano incontrarsi capaci di offrirsi reciprocamente doni di vita.
Questa convinzione e l’atteggiamento corrispondente suppongono la legge della incarnazione: che cioè solo creature possono introdurre nella storia modalità nuove di vita. Molti credenti di fronte alla constatazione del degrado morale della società, dell’inquinamento fisico e biologico provocato dai comportamenti umani, affermano: è vero, ma alla fine Dio provvede. Questo modo di ragionare è errato e corrisponde a un’immagine di Dio insensata. Si è detto più volte in questi giorni che l’immagine di Dio deve continuamente cambiare, perché deve corrispondere ai modelli culturali e alle esperienze che gli uomini compiono. Ora nella prospettiva dinamico-evolutiva che ho cercato di richiamare, l’azione di Dio non sostituisce mai le creature, perché è un’azione che le alimenta e le costituisce. Dio crea perché le creature siano e operino secondo la loro propria natura. Dio non creerebbe se dovesse sempre operare al loro posto. La perfezione eterna creando si esprime sempre e solo nei limiti della creatura. Non c’è un amore sulla terra che non sia amore umano, non c’è pensiero che circola tra gli uomini che non abbia forma umana, non c’è azione che non sia compiuta da creature. Tutto ciò che esiste è sostenuto dall’azione divina ma ha una sua propria consistenza, distinta dalla realtà divina.
Se Dio nella creazione e nella storia opera sempre attraverso creature occorre rivedere il concetto di onnipotenza. Dio può essere detto onnipotente in sé, perché tutta la perfezione è offerta e accolta nelle relazioni e nelle dinamiche trinitarie. Ma Dio non è onnipotente nella creazione e nella storia. Spesso si dice “Dio può tutto”. Se ci riferisce ai processi della creazione e della storia, questa formula non è esatta. Dio è sempre legato al tempo e quindi al limite della creatura. In questo senso noi sì, chiamiamo Dio onnipotente nel Credo, ma Dio è onnipotente in sé, non nella storia, non nelle creature, perché nelle creature assume la modalità della creatura.
Affidarsi a Dio quindi vuol dire ritenere che la sua azione in noi diventa nostra capacità di agire, diventa nostro amore. Se non diventasse nostro amore, l’amore non esisterebbe sulla terra. L’azione divina come tale riguarda le persone ma non può intessere rapporti fra persone. L’amore di Dio quindi nelle creature deve diventare amore di creatura per esprimersi e l’amore delle creature è segnato sempre dal loro limite.
Questa è la legge dell’incarnazione. Gesù, che consideriamo incarnazione di Dio, non è un essere divino calato sulla terra che ha vissuto una perfezione divina. È la realtà umana fiorita all’interno di una comunità, il piccolo resto di Israele, che aprendosi con fiducia all’azione divina ha reso possibile una rivelazione inedita di Dio. Dal tronco di Jesse, è germinata una nuova umanità. Attraverso l’amore di coloro hanno fatto crescere Gesù, Dio ha potuto aprire un varco nuovo alla corrente di vita che nasce dal flusso del processo trinitario. Per questo amore Gesù “cresceva in sapienza, età e grazia” (Lc 2, 52). Egli è nato che non sapeva parlare, non sapeva amare, non sapeva camminare, non sapeva pregare. Giuseppe e Maria gli hanno insegnato a pregare, gli hanno insegnato a leggere le Scritture, gli hanno insegnato ad amare. L’ambiente in cui è cresciuto – un ambiente ristretto, ma qualitativamente molto ricco dal punto di vista spirituale – ha reso possibile la crescita di un uomo che è giunto ad un’espressione estrema di amore. Così ha introdotto una qualità nuova nella storia umana, ha aperto una strada inedita per il cammino degli uomini.
Questa avventura continua ancora e l’esperienza di Gesù resta il nostro riferimento. Non possiamo pensare che Dio possa fare qualcosa al nostro posto. Noi possiamo affidarci talmente, aprirci così all’azione di Dio in noi, alla forza della vita, a quell’energia che alimenta la storia, da diventare noi capaci di esprimere un amore inedito e da far crescer figli di Dio attorno a noi. È questa possibilità che richiede quell’affidamento totale, quell’apertura senza riserve di cui stiamo parlando.
Quando ci affidiamo all’Amore intendiamo consentire che l’energia creatrice diventi in noi azione nuova. Dio non può amare al nostro posto o aggiungere dall’esterno una qualità nuova alla nostra vita, o far piovere dal cielo una persona inedita. L’azione creatrice fa crescere l’umanità dal di dentro. È necessario perciò che vi siano ambiti in cui i rapporti sono vissuti nell’orizzonte teologale, nella convinzione, cioè che ciascuno possa offrire ad altri una forza di vita per la crescita definitiva. Posso vivere ogni rapporto nella consapevolezza che la persona che mi sta dinnanzi con il suo gesto, il suo pensiero, la sua esperienza offre doni di Vita per crescere. Anche se la persona è diversa da me, anche se pensa in modo opposto, al limite, anche se mi odia, posso vivere quella situazione in modo positivo, se mi affido, cioè se mi apro all’azione di Dio, che anche lì è presente. Non perché Dio voglia l’odio o il disprezzo, ma perché il suo amore è più forte dell’odio degli uomini. La sua azione perciò può farmi pervenire doni di vita anche in una situazione negativa o che io considero tale. Gesù è pervenuto ad un atto supremo di amore proprio in una situazione di violenza e di odio. Gesù è pervenuto a una forma radicale di amore perché la situazione di violenza e di odio esigeva una qualità d’amore, in altre circostanze forse mai richiesta. Credo si possa dire che il tipo di amore che Gesù ha esercitato sulla croce prima non l’aveva mai esercitato in quella profondità e in quella misura. Era una situazione che richiedeva e quindi rendeva possibile una fedeltà all’Amore, un’accoglienza dell’azione di Dio così profonda e radicale, da esprimersi in una misericordia straordinariamente efficace.
In questo senso la Croce è simbolo di un affidamento a Dio senza riserve, senza ipoteche, senza ricatti. Simbolo di gratuità pura. Quando l’amore giunge ad essere radicalmente gratuito esprime la piena maturità della persona.
Doppiamo però renderci conto che anche nella maturità il nostro cammino resta segnato dal limite, dalla debolezza e quindi dalla progressività. Non possiamo illuderci di potere realizzare progetti assoluti. Possiamo indicare qual è il traguardo verso il quale andiamo, ma consapevoli che i passi possibili sono passi compiuti nei ritmi del tempo, giorno dopo giorno. Il cammino implica quindi la fatica quindi di apprendere ad amare ogni giorno, per non venir meno al compito che ci è stato affidato. Non possiamo dire “ora ci sono, ora so, ora sono capace”. No, sono sempre in cammino, non posso mai fermarmi, né so quello che mi sarà chiesto il giorno dopo. Dovrò essere così aperto alla forza della vita, alla sua azione, da poter ogni giorno rispondere: “Eccomi, io vengo”. E questa risposta costituirà la struttura della nostra esistenza di creature. Accoglieremo il tempo e vedremo nella successione dei nostri giorni quell’opportunità straordinaria che la Vita ci offre, che Dio ci rinnova continuamente: la possibilità di diventare figli suoi.
 

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