“mi fanno ribrezzo gli articoli di Libero, Il Giornale, il Tempo, le dichiarazioni di Salvini”

Giacomo Russo Spena Headshot

 nel Paese serpeggia un nuovo dilagante razzismo e l’episodio di Fermo non va sottovalutato in nessun modo

Emmanuel

C’è da allarmarsi. Lo dico senza mezzi termini. Non tanto per il gesto di Amedeo Mancini ma per l’humus culturale che gli gravita intorno. Nel Paese serpeggia un nuovo dilagante razzismo e l’episodio di Fermo non va sottovalutato in nessun modo. Siamo all’epifenomeno in un’Italia attanagliata dalla crisi e che vede nello “straniero” il capro espiatorio di tale situazione. Siamo al ritorno di una strisciante xenofobia.

Col passare delle ore, la verità sta emergendo: quel Mancini né di destra, né di sinistra e che non faceva politica è ritratto in alcune foto insieme all’organizzazione di Casa Pound, i cosiddetti Fascisti del Terzo Millennio – quelli che flirtano con la Lega di Matteo Salvini. Nel novembre 2013 Mancini è con un giubbetto rosso a sventolare un tricolore nelle primissime file di una manifestazione.

Un “allegrone”, come l’ha definito il fratello Simone, che ama gettare le noccioline alle persone di colore. “Scimmia africana”, così ha apostrofato la moglie di Emmanuel. Siamo al ritorno del razzismo biologico, oltre la narrazione (distorta) del migrante causa del proprio disagio economico. Siamo al negro che è brutto, puzza e assomiglia, appunto, ad una scimmia.

Emmanuel avrebbe reagito alle accuse di Amedeo Mancini, sarebbe nata una colluttazione. I due super testimoni – che dovrebbero rafforzare la tesi di Mancini – confermano in realtà l’assurdità di una “legittima difesa” sposando la posizione del procuratore che da subito ha parlato di un colpo sferrato a Emmanuel successivamente, mentre stava andando via e con la guardia abbassata. Quindi la morte sarebbe avvenuta in un secondo momento, a rissa finita. Mancini avrebbe inseguito l’uomo e colpito con un pugno.

Fermo

Legittima difesa, in legge, è altro. Ben altro. Qui siamo di fronte ad un assassinio di sfondo razziale. Non mi sembra difficile capirlo. Un Paese civile così l’avrebbe subito stigmatizzato. Non in questa Italia dove il razzismo è ormai introiettato nel Dna di molti. Troppi.
In questi giorni, il giornale Libero è riuscito a partorire titoli che vanno oltre il concetto di inciviltà. Oltre. Incredibile che l’Ordine non sia stato in grado di spendere una parola. Il Tempo intanto oggi pubblica l’articolo “E se a Fermo non fosse razzismo?”. E cos’altro allora? I media – di solito indaffarati a foraggiare l’imprenditoria della paura – si ingegnano ora per far passare il carnefice per vittima. E giù fiumi di inchiostro e arrampicate di specchi. Su Twitter impazza persino l’hastag #iostoconAmedeo. Gente che sta con un assassino. Fermiamoci. Tutti. Siamo perdendo ogni soglia di razionalità e umanità.

Anni a parlare di “invasione dei clandestini”, ad associare i profughi ai terroristi dell’Isis, a trattare l’immigrazione solo come una questione di sicurezza, anni nei quali i media hanno fomentato timori per il diverso e invitato Matteo Salvini con le sua sparate populiste ovunque per motivi di share.

E allora oggi non ci sorprendiamo dell’uccisione di Emmanuel a Fermo o del migrante picchiato e deriso nella spiaggia delle Riviera perché pretende di essere pagato, dopo un tatuaggio. La campagna martellante di questi anni sta producendo i suoi frutti. Ovvie conseguenze di un humus culturale creato ad arte. L’immigrato considerato un reietto. Un criminale.

Ed ecco che i “giornaloni” di destra oggi sviscerano i dati sull’alta percentuale straniera nella popolazione carceraria. A parte che le galere sono da sempre contenitori dell’esclusione sociale e nei penitenziari tendono a finirci le classi meno abbienti e gli “emarginati” e non i colletti bianchi o i ceti abbienti, ma a parte questo, che significa? Che collegamento esiste con Fermo? Siccome (alcuni) migranti delinquono è giusto appellarli come “scimmie” o ucciderli con un pugno?

Il problema è profondo e non è si può stigmatizzare come il gesto di un singolo. Come scrive Cinzia Sciuto, mia collega su MicroMega, “la violenza razzista è un’altra di quelle forme di violenza che affonda le sue radici nella cultura e nell’immaginario collettivo. Così come non basta condannare la violenza maschile contro le donne e i femminicidi senza mettere in discussione l’impianto ancora patriarcale, misogino e sessista del nostro sistema sociale e culturale, così non basta oggi indignarsi per l’omicidio razzista di Emmanuel Chidi Namdi senza rendersi conto della xenofobia strisciante che pervade la nostra società e che costituisce il terreno fertile in cui poi simili aggressioni possono aver luogo”.mancini

Qui il punto. A me più di Amedeo Mancini, preoccupano i mandanti morali. La difesa ad oltranza di una parte, purtroppo, pure consistente del Paese. Mi fanno ribrezzo gli articoli di Libero, Il Giornale, il Tempo, le dichiarazioni di Salvini. Allarmano persino più del militante di Casa Pound. Il razzismo va arginato nelle scuole le quali devono tornare a formare i cittadini del futuro, cosa che – causa tagli draconiani e recenti riforme – non fanno più da anni. Sono necessarie nuove narrazioni egemoniche che individuano i responsabili della crisi nel cosiddetto 1 per cento di super paperoni e nelle politiche di austerity imposte dall’Europa, non nei migranti.

Va dato un segnale forte e chiaro. In primis culturale. Ma poi, nell’immediato, anche politico. Si ha ormai paura di essere etichettati come “buonisti”, termine inventato da qualche razzista e totalmente senza senso. E invece spero venga dedicata una via a Fermo ad Emmanuel “vittima del razzismo” – gesto simbolico importante – o che il governo prenda una posizione netta. Non è più tempo per gli equivoci e le mezze parole. Se vogliamo evitare che nel Paese torni un razzismo di massa, bisogna intervenire. Prima di subito.

Iera sera ho spiegato i fatti di Fermo alle mie figlie di 7 e 4 anni. La più grande, Maya, non si capacitava anche perché la sua miglior amica è di origine africana. La futura società, di fatto, sarà più meticcia. Per fortuna. “Da che Paese viene?” le ho chiesto, incuriosito. Lei con candore mi ha risposto: “Non lo so papà, vive qui da tre anni. Per me è di Roma”.

Una lezione quel “è di Roma”, mentre in Europa si mettono barriere e si innalzano muri, i bambini ti raccontano un altro mondo. Un altro punto di vista. Forse quello giusto, quello che ad esempio ci parla di ius soli per ottenere la cittadinanza

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