la chiesa tedesca si interroga

 

 

“a cosa diciamo sì, a cosa diciamo no”

di Ludovica Eugenio (*)
In un durissimo documento pubblicato il 1° dicembre scorso sul sito (initiative-muenchner-kreis.de), intitolato «A cosa diciamo sì, a cosa diciamo no» e approvato all’unanimità da 18 parroci e diaconi (ma che gode del supporto di oltre 900 tra singoli e gruppi) i firmatari – capitanati dai diaconi Stephan Schöri e Willi Kuper, e dai parroci Hans-Jörg Steichele e Otto Wiegele – spiegano i loro obiettivi in quattro punti, allo scopo di «prendere una posizione chiara»
In primo luogo, «vogliamo esprimere la nostra solidarietà come sacerdoti e diaconi della nostra diocesi e della nostra Chiesa, nel suo complesso», uscendo dall’isolamento e dando voce al popolo di Dio, lavorando in rete con le altre iniziative simili in Germania e in Austria e Svizzera, ma anche con il resto del mondo; questa solidarietà critica deve essere rivolta anche all’esterno, tramite «il contatto con la stampa e la televisione, come espressione della nostra fiducia nel potere del discorso pubblico». Il gruppo reclama la necessità di un dialogo tra la base della Chiesa e la gerarchia («un dialogo che sia degno di questo nome»), a fronte di una grave mancanza di comunicazione, che sia sinonimo di trasparenza e tolleranza, ma anche strutture decisionali sinodali che prevedano il diritto di voto per tutti i partecipanti con la maggioranza dei due terzi, come nel Concilio Vaticano II. «Non vogliamo soltanto reagire, ma anche agire come “soggetti” della Chiesa, in modo creativo e adulto», afferma il Münchner Kreis, che è appoggiato dalla Gemeinde Initiative, iniziativa di laici cattolici critici della diocesi che finora ha raccolto circa 400 adesioni. Ognuno porta con sé «i propri carismi e le proprie risorse». Questi obiettivi fondamentali, sottolineano, vanno concretizzati nello spirito del Vangelo di Gesù Cristo e nel senso di una “Chiesa samaritana”, come affermato da papa Francesco.
Di qui, i “sì”e i “no” che il gruppo esprime: un “sì” alla riforma della Chiesa, per la quale occorre pregare; alla comunione a tutti i credenti, compresi divorziati risposati e membri di altre Chiese cristiane; alla predicazione di laici competenti durante la messa, alla conduzione della parrocchia da parte di «un uomo o una donna, sposata o non sposata, a tempo pieno o part-time, a partire non dalla fusione di parrocchie, ma dalla creazione di una molteplicità di servizi o di figure». «Meglio una celebrazione della Parola preparata direttamente dalle comunità – spiega il documento – che celebrazioni eucaristiche con preti estranei che cambiano in continuazione e che devono essere chiamati per telefono». In questa prospettiva un sì deciso viene pronunciato anche a favore del diaconato e del sacerdozio femminile, nonché degli uomini sposati.
Il gruppo auspica anche una Chiesa impegnata al fianco dei poveri e degli oppressi: «Speriamo – si legge – che affrontando i propri problemi strutturali la Chiesa possa guardare anche a quelli molto più grandi del nostro mondo di oggi: la povertà e la fame, il dramma dei rifugiati e i problemi dei richiedenti asilo, la questione del rapporto con la sessualità e la violenza, con le famiglie allargate e le questioni di genere, la minaccia costituita dal riscaldamento climatico, la convivenza delle religioni, l’ecumenismo dei cristiani e soprattutto la questione fondamentale, come parlare oggi di e con Dio e Gesù Cristo in modo che le tradizioni antiche ritrovino forza e che “la brace sotto la cenere” si faccia sentire di nuovo».
Il gruppo passa quindi ai “no”: al superlavoro, all’assunzione dell’incarico di ulteriori parrocchie (poiché «ciò ci trasforma in celebranti e dispensatori di sacramenti continuamente in viaggio e ci impedisce una pastorale basata su una vicinanza umana») alla fusione e allo scioglimento delle parrocchie, a troppe eucaristie durante il fine settimana, ai privilegi del clero, al giudizio sui divorziati risposati, sulle coppie omosessuali, sui preti che vivono una relazione violando la legge del celibato e in generale su coloro che seguono la loro coscienza prima della legge della Chiesa. I preti contestano qui la politica ecclesiale promossa dall’arcivescovo di Monaco cardinal Reinhard Marx, che sta procedendo alla fusione delle parrocchie in unità pastorali più grandi, per ovviare alla carenza di personale ecclesiastico. Dal cardinale nessuna reazione ufficiale, solo un breve comunicato dell’arcidiocesi che afferma che il documento del Münchner Kreis sarà studiato con calma, in quanto importante contributo alle discussioni su emergenze pastorali.
Chi invece è intervenuto subito nella vicenda è il prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede monsignor Gerhard Ludwig Müller che, probabilmente, non si è lasciato sfuggire l’occasione di censurare le rivendicazioni della diocesi del suo antagonista cardinal Marx. Müller, infatti, in un’intervista al quotidiano Passauer Neue Presse di cui dà notizia l’agenzia germanofona kath.net, ha ribadito che «il credo religioso non deve essere confuso con un programma di partito, che può essere sviluppato e interpretato a seconda dei desideri dei membri o degli elettori di quella stessa formazione politica». «La responsabilità pastorale – ha aggiunto Müller – deve sempre fondarsi sulla sana dottrina». Qualche settimana fa, Marx aveva contestato la chiusura della discussione sui divorziati risposati da parte di Müller affermando che il dibattito non poteva essere arrestato. D’accordo con Müller è il prefetto della Segnatura apostolica, cardinal Raymond Burke: «Müller non ha espresso la sua opinione personale, ma ha ricordato l’insegnamento della Chiesa, che non può essere modificato. Diffondere l’idea che ci sarà un drastico cambiamento e che la Chiesa non rispetterà più l’indissolubilità del matrimonio, è sbagliato e dannoso». Di segno diverso, invece, le parole che il cardinal Walter Kasper ha pronunciato in un’intervista al settimanale die Zeit: «Ciò che è possibile a Dio, cioè il perdono, deve valere anche per la Chiesa».
(*) Pubblicato da ADISTA
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