il compito del teologo secondo V. Mancuso

la missione del teologo

ridare a Dio la giusta immagine

Vito Mancuso è il teologo italiano di maggior successo editoriale da oltre dieci anni. Presenta una scrittura limpida e inquieta, chiara e documentata in modo rigoroso e pungente

Vito Mancuso è il teologo italiano di maggior successo editoriale da oltre dieci anni. Presenta una scrittura limpida e inquieta, chiara e documentata in modo rigoroso e pungente.

Utilizza una vasta e aggiornata cultura anche nel campo delle scienze della natura che, accanto alla lezione dei grandi filosofi, stanno alla base della sua scelta teologica ed esistenziale.

La sua dissidenza ha ricevuto una spinta iniziale e continuamente ricorrente a contatto con il dolore innocente, in particolare dei bambini colpiti da una malattia genetica. Verso di loro, così come verso gli altri umani, il Dio della dottrina cattolica non mostra nella realtà alcuna attenzione personale. Non se ne cura affatto. La Provvidenza divina non funziona né per gli individui, né per la storia.

Il teologo brianzolo, ma di origini siciliane, ha avvertito quindi il bisogno e l’impegno di rifondare la fede facendo seguire, con regolare ritmo biennale, importanti saggi di ricerca: nel 2007 “L’anima e il suo destino”; nel 2009 “Disputa su Dio e dintorni”, con Corrado Augias; nel 2011 “Io e Dio”; nel 2013 “Il principio passione”; a novembre del 2015 “Dio e il suo destino”. Ho letto tutte le opere di Mancuso, ne ho rilevate le progressioni, persino le molte ripetizioni, accanto tuttavia ad ardite e originali rielaborazioni e sistematizzazioni.

Ciò si avverte soprattutto nei tre ultimi e ponderosi volumi, di circa 500 pagine ciascuno. Ricordo che “Io e Dio” fu stampato alla vigilia del Festivaletteratura. Mancuso venne a presentarlo nel gremitissimo cortile del Palazzo San Sebastiano. Per il commento apparso sulla Gazzetta di Mantova, Vito mi inviò un fin troppo generoso messaggio di posta elettronica:

“Caro Egidio, ho letto con molto interesse la tua recensione. Un caro saluto e complimenti!”. Mentre la suddetta opera costituisce, tecnicamente, un lavoro di teologia fondamentale che tratta delle condizioni del discorso su Dio, quella più recente appartiene alla teologia sistematica riguardante la dottrina su Dio. Nell’intervallo si colloca “Il principio passione”, pure di teologia sistematica, ma intorno all’Universo e al rapporto tra Dio e il mondo, tra logos e il caos, in una dinamica drammatica che produce, in chi la vive, pathos-passione. Infine, nel recente “Dio e il suo destino” Mancuso ha puntato a un’impresa ambiziosa e temeraria: liberare Dio, nel quale lui (come me) continua a credere, dalla fallimentare immagine denominata Deus, così come viene identificata in molte pagine della Bibbia, del Nuovo Testamento e della dottrina della Chiesa cattolica, sostanzialmente simile a quella delle Chiese protestanti e ortodosse. Vi regna l’ambiguità: accanto ad aspetti positivi di Dio (spirito, luce, amore), si trovano raffigurazioni costruite con sconvolgenti tratti umani e terrificanti: violenza, ira, arbitrio (come nel Corano), vendetta. Il punto estremo si raggiunge con la tremenda punizione del peccato originale, inflitto a tutta la massa umana dannata e per la riparazione del quale Deus pretese il sacrificio del Figlio, la vittima immolata, l’agnello predestinato “che doveva morire affinché con il suo sangue egli potesse placare la propria ira e perdonare”.

È significativo che il libro sia dedicato a chi ha perso Dio a causa di Deus e alla memoria di don Andrea Gallo che credeva in un Dio antifascista.

Cogliendo il senso liberatorio della metafora, Mancuso ha inteso smascherare le tesi che hanno ridotto Dio a un imbarazzante “grande dittatore”.

Non onnipotente né buono nei confronti dei mali del mondo e degli umani, presenta il volto del padrone assoluto, disegnato dal potere religioso e funzionale ai poteri terreni.

Sembra quindi venuto il tempo, preceduto e preparato da grandi spiriti dell’umanità di varie religioni e filosofie, per “iniziare a dire Dio in modo finalmente libero”. Perché, ha concluso Mancuso, “Dio è amore, anzi l’amore è Dio”.

Da notare la finezza dell’inversione, che sembra condurre ai limiti del panteismo: “Dio in tutte le cose, tutte le cose in Dio”. E però fatte salve le reciproche autonomie e dando così luogo alla coesistenza di unità e dualità tra Dio e mondo, con evidente contraddizione.

Ma tutto, nella realtà e nella vita, è contraddizione.

 

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