frasi vuote …

lettera a quelli che dicono:“meglio lasciarli affogare”

migranti

di Ilaria Roccuzzo Reuscher
in “il Fatto Quotidiano” del 10 agosto 2015

 ci sono persone che non capiscono o non vogliono capire e dicono frasi vuote: “dovremmo rimandarli tutti a casa”, oppure “dovremmo chiudere le frontiere”, che poi si traduce “lasciamoli affogare nel Mar Mediterraneo”

 

Vorrei mettervi tutti qui, su questo molo del porto di Palermo, a osservare quello che succede. E succede questo: arriva un’enorme nave della Guardia Costiera, da lontano sembra quasi vuota, poi man mano si avvicina e attracca e allora li vedi. Alcuni si affacciano, altri sono seduti sul ponte superiore, altri ancora sono seduti o sdraiati accanto alle scialuppe di salvataggio. Guardano a riva come se non sapessero dove sono e da dove vengono. Come se quella umanità che li attende, fra Croce Rossa, Caritas, locali aziende di sanità, Protezione Civile, Polizia, fosse costituita da alieni.

SONO CENTINAIA e fra di loro ci sono anche morti, fra cui bambini e donne incinte. Iniziano a scendere, quelli nelle condizioni peggiori per primi, indossando larghe divise bianche, la maggior parte è scalza. Si mettono in fila, attendendo di passare il primo controllo medico, per capire chi è malato di cosa ed essere inviato nel giusto padiglione medico, non prima di prendere distrattamente la busta con bibite e cibo che gli porgi e andare a sedersi per mangiare. C’è la mamma con la bambina in braccio che stringe un pelouche, c’è il ragazzo con la maglietta della Juventus e quello con la maglietta del Manchester United, c’è lo spazio dove vengono fatti sedere i minorenni. E loro fanno paura; sono ragazzi, sono me e i miei amici quattro o cinque anni fa, ma a loro l’hanno rubata la spensieratezza e la gioia di essere giovani. E se si inorridisce a vedere gli sguardi vuoti di certi adulti, vedere quelli di questi ragazzi ti fa venire voglia di piangere. Non per i piedi nudi, la puzza, i tagli addosso ma per i loro sguardi. È da lì che capisci.

ALCUNI TI SORRIDONO quando gli porgi la busta, e ti dicono “thank you” o “merci beaucoup”. Loro sono stati fortunati , la loro speranza è stata più forte della disperazione, sanno che il peggio è passato e che loro sono vivi e i loro volti e i loro occhi non possono non ridere. Alcuni aiutano persino a tradurre qualche frase, fanno anche delle battute. Poi ci sono quelli che non sorridono. Sono quelli che in mezzo a quel mare hanno lasciato una grande parte di sé stessi e della propria anima. C’è un ragazzo con la camicia blu elettrico, 25 forse 30 anni, che ha visto i suoi due fratelli affogare davanti ai propri occhi. Non prende da mangiare né da bere e chiede soltanto un telefono. Quando riesce a recuperarne uno, chiama a casa, sua mamma, che è rimasta là, e le dice che è arrivato ma che i suoi due fratelli non ci sono riusciti. Poi chiude e si siede su una panca, a guardare per terra, mentre tutti gli altri passano e se ne vanno, verso gli ultimi controlli e poi verso i pullman. Non mangia, non beve, ogni tanto scende qualche lacrima, ma lui resta impassibile. Vorrei dire un’ultima cosa a quelle persone che parlano senza riflettere: immaginate che una terribile guerra cominci a distruggere l’Europa, e che voi siate costretti a partire, lasciando tutto, inclusa una parte della vostra famiglia, e che dobbiate attraversare tutto il continente a piedi, arrivando al mare, forse non riuscendo nemmeno a salire su una barca e restando uccisi sul molo, o che riuscendoci passiate giorni e giorni ammassati gli uni sugli altri, bestiame, con gente che vi caga, vi piscia e vi vomita sopra, rinunciando a qualsiasi straccio di dignità umana. Lotta per la sopravvivenza, si chiama. Arrivate finalmente a destinazione e siete vivi. E chi c’è ad attendervi? Fra le altre, anche delle persone che dicono che non c’è posto per voi e che dovete tornarvene a casa. Quale casa poi non si sa, visto che la vostra non esiste più. Rifletto sulle parole di un giovane somalo che ha detto che questa gente ha solo avuto la sfortuna di nascere dalla parte sbagliata del mare. Molti, camminando verso i pullman, ti fanno ciao con la mano e ti rivolgono un sorriso a mille denti. Sono felici, e non la felicità che si sente quando mamma ci compra un regalo per Natale. No, lo vedi nei loro occhi, questa è la vera felicità, quella che provano nel realizzare che forse non hanno più nulla, ma hanno ancora la vita. Mentre ti sorridono, è come se una gioia improvvisa quasi insensata e fuori luogo in un momento del genere ti riempisse. Anche perché sopra la vostra testa in quel momento stanno facendo scendere le bare con i cadaveri. Tornando a casa, mi rendo conto che puzzo, i miei vestiti e il mio intero corpo puzzano e mi sento come se qualcuno avesse appoggiato un peso di una tonnellata sulla mia testa. E intanto mentre l’Europa litiga e i francesi vogliono sospendere la libera circolazione nello spazio Schengen, i siciliani, sempre criticati, spesso guardati con arroganza, perché “dai, sono terroni”, perché “la loro isola è sporca, perché sono disorganizzati”, e poi “c’è la mafia”, accolgono queste persone con una generosità che commuove. E riaccende la speranza che forse, in fondo, non è tutto così buio.

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