dieci anni fa moriva l’abbé Pierre

dieci anni dopo, che cosa resta della lotta dell’abbé Pierre?

di René Poujol
in “www.renepoujol.fr” del 19 gennaio 2017

A coloro che sono desolati per il fatto che la voce dell’abbé Pierre si sia spenta con lui, io dico: ascoltate papa Francesco!

Certo che la sua voce ci manca! La voce di un “imprecatore”, solo indebolita verso la fine della vita, per la vecchiaia e la malattia. Ingiungeva ai potenti di “servire per primo il più sofferente” e a ciascuno di noi di “non rassegnarci mai ad essere felici senza gli altri”. Il 22 gennaio 2007, l’abbé Pierre ci lasciava per delle “lunghe vacanze” a cui aspirava fin dalla più tenera infanzia. Sono già passati dieci anni! Il fatto che sia caduta nell’oblio la memoria di colui che fu, per anni, la personalità preferita dai francesi, non ha nulla di sorprendente e di scandaloso in sé. Il che non dispensa dal porsi la domanda: dieci anni dopo, che cosa resta dell’abbé Pierre?

Emmaüs, innanzitutto. E ciò che questo movimento, volutamente non confessionale, ha di profetico. Perché le comunità di Emmaüs sono state precursori dell’economia equa e solidale. I “compagnons” dell’abbé Pierre sono quegli uomini tentati di percepirsi, con un effetto specchio, come i rifiuti della società, e che fondano la loro dignità sul lavoro, più precisamente sul riciclaggio degli scarti della società dei consumi. Un modo di denunciare lo scandalo, e al contempo di mettere a disposizione dei più poveri dei beni che non avrebbero potuto permettersi. Con quella suprema provocazione di prendere dal loro salario ciò che serve a sostenere, solidalmente, i più sfortunati di loro!
È una comunità che, in una società liberale in cui quotidianamente viene ricordato a ciascuno che nessuno è insostituibile, afferma al contrario che nessuno è di troppo. Che ognuno è unico e ha diritto al proprio spazio. L’abbé Pierre voleva che le comunità avessero sempre un letto libero. In modo da poter dire a chiunque si presentasse: “Entra, ti aspettavamo”.
In una società del dopoguerra ancora fortemente caratterizzata dal cristianesimo – per quanto secolarizzato – e da una forma di assistentato caritatevole, l’abbé Pierre fa dei poveri, a cui dà la parola tramite la sua voce, i protagonisti della propria emancipazione. Un modo per smentire Roland Barthes che scriveva, nel 1957, in Mithologies (Seuil): “Arrivo a chiedermi se la bella e toccante iconografia dell’abbé Pierre non sia l’alibi che buona parte della nazione fa propria per sostituire impunemente i segni della carità alla realtà della giustizia”.
Si devono alla sua lotta, l’indomani della “insurrezione della bontà” dell’inverno 1954, le prime leggi che proibiscono l’espulsione dei locatari in inverno… Ne seguiranno altre, frutto della sua instancabile lotta: la legge Besson sull’edilizia popolare, la legge Solidarietà e rinnovamento urbano (SRU), poi la legge sul Diritto ad un alloggio dignitoso (DALO) votata poche settimane dopo la sua morte.
E, naturalmente, rafforzata dal carisma di padre Joseph Wresinski, la trasformazione definitiva da movimento caritativo esplicitamente o implicitamente cattolico in una lotta solidale “con i poveri”, oggi diventata la linea di condotta adottata da molti. Pensiamo alla Fondation abbé Pierre pour la Logement, a ATD Quart Monde, al Secours catholique o a CCFD…in cui militano, senza complessi, molti cristiani… Cosa che non li dispensa dall’avere quel “di più di anima” che consiste nel vivere la lotta per la giustizia con carità. Come invita a fare l’apostolo Paolo: “Anche se distribuissi tutti i miei beni ai poveri…. se non avessi l’amore,  non mi servirebbe a nulla”.


L’abbé Pierre, in un dolce eufemismo, dichiarava di sollevare un “entusiasmo ineguale” tra i vescovi francesi che lo consideravano “incontrollabile”. E a giusto titolo! Le sue lettere ai papi successivi, di cui la stampa si faceva eco con grande piacere, avevano il dono di irritare un ambiente ecclesiastico abituato a maggiore deferenza. Una delle ultime è datata 19 giugno 1995, indirizzata a papa Giovanni Paolo II. Il fondatore di Emmaüs gli chiedeva nientemeno di applicare a se stesso – e la richiesta vale per i suoi successori – di dare le dimissioni a 75 anni. Chiedeva maggiore trasparenza nelle finanze del Vaticano, meno spese eccessive in viaggi pontifici che non permettono al capo della Chiesa cattolica di incontrare davvero il popolo, meno ossessione sulle questioni di morale sessuale, maggiore apertura sull’ordinazione di uomini sposati o sull’accesso ai sacramenti per i divorziati risposati. Dieci anni dopo la sua morte, l’evoluzione recente dell’istituzione cattolica sembra dargli ragione.
Adesso possiamo chiederci chi incarna oggi la voce dell’abbé Pierre, cioè quella dei profeti che, in nome di Dio, non fanno che unirsi alla semplice saggezza umana di un imperatore Adriano a cui Marguerite Yourcenar fa dire: “Tutti i popoli sono periti fino ad ora per mancanza di generosità…”.
È indecoroso affermare che quella voce è ormai quella di papa Francesco? Come non vedere vicine le due sensibilità spirituali maturate nell’ascolto del Poverello d’Assisi che fa loro desiderare “Una Chiesa povera per i poveri”? Come non percepire la vicinanza nel pensiero e nell’azione tra il fondatore di Emmaüs e l’autore di Evangelii Gaudium o di Laudato si’? Come non fare il parallelo tra la scelta di papa Francesco di stabilirsi in un modesto appartamento a Santa Marta, e la scelta dell’abbé Pierre di arredare il suo alloggio (da Neuilly-Plaisance a Charenton-le-Pont, Esteville, Saint-Wandrille, Alfortville) in “stile Luigi cassa”?
Appello alla sobrietà felice da parte di beati della sobrietà!

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