contro una politica che sa solo condannare a morte!

Lesbo: i gesti simbolici che salvano. E le politiche che condannano. Intervista a don Pierluigi Di Piazza

Lesbo: i gesti simbolici che salvano e le politiche che condannano

intervista a don Pierluigi Di Piazza

 
da: Adista Notizie n° 16 del 30/04/2016

 «L’opinione mondiale non può ignorare la colossale crisi umanitaria che ha avuto origine a causa della diffusione della violenza e del conflitto armato, della persecuzione e del dislocamento di minoranze religiose ed etniche, e dallo sradicamento di famiglie dalle proprie case, in violazione della dignità umana, dei diritti e delle libertà fondamentali dell’uomo». «Da Lesbo facciamo appello alla comunità internazionale perché risponda con coraggio, affrontando questa enorme crisi umanitaria e le cause ad essa soggiacenti, mediante iniziative diplomatiche, politiche e caritative e attraverso sforzi congiunti, sia in Medio Oriente sia in Europa».

Ecco scolpiti in due soli periodi la tragedia più grande dopo l’ultimo evento bellico mondiale e l’appello alla comunità internazionale per farvi fronte. Sono tratti dalla Dichiarazione congiunta di papa Francesco, del patriarca di Costantinopoli Bartolomeo e dell’arcivescovo di Atene Hieronymos, firmata a Lesbo il 15 aprile scorso, dove le tre autorità hanno visitato il campo profughi di Moria e, come ha detto il pontefice parlando ai giornalisti, «un cimitero: il mare». «Siamo venuti – ha detto ai rifugiati – per richiamare l’attenzione del mondo su questa grave crisi umanitaria e per implorarne la risoluzione. Come uomini di fede, desideriamo unire le nostre voci per parlare apertamente a nome vostro. Speriamo che il mondo si faccia attento a queste situazioni di bisogno tragico e veramente disperato, e risponda in modo degno della nostra comune umanità».Auspicio, quello del papa all’accoglienza insieme all’appello del 17 giugno («Chiedete tutti perdono per le istituzioni e le persone che chiudono le loro porte a gente che cerca aiuto e cerca di essere custodita»), che in qualche caso è caduto nel vuoto e respinto. In Italia, al leader del Carroccio Matteo Salvini – che su Facebook ha scritto: «Il papa vuole invitare altre migliaia di immigrati in Italia? Un conto è accogliere i pochi che scappano dalla guerra, altro conto è incentivare e finanziare un’invasione senza precedenti. Caro Santo Padre, la catastrofe è a due passi dal Vaticano, è in Italia!» – ha risposto dal telegiornale di Tv2000 (18/4) il segretario generale della Cei, mons. Nunzio Galantino, ricordando che quella del papa è «politica evangelica»: «Chi ha un minimo d’intelligenza, cioè è in grado di leggere la storia e gli eventi», ha rimarcato, «capisce che i veri motivi che spingono le persone ad uscire dalle proprie nazioni sono altri. Non è l’accoglienza, ma la guerra e le condizioni economiche disastrose. Chi incentiva e continua ancora a provocare l’immigrazione sono tutte quelle realtà; e l’Europa e gli Usa non sono assolutamente senza colpa, che hanno provocato le guerre e impoverito queste nazioni. La povertà e la guerra mettono in moto queste persone».Resta da vedere da vedere – come ha commentato il quotidiano cattolico francese La Croix (18/4) – se il gesto spettacolare di Francesco di recarsi a Lesbo e di tornarne conducendo con sé 12 migranti, peraltro tutti musulmani (tre famiglie accolte dalla Comunità di Sant’Egidio, economicamente supportata dal Vaticano), «produrrà opinione per stimolare una risposta all’altezza della crisi», come dire dalla profezia alla politica.Ne abbiamo parlato con don Pierluigi Di Piazza, del Centro di accoglienza “Ernesto Balducci” di Zugliano (Ud), la cui principale attività è l’accoglienza concreta delle persone immigrate e rifugiate. Di seguito il colloquio che abbiamo avuto con lui.

Papa Francesco insiste nel fare gesti simbolici per manifestare lo scandalo sulle stragi dei migranti, per richiamare l’attenzione sulla dignità di ogni vita umana, per scuotere le coscienze dei politici della comunità internazionale che erigono barriere e prosperano sul commercio delle armi e su interessi geopolitici spesso inconfessabili, alimentando guerre e povertà estreme che generano la migrazione di tanti esseri umani verso porti più sicuri. Il viaggio a Lampedusa, nel 2013, non ha generato nessun sussulto verso un atteggiamento di accoglienza. Lesbo riuscirà dove Lampedusa sembra aver fallito?

A mio sentire, la presenza di papa Francesco a Lampedusa nel luglio 2013 è stato un segno molto importante, profetico: l’atteggiamento penitenziale; l’incontro con le persone, la celebrazione dell’Eucarestia sulla mensa costituita da una barca, con il calice di legno; l’interrogativo drammatico rivolto a tutti di dove sono i nostri fratelli e sorelle, qual è la cura o il disinteresse nei loro confronti; il monito a non lasciarci irretire nella globalizzazione dell’indifferenza; la provocazione a riflettere se noi siamo ancora capaci di piangere o se invece diventiamo indifferenti al dramma dei tanti che muoiono in mare: sono tutte questioni che ad esempio personalmente qui nel centro Balducci di Zugliano e in tanti incontri pubblici ho ripreso diverse volte commentando come fosse importante sottoscriverle ogni giorno data la loro attualità. Ritengo che come me tante altre persone vi abbiano fatto riferimento.

Non vi hanno certo fatto riferimento i politici europei.

Se l’esito di quella presenza si constata nella posizione dell’Europa e in quella di tanti nostri territori è indubbiamente desolante. L’incapacità e la non volontà dell’Europa sono vergognose; la successione di tanti incontri inconcludenti e mortificante; l’emergere di nazionalismi, populismi; la realizzazione di muri, di fili spinati; i gas lacrimogeni, le pallottole di gomma contro i migranti, anche i bambini, costituiscono una evidente violazione dei diritti umani e della Convenzione di Ginevra sui richiedenti asilo. La situazione di Idomeni al confine fra Grecia e Macedonia, con 14mila persone di cui 4mila bambini nelle tende appoggiate sul fango costituiscono una vergogna per l’Europa e per tutta l’umanità. L’accordo con la Turchia ha realizzato la mercificazione dell’umanità di coloro che sono in fuga e vengono ricacciati; avrebbe dovuto suscitare lo sdegno di tante persone e comunità, non reazioni limitate e tiepide, com’è avvenuto, o del tutto assenti.A Lesbo papa Francesco si è recato non solo per visitare ma soprattutto per vedere e ascoltare con gli occhi e gli orecchi del cuore, coinvolgendosi con i loro sguardi. Ha concordato insieme a lui la presenza del patriarca Bartolomeo e dell’arcivescovo Hieronymus; era presente anche il presidente Alexis Tsipras. E poi in modo sorprendente per tutti ha dato la concreta possibilità a 3 famiglie, 12 persone, fra cui 6 bambini, tutti i musulmani, di andare con lui a Roma per essere accolti. Che siano tutti musulmani, ha detto, non costituisce problema perché tutti siamo figli di Dio, tutti apparteniamo alla stessa famiglia umana.

Un gesto in un certo senso caduto nel vuoto, per lo meno sinora.

A mio sentire, i commenti dei politici in genere sono stati tiepidi, dovuti, senza coinvolgimento, quelli di qualcuno poi non sono neanche oggettivabili perché anche dire squallidi è poco. Le parole e i gesti concreti di Papa Francesco intendono abbattere i muri, tagliare i fili spinati, fermare lacrimogeni e proiettili di gomma. Ma la sua provocazione può essere colta da chi è in qualche modo e per qualche aspetto già disponibile a recepirla anche se inizialmente in modo tenue ed embrionale. Se anche le ripetute stragi in mare, le migliaia di morti, centinaia di bambini, non feriscono il cuore, non scuotono le coscienze, purtroppo per tanti le parole e i gesti di papa Francesco sono considerati da lui dovuti: in ultima analisi è pur sempre il papa; anche se diverso e coraggioso a lui spettano queste posizioni e scelte, ma poi si pensa che la realtà è un’altra, il realismo anche, la politica anche.

E se il papa passasse a gesti più concreti, tipo richiamare i nunzi dai Paesi più sordi ad un trattamento umanitario dei migranti?

Papa Francesco orienta con la profezia dell’accoglienza; spetterebbe alle Chiese locali, alle diocesi e alle parrocchie riproporla nei diversi territori d’Italia e d’Europa; ugualmente anche i responsabili con le comunità di altre fedi religiose comprese certamente quelle di fede musulmana, dato anche che in grande percentuale i profughi vivono questa fede, pensando magari all’incontro, al dialogo, alla collaborazione operativa fra comunità di fede religiosa diversa. A mio avviso per chi si riferisce al Vangelo di Gesù la questione che si apre è dirimente: è possibile, e come, dichiararsi cristiani e respingere i profughi, diffondere mentalità, parole, atteggiamenti di indifferenza, di diffidenza, di razzismo? Non è possibile, è contrario al Vangelo in cui Gesù afferma: “Ero forestiero e mi avete accolto”. Nelle diocesi, nelle diverse comunità questa affermazione dovrebbe risuonare con molta forza, in tante neanche si nomina. Le strumentalità al riguardo in questi anni e ancora maggiormente oggi sono state e sono evidenti e vergognose.

Potrebbe non sorprendere, da parte di Francesco, il ricorso ad altre iniziative. Per esempio quella suggerita al papa da quattro sacerdoti (don Luigi Ciotti, fondatore dell’associazione “Libera”, don Gino Rigoldi, cappellano dell’istituto penale per minori “Beccaria”, don Virginio Colmegna, presidente della “Casa della carità”, e il missionario comboniano p. Alex Zanotelli) dalle pagine de L’Espresso di un anno fa (30/4/15): i cosiddetti “visti del papa”, permessi rilasciati dalla Santa Sede, nelle sue rappresentanze diplomatiche nei vari Paesi, un “corridoio umanitario” per salvare migliaia di bambini, donne e uomini, anche se non certo per risolvere il problema che è ormai strutturale. Il Vaticano li potrebbe accogliere in proprie strutture ed in altre ecclesiali per poi consentire loro di raggiungere con altri visti il Paese dove vogliono recarsi. Sarebbe un esempio che altri Paesi possono seguire. È pensabile questo passo in più?

Personalmente non ho la presunzione di esprimere suggerimenti, tantomeno indicazioni. Vivo da anni in questo Centro Balducci che sento come un laboratorio di convivenza fra le diversità, con 50 persone immigrate e profughe. Avverto che questo fenomeno mondiale è attualmente il criterio dirimente della lettura del mondo e di questa nostra società, e nello stesso tempo che solo una minoranza condivide questa considerazione fondamentale. Di fronte alla realtà così spesso drammatica c’è l’esigenza di scelte inedite e coraggiose che aprono nuove possibilità. Se si riuscisse ad aprire nuove strade come quelle indicate che altri possano poi seguire questo risulterebbe molto importante per le istituzioni e la politica perché farebbe emergere la vergogna della non volontà e incapacità di agire. La Chiesa del Vangelo è coinvolta nella fedeltà al Vangelo, alle storie delle persone, alla propria coscienza.

Nell’estate scorsa, il papa ha anche sollecitato diocesi e parrocchie ad ospitare, nelle possibilità di ognuno, gruppi e famiglie di migranti. Secondo lei, la risposta è stata soddisfacente?

Non sono in grado di rispondere con dati certi. Mi pare che, in Italia, molte esperienze di accoglienza si aprono nelle diocesi e nelle parrocchie; ma anche che, nello stesso tempo, una parte consistente di coloro che si dicono cristiani sono indifferenti ed esprimono contrarietà e avversione. C’è insieme un uso politico strumentale del riferimento alle radici cristiane alla cultura cattolica per fortificare identità chiuse, di per sé difensive e aggressive, che di fatto smentiscono in modo clamoroso il Vangelo a cui pretendono di riferirsi.* Campo profughi di Idomeni.

eni.
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