Arturo Paoli fratello e amico

paoli

 

La via della fraternità e l’ottimismo evangelico di Arturo Paoli

di Lucia Capuzzi
in “Avvenire” del 29 novembre 

(detto tra parentesi e sottovoce: fa piacere costatare che ‘Avvenire’ riscopra  oggi persone e situazioni che sembrava fino a qualche mese fa ignorare o non valorizzare adeguatamente; papa Francesco senbra che sia in questo proprio miracoloso … )

Chi vanno a trovare i ragazzi che, ogni sera, bussano alla porta dell’antica casa di pietra di San
Martino di Vignale? Non è facile definire in una parola Arturo Paoli: sacerdote, piccolo fratello di
Charles de Foucauld, ‘giusto tra le nazioni’ per aver salvato centinaia di ebrei dalle persecuzioni
naziste, testimone delle grandi tragedie degli ultimi cinquant’anni da un osservatorio privilegiato,
l’America Latina. Eppure, per adolescenti, universitari, giovani professionisti (spesso non devoti né
praticanti e, a volte, nemmeno credenti), l’uomo che li accoglie nella campagna lucchese, per
condividere un pensiero, un bicchiere di vino o una preghiera, è solo ‘un amico’. Non c’è definizione
più propria per fratel Arturo. Che, per tutta la vita, ha cercato di essere ‘amico’ delle donne e degli
uomini del suo tempo. A imitazione dell’Amico, il vero e più grande amico dell’umanità, quello che
De Foucault chiamava «il Modello Unico»: Gesù. La riflessione sull’amicizia, come quotidiana
prosecuzione evangelica del progetto di Dio, costituisce il cuore di Cent’anni di fraternità, l’ultimo
libro di Paoli appena pubblicato da Chiare Lettere (pagine 168, euro 12). Un mosaico composto da
brani di alcune delle più famose opere pubblicate dal religioso nell’ultimo mezzo secolo. E
arricchito dalle riflessioni scritte, rigorosamente a mano, su un quaderno tenuto sempre sulle
ginocchia, nel suo centesimo inverno di vita. Parole principalmente rivolte ai giovani e pertanto
«difficili e rischiose – afferma, nel cominciare –. È questa una generazione incredula, ma Tu saprai
trovare e dettarmi le verità che romperanno la durezza dei cuori».
Perché questa è anche una generazione spaventata, confusa e affamata di speranza. A lei fratel
Arturo si dirige per dirle che, mutuando l’espressione del gesuita Teilhard de Chardin, è ancora
possibile, e forse più che mai necessario, «amorizzare il mondo». A partire dalla relazione, o
meglio, dalla fraternità.
«Io sono un difensore e seguace del motto ‘guai all’uomo solo’», scrive Paoli, capovolgendo lo
slogan sartriano «gli altri sono l’inferno». Perché «l’essere umano vero è l’uomo per gli altri. La
relazione autentica è quella rivolta verso il futuro». Un concetto non molto diverso da quello scritto
34 anni fa e riportato nella prima parte di Cent’anni di fraternità . A chi gli dice che il mondo non
ha domani e profetizza, non senza fondamento, nuovi disastri e sciagure nucleari (siamo nel 1980),
il religioso risponde: «Che importa se viene il diluvio? L’importante è che ci trovi nell’arca».
Che cosa intenda con questa espressione è subito spiegato.
«Qualunque sia il destino del mondo», afferma, conta solo il fatto che l’avvenimento ci trovi «in
questa ricerca attiva e dinamica del regno, in questa ricerca di costruire le relazioni fra gli uomini.
Non è questa la vera arca di oggi?». Di fronte ai conflitti, ai genocidi, alle pulizie etniche, alle
dittature «folli e dementi» (drammi che Paoli ha conosciuto da vicino), in una parola: alle infinite
manifestazioni del male, la fede resta rifugio inespugnabile. Arturo, l’’anticonformista resistente’,
come lo definisce il premio Nobel per la Pace argentino, Adolfo Pérez Esquivel nella postfazione,
non parla di un principio teorico, bensì della fede «che s’incarna nelle parole giustizia e carità».
L’unica forza davvero in grado, a dispetto dei catastrofisti, di ‘amorizzare il mondo’. A 101 anni che
compie oggi, fratel Arturo resta un ostinato ottimista. Non un ottimista sprovveduto, un ottimista
evangelico.

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