abbandonati nel degrado e sgomberati

via Idro

le ultime ore
nelle case-palafitta dei rom

pronto lo sgombero

la denuncia della famiglia Braidic: abbandonati nel degrado

di Paola D’Amico

(Fotogramma)

La piazzola dove vivono Marina e Antonio Braidic detto Lissi, nonna Nada e altre 15 persone tra figli e nipoti, nove dei quali bimbi, è un mondo a sé nel campo di via Idro. Oltre la recinzione ci sono tre case-palafitta, che all’interno sono spaziose, calde, accoglienti. Fuori è il degrado: la strada è allagata, sempre, per la rottura del condotto fognario mai sanato; avanzano il bosco di robinie e gli arbusti incolti, cresciuti lungo il fiume Lambro e che nessuno più contiene. La vegetazione avvolge i resti del deposito usato negli «anni d’oro» di via Idro dalla cooperativa di giardinieri che allora occupava i 15 capofamiglia. E presto divorerà anche la palazzina che il Comune di Milano a fine anni Ottanta costruì come centro polivalente. È stata devastata, cannibalizzata, bruciata. Marina dice: «Siamo stati abbandonati».

A giorni attendono l’esecuzione dell’ordine di sgombero. La giunta ha deliberato la chiusura del campo, autorizzato nel 1989, il 17 agosto scorso. Per tre ordini di criticità: idrogeologica, perché questa è zona a rischio esondazione, ambientale-igienica e per ragioni di sicurezza urbana. Ma in molti nel quartiere, volontari, insegnanti, consiglieri di Zona 2, dicono: «S’è fatto di tutta l’erba un fascio». Marina e i suoi si sono opposti all’ordinanza, un’associazione ha anche ricorso al tar. Inutilmente. Se ancora non li hanno portati via è perché in via Marotta, nel centro di autonomia abitativa al quale sono stati assegnati, di casette e container sufficienti ad accoglierli tutti assieme ancora non ce ne sono. Un trasloco non indolore.

I container per dormire, cucina e bagni in comune con una moltitudine di donne, uomini, bambini, provenienti da altri campi rom. Anche lì c’è il fiume che scorre vicino, lo stesso, il Lambro. «Dicono che in via Idro siamo a rischio esondazione. Qui però il fiume non è uscito, in via Marotta sì, acqua alta un metro e mezzo, ci sono i segni sui muri», dice nonna Nada.

E Marina ci fa intendere che tre anni fa, quando nel campo scoppiò una faida che ha fatto anche vittime, aveva sperato di potersene andare dal luogo in cui è cresciuta e dove ha cresciuto i suoi figli. Sono rom sinti, italiani da generazioni. I trisavoli erano arrivati dall’Istria tra le due guerre e avevano piantato le casette in via Agordat, oggi parco Martesana. Li trasferirono ai margini del parco Lambro in un campo autorizzato e all’avanguardia. Tre fratelli i capostipiti, a ciascuno uno spazio. È noto come s’è rotto l’incantesimo.

Nessuno però fa il nome di Diego, detto «il principe», che di giorno faceva rapine e di notte si nascondeva nel villaggio. Il dito è puntato invece contro l’amministrazione: «Finché qui c’è stata la Casa della carità tutto ha funzionato», dicono alcuni amici del quartiere, volontari duri e puri, che in via Idro hanno organizzato feste, portato la gente del quartiere, fatto la campagna elettorale per il centro sinistra.

Mario Villa, presidente di Zona 2, ha chiesto di rinviare il trasloco, di attendere che ci sia uno spazio abbastanza grande per accoglierli tutti. Oltre la recinzione dei Braidic c’è un inferno, le piazzole già liberate sono state rioccupate da altre roulotte, i rifiuti si accumulano. Anche lì ci sono bambini, ma non vanno a scuola come quelli di Marina. «Giusto superare la logica dei campi – dice Antonio, un volontario -. Ma finire in un container è un passo indietro nel percorso di integrazione». È il fallimento della società civile.

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