A. Paoli visto da V. Mancuso

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Vito Mancuso riflette sul nuovo libro di Arturo Paoli: ‘cent’anni di fraternità’ presentando tutta la sua vita come una vita da teologo della libertà

Arturo Paoli, una vita da teologo della libertà
di Vito Mancuso
in “la Repubblica” del 2 dicembre 2013
Escono i ricordi del “profeta” del cristianesimo senza potere che ha compiuto 101 anni.
‘Cent’annidi fraternità’

Cent’anni di fraternità è il nuovo bellissimo libro di Arturo Paoli, un titolo che suona come una
metafora dell’esistenza in contrapposizione ai Cent’anni di solitudine di Garcia Marquez, ma che
certifica anche una vita individuale che il 30 novembre scorso ha compiuto 101 anni. Nato a Lucca
nel 1912, sacerdote, medaglia d’oro al valor civile e giusto tra le nazioni per aver salvato molti
ebrei, Paoli risulta presto sgradito alla chiesa di Pio XII e viene allontanato dall’Italia. Va in
Argentina dove trascorre 13 anni e finisce tra le liste dei condannati a morte del regime, si salva
andando in Venezuela dove rimane 12 anni, poi in Brasile dove passa vent’anni, torna in Italia nel
2005.
Maestro spirituale, profeta mite e severo, autore di numerosi libri che mostrano vasta cultura e uno
stile letterario affascinante, la sua opera è un’anticipazione profetica e una coerente applicazione
della Teologia della liberazione. In gioco vi sono due liberazioni, la prima riguarda i poveri e gli
sfruttati del pianeta perché «tutto il Vangelo è una denuncia contro coloro che stanno sopra», perché
«Dio si trasforma in un’immagine tirannica se l’uomo non lo raggiunge per il cammino della
relazione con gli altri», perché se è vero che esiste una dimensione della vita più profonda della
sfera economica è ancora più vero che «rinunziare a guardare in faccia l’economico è come
svuotare la croce di Cristo». Il segno più chiaro dell’identificazione con Cristo ha molto a che fare
con l’economia, il Vangelo la chiama fame e sete di giustizia.
La seconda liberazione promossa da Arturo Paoli riguarda lo stesso cristianesimo, spesso ridotto a
ideologia che difende i privilegi dei potenti e che va riscattato da tale alienazione. Questo
cristianesimo ecclesiastico nemico della liberazione degli uomini si manifesta nelle idee «che hanno
portato i vescovi dell’Argentina ad aderire con un tacito assenso alla furia diabolica dei militari…
con la complicità della Nunziatura apostolica, dunque del Vaticano». Nessuno può ignorare infatti
che «i generali argentini si dichiaravano cattolici», «paladini della civiltà occidentale cristiana», né
può essere un caso che lungo la storia dell’umanità «le nazioni cristiane sono quelle che hanno
creato più guerre».
Parole durissime, di un uomo sempre pacifico e sorridente ma che non fa sconti quando c’è di
mezzo la giustizia, raro profeta all’interno di un cattolicesimo italiano così schiacciato sui calcoli
politici e sempre generosamente ossequioso verso il potere. Arturo Paoli al contrario è sempre stato
amico dei poveri, mai dei potenti, lo dimostrano le pagine di critica esplicita verso Karol Woytjla e
Joseph Ratzinger per l’opera di demolizione della Teologia della liberazione e delle comunità
ecclesiali di base. Temevano la contaminazione marxista, «però quelli che parlano di questi pericoli,
non sono forse nel pericolo di far convivere tranquillamente la fede cristiana con l’ingiustizia e
l’oppressione?».
Oggi l’anziano profeta scrive che «con papa Francesco sembra inaugurarsi uno stile nuovo di vita»
e si dichiara «felice di ricevere dalla Chiesa l’elogio della Teologia della liberazione di cui sono
stato fedele seguace». Attenzione però, niente mezze misure, perché occorre «rifondare un
cristianesimo nuovo» e al riguardo Arturo Paoli non teme di affrontare il nesso strutturale del
cristianesimo ecclesiastico, cioè la dottrina peccato originale-redenzione. Egli denuncia che Gesù è
troppo schiacciato sul ruolo espiatorio del peccato, mentre «la sua vera missione è quella di
amorizer le monde, non quella di pagare il prezzo di espiazione dei nostri peccati». Gesù è il
maestro dell’amare, non la vittima immolata per la nostra redenzione al fine di rimediare ai danni di
un inesistente peccato originale.
Ma c’è un’ulteriore liberazione per cui lavora il cuore instancabile di Arturo Paoli: si tratta del nostro tempo imprigionato dalla tecnica, in particolare dell’anima dei giovani. Dichiarando di voler
aiutare i giovani «a uscire da questa incredulità generale», confessa: «Devo essere lieto in un mondo
sempre più triste». Egli sa bene infatti che è solo la gioia a poter veramente educare, e per questo
suggella il libro con parole di grande spiritualità: «Più viviamo nella meravigliosa profondità della
vita interiore, più scopriamo che lì si trovano i veri beni dell’essere umano: la sua libertà, la sua
pace, la sua gioia».
Conosco da tempo Arturo Paoli, l’ultima volta l’ho incontrato un mese fa, mi ha detto sorridendo
che non rimpiange nulla della sua vita e che rifarebbe tutto, e io penso che questa sia la più grande
beatitudine. Se il papa argentino si ricordasse di questo padre della Chiesa povera, farebbe il regalo
più bello ai suoi cent’anni di fraternità.

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