a due mesi dall’ ‘amoris laetitia’

un limpido cammino

papa-astalli

di Luciano Moia
in “Avvenire”

senza prima accogliere nell’abbraccio della fraternità non si può accompagnare, né aiutare il discernimento e neppure integrare, chi lo desidera, nel cammino della Chiesa. Ecco, questa è l’interpretazione di Amoris laetitia offerta dal Vescovo di Roma alla sua diocesi. (Il papa) ribadisce punto per punto l’esegesi che porta ad apprezzarne la portata evangelicamente rivoluzionaria, segna una traccia interpretativa luminosa e chiara. Che non si può eludere

Documento importante? ‘Sì, ma non è un’enciclica’. Inaugura una nuova stagione pastorale? ‘Sì, ma tutto sommato inciderà relativamente, perché non cambia di una virgola la dottrina’. Prepara un diverso atteggiamento verso le situazioni di fragilità familiare? ‘Sì, ma l’unica apertura davvero significativa è finita in una nota, quindi neppure lui ci crede davvero’. Sono passati poco più di due mesi dalla diffusione di Amoris laetitia e, accanto all’accoglienza consapevole dell’insegnamento e della direzione dati dall’Esortazione apostolica, continuano a fluire – dentro e fuori la Chiesa – anche alcuni tentativi di minimizzarne la portata. Per certi versi favoriti dalla scelta del Papa di non imprimere al documento alcuna assertività normativa ma di privilegiare toni discorsivi, dialoganti, in molti punti colloquiali. Così, al di là delle critiche esplicite di qualche osservatore affetto da congenita avversione alle ‘novità’, da parte di diversi addetti ai lavori è stato possibile interpretare molti passaggi del testo come ipotesi non vincolanti o comunque come ‘valutazioni aperte’ che poi a livello di Chiesa locale avrebbero potuto essere modellate secondo opportunità e sensibilità. Chi fin dall’inizio ha invece letto in Amoris laetitia una straordinaria possibilità di parlare alle famiglie del nostro tempo con un linguaggio nuovo e con uno sguardo di maggiore vicinanza, sottolineando allo stesso tempo l’impegno nella promozione dei percorsi di discernimento personali e pastorali – secondo la lezione del Vaticano II –, ha messo in luce la bellezza di una sfida illuminata da uno sguardo evangelico sorridente, concreto e inclusivo. Ha colto nel testo lo sforzo di sollecitare un nuovo clima pastorale, grazie a scelte di integrazione e di accoglienza. Ha fatto notare che la dottrina di Familiaris consortio – che per oltre trent’anni è stata la ‘magna charta’ della famiglia – non viene intaccata, ma semmai completata e integrata, in quella logica di continuità che da sempre identifica il coerente fluire del magistero. Per riassumere questa complessità di stimoli e di indicazioni, è stata più volte proposta una sintesi concentrata in tre parole: accompagnamento, discernimento, integrazione. Momenti che riguardano tutte le famiglie, è vero, ma che per le situazioni di fragilità e di marginalità si traducono in un messaggio di inedita efficacia: «La strada della Chiesa è quella di non condannare eternamente nessuno, di effondere la misericordia a tutte le persone che la chiedono con cuore sincero» ( Al, 296 e 297). Ma questa interpretazione era davvero rispettosa dello spirito sinodale e, soprattutto, del pensiero di colui che ha poi ripreso e sviluppato le indicazioni delle due assemblee episcopali sulla famiglia? In realtà, il Papa non era più tornato in modo specifico sull’argomento. Giovedì sera però, inaugurando il convegno diocesano di Roma organizzato proprio sulla ricezione pastorale di Amoris laetitia, ha avuto modo di riflettere in modo approfondito sulla ‘sua’ Esortazione e di chiarire implicitamente tanti dei dubbi che aleggiavano sulla corretta lettura del testo. Parlando come Vescovo di Roma, Francesco ha detto che le famiglie vanno accolte nella loro situazione reale, senza idealizzazioni e senza selezioni etiche, che non può esistere una pastorale elitaria che si fonda sulla presunzione dell’appartenenza – per esempio a questa associazione o a quel movimento, ma neppure a quella diocesi che sembra così ben strutturata –, che né lassismo né rigorismo sono giustificabili nella logica del Vangelo, quando ci si trova di fronte a volti di famiglie segnate dalla fatica e dalla precarietà. Ma, soprattutto, ha fatto ricorso alle tre paroline – accompagnamento, discernimento, integrazione – che sono in qualche modo la cornice di quel poliedro in cui Amoris laetitia inserisce l’azione della misericordia, realismo dell’amore di Dio. Anzi, il Papa ha aggiunto un quarto termine, accoglienza, che è premessa e valorizzazione degli altri tre momenti. Senza prima accogliere nell’abbraccio della fraternità non si può accompagnare, né aiutare il discernimento e neppure integrare, chi lo desidera, nel cammino della Chiesa.

Ecco,  questa è l’interpretazione di Amoris laetitia offerta dal Vescovo di Roma alla sua diocesi. Lontana, anzi antitetica, rispetto alle posizioni di chi ha tentato di ridurre la portata dell’Esortazione, di criticarla, di derubricarla a raccolta di buoni di propositi.

D’altra parte un Papa che organizza due sinodi e due consultazioni mondiali, che scrive un ricchissimo documento post-sinodale e che al suo primo discorso pubblico dopo l’uscita del testo, ribadisce punto per punto l’esegesi che porta ad apprezzarne la portata evangelicamente rivoluzionaria, segna una traccia interpretativa luminosa e chiara. Che non si può eludere.

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