Obama stringe la mano a Castro

 

Mandela

IL PRESIDENTE USA A SOWETO RICORDA L’INSEGNAMENTO DI PACE DEL MADIBA E SALUTA IL LÌDER CUBANO

 

 

Il cielo sopra Soweto piange e i sudafricani ballano nella commozione del ricordo di Madiba. Tutto il mondo era riunito ieri nello stadio della township nera simbolo dell’apartheid e del riscatto sudafricano. Un centinaio di capi di Stato, di governo, e di vip all’asciutto nelle tribune, e gente comune con gli ombrelli aperti sulle gradinate in rappresentanza del popolo orfano del padre della loro nuova patria. Lo spirito di riconciliazione aleggia sullo stadio, si condensa nelle parole di Obama – il più incitato dalla folla: il più fischiato è stato il presidente padrone di casa Zuma – che parla dell’“ultimo gigante della Storia dal quale prendere esempio” e, passando dalle parole ai fatti, arriva spedito in tribuna e stinge la mano a Raul Castro, il presidente cubano. Mezzo secolo di crisi, scaramucce e incomprensioni, una cortina di astio reciproco – ultimo arnese ideologico della Guerra fredda – distesa nel tratto di mare che separa Stati Uniti e Cuba sollevata da un gesto di distensione. 

Davanti a una platea che più internazionale non si può – presidenti ed ex presidenti uno accanto all’altro, imbarazzanti impresentabili nel consesso mondiale con lasciapassare una tantum vista l’eccezionalità del-l’evento: c’era anche l’ottuagenario dittatore dello Zimbabwe Mugabe – Obama rende storica, ma allo stesso tempo offusca, la cerimonia per Mandela, rubando la scena al Madiba con una stretta di mano in suo nome, e dando anche un bacio a Dilma Rousseff, la presidenta brasiliana arrabbiata con la casa Bianca per lo spionaggio compiuto contro di lei dall’Nsa di Washington. Poi, quasi ebbro per il momento storico di gloria, Obama fotografa con l’autoscatto del cellulare il suo largo sorriso accanto alla premier danese e a quello britannico Cameron, sotto lo sguardo severo della moglie Michelle e poi quello scandalizzato di mezzo mondo che su Internet vede l’immagine del presidente ridanciano.

Tutt’intorno a quell’evento che fa dell’ovale di Soweto (dove avvenne l’ultima apparizione tra la folla di Mandela nel 2010) l’ombelico del mondo, il popolo sudafricano balla e canta il ricordo del suo uomo-simbolo. Preso talmente a esempio che anche il presidente del Consiglio italiano si lascia contagiare dalla retorica globale da utilizzare la figura e le gesta di Mandela come lezione per l’Europa: “Venendo qui si capisce che o l’Europa si unisce o l’Europa non conta niente. È un’impressione che da qui oggi rimando a casa in Europa. Una impressione sulla quale dobbiamo assolutamente riflettere”.

Le esequie di Mandela proseguiranno fino al fine settimana, quando ci sarà il funerale e la sepoltura; intanto i leader mondiali ripartono verso le loro capitali, e il Sudafrica s’inebria del momento di visibilità mondiale, prima di tornare ai problemi che, grazie a Mandela, non sono più la segregazione razziale, ma la segregazione economica tra ricchi (anche neri) e poveri (tanti neri).

Da Il Fatto Quotidiano del 11/12/2013: art. di Stefano Citati

 
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