verso la giornata missionaria mondiale

bel giglio

Missione, dono della fede non dispendio di energie

Nel suo primo messaggio in occasione della Giornata missionaria mondiale, papa Francesco ha di nuovo fatto emergere il carattere profondamente pastorale del suo pontificato: si nota, infatti, che il “taglio” del messaggio è connotato da un’operatività ma anche da una riflessione che scaturiscono da un’esperienza di vivo e diretto contatto con le comunità cri- stiane locali, in particolare le diocesi e le par- rocchie, che rimangono comunque e sempre «il modello ecclesiale permanente e paradig- matico, lungo i secoli» per citare un’afferma- zione di papa Benedetto XVI. Allora, che significa per la Chiesa locale es- sere una Chiesa missionaria? Prendiamo spunto esattamente dal messaggio che papa Francesco ha reso pubblico la domenica di Pentecoste.
La fede, dono da donare. Richiamandosi all’anno della fede che si avvia alla conclu- sione, papa Francesco ci ricorda che «la fede è dono prezioso di Dio». E si tratta di «un dono che non si può tenere solo per se stessi, ma che va condiviso», pena il divenire «cristiani isolati, sterili e ammalati». Un’affermazione simile ha notevoli conse- guenze a livello pastorale. Il papa le ribadisce poco più avanti, quando afferma: «La solidità della nostra fede, a livello personale e comu- nitario, si misura anche dalla capacità di co- municarla ad altri… uscendo dal proprio re- cinto per portarla anche nelle periferie». Ciò significa che possiamo ritenerci cristiani pra- ticanti perché partecipiamo ogni domenica al- l’eucaristia e magari alimentiamo la nostra pratica religiosa con un attivo impegno all’in- terno delle varie attività di una parrocchia o di una comunità. Ma questo non basta per dirsi cristiani sani e portatori di frutto. Se un cristiano non apre la propria esperienza in- tima e profonda del Cristo a una dimensione di testimonianza, di annuncio, di missione, è un cristiano “malato”. E di cristiani “malati” le nostre chiese sono piene. Malati di che? Malati di intimismo, ma- lati di sterili sentimentalismi, malati di no- stalgia per una fede “di massa” che non c’è più, malati di sagrestie luccicanti e di liturgie ro- boanti; malati e asfissiati da una fede che non respira bene perché lascia chiuse le porte e le finestre all’incontro con l’altro, soprattutto con l’altro che fa fatica a credere e che spesso ci mette in discussione. Se non ci apriamo alla dimensione dell’an- nuncio, il cristianesimo malato ci contagerà e ci ucciderà molto più velocemente di qualsiasi persecuzione esterna. Chiaramente, questo comporta e richiede una profonda conver- sione pastorale, a partire anche dalle strutture che la sostengono. Sembra di sentire riecheggiare, in questo messaggio così come in molte altre sue affer- mazioni da quando Bergoglio è stato eletto ve- scovo di Roma, le parole e le tesi presenti nel documento finale della 5ª Conferenza del- l’episcopato latinoamericano di Aparecida (2007), che lo ha visto protagonista, e che parla esplicitamente di «conversione pasto- rale» come di uno stile credente che «esige che si passi da una pastorale di sola conservazione ad una pastorale decisamente missionaria. Solo così sarà possibile che l’unico pro- gramma del vangelo continui a entrare nella storia di ogni comunità ecclesiale con un nuovo ardore missionario, facendo sì che la Chiesa si manifesti come una madre che va in- contro, una casa accogliente, una scuola per- manente di comunione missionaria» (cf. DA 370).
La missione paradigma della vita cri- stiana e della pastorale. «La missionarietà – continua Francesco nel messaggio – non è un aspetto secondario della vita cristiana, ma un aspetto essenziale». E ancora: «La missio- narietà non è solamente una dimensione pro- grammatica nella vita cristiana, ma anche una dimensione paradigmatica che riguarda tutti gli aspetti della vita cristiana». Rischiando di sentirci accusati di eccessivo fanatismo per la missione, quasi dimenticando che prima di guardare ai problemi che ci sono “nel mondo” occorre guardare alla realtà “all’interno” delle nostre comunità (l’annosa questione della di- stinzione tra «missione ad extra» e «missione ad intra»), noi “addetti ai lavori” abbiamo spesso sottolineato che la sensibilizzazione missionaria all’interno di una comunità par- rocchiale o diocesana non è “una delle tante attività da fare”, ma uno stile, un modo di es- sere, una modalità di testimonianza cristiana che pervade completamente la vita di una co- munità. Come ci ricorda il papa, la dimen- sione missionaria all’interno di una comunità si rende concreta nella capacità di «portare con coraggio in ogni realtà il vangelo di Cri- sto, che è annuncio di speranza, di riconcilia- zione, di comunione, di vicinanza di Dio, della sua misericordia…, di amore di Dio che è ca- pace di vincere le tenebre del male e di gui- darci sulla via del bene». Allora, missione è soprattutto un modo di essere nella comunità, non una cosa in più da fare rispetto alle altre. Stabilire delle priorità nella prassi pastorale di ogni singola Chiesa locale ha certamente il suo significato e la sua importanza: non possiamo, tuttavia, permet- terci di ritenere che la dimensione missionaria possa essere considerata un affare per pochi, un’attività per tecnici, una specializzazione pastorale da affidare a chi ha maggior sensi- bilità verso temi come la mondialità, la soli- darietà, la cooperazione internazionale. Ri- schieremmo, nella migliore delle ipotesi, di delegare la missione a un gruppo di fedeli di élite; ma, ancor peggio, la vedremmo come un disturbo all’ordinarietà della prassi pastorale nelle nostre parrocchie; o, addirittura, la ren- deremmo un elemento snaturante dell’iden- tità della Chiesa, ridotta così – come disse il papa ai cardinali all’inizio del suo pontificato – alla stregua di una «ong pietosa» che fa delbene ma che non confessa né annuncia Cri- sto.
Inviare in missione non è una perdita, ma un guadagno. Il messaggio di Francesco, prima di concludere con un ricordo partico- lare per tutti i missionari e le missionarie sparsi in ogni parte del mondo e per i cristiani che vivono situazioni di particolare dramma- ticità e persecuzione a causa della loro fede, ci ricorda un altro aspetto importante, che as- sume sempre di più le caratteristiche di un fe- nomeno di attualità. Ci parla, infatti, del ge- neroso impegno delle giovani Chiese che «in- viano missionari alle Chiese che si trovano in difficoltà, non raramente di antica cristia- nità». Oltre a rilevare che si tratta di un feno- meno molto attuale e sentito nelle Chiese di antica tradizione (solamente in Italia con- tiamo almeno 3.000 tra sacerdoti, religiosi e religiose non italiani presenti nelle nostre co- munità), il papa ci ricorda che questo non de- v’esser visto come una perdita o una sconfitta, né per le Chiese di antica tradizione (in quanto incapaci di avere nuove vocazioni mis- sionarie) né per le giovani Chiese (che, la- sciando partire molti dei loro membri, po- trebbero sentirsi “svuotate” di nuove energie). Invita infatti le Chiese locali, soprattutto nella persona dei vescovi, a «sostenere con lungi- miranza e attento discernimento, la chiamata missionaria ad gentes, sapendo che «donare missionari e missionarie non è mai una per- dita ma un guadagno». E questa dev’essere un’attenzione «presente anche tra le Chiese che fanno parte di una stessa Conferenza epi- scopale o di una Regione», rilanciando così il concetto di missio inter gentes. Ciò significa che non possiamo accampare scuse: non è possibile rinunciare a una pro- fonda e seria pastorale vocazionale missiona- ria solo perché preoccupati di mantenere un numero adeguato di sacerdoti e religiose per le nostre comunità cristiane. Una pastorale di mantenimento non porterà mai frutto, perché induce una comunità a continuare a guardare a se stessa e ai suoi problemi, affogandovi dentro in quanto incapace di offrire una pro- spettiva nuova grazie ad un’ottica diversa e più obiettiva. Aprirsi alla missione ad gentes porta le Chiese di antica cristianità a ritrovare «l’entusiasmo e la gioia di condividere la fede in uno scambio che è arricchimento reci- proco». Insomma, lasciar partire missionari e mis- sionarie dalle nostre comunità non significa perdere “forza lavoro” o avere meno “operai nella messe” di casa nostra: significa piuttosto sapere che una fede donata è una fede raffor- zata, mentre una fede conservata – sia pure con tutti i buoni propositi e le migliori inten- zioni – rischia di ammalarsi e di morire soffocata.
don Alberto Brignoli Ufficio nazionale Cei per la cooperazione missionaria tra le Chiese

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