Lettera aperta a papa Francesco di un vescovo

abbracio papale

Lettera aperta di Claude Dagens, vescovo di Angoulême a papa Francesco: grazie di averci consigliato non solo una pastorale dell’accoglienza ma del cammino, per formare una chiesa “capace di decifrare la notte contenuta nella fuga di tanti fratelli e sorelle da Gerusalemme”
in “La Croix” del 30 settembre 2013 (traduzione: www.finesettimana.org)

Caro papa Francesco, l’indomani della sua elezione, nel marzo 2013, il nostro amico cardinale francese Roger Etchegaray le ha inviato una poesia nella quale esprimeva con finezza la sua gioia e la sua fiducia. Mi permetta di esprimerle oggi la mia viva riconoscenza per le riflessioni che ha voluto affidare alle rivista dirette dai suoi fratelli gesuiti. Tutti percepiscono due insistenze particolarmente forti nelle sue parole: la priorità del rinnovamento della vita cristiana rispetto alla riforme istituzionali e l’appello a non mettere i problemi morali e le soluzioni disciplinari al posto dell’essenziale, che si trova nella Rivelazione di Gesù Cristo Salvatore. Queste due insistenze sono profondamente rivelatrici e anche molto tradizionali. Tutti coloro che hanno letto Vera e falsa riforma della Chiesa di padre Yves-Marie Congar  sanno bene che, in tutto il corso della storia, le riforme nella Chiesa sono inseparabili da un lavoro in profondità che ridà a Gesù Cristo il suo posto centrale nella fede e nella vita cristiana. Benedetto, Francesco, Ignazio e molti altri, sono stati donati da Dio per suscitare quel rinnovamento spirituale che prepara le trasformazioni di strutture. Grazie di ripeterci che “la prima riforma deve essere quella del modo di essere” e che “i ministri del Vangelo devono essere degli uomini capaci di riscaldare il cuore delle persone, di camminare nella notte con loro, di saper dialogare e anche di scendere nella loro notte, nel loro buio senza perdersi”. Che belle scoperte e che begli incontri ci aspettano allora, su quelle strade aperte! Quanto alla morale cristiana, a partire dal Vangelo e come nelle lettere dell’apostolo Paolo, essa deriva dalla Rivelazione di Cristo che “viene a cercare e a salvare ciò che era perduto” (Luca 19,10). Grazie, papa Francesco, di avercelo detto che chiarezza: “ Non possiamo insistere solo sulle questioni legate ad aborto, matrimonio omosessuale e uso dei metodi contraccettivi”, e “dobbiamo trovare un nuovo equilibrio, altrimenti anche l’edificio morale della Chiesa rischia di cadere come un castello di carte, di perdere la freschezza e il profumo del Vangelo”. Ma possiamo fin d’ora, come ha consigliato ai vescovi del Brasile, praticare la pastorale non solo dell’accoglienza, ma del cammino, alla luce della racconto dei pellegrini di Emmaus, formando “una Chiesa capace di decifrare la notte contenuta nella fuga di tanti fratelli e sorelle da Gerusalemme”. Grazie, caro papa Francesco, di incoraggiarci a questo lavoro continuo di presenza e di discernimento. Ma la cosa più bella delle sue riflessioni mi sembra ancor di più, non nell’apertura al mondo, come abbiamo detto talvolta in maniera ingenua, ma nel suo appello all’apertura esigente del cuore e dell’intelligenza, che impedisce ogni propensione al ripiegamento e alla diffidenza, e anche al sogno “occupare spazi di potere”. Mi auguro che il suo avvertimento sia ascoltato: “Le lamentele mai ci aiutano a trovare Dio. Le lamentele di oggi su come va il mondo ‘barbaro’ finiscono a volte per far nascere dentro la Chiesa desideri di ordine inteso come pura conservazione, difesa. No: Dio va incontrato nell’oggi”. Questa concezione così tradizionale della presenza di Dio nella storia mi fa pensare a padre de Lubac e alla sua Meditazione sulla Chiesa, scritta verso il 1953, in un’epoca in cui era messo a dura prova. Quell’uomo di cuore e di intelligenza ha attinto allora nelle fonti cristiane questo modo aperto di intendere la fede, che lascia spazio all’incertezza umana per dare tutte le sue chances a ciò che Dio ci rivela e ci dà. Caro papa Francesco, avrei ancora molte cose da dirle, ringraziandola per aver parlato di quei pittori, di quei musicisti e di quegli scrittori che lei ama. Spesso ho contemplato il quadro di Caravaggio a San Luigi dei Francesi, e quel raggio di luce che va da Gesù al pubblicano Matteo, “quel peccatore su cui si è posato lo sguardo di Gesù”. Mi piace anche molto, a poca distanza, nella chiesa di Sant’Agostino, la Madonna dei pellegrini, sempre di Caravaggio. Nelle braccia di
sua madre, il Bambino Gesù irradia luce, e Maria si rivolge a quell’uomo e a quella donna anziani che sono inginocchiati davanti a lei. L’uomo e la donna pregano entrambi, ma in modi diversi. L’uomo è curvo, implorante e si vedono i suoi piedi nudi a terra. La donna, invece, è come in dialogo con la Madonna, la guarda, la ringrazia, mentre l’uomo si rivolge piuttosto al Bambino che lo benedice. Il mistero della nostra umanità è lì rappresentato: la presenza illuminante di Gesù, l’amore di sua madre e quel bell’abbandono dell’uomo e della donna che vivono un momento di eternità. Ecco il mistero della Chiesa: nella notte da cui sorge la luce, continuiamo a camminare, e Dio è lì, e la sua benedizione ci accompagna! Grazie, caro papa Francesco, di essere con noi su questo cammino aperto! Che lo Spirito Santo le conceda di aprirlo ancor di più, in nome della misericordia di Cristo!

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