i primi posti e gli ultimi posti

 

 

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un bel commento di don Luciano Cantini al vangelo di domani domenica 22° del tempo ordinario: la ricerca dei primi posti ,,,

 

Sceglievano i primi posti
Siamo assillati dalla fatica di arrivare, di conquistare un posto nella società e dei suoi simboli… probabilmente non è questione di oggi se Gesù a un banchetto ha notato certi cercatori di posti di prestigio. Allora, come oggi, la competizione aveva i suoi fautori e le sue vittime. È anche vero che il progresso di persone e di popoli trova nella competizione un motore efficace. È altrettanto vero che la competizione ha finito per ossessionarci, sia sul piano personale, sociale che internazionale. Così il nostro giudizio su persone e popoli è condizionato da questo criterio ed apprezziamo chi ha avuto la capacità di mettersi in mostra indipendentemente dai valori vissuti; anzi certe furberie o stratagemmi non del tutto onesti vengono valutati con ammirazione se hanno raggiunto lo scopo. In altre parole chi prevale ha ragione. Il cercare o scegliere i primi posti ha in sé una perversità più o meno palese.

L’ideologia del prevalere purtroppo miete le sue vittime, sono gli scartati della società: i disoccupati, gli inoccupati, i precari, gli esodati, gli emigrati, i disadattati… l’elenco è terribilmente lungo. Se guardiamo con attenzione è la nostra società occidentale – quella che si identifica con la cultura cristiana – che ha prodotto tanta emarginazione. La nostra è una società, nel suo complesso, che cerca il primo posto, fatta di tanti che arrancando alla ricerca di un posto più elevato hanno creato lobby e centri di poteri, piccoli o grandi, leciti o illeciti.

Va’ a metterti all’ultimo posto
Gesù ci offre una ricetta alquanto semplice da comprendere e tanto difficile da praticare se non rompendo gli schemi sociali che ci costruiscono.
Il primo ingrediente è mettersi agli ultimi posti, alla periferia della umanità. È un punto di vista privilegiato, come quello dei cagnolini ai piedi del tavolo (Mt 15,27), o di Gesù al di sotto del Sicomoro (Lc 19,5), o ai piedi dei discepoli (Gv 13,5), ed ancora di più quello della croce (Fil 2,8). Scegliere l’ultimo posto fa parte della dinamica della incarnazione, il mistero stesso di Cristo che non si è limitato a regalarci parabole e parole. Tutta la sua esperienza terrena è stata scegliere l’ultimo posto, ed ha lottato per farlo anche quando volevano farlo re (Gv 6,15) o travisavano la sua realtà di messia (Mc 8,33). Scegliere l’ultimo posto è entrare nella dinamica di incarnazione del Signore: la vera imitazione di Cristo sta proprio nell’accettare questo mistero di annichilimento e andare controcorrente nella società di oggi, sia civile che ecclesiale.

Invita poveri, storpi, zoppi, ciechi
Secondo ingrediente della ricetta che Gesù ci offre è invitare i poveri alla nostra tavola.
Questo ingrediente è un po’ sibillino; a prima vista invitare a tavola gli ultimi sembra quasi mettersi in condizione di ridare dignità alle persone che l’hanno persa. Una azione umanitaria se non filantropica. Gesù stesso ci invita a dare da mangiare a chi ha fame e vestire chi è nudo (Mt 25,35), c’è un servizio di carità da offrire ai poveri, un impegno di solidarietà e di comunione. Su questo la Chiesa è stata maestra al mondo intero. In questo impegno di carità c’è però un sottile sentimento di reciprocità, un contraccambio tra il dono e la gratitudine, tra ciò che è stato fatto e la soddisfazione di averlo fatto. C’è nascosto sottilmente la realtà di rimanere al primo posto per offrire, aiutare, donare, elargire…
La ricetta che il Signore ci dice nella parabola ha una prospettiva diversa: sedersi a tavola insieme nella totale gratuità. Mettersi allo stesso livello perché i poveri, coloro che in qualche modo sono gli emarginati (non sempre privi di cose) hanno qualcosa da dirci, ci offrono un punto di vista del mondo (e del vangelo) totalmente nuovo. Gesù è andato a casa di Zaccheo (Lc 19,7), si è fermato a mangiare con Matteo (Mt 9,10).
Scegliere gli ultimi, proprio perché esclusi, significa imparare a non escludere, a non lasciarsi abbagliare dalle apparenze o dai titoli onorifici, per stare al passo di tutti. Questo non significa che non dobbiamo impegnarci ad alleviare, consolare e se possibile risolvere i problemi della povertà e della esclusione, ma prendere coscienza che nella Storia della Salvezza e nel Vangelo i poveri (gli Hawim) sono i depositari della verità e del rapporto autentico con Dio; più che una dimensione sociale sono una categoria teologica, sono una Verità proprio perché priva di orpelli e sovrastrutture. Coloro che vivono alla periferia, se non ai margini di una società autoreferenziale possono insegnarci tolleranza, solidarietà, giustizia sociale, corresponsabilità. Possono aiutarci a comprendere la sobrietà, l’essenzialità, la capacità di accontentarsi, forse anche la forza di affrontare i sacrifici necessari, con un nuovo gusto di vivere.
Con gli ultimi è possibile recuperare il senso autentico della realtà per ripartire con entusiasmo e ritrovare la gioia (il banchetto) della vita.

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