addio ‘monsignore’

papa veglia

Riforma della Curia,

il Papa congela il titolo di monsignore

Franca Giansoldati
  «Monsignore ma non troppo»

Ricordate il quarto episodio della celebre saga di Don Camillo e Peppone, che narrava le vicende del vulcanico parroco di Brescello, interpretato da Fernandel e del sindaco comunista interpretato da Gino Cervi? Entrambi ormai invecchiati erano in procinto di ottenere una agognata promozione, il primo del titolo di monsignore mentre il secondo era prossimo a diventare senatore. Il film che all’epoca riscosse grande successo, oggi, viste le nuove disposizioni di Papa Francesco, suona alquanto anacronistico. A Don Camillo, nella Chiesa di Bergoglio, non sarebbe mai arrivata l’onorificenza tanto desiderata perché l’appellativo di monsignore è stato congelato. Da mesi la Segreteria di Stato, per ordini superiori, non autorizza più questi titoli. La decisione stabilita già nel primo periodo di pontificato si è protratta fino ad oggi e probabilmente resterà bloccata per chissà quanto. C’è chi dice che si tratta di una misura temporanea, non di una abrogazione tout cour, probabilmente in attesa di capire come riformare la curia e i suoi uffici secondo criteri di sobrietà e semplicità, spazzando via privilegi e titoli che a Bergoglio appaiono altisonanti e un po’ fuori tempo. La Chiesa del futuro, lo ha ripetuto tante volte Francesco, deve essere popolata da preti non clericalizzati, parroci non carrieristi, pastori attenti alle periferie esistenziali e a chi si è allontanato. Una delle espressioni più colorite usate da Francesco per dire che i parroci devono tornare all’essenziale, alla testimonianza è che devono evitare di «mettere i bigodini alle pecore». In questa prospettiva ecclesiale difficile non rivedere anche i titoli onorifici dei monsignori che anticamente erano attribuiti in Francia al Delfino e agli eredi al trono e poi passarono alla corte pontificia durante la dimora avignonese, agli inizi del XIV secolo. Insomma, monsignore ma non troppo. Di questo titolo, prima del 1968, erano insigniti anche tutti i prelati appartenenti alla Cappella e alla Famiglia pontificia, poi in seguito al riordinamento generale della Casa Pontificia voluto da Paolo VI con il Motu Proprio Pontificalis Domus, hanno diritto ad essere chiamati così i protonorari apostolici, i prelati d’onore di Sua Santità e i cappellani di Sua Santità. In linea teorica qualsiasi ecclesiastico può ottenere il titolo basta solo che il vescovo diocesano sponsorizzi la pratica a Roma, spiegando i meriti del parroco. REVISIONE La pratica arriva in un ufficio della Segreteria di Stato che si occupa del settore. Se le carte sono approvate, passano alla firma del Papa. Un’altra strada, più breve, per diventare monsignori, è essere nominati direttamente dal pontefice, senza passare dal vescovo. Ogni anno il Vaticano ‘produce’ diverse centinaia di monsignori. Attualmente il congelamento esteso a tutte le diocesi non vale però per i membri del corpo diplomatico, gli unici ad essere stati graziati dalle nuove disposizioni, che continuano così a diventare monsignori tra i mugugni generali per via della disparità, anche se si tratta di numeri contenuti. Il titolo, si sa, è piuttosto ambito dato che consente di indossare la veste filettata durante le cerimonie. Forse fa chic. Uno dei primi vescovi che si è adeguato al nuovo corso è stato il patriarca di Venezia, Moraglia che ha fatto sapere ai suoi preti che avrebbe riservato il titolo di ’monsignore’ solo ai sacerdoti che hanno ricevuto una onorificenza direttamente dal Papa. Tutti gli altri si dovranno accontentare del «don». Moraglia ha spiegato che si tratta di «una rigorosa revisione» che rientra nello spirito di Francesco.

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