«Non siete perduti»
Davide Simone Cavallo scrive ai ragazzi che l’hanno accoltellato
in “Avvenire” del 12 maggio 2026
Pubblichiamo ampi stralci della lunga lettera scritta da Davide Simone Cavallo, lo studente
dell’Università Bocconi di Milano aggredito brutalmente e accoltellato lo scorso ottobre da una
babygang composta da 5 giovanissimi, tra cui 3 minorenni, e depositata tra gli atti dell’inchiesta.
Avolte ancora la sento, la coltellata. All’inizio i dolori erano troppi e non si distinguevano. Dopo
giorni, quando si sono sedimentati, è rimasta quella sensazione, un dolore puntato, una forte fitta
ripetitiva dietro il fianco sinistro, quando penso a quel ragazzo picchiato per terra. E, ogni volta,
piango, come un bambino. Io non lo ricordo, ma il mio corpo sì. Io non dovrei essere qui. Mi
chiamo Davide Simone Cavallo, ho 22 anni e sono il ragazzo che è stato rapinato, aggredito e
accoltellato la notte del 12 ottobre vicino a Corso Como. Ci ho messo un po’ a decidere di aprirmi
ma, avvicinandosi la causa legale (20 maggio), sento sia arrivato il momento. Non so bene da dove
iniziare perciò racconto un po’ di me.
Sono un ragazzo di 22 anni a Milano. Mi piace recitare e scrivere poesie, sono anche discreto. Sono
nato a Milano ma cresciuto davanti al mare, in Sicilia, praticamente sulla spiaggia. Mi piace correre,
saltare, ballare moltissimo, fare la verticale, i tuffi, arrampicarmi sugli alberi, camminare sui mu
retti, scoprire posti nuovi. Viaggiare. Ho praticato 8 anni di ginnastica artistica e 6 di pallacanestro,
insieme a corsi di danza e vari altri sport. Mai stato fermo un minuto, anche quando non mi
allenavo. Non ho mai dimenticato la gioia di una capriola, la fierezza del riuscire a toccare il ferro
con un salto, l’invincibilità nel tagliare un traguardo dopo ore di corsa o di vincere una partita con i
miei amici. Sono una persona buona, per quanto non stia a me dirlo, voglio crederci. Amichevole
con tutti, dal genio allo sbandato, dal poco di buono allo stupido: non trovo che nessuno meriti il
mio disprezzo o la mia maleducazione. Ho una famiglia numerosa che mi ama e degli amici che mi
sanno vedere. Studio Economia dell’Arte in inglese, un corso di economia mirato ai prodotti
culturali, musica, film, quadri, spettacoli. Sono leale, curioso, gentile, appassionato fino alle ossa di
qualsiasi cosa la vita voglia regalarmi, bello e brutto: mi piace così. Ho avuto la fortuna di non
finire praticamente mai in ospedale, mai ossa rotte o salute difficile, un corpo perfettamente
funzionante, bello e affidabile. La mia agilità e riflessi sono invidiabili. Continuo a dire «sono» e
non «erano» perché non riesco ad accettare che siano perse dopo quello che mi è successo. Non
sarebbe giusto. E io credo nelle cose giuste. Perciò mi sembra corretto raccontare come sia arrivato
qui.
Una stanza grigia, scura, macchinari attaccati alle pareti e un ragazzo vestito di azzurro che mi parla
e dice «Davide stai immobile, non ti spaventare. Sei in ospedale, hai un tubo attaccato alla gola
potresti farti male. Sei stato accoltellato, ti abbiamo operato». Che cosa è successo? Dove sono?
Perché mi sto svegliando qui? Che ore sono? Che giorno è? Le gambe. Non mi sento le gambe.
Perché non mi sento le gambe? «Perché non mi sento le gambe? ». All’inizio dissero che erano
atrofizzate, che sarebbe passato subito, che dovevo provare a muoverle: la destra un po’ rispondeva,
la sinistra no. Ma le ore passavano, i giorni, e nulla cambiava. A volte ancora me lo chiedo. Perché?
Che è successo? Le vedo qui ma se provo a muoverle… a sentirle… Avevo due tubi nel petto che
andavano uno sopra uno sotto i polmoni, e succhiavano via il sangue rimasto, 18 buchi sui polsi,
qualcosa che non ho mai voluto toccare attaccato al collo e farmaci molto forti nelle vene, insieme a
sangue non mio. Non mi sento le gambe, perché? Ancora me lo chiedo a volte, sapendo che quasi
sicuramente non avrò mai risposta… I primi giorni in intensiva sono stati un inferno, non potevo
muovere che un braccio, non potevo mangiare né bere, non sapevo che ore fossero, non vedevo il
sole, non ricordavo niente degli ultimi 5 giorni della mia vita… più ci pensavo più diventava
faticoso ricordar qualcosa di debole delle ultime due settimane. Mi dissero che per un po’ mi
avevano dovuto legare le mani perché tentavo di strappare i tubi, mi sentivo tutto intorpidito. Poi la
morte. Sentivo persone che stavano male non potevo girarmi a guardarle, vedevo un signore davanti
a me con un tubo in gola che muoveva febbrilmente le mani per aria e di tanto in tanto sembrava
chiamasse la figlia. Io, in tutto questo, ero imbottito di farmaci molto potenti: fentanyl, popofol,
morfina. Non potevo chiudere gli occhi perché vedevo, sentivo cose, non potevo aprirli perché un
essere nero, strano, con solo gli occhi e nessuna bocca mi si avvicinava di tanto in tanto, passo dopo
passo, e io non potevo muovermi, non potevo scappare, non potevo girarmi dall’altro lato senza
farmi male, distoglievo lo sguardo di botto, immobile, sperando sparisse ma lo sentivo lì, lo sapevo
lì: avevo paura.
Una paura matta, tremenda, indescrivibile, la più profonda che abbia mai provato, una paura che ti
fa sbarrare gli occhi al buio, tremare e rompere la voce, ogni secondo, ogni attimo; ero fuori
pericolo? Sì, credo di sì ma era come se la morte mi fosse rimasta addosso, mi girasse attorno
mentre non guardavo, sapendo che non sarei potuto andarmene anche se mi avesse accarezzato. Una
paura fuori da ogni immaginazione, volevo la mamma, cercavo mia mamma. Continuavo a piangere
senza potermi fermare, le lacrime scendevano mentre gli infermieri mi parlavano e gli operatori
sanitari mi pulivano e spostavano. Sapevo che stava arrivando qualcosa, il corpo sentiva la paura di
quello che era iniziato. Giorni. Giorni e giorni di paura. Potrò muovermi? Potrò camminare? Potrò
fare pipì? Che cosa sta succedendo? Perché mi fa male? Cosa che non tutti sanno, le problematiche
che una lesione midollare può causare non si circoscrivono al non muovere. Vanno dal non sentire
al non riuscire a urinare o sentire le parti intime, fitte casuali, ferite da immobilità (piaghe da
decubito) lente a guarire per la circolazione ridotta, non sapere dove sono le gambe e spasmi
involontari, ripetitivi e dolorosi. Le mie giornate da 6 mesi a questa parte la mattina iniziano con
tubi, pillole e medicazioni, per finire con punture, scarichi e contrazioni involontarie.
Le cose vanno così a causa di 5 ragazzini arrabbiati col mondo. Non mi nasconderò dietro un dito.
Quando ho saputo della loro età, a parte l’incredulità, mi si è fatto pesante il cuore: mi dispiace per
ogni giorno che passano in galera, mi dispiace davvero. Sono troppo giovani per non vivere il
mondo. E nonostante questo, lo ero anch’io. Persino adesso, possono usare le proprie gambe,
sentirle attaccate al corpo, fare sport. Non è scontato. Ormai lo so. La cosa più dura di tutte è forse
che in tutto ciò, io, per come sono fatto, quella sera, avrei teso loro la mano. Gli avrei chiesto come
andava la serata, che facevano, se avessi potuto veramente aiutarli l’avrei fatto. Perché sono fatto
così. E perché sembrano 5 ragazzi come altri, che volevano divertirsi, con cui sarei potuto essere
amico. Non sembravano questo mio penoso futuro, non sembravano cattivi. E, invece, eccomi qui, a
combattere ogni giorno per la qualità dei prossimi anni della mia vita, a cercare di recuperare il più
possibile, concentrarmi, lavorare, motivarmi, pazientare. Tutto ciò che mi sono riguadagnato è
grazie a Dio, i dottori, le mie persone e me stesso. I problemi neurologici non «guariscono»
solamente. Si compensano. Il mio sistema non deve ricreare tessuti interrotti (impossibile per il
midollo), ma aggirarli, riapprendere nuove strade per fare le cose, risvegliare le parti intorpidite.
Come si impara a fare il giocoliere io devo reimparare a muovermi. Ogni movimento ripreso è
frutto della mia voglia di vivere e forza di volontà. Un gesto mi sta costando anni della mia vita,
dolore e una quantità di forza inimmaginabile. Tuttavia, provo a capire. Conosco la rabbia di un’età,
la frustrazione del vivere in un mondo troppo grande per noi, quel dolore immotivato frutto del non
capire e non capirsi, e inevitabilmente, non essere capiti. Non odio. Dovrei farlo, credo, sarebbe
logico, ma non mi riesce. L’odio non è logico, e manco io. A volte penso che il mio cuore ha già
perdonato un po’ quello che mi è stato fatto, perché so come si sentono i responsabili, o almeno mi
piace pensarlo, quanto probabilmente ne soffrano, quanto è facile fare cazzate immense quando ci si
perde. Se sei veramente in grado di metterti nei panni di chi dovresti odiare, forse, sei in grado
anche di perdonare. E qualche parte dentro di me, che non voleva finisse così, lo ha fatto. Ho
compassione per loro e li abbraccio.
Come devo gestire, giorno dopo giorno, negli anni, cose simili? Che effetto avrà? Che dovrei fare io
ora? Sembra mi sia stata strappata metà della vita in un colpo solo, mi sento di levitare nel mio
stesso corpo, stretto da nodi, non riesco a riempirmi. Ero veloce, modestamente agile, bravo in tutti
gli sport, ne andavo fiero, mi faceva sentire sicuro. Ora devo concentrarmi per non far cedere le
ginocchia quando sto su. Dove sono io? Sono questo ormai? Avrei voluto scoprire qual era il
massimo che potevo raggiungere, e non sarà mai più possibile. In qualunque modo sarebbe andata
la mia vita se non avessi subito un’aggressione che ha causato un’ischemia midollare a livello
dorsale a 21 anni, io non lo potrò mai sapere. Il ragazzo che correva e saltava e ballava non esiste
più se non nella mia immaginazione e in quel che riesce questo nuovo corpo. Questo sono io
adesso. Non l’ho deciso io, non posso cambiarlo, mi fa un male cane ogni istante che passo così e a
temere per il mio futuro, ma non posso farci niente. Nella realtà delle cose a me non è mai
importato chi esattamente ha sferrato la coltellata. Nel momento stesso in cui mi hanno iniziato a
picchiare nessuno aveva già più a cuore la mia incolumità, sono diventato un oggetto, un palloncino
da scoppiare per gioco. È difficile razionalizzare una cosa del genere. Inoltre, per quanto contento
che non tutti i coinvolti si siano dati alla violenza, non sono d’accordo con la giustificazione del
«ero lontano, non potevo fare niente». Proprio chi è amico degli aggressori è forse l’unico capace di
fare qualcosa senza prenderle al posto della vittima. Chissà che con un “Ragazzi che fate?
Lasciatelo in pace!” nessuno di noi sarebbe stato qui a parlarne. Se avessi visto quella scena dal di
fuori sarei intervenuto, con intelligenza. Ma anche a costo di rimetterci: nessuno merita di passare
quello che ho vissuto. Penso che il mondo sarebbe un posto migliore così. Io, quella sera, volevo
solo tornare a casa, mettermi a dormire e svegliarmi la mattina dopo come tutti i giorni. Invece sono
qui a farmi forza, a cercare di dare un senso a quel che un senso non ne ha, a rimettere insieme i
pezzi del mondo, crudele ma prezioso, che mi è rimasto. A tentare di trovare una placidità che mi
permetta di andare avanti e guardare in faccia i responsabili dopo tutto questo. E mi trovo spesso a
chiedermi perché debba vivere tutto ciò, perché debba domandarmi quanti soldi valga una vescica,
quanti anni di galera il mio sesso, quanti mesi un passo. Quanto è grande il pezzo di cielo che mi
tocca scambiare con loro? Da dove dovrei cominciare? Non lo so, e fortunatamente non sta a me
rispondere a queste domande. Ma non posso iniziare a mettere da parte sogni adesso. Mi rifiuto. Per
questo metto tutto me stesso in ogni attimo di lavoro, di vita, di guarigione; la mia concentrazione,
speranza e forza sono tutte riposte lì, insieme alle paure e i dubbi. Non riesco a scinderli ma so che
un lato sarà più forte dell’altro se lo nutro, lo accolgo, lo sprono. Se anche lontanamente è possibile
riuscire, perché non io? Risparmiamoci le congratulazioni per la forza, la grande resilienza. Il punto
è: avevo altra scelta? No. Queste cose non lasciano scelta. O ci credi veramente di uscire, o
marcisci, fino a non riconoscerti più. Vorrei evitare. Tralascio l’aspetto più vitale e che forse più mi
strugge: la mia famiglia. Gli anni che hanno perso i miei nonni quando hanno saputo dell’accaduto,
il dolore fisico e mentale dei miei genitori, i pianti dei miei amici, lo sguardo e la sofferenza di mio
fratello, le preghiere, la rabbia e la paura di tutte le persone che mi amano. Le ore spese in ospedale,
i viaggi, il lavoro che i miei hanno bruscamente interrotto, l’immensa frustrazione del non potermi
aiutare direttamente e a volte nemmeno capire, il vedermi irritato furioso depresso, incapace di
alzarmi, di parlare a volte.
Per quanto riguarda i ragazzi responsabili, mi auguro facciate qualcosa di costruttivo di questo
periodo, so che è difficile, ma non abbiamo altra scelta. Abbiate pietà di voi stessi, non lasciatevi
definire da quello che è successo. Non siete perduti. Potete fare ancora tante cose belle nella vita.
Non smettete di crederci, io con voi. Ringrazio più di tutti il cielo, la mia famiglia e i miei amici.
Ma poi i dottori che mi hanno salvato la vita, i fisioterapisti, i terapisti occupazionali, gli infermieri,
gli operatori sociosanitari, i miei compagni di reparto, gli autisti di ambulanze, gli addetti alle
mense, gli amici con cui ho condiviso la stanza, le signore delle imprese di pulizie che lavoravano
negli ospedali e chiunque si sia preso cura di me in questi mesi, anche un secondo, anche soltanto
sfamandomi o ordinandomi camera. Ricordo tutti i vostri nomi, lo sapete. Grazie alle ragazze che
hanno chiamato i soccorsi, al sistema giudiziario e gli agenti e ispettori che hanno collaborato al
caso. Grazie ai conoscenti, agli sconosciuti e tutti coloro che hanno pregato per me, di cuore. Grazie
a mia madre e mio padre, mie colonne, e a mio fratello, che, seppur più giovane, si dimostra sempre
più grande di me. Grazie alla mia seconda famiglia, L’Unità Spinale dell’Ospedale Niguarda, dove
ho reimparato a vivere. Grazie agli 8 donatori inconsapevoli, il cui sangue mi ha fatto battere il
cuore quando c’era bisogno, e alle mie dottoresse, Alessandra e Annalisa. E un grazie speciale a
Lina, Jessica e Sara. In particolare, però, grazie Angelica, la prima ad avermi fatto vedere che ero
ancora in grado di stare in piedi da solo. Mi hai salvato più della vita. Grazie alla luce. Mi chiamo
Davide Simone Cavallo, 6 mesi fa sono stato accoltellato e ho quasi perso me stesso e l’uso delle
gambe. Sono un ragazzo come altri, solo più fortunato, forse, e un po’ ferito. Non mi sono mai
arreso e oggi sono qui.
Davide Simone Cavall


