una serata con alcuni (pochi, ma buoni!) amici dell’u.n.p.r.e s.

 venerdì, 16 maggio, una bella seratina alle Budrie tra alcuni amici dell’u.n.p.r.e s.: pochi ma buoni, è il caso di dire … con un pizzico di autoincoraggiamento, a dare il bentornato a Gabriella e marito dalla lunga  tourné nel nord, con Luigino e la sua polenta bianca, con Flavio sempre più pimpante e quasi pronto ad un ritorno fra i suoi amici sinti, col Ciccio che li rappresenta, con le due Luigine, col Beppe col suo bel barbone intonso e Laura che c’è e non … c’è, per il fatto che, chissà perché, dopo un uso ‘a mitraglia’ della macchinetta fotografica, sembra stata da questa penalizzata escludendola da tutte e tre le foto …

bol 1

 

 

 

 

 

 

pochi ma … buoni, i migliori!

 

 

 

bol 3

 

 

 

 

 

 

una buona tavola riunisce più che lunghi discorsi o

lunghe riflessioni sull’u.n.p.r.e s.

 

bol 4

 

,

 

 

 

 

una cenetta un pò spartana, sicuramente un pò scondita

e sciocca (come dicono in Toscana), ma che, consumata in

amicizia, pare (soprattutto alla gentilissima Laura – la più

gentile fra tutti noi! – ) di più di quanto in realtà sia;

nel dopo cena le profonde e acute riflessioni di Luigino mi hanno

buttato in tilt, mi hano serrato gli occhi e spedito a letto

“io prete degli zingari”: don Mario

 

don Mario

Don Mario Riboldi
Io prete degli zingari
Da oltre quarant’anni vive in una roulotte e percorre l’Italia per evangelizzare rom e sinti: condivide le usanze dei nomadi e ha tradotto il Vangelo nella loro lingua. Assicura: «Sono un popolo molto religioso»

 

Don Mario, “nomade tra i nomadi”

«Ero prete da un mese e stavo andando in bici a confessarmi, quando ho visto un gruppo di zingari e mi sono chiesto: chi porta il Vangelo a questo popolo? Sono passati 60 anni ed eccomi qua». “Qua” è un piccolo campo di Brugherio (in provincia di Monza), dove monsignor Mario Riboldi, che qualcuno chiama “Mario degli zingari”, vive da vent’anni insieme ad alcune famiglie di sinti tedeschi e italiani e di rom ungheresi. Con lui – cappellaccio nero in testa e baffetti tagliati corti – vive il padre barnabita Luigi Pieraboni, in una roulotte piccola ma accogliente.

All’interno del campo, un container di circa cinque metri per due è stato trasformato in una vera chiesetta. Il tabernacolo richiama la tradizione nomade: è una piccola tenda in stoffa, con i colori del tempo liturgico, mentre la Bibbia è sul trincast, un supporto di tre legni sul quale i rom in passato appoggiavano la padella per cucinare. Qui don Mario e padre Luigi celebrano tutti i giorni la Messa e recitano il Rosario con alcuni abitanti del villaggio di case in legno e roulotte. «Tra pochi giorni partiamo per Salerno, dove seguiamo un gruppo di rom italiani, poi andremo a Cuneo dai sinti piemontesi», mi raccontano. Da decenni, don Mario, brianzolo di 85 anni, gira l’Italia e l’Europa per dedicarsi alla pastorale dei rom e sinti, di cui a lungo è stato l’incaricato nazionale: «Mi presento con la Bibbia in mano e così si cammina».

Il primo a sostenerlo fu l’allora cardinale di Milano Giovanni Battista Montini: «Gli scrissi che avevo conosciuto un gruppo di sinti e si entusiasmò. Nel 1962, lo accompagnai a incontrare un gruppo di zingari croati e abruzzesi che vivevano in tende in un bosco vicino alla mia parrocchia. Disse: “Vi chiederete: cosa viene a fare quest’uomo vestito di rosso in mezzo a voi?”. Poi recitammo l’Ave Maria davanti a un piccolo altare alla Madonna del Rosario, allestito con un tappeto persiano». In quell’occasione, Montini disse a don Mario: «Tra due anni, ti lascio partire». Ma poi accadde l’imprevisto: Montini divenne papa Paolo VI. La faccenda si arenò fino al 1969, quando il cardinal Colombo gli disse: «Va bene, posso lasciarti andare. Vediamo cosa combini». Don Mario lasciò la parrocchia e divenne il primo prete ad andare a vivere tra gli zingari.

Racconta: «Sono un popolo a cui, pur vivendo in Europa, è spesso mancata un’evangelizzazione; ma gli zingari sono profondamente religiosi. Lo vedo ad esempio nel culto verso i defunti. Ho dovuto “superare” la mia mentalità, per penetrare nella cultura di questo popolo così strano, sparso un po’ ovunque in tutto il mondo».

Don Mario ha imparato le usanze degli zingari e la loro lingua, il romanès, per riuscire ad andare fino in fondo nei rapporti. Ha inventato canzoni religiose, ha tradotto i Salmi e il Vangelo di Marco in cinque differenti lingue dei rom e sinti. Spiega: «Dedico grande attenzione alla conoscenza dell’Antico Testamento. Nell’esilio e nelle vicissitudini del popolo ebraico, si possono trovare molti parallelismi con la storia degli zingari, spesso cacciati dai Paesi europei. C’è poi una grande domanda sulla vita dopo la morte, che si accompagna all’idea che i defunti continuino a proteggere i loro cari. Spesso dicono: “Se non ci fossero stati i miei morti e Dio, sarei morto in quell’incidente”».

«Non solo il missionario porta, ma riceve molto. L’incontro profondo ti mette in crisi, perché non ti senti più l’uomo perfetto che arriva e spiega tutto. Avvicinando popolazioni diverse dalla propria, si impara a essere un po’ più universali, un po’ più “cattolici”. Un pizzico, perché in realtà si rimane sempre troppo concentrati su se stessi». Per esempio, si impara ad avere una vita meno frenetica, con meno ansia del risultato: «Ricordo di aver accompagnato un prete in un campo per degli incontri: la prima volta c’erano 40 rom, la seconda 20 e poi 4. Se ne andò sconsolato. Errore! Perché i 40 volevano il prete, mentre i 4 cercavano Dio: non sempre la ricerca coincide…».

In Italia, ci sono una quindicina di preti e suore che vivono tra gli zingari, ma don Mario sottolinea un’altra realtà importante, quella delle vocazioni tra i sinti e i rom: «Fra preti, suore e diaconi permanenti zingari, ne conosciamo 170, di cui ben 40 in India».

Tra i gitani c’è anche un martire della fede: Zeffirino Jiménez Malla, ucciso durante la Guerra civile spagnola (vedi box in alto). Anche qui, c’è lo zampino di don Mario: «Ne avevo sentito parlare nel 1975, ma le cose da fare erano tante. Ne parlai con il cardinal Martini, che mi disse: “Datti da fare”. Con padre Luigi andammo in Spagna per raccogliere la sua storia, ma il vescovo della diocesi spagnola ci disse che mancava tutto: il postulatore, i soldi per sostenere le spese della causa… Anche se non avevo né l’uno, né gli altri, gli dissi: “Andiamo avanti, ci pensiamo noi”. Così, nel 1997, Zeffirino fu proclamato beato e a lui sono ora dedicate chiese in tutta Europa».

Testo di Stefano Pasta