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a proposito del centenario della grande guerra

 

 

primq guerra mondiale

per ricordare senza retorica  e mistificazioni

 

 

 

 

 

riporto qui sotto una bella riflessione di Sergio Tanzarella (docente di storia della chiesa alla Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale) che in occasione dei 100 anni della prima guerra mondiale ripensa a questa purificata da ogni memoria celebrativa, dalla solita retorica e mistificazione e menzogna che vogliono rivivere positivamente anche il negativo assoluto, assolutamente da condannare:

prima guerr mond

 

Ricordare e condannare

di Sergio Tanzarella

Sono trascorsi 100 anni dall’inizio della Prima Guerra Mondiale, tutti i protagonisti di allora – vittime e carnefici – sono morti, ma non è morta né la retorica, né la mistificazione, né la menzogna che pretende di ricordare e celebrare, oggi come ieri, la catastrofe di quegli anni.

L’attivismo celebrativo si era già messo all’opera nel 2012 con la mostra “Verso la grande guerra” al Vittoriano di Roma. Un mostra che aveva avuto come consulente storico Bruno Vespa, dando modo all’allora sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio e presidente del Comitato per la commemorazione Paolo Peluffo, cavaliere dell’ordine pontificio di San Gregorio Magno e molto altro, di affermare che «la grande guerra è stato un passaggio fondamentale nel processo di costruzione del nostro Paese perché è nell’affratellamento delle trincee il primo momento vero in cui si sono “fatti” gli italiani». Una tesi stantia che cerca, così, di riabilitare e giustificare quel massacro, collegandolo al completamento dell’unità nazionale.

E che la linea giustificazionista-governativa sia questa lo dimostra quanto ha scritto il 30 gennaio 2013 il Comitato per gli anniversari di interesse nazionale: «Se la Prima Guerra Mondiale è stata sicuramente un evento che si sarebbe dovuto evitare, perché connesso al dolore per il sacrificio di innumerevoli vite umane, tuttavia tale evento è stato pur sempre legato alla nascita di un sentimento di orgoglio nazionale, poiché ha portato a compimento il processo di unità nazionale». Linea ribadita anche dal Comitato per il centenario della Prima Guerra Mondiale: «Quello della grande guerra è un anniversario particolarmente importante per la costruzione della nostra identità europea».

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Ecco dunque la mistificazione al lavoro: unità nazionale, identità europea, sacrificio di vite umane. Ancora dopo un secolo si impone la spiegazione di un disegno superiore e alto – Italia ed Europa – rispetto al quale la morte di 700mila italiani, 500mila mutilati e feriti gravi, 300mila prigionieri abbandonati dall’Italia perché considerati disertori e codardi, errori strategici pacchiani, un indebitamento che si è estinto solo nel 1980, una truffa colossale sulle spese di guerra con imputati generali, politici, industriali tutti rimasti impuniti, cioè una catastrofe nazionale totale viene compresa ed edulcorata con la patriottarda parola del «sacrificio», riproponendo la mistica di guerra della propaganda.

La stessa propaganda che oggi si ostina ad ignorare i risultati di centinaia di ricerche storiche, scientificamente ispirate, che restituiscono a quella guerra – attraverso uno studio scientifico delle fonti – l’orrore che essa è stata. In essa tutti i progressi tecnologici dell’epoca (gas, mitragliatori, aerei, artiglieria, lanciafiamme, proiettili dum-dum) furono messi a servizio di un’ideologia di morte su larghissima scala, in grado di produrre sui corpi e sulle menti devastazioni mai viste e permanenti. Non sapevano infatti descriverle né i medici nelle autopsie né gli psichiatri davanti a nevrosi e follie mai viste prima. A questo si aggiungevano il clima di terrore tra le truppe, costrette, in una guerra di cui nulla sapevano, ad assalti continui ed inutili ad inespugnabili trincee, le decimazioni di massa, i plotoni di esecuzione per le minime infrazioni, seguendo una linea di comando che partiva dall’autore di tutti gli ordini più efferati: il generale Cadorna.

A suo servizio presso lo Stato maggiore, vi era il capitano medico, frate francescano, Agostino Gemelli. Il suo impegno di psicologo militare fu tutto rivolto a creare le condizioni perché i soldati annullassero totalmente qualsiasi senso critico e si assoggettassero ad obbedire agli ordini, quali essi fossero, senza pensare. Per ottenere questo utilizzò senza problemi ogni risorsa e stratagemma, anche ricorrendo all’universo religioso che pose a servizio della causa della guerra sempre compresa come opera salvatrice divina. Il programma gemelliano – in linea con la teologia del suo tempo – era quello di riconoscere innanzitutto il valore provvidenziale ed espiatorio della guerra. Ma egli andò oltre fino a sostenerne il valore divino. In un articolo del 1915, “La filosofia del cannone”, egli scriveva «Ho detto che la guerra è divina. Con ciò non intendo enunciare un paradosso. Io intendo dire soltanto che l’effusione del sangue umano, per opera della guerra, nelle terribili lotte dei popoli, ha un valore speciale, per il quale esso coopera al governo divino del mondo. Lo spargimento di tanto sangue innocente è una forma di espiazione della colpa del genere umano, espiazione che ha valore di rigenerare non solo individui, ma anche le nazioni». E appena due anni dopo, nel libro di psicologia militare Il nostro soldato, Gemelli teorizzerà il cannone come efficace strumento di catechesi: «Se vi ha dunque rinascita religiosa al fronte, questa si ha esclusivamente nell’ospedale. Ma la professione di fede cristiana non si realizza d’un tratto. L’educazione religiosa è stata compiuta dalla voce del cannone durante i mesi di trincea, e il soldato ha appreso questa lezione quasi senza avvedersene».

Leggere i tantissimi scritti di Gemelli di quegli anni, le sentenze dei plotoni di esecuzione, le lettere dei soldati scampate alla censura e le lettere anonime indirizzate al re “soldato” Vittorio Emanuele potrebbero servire a rendere questo anniversario occasione di costruzione di una memoria nazionale fondata non sull’ipocrisia, la mistificazione, la baggianata del tricolore elemento di coesione nazionale, ma sul riconoscimento che 5 milioni di italiani furono sottoposti ad una prova inutile, onerosissima e per molti di loro mortale. Altro quindi da quanto il Ministero dell’Istruzione prepara per i nostri studenti in quelle che definisce le «celebrazioni relative alla Prima Guerra Mondiale» grazie ad un storia da trattare – secondo le parole della sua direttrice generale Palumbo – in modo «nuovo e fresco». L’orrore non andrebbe mai celebrato, ma riconosciuto, ricordato e condannato.