la nostra identità di fondo è ‘relazione’

la completezza

«Dite all’uomo che è fine a se stesso e la sua risposta sarà la disperazione»

(AJ Heschel)

 

Siamo tutti alla ricerca di un incontro che ci salva: che sia un uomo, una donna o Dio. Avvertiamo una mancanza o più precisamente un’assenza. Comprendiamo che alcuni nodi della nostra esistenza possono essere sciolti solo con l’aiuto di un’altra mano, che i sotterranei della nostra anima sono così bui che non ce la facciamo a percorrerli da soli e che di frustrazione affettiva alla lunga si muore. La vita, in definitiva, è attesa di un incontro che restituisca senso all’attesa stessa. Un incontro capace di spiegare la sofferenza precedente e che promette di alleviare, condividendola, quella futura.

Vediamo nella nostra vita spuntare dei germogli che vorremmo far crescere e che invece a volte calpestiamo.

È necessario che Qualcuno li metta al riparo dalla nostra imperizia o meschinità e sappia curarli dopo essere stati danneggiati. Non siamo autarchici anche se spesso, ingannandoci, ci convinciamo del contrario. La relazione è iscritta nel nostro DNA. Siamo incompleti ed abbiamo una spinta, anche inconsapevole, alla pienezza. All’origine di tutti gli isolamenti c’è una ferita nelle relazioni. Nell’isolamento pensiamo di curarla meglio mentre la aggraviamo. Riconoscendo le nostre ferite riusciremo a perdonarci e la smetteremo di giocare all’uomo o donna invincibile. Accogliendo le nostre ferite vedremo con sguardo diverso anche quelle degli altri e potremo costruire relazioni autentiche. Siamo come malati in cerca di un incontro che ci guarisca. E tutto si compie in questo paradosso: entrare in se stessi per poterne uscire. Con l’aiuto di un Altro. Potremo impegnarci in tutti i lavori che troviamo, potremo distrarci con tutti gli hobby che esistono rimarrà sempre il problema della nostra anima in cerca di Qualcuno che le dica: “Sono io la tua salvezza”*.

*Salmo 35,3

da ‘altranarrazione’

relazione del teologo Hans Geybels al c.c.i.t. 2018 in Belgio

CCIT – Banneux 2018

La fede ordinaria : sorprendentemente attuale !

Hans Geybels

Hans Geybels, nato nel 1971, ha studiato storia moderna e teologia all’Università cattolica di Lovanio e all’Università di Oxford. Ha pubblicato numerosi articoli in riviste internazionali in particolare sulle relazioni fra la Chiesa e i media, sull’arte religiosa e sulla cultura popolare, in merito alla quale ha svolto numerose ricerche. Insegna alla facoltà di teologia scienze religiose presso l’Università cattolica di Lovanio. E’ sposato e padre di due figli.

Terminologia

Le discussioni riguardanti la terminologia sono una coppa a alla quale avrei piacere di non dover bere: cultura religiosa popolare, devozione popolare, pietà popolare… Si tratta di concetti passe-partout, tutti sanno di cosa si tratta, ma nessuno è in grado di definirli con precisione. Questo deriva evidentemente dai numerosi legami che la devozione popolare ha con la religione ufficiale, istituzionale. Il termine «devozione popolare» contiene la nozione problematica di «popolo»: non è soltanto nel «popolo» che si constatano molti rituali e molte forme di devozione, ma anche nei livelli socioeconomici e culturali più elevati della popolazione. I ricchi come i poveri offrono ex-voto, pregano il rosario, accendono candele…

Lo studio della devozione popolare è attualmente presentato in maniera più neutra attraverso la denominazione di «Fede ordinaria». Nelle scienze della religione, questa disciplina studia le forme di espressione religiosa che si trovano al margine di una ortodossia religiosa (concezione esatta della fede) e della sua ortoprassi (rituali esatti). La fede ordinaria si manifesta in sistemi religiosi nei quali le autorità religiose esercitano una influenza importante sull’ortodossia e sull’ortoprassi, in riferimento alle rappresentazioni, alle emozioni e alle usanze. Il fenomeno della fede ordinaria è difficile da definire perché si manifesta al livello della vita quotidiana, indipendentemente dalla classe sociale di chi lo vive.

Uno degli ambiti più importanti nelle ricerche sulla cultura religiosa popolare è la «teologia della fede ordinaria». Queste ricerche si situano nell’area di tensione tra la prescrizione e il vissuto. Molti preti e molti religiosi si trovano confrontati con questa tensione fra prescrizione e vissuto. Nelle diverse culture nelle quali si trovano come preti e come religiosi, la frontiera fra le due dimensioni è vissuta come conflittuale. Se ne possono individuare molteplici ragioni, come la presenza di altre religioni o la sopravvivenza di tradizioni spirituali ancestrali come il culto degli antenati (sincretismo). Ne consegue che molti riti e molte pratiche sono relegati, nell’interpretazione, al campo della superstizione o della magia. Riprenderò questo tema alla fine della mia relazione.

A partire dalla prescrizione, si pone una questione ulteriore. Lo studio della cultura religiosa popolare contribuisce a illuminare la situazione della Fede in Belgio. Mentre il numero dei cattolici praticanti diminuisce, è relativamente stabile la popolarità dei luoghi di pellegrinaggio. Forse bisogna mettere questo fenomeno in relazione con il carattere ‘post-moderno’ della fede ordinaria. E’ questa la prima questione che correi approfondire: perché la fede ordinaria resta così popolare?

Un paradosso

Bisogna dunque rispondere a questo paradosso: perché la fede ordinaria – la devozione popolare – è così presente in questo tempo d’erosione quantitativa del cristianesimo istituzionale? La domanda parrebbe ancora più pertinente dal momento che la nostra cultura religiosa continua a «pluralizzarsi» e a de/tradizionalizzarsi», ragione per cui il relativismo prende ancora nuova forza. I «pragmatisti» (qualunquisti= ci sarà ben qualcosa!) si moltiplicano, ma le frontiere sicure, istituzionali, dell’antica religione non cessano di deteriorarsi e. a dispetto di questa che è – a prima vista – una fragilità, la fede di tutti i giorni continua a esistere. Come si produce tutto questo?

La risposta si trova in parte in un’analisi della cultura (di fede) postmoderna e frammentata. Nonostante molti parlino di secolarizzazione, io penso che questa analisi sia in parte sorpassata. Il nostro tempo non è secolarizzato in maniera preponderante, al contrario anzi, il religioso è in procinto di rinascere. Riprende piede anche nello stesso dibattito politico e sociale: in maniera negativa quando si tratta di sviluppo del fondamentalismo religioso (come nell’islamismo), in maniera anche positiva nella misura in cui le autorità politiche osano nuovamente affermare che le religioni sono importanti in quanto legame sociale e elemento costitutivo della società. Non secolarizzazione dunque, ma per contro, la pluralizzazione e de/tradizionalizzazione si inseriscono più strettamente nel contesto postmoderno attuale. Questi due fenomeni costituiscono il rovescio della medaglia. La de/tradizionalizzazione mostra che le culture di classe specifiche che erano legate all’una o all’altra «grande narrazione» (cristianesimo, socialismo, liberalismo..) tendono a sparire progressivamente. Le frontiere fra contadini, operai, impiegati, classi medie ecc di dissolvono sempre di più. Il loro antico linguaggio, le loro norme e i loro usi vengono erosi sempre di più fino alla loro scomparsa. Ne sono responsabili soprattutto i (nuovi) media che trasmettono e intensificano nuove concezioni come, fra le altre, la mobilità crescente e il più alto grado di scolarizzazione. In breve a seguito della Rivoluzione Culturale degli anni Sessanta del secolo scorso, si sono registrati diversi sviluppi in maniera estremamente rapida. L’individuo non è più ormai dipendente dal contesto che tradizionalmente era donatore di senso (educazione, religione, cultura, lavoro, ecc) ma può scegliere fra diverse scale di valori, religioni, hobbies, correnti politiche in particolare.

La de/tradizionalizzazione va di pari passo con la pluralizzazione. Di pari passo e a misura che la «gabbia» tradizionale si allenta, la libertà di scelta diviene una opzione sempre più presente. Il libero mercato si afferma sempre di più e propone un ventaglio di libertà di scelta in tutti i campi della vita, compreso quello del senso stesso della vita. Una nuova grande realtà si afferma: il mercato. Cose che tradizionalmente erano fuori discussione diventano ormai oggetti di compravendita. Si veda tutto il mercato del tempo libero o dei ‘relimarchés’.

E ancora : una volta che qualcuno si assegna una identità, non è necessariamente tenuto a mantenerla in maniera stabile. La durata sul mercato di un prodotto è notevolmente accorciata (=obsolescenza programmata) e la sua data di scadenza viene avvicinata. Sono costantemente proposte nuove opzioni fra le quali si può scegliere. Lo stesso si verifica per l’identità religiosa, che è ormai à la carte : si crede quello che si vuole, come si vuole e per il tempo che si vuole. Molti restano in certa maniera fedeli alla religione della loro giovinezza, ad esempio al cristianesimo, ma credono ugualmente alla reincarnazione o al karma. Altri hanno rotto con la religione della loro giovinezza e l’hanno abbandonata per rivolgersi al buddismo a un pot pourri di religioni o anche solo di riti. E che pensare del regno del ‘phantasy’ : Il Signore degli Anelli, Narnia, Il Codice da Vinci..?

Una analisi degli atteggiamenti della fede ordinaria mostra immediatamente che essa si connette alla perfezione con la frammentazione postmoderna dell’individuo. L’individuo stesso crea, sulla base del proprio libero arbitrio, la propria personalità: non si nasce più in una religione ben determinata con la sua estensione in una convinzione politica, con il documento di membro delle associazioni che ne fanno parte, ecc. SI crea tutto da se stessi. Si può perfettamente oggi essere stati battezzati ed essere cresciuti in una famiglia cristiana ma votare per un partito liberale ed essere soci di un sindacato socialista. La convinzione liberale può nascere dal malcontento per altri partiti politici e il sindacato socialista può essere scelto in ragione delle sue affermazioni perentorie. Nello stesso modo si sceglie da soli se si vuole credere e se sì in quale maniera.

Che ognuno scelga da sé come vuole essere credente spiega anche, in buona parte, il successo del “new age” (che, del resto, ha ormai raggiunto l’apice della sua parabola), o dei numerosi altri movimenti religiosi: teosofia, yoga & meditazione, reiki, astrologia, spiritualità & mistica, mindfulness, elementi di religioni esotiche (soprattutto del buddismo).

Filo rosso – uno, almeno – di questa evoluzione postmoderna è una reazione nei confronti della metanarrazione della Modernità. L’antiautoritarismo è una caratteristica sensibile dell’identità postmoderna. Questo viene bene espresso in una testimonianza di Herman Finkers che ha riempito interamente la sua casa di oggetti di devozione: “Dopo il Concilio Vaticano II, certi volevano eliminare anche Maria, ma uesto non è possibile. Maria è la santa popolare per eccellenza. E’ vicino a lei che sono accese le candele, in massima parte. Potete avere la devozione ritualizzata della santa messa che appartiene totalmente ai canoni della liturgia. Viene messa a punto e codificata dall’alto. Ma quello che viene dal basso è Lourdes, è Fatima “.1

Oltre all’antiautoritarismo, anche la visibilità è importante. Il santo deve poter essere associato al campo dell’esperienza personale dell’individuo. Padre Jan van der Zandt, per più di 25 anni organizzatore di pellegrinaggi a Notre-Dame (Onze-Lieve-Vrouw in ‘t Zand) di Roermond testimonia : “Prima di morire sulla croce, Gesù ha detto a Giovanni: «ecco tua madre»; Maria è così divenuta in qualche modo la madre della Chiesa. Questo a loro (i pellegrini) dice qualcosa: identificano Maria con la propria madre. Nel momento in cui è per essi una madre piena di tenerezza, allora essa lo diventa realmente» .2

Considerando con attenzione i diversi aspetti della fede ordinaria, si arriva rapidamente a comprendere perché essa sopravviva attraverso i tempi, compresi quelli postmoderni.

1. I gesti e i rituali

Molti dei rituali praticati sono caratteristici della fede ordinaria: toccare e baciare reliquie, oggetti religiosi, immagini, partecipare a processioni, camminare a piedi nudi o sulle ginocchia, percorrere tragitti ben precisi in maniera speciale, l’offerta di candele, di denaro o di doni votivi, camminare attorno a luoghi o oggetti di culto, portare medaglie o scapolari come talismani o amuleti, l’uso di oggetti benedetti, portare abiti speciali …Tutto questo è il vissuto. Le autorità religiose ne segnalano il pericolo a partire dalla prescrizione:

Una grande varietà e ricchezza di espressioni corporee, gestuali e simboliche caratterizza la pietà popolare. Si pensi esemplarmente all’uso di baciare o toccare con la mano le immagini, i luoghi, le reliquie e gli oggetti sacri; intraprendere pellegrinaggi e fare processioni; compiere tratti di strada o percorsi “speciali” a piedi scalzi o in ginocchio; presentare offerte, ceri e doni votivi; indossare abiti particolari; inginocchiarsi e prostrarsi; portare medaglie e insegne…  Simili espressioni, che si tramandano da secoli di padre in figlio, sono modi diretti e semplici di manifestare esternamente il sentire del cuore e l’impegno di vivere cristianamente. Senza questa componente interiore c’è il rischio che la gestualità simbolica scada in consuetudini vuote e, nel peggiore dei casi, nella superstizione. (n° 15 del Direttorio sulla religiosità popolare ecc http://www.vatican.va/roman_curia/congregations/ccdds/documents/rc_con_ccdds_doc_20020513_vers-direttorio_it.html2001).

Questo ultimo caso resta evidentemente una domanda aperta. Nella fede ordinaria c’è sempre una componente interiore che porta a eseguire questi rituali, ma per la Chiesa, questa motivazione individuale non è sempre «cattolica». Questa motivazione risiede soprattutto nel desiderio di ottenere un favore o, in ogni caso, di pregare per un caso personale.

Il fatto che che ci si prenda una certa «libertà» nella pratica dei rituali mostra chiaramente, per un verso almeno, la popolarità della fede ordinaria al di fuori dei «circuiti ufficiali». Dal punto di vista della Chiesa, non è raro che ci si mostri troppo poco condiscendenti nei confronti dei rituali sopra enumerati, ma nell’espressione della fede ordinaria, il rituale è precisamente legato a regole: se non è compiuto con precisione, non funziona. E’ esattamente nella magia dell’esecuzione libera ma esatta del rituale che si nasconde il successo della fede ordinaria. Da una parte i rituali non sono più legati a una liturgia ben precisata dalla Chiesa, ma possono essere eseguiti dal credente stesso, indipendentemente dalle autorità religiose. D’altra parte, la pratica di questi rituali risponde a regolamentazioni proprie: il credente deve camminare un numero stabilito di volte attorno al santuario, deve impugnare l’oggetto sacro in maniera ben precisa o toccarlo in sezioni ben precise, o deve fare un’offerta in maniera precisa con una preghiera stabilita, ecc…

La fede ordinaria crea anche nuovi rituali o riconosce rapidamente un atto come rituale. Così dei fogli pubblicitari hanno molto successo e procurano molto guadagno grazie ad annunci nei quali dei credenti ringraziano l’uno o l’altro santo, ad esempio: «Preghiera al sacro Cuore. Che il Cuore di Gesù sia invocato, benedetto e santificato nel mondo intero nei secoli dei secoli Amen. Recitate questa preghiera sei volte al giorno per nove giorni e la vostra preghiera sarà esaudita, anche se sembrava una cosa impossibile». Nelle colonne di certi fogli distribuiti porta a porta, si trovano sempre più spesso, fra piccoli annunci, rubriche di annunci immobiliari o annunci funebri, ringraziamenti indirizzati al Sacro Cuor di Gesù alla Vergine Maria, a Sant’Antonio, Santa Chiara… Secondo Piet De Baets del foglio di informazione Taptoe a Eeklo, questo fenomeno è sorto negli anni novanta del secolo scorso, quando una anziana signora ha voluto pubblicare un breve ringraziamento per la guarigione di suo marito ed è stata aiutata a redigere questo testo. “Si trattava di un vero bisogno perché già una settimana più tardi, ho ricevuto tre o quattro richieste simili» Allora le ho trattate in maniera più professionale integrando una piccola foto e qualche variante. In seguito le domande si sono moltiplicate “3

In queste donne una cosa era chiara: «i riti per bisogni specifici»4 Il termine è dell’antropologo olandese W. Van Beek. Si deve essere chiari: questi riti per bisogni specifici non sono propri unicamente delle donne. Si tratta di «atti religiosi per i quali un gruppo o un individuo cerca di risolvere i propri problemi. Questo può essere legato a bisogni individuali come la malattia la mortalità infantile, la sterilità, ma anche a problemi più ampi come la siccità, le alluvioni, le epidemie, le guerre.[…] ( ) In ragione dello scopo assegnato, questi rituali hanno sovente un carattere strumentale tecnico. [–] L’esecuzione del rituale diviene ragione indispensabile per raggiungere lo scopo perseguito: per questo si utilizza spesso il termine «manipolazione» . Se lo scopo perseguito non viene raggiunto, si cercano altre forme di magia per raggiungere tale scopo, oppure vi si rinuncia.”5 E’ in questo contesto che sorge dunque il termine di magia. Per l’antropologo moderno, magia è parola relativamente neutra che lascia intendere la strumentalizzazione della trascendenza. In questo senso, la magia appartiene all’essenza di pressoché tutte le religioni.

2. I testi e le formule

Il numero di «preghiere potenti» nella fede ordinaria è incredibile: dalla preghiera conosciuta come dell’Imperatore Carlo V all’inizio del Vangelo di Giovanni fino al Pater Noster dei cavalli di Wannes Raps (dal libro con lo stesso titolo di Ernest Claes ), dal numero incalcolabile di preghiere «trovate» a preghiere legate a devozioni particolari rivolte ad un numero altrettanto incalcolabile di angeli e santi… La lista è inesauribile. Dal punto di vista teologico, molti incantesimi sono considerati, per lo meno sospetti. Non è senza ragione che il Direttorio insiste perché le preghiere siano ispirate ai testi della Sacra Scrittura, della Liturgia, dei Padri e del Magistero. Essi devono, d’altra parte, essere conformi alla fede della Chiesa e, per questo, avere l’approvazione dell’ordinario del luogo (n° 16). Ma questi testi «rigorosi» sono in linea e in contatto con l’esperienza della fede e la comprensione della fede ordinaria? Il successo di molte «preghiere popolari» non si spiega per il linguaggio diretto, la valorizzazione centrale della preghiera di domanda, l’esagerazione, la ripetizione, ecc. Anche in quel caso il successo risiede in un uso libero: si prega quello che si vuole pregare: un padre Nostro, una Ave Maria, la preghiera centrale.. Non si è legati all’una o all’altra preghiera dell’ordo fissato da un messale o da un breviario.

3. Il canto e la musica

Non è raro che le messe di matrimonio o dei funerali creino frizioni fra gli interessati e il prete. Gli sposi nel primo caso, la famiglia nell’altro, desiderano che sia suonata una musica di loro scelta senza tener conto del contesto liturgico della celebrazione. Il Direttorio precisa che, nel contesto della pietà popolare e della liturgia La cura nel conservare l’eredità di canti ricevuti dalla tradizione deve coniugarsi con il sentire biblico ed ecclesiale (n° 24 è sbagliato. Il riferimento è al 17). In realtà, nella fede ordinaria, non ci sono simili problemi rispetto a canti e musica. L’edizione interdiocesana del lirbetto Zingt Jubilate (ultima edizione2007) ha vegliato affinché vi fosse maggiore uniformità e anche l’aggiornamento di larga parte del materiale. I testi più antichi, barocchi, che all’epoca [della prima edizione] avevano privilegiato la «ricca via di Roma», sono per la maggior parte scomparsi.

4. Le immagini

La Fede ordinaria ha una dimensione altamente visiva. Di fatto si indirizza a tutti i sensi, ma la visione è di importanza primordiale: le immagini, le processioni, le torce, gli addobbi… . Mentre nelle chiese dopo il Concilio di Trento (1545-1963) si è insistito sulla sobrietà (ad esempio una sola immagine per ogni santo), la fede ordinaria manifesta la preferenza per una profusione di immagini e abiti. Che in una stessa cappella vi siano quattro immagini della Madonna non rappresenta il benché minimo problema. Questa è bella ! Il Direttorio (errore nel francese, non è decreto!) – citando il diritto canonico – dà a questo riguardo istruzioni precise a causa delle esagerazioni del passato:

Poiché l’iconografia per gli edifici sacri non è lasciata all’iniziativa privata, i responsabili di chiese e oratori tutelino la dignità, la bellezza e la qualità delle immagini esposte alla pubblica venerazione, impedendo che quadri o statue ispirati da devozioni private di singoli siano imposte di fatto alla venerazione comune.(n° 18).

Di fatto, il controllo dipende sovente unicamente dal prete che ne ha la responsabilità. Di più: chi controlla i numerosi piccoli luoghi di culto popolare che sono interamente riempiti di questi oggetti di devozione?

Una devozione molto antica è stata praticamente abbandonata: mi riferisco al culto idolatrico delle immagini. Contemporaneamente è dato acquisito anche nella religione ordinaria che i cristiani non venerano più le immagini in quanto tali, ma piuttosto i santi che esse raffigurano. Tuttavia il fatto che il Direttorio ne parli ancora mostra che non è ovunque e sempre così scontato: “l’onore reso all’immagine è rivolto alla persona raffigurata»(n° 18).

5. I luoghi

Le autorità religiose autorizzano alcuni luoghi di pietà popolare al di fuori delle chiese: la casa, luoghi di vita e di lavoro e in certe circostanze, le strade e le piazze (n° 19). Il culto, nel senso stretto del termine, è infatti autorizzato unicamente nelle chiese, nelle cappelle riconosciute, nei santuari. La pratica della fede ordinaria non si lascia legare a localizzazioni così strettamente delimitate. E i credenti si recano anche, al di fuori dei luoghi riconosciuti dalla Chiesa, in numerosi luoghi non riconosciuti, spesso cappelle o – ma molto più raramente – ambienti naturali come sorgenti e alberi. A questo proposito si deve menzionare anche il fenomeno della cosiddetta devozione latente. A causa di un sentimento di vergogna, molti si recano in piccole cappelle ritirate per pregare; in questi luoghi scelti da loro stessi, possono fare le loro devozioni in maniera anonima; sono generalmente luoghi del tutto isolati, sovente dentro un bosco.

6. I momenti

Nella fede ordinaria ci si prende molta libertà non solo nella scelta del luogo di culto, ma anche in quella dei tempi. Non si è legati a un’ora precisa e stretta, come quella della messa domenicale nella propria parrocchia. Come la partecipazione all’eucaristia è sempre meno considerata obbligatoria, così non ci si sente vincolati agli orari delle messe nei santuari: vi si entra per pregare un istante, per accendere una candela, ecc. Il santuario o il luogo di culto che si sceglie è spesso aperto permanentemente. Il fatto di poter fare le “proprie devozioni” quando si vuole collima perfettamente con la sensibilità post-moderna dell’uomo d’oggi, che vuole poter dettare autonomamente la propria agenda.

6. Fede e superstizione

Devo ora tornare a una questione che ho sollevato all’inizio della mia relazione. Se la fede ordinaria è caratterizzata da un apporto personale della concezione della fede, dei suoi usi e dei suoi rituali, questo non la fa facilmente spostare verso la superstizione e la magia? Quale dovrebbe essere allora l’atteggiamento dei responsabili della pastorale ?

Per rispondere a questo interrogativo, sono obbligato, dai fatti stessi, a rendere ancora più complessa la situazione, perché la differenza fra fede e superstizione si sviluppa sulla base di parametri larghi, ma se ne può dar lettura [solo] a partire dalle preghiere o dai rituali della singola persona. Dall’esterno, la differenza è del tutto invisibile. Un esempio: qualcuno può accendere una candela – cosa considerata atto religioso – ma questo stesso atto può anche ugualmente costituire un atto superstizioso. Di contro, uno può eseguire un rituale che, a prima vista, è pura magia, ma che costituisce, di fatto, un atto di fede pura. Come è possibile questo?

La differenza fra fede e superstizione è la seguente. Nella superstizione, le persone pregano con precisi testi e eseguono determinati rituali con l’intenzione di portare Dio dalla propria parte, di manipolarlo. Nella fede le persone pregano e praticano certi rituali restando ben consapevoli che questi non possono strumentalizzare Dio. Esse pregano per avere energia e forza, per ottenere qualcosa, ma tengono sempre in primo piano il “Sia fatta la tua volontà…”. In una pratica superstiziosa si è invece convinti che se si rispetta perfettamente il rituale, si otterrà realmente ciò che si desidera.

La distinzione fra un atto religioso e un atto superstizioso, di fatto, nella testa, si trova nell’intenzione e dunque non è visibile! Ma i rituali possono talvolta essere strani si deve senza dubbio cercare di correggerli o di costruire una alternativa. Questo è il motivo per cui i responsabili pastorali debbono essere estremamente prudenti nei loro giudizi… Solamente dei confronti e delle verifiche dall’interno della prospettiva cristiana possono rivelare se la pratica è realmente superstiziosa o meno. E che succede se è realmente così? E’ necessario senza dubbio dar prova di molta pazienza e empatia. La fede ordinaria è così profondamente ancorata nella personalità e trasmessa di generazione in generazione , che si deve dar prova di molto tatto e rispetto. Una reazione brusca sortirebbe per lo più un effetto contrario a quello che si vorrebbe ottenere. Non per niente la pazienza è una virtù cardinale… 

1  Tervoort, O.c., pag. 25-26. Riguardo al fenomeno dei ‘huisaltaren’, si veda Margry, P.J. ‘Persoonlijke altaren en private heiligdommen. De creatie van sacrale materiële cultuur als resultante van geïndividualiseerde religiositeit,’ A.L. Molendijk (ed.) Materieel Christendom. Religie en materiële cultuur in West-Europa (Hilversum: Verloren, 2003) 51-78 in Idem, ‘Sakrale materielle Kultur in den Niederlanden der Gegenwart: Persönliche Altäre und private Heiligtümer,’ Rheinisches Jahrbuch für Volkskunde 35 (2004) 247-263.

2 Tervoort, O.c., pag.94

3 De Standaard van donderdag 26 oktober 2006. Sommige mensen specialiseren zich zelf in het uitvinden van nieuwe rituelen of in het stimuleren van mensen om rituelen te ontdekken die het best bij hen aansluiten: Carla Rosseels, Rituelen vandaag (Antwerpen-Baarn: Hadewijch, 1995) en Idem, Natuurrituelen: een innerlijke reis (Antwerpen: Houtekiet, 2004). Het gaat in die boeken eerder om rituelen bij ‘rites-de-passages’ en andere gebeurtenissen, dan wel om rituelen die typisch thuishoren in de context van het alledaags geloof. Wat dat laatste betreft, gaat er bij onderzoekers tegenwoordig meer aandacht naar het fenomeen van ‘nieuwe rituelen’ bij bijvoorbeeld rampen of ongelukken (cf. het plaatsen van zogenaamde bermmonumentjes). P. Post, A. Nugteren & H. Zondag, Rituelen na rampen. Verkenning van een opkomend repertoire, Meander 3 (Kampen: Gooi en Sticht, 2002 en hoofdstuk V, 6 (Formes semi-profanes et profanes) van Jean Chélini & Henry Branthomme, Les pèlerinages dans le monde à travers le temps et l’espace (Parijs: Hachette Littératures, 2004), 305-315.

4 W. Van Beek, Spiegel van de mens. Religie en antropologie (Assen: Van Gorcum, 1982) 37-42

5 Ibidem, 37-39