a volte anche la dura sofferenza non è sufficiente a cambiarci il cuore

multe per i «samaritani» a Sassuolo

e fare la carità diventò reato

di Marina Corradi

C’è un’Italia che faticosamente cerca di ripartire, e di far fronte a un futuro incerto e duro: che per molti è disoccupazione, e per qualcuno già fame. C’è un’Italia che ha sperimentato, come non avveniva da due generazioni, la morte che passa vicina, le sirene delle ambulanze che spezzano le città silenziose, i defunti, addirittura, che non trovano più un luogo per riposare, esiliati altrove su colonne di camion dell’Esercito. Grazie a Dio ora il virus sembra arretrare, e si comincia a sperare di tornare a vivere.

Ci si potrebbe aspettare, dopo una simile prova – dopo aver visto come rapidamente si sbriciolano un benessere e una salute che davamo per scontati, dopo aver visto come rapidamente si muore – un sentimento collettivo nuovo, più accogliente col prossimo in difficoltà, più grato d’essere vivi, più generoso.

Ma tra le pieghe dei decreti governativi delle prime riaperture già, nella colonna delle agenzie Ansa sui pc nelle redazioni, s’infila una piccola notizia, dieci righe appena. A Sassuolo, Modena, terra emiliana di gente ricordiamo larga di cuore, l’amministrazione comunale a maggioranza Lega ha votato un provvedimento che prevede una sanzione di 56 euro non a quanti chiedono la carità per strada, ma a chi la carità per strada la fa. Proprio così si parla di pura e semplice carità, della moneta allungata a un clochard steso sul marciapiede, o al poveraccio che mostra la foto dei suoi figli. No, fare la carità deve essere proibito, dicono severamente i consiglieri di Sassuolo, e al sollevarsi delle comprensibili proteste dell’opposizione – e, speriamo, di molti cittadini – replicano: «Non pensiamo certo di multare la vecchietta o l’anziano che vuole fare la donazione, ma così si preserva chi è vittima di condotte moleste da parte dei professionisti dell’accattonaggio».

È vero, ci sono anche quelli, ci sono le squadre di mendicanti lasciate giù sempre dallo stesso pullmino nelle grandi città, ogni mattina, e puntualmente, come braccianti dai campi, ritirati alle 18. Ci sono, i racket, e doveroso sarebbe smantellare queste macchine di sfruttamento. Però i ragazzi dell’est europeo o neri che allungano la mano tesa nelle nostre strade ne sono solo le vittime, e chissà come alloggiati e sfamati, e chissà come trattati, se la sera fanno ritorno dai loro padroni a mani vuote. Quei ventenni agli angoli di Milano sono i fuggiti da lembi d’Africa e d’Oriente, ingannati, caduti nelle mani dei trafficanti, segregati in Libia e fortunosamente scampati al Mediterraneo. A volte anche disabili ingannati con la promessa di un lavoro. Strumenti nelle mani della malavita, vero, ma, prima di tutto, uomini, anzi spesso ragazzi, dell’età dei nostri figli.

Disgraziati cui non pare così deprecabile dare, insieme a un euro, almeno uno sguardo, un impotente segno di umana solidarietà, giacché il racket, noi passanti, non sappiamo debellarlo.

Ma a Sassuolo no, a Sassuolo linea dura. Non con il racket: con chi invece cede minimamente alla pietà del samaritano evangelico. «La vecchietta o l’anziano», spiegano dalla Lega, quasi a indicare che la carità è cosa da vecchi, e che chi è giovane e forte non cede a certi “ricatti”. Perché l’italiano immaginato da quei politici lì è “sovrano”: ha una casa, lavora, produce, e non ha bisogno di aiuto.

Quindi gli manca un po’ di capacità, diciamo, d’immedesimazione: non sa proprio che vuol dire, non avere da mangiare. Non conosce, e disdegna, quel trovarsi miserabili, che umanamente insegna più di cento master all’Università.
Dunque, 56 euro di multa – per alcune «vecchiette» un decimo della pensione minima – ai sentimentali che guardano uno sconosciuto, e gli danno i soldi per un pezzo di pane. Dura lex, sed lex. Ci auguriamo tuttavia, nella paurosa crisi che temiamo ci attenda, che non capiti fra qualche mese, a Sassuolo e altrove, di riconoscere in quelli che tendono la mano per strada ex colleghi, padri dei compagni dei figli, o vicini di casa. Magari anche alcuni quelli che gridavano ‘prima gli italiani!’. In pochi mesi edotti dalla storia di quanto facile e veloce sia la povertà. E uguale, per tutti, la fame.




ai poveri, giudicati parassiti, non si perdona neanche la loro povertà – messaggio per la giornata mondiale dei poveri

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO

III GIORNATA MONDIALE DEI POVERI

Domenica XXXIII del Tempo Ordinario
17 novembre 2019

La speranza dei poveri non sarà mai delusa

1. «La speranza dei poveri non sarà mai delusa» (Sal 9,19). Le parole del Salmo manifestano una incredibile attualità. Esprimono una verità profonda che la fede riesce a imprimere soprattutto nel cuore dei più poveri: restituire la speranza perduta dinanzi alle ingiustizie, sofferenze e precarietà della vita.

Il Salmista descrive la condizione del povero e l’arroganza di chi lo opprime (cfr 10, 1-10). Invoca il giudizio di Dio perché sia restituita giustizia e superata l’iniquità (cfr 10, 14-15). Sembra che nelle sue parole ritorni la domanda che si rincorre nel corso dei secoli fino ai nostri giorni: come può Dio tollerare questa disparità? Come può permettere che il povero venga umiliato, senza intervenire in suo aiuto? Perché consente che chi opprime abbia vita felice mentre il suo comportamento andrebbe condannato proprio dinanzi alla sofferenza del povero?

Nel momento della composizione di questo Salmo si era in presenza di un grande sviluppo economico che, come spesso accade, giunse anche a produrre forti squilibri sociali. La sperequazione generò un numeroso gruppo di indigenti, la cui condizione appariva ancor più drammatica se confrontata con la ricchezza raggiunta da pochi privilegiati. L’autore sacro, osservando questa situazione, dipinge un quadro tanto realistico quanto veritiero.

Era il tempo in cui gente arrogante e senza alcun senso di Dio dava la caccia ai poveri per impossessarsi perfino del poco che avevano e ridurli in schiavitù. Non è molto diverso oggi. La crisi economica non ha impedito a numerosi gruppi di persone un arricchimento che spesso appare tanto più anomalo quanto più nelle strade delle nostre città tocchiamo con mano l’ingente numero di poveri a cui manca il necessario e che a volte sono vessati e sfruttati. Tornano alla mente le parole dell’Apocalisse: «Tu dici: Sono ricco, mi sono arricchito, non ho bisogno di nulla. Ma non sai di essere un infelice, un miserabile, un povero, cieco e nudo» (Ap 3,17). Passano i secoli ma la condizione di ricchi e poveri permane immutata, come se l’esperienza della storia non insegnasse nulla. Le parole del Salmo, dunque, non riguardano il passato, ma il nostro presente posto dinanzi al giudizio di Dio.

2. Anche oggi dobbiamo elencare molte forme di nuove schiavitù a cui sono sottoposti milioni di uomini, donne, giovani e bambini.

Incontriamo ogni giorno famiglie costrette a lasciare la loro terra per cercare forme di sussistenza altrove; orfani che hanno perso i genitori o che sono stati violentemente separati da loro per un brutale sfruttamento; giovani alla ricerca di una realizzazione professionale ai quali viene impedito l’accesso al lavoro per politiche economiche miopi; vittime di tante forme di violenza, dalla prostituzione alla droga, e umiliate nel loro intimo. Come dimenticare, inoltre, i milioni di immigrati vittime di tanti interessi nascosti, spesso strumentalizzati per uso politico, a cui sono negate la solidarietà e l’uguaglianza? E tante persone senzatetto ed emarginate che si aggirano per le strade delle nostre città?

Quante volte vediamo i poveri nelle discariche a raccogliere il frutto dello scarto e del superfluo, per trovare qualcosa di cui nutrirsi o vestirsi! Diventati loro stessi parte di una discarica umana sono trattati da rifiuti, senza che alcun senso di colpa investa quanti sono complici di questo scandalo. Giudicati spesso parassiti della società, ai poveri non si perdona neppure la loro povertà. Il giudizio è sempre all’erta. Non possono permettersi di essere timidi o scoraggiati, sono percepiti come minacciosi o incapaci, solo perché poveri.

Dramma nel dramma, non è consentito loro di vedere la fine del tunnel della miseria. Si è giunti perfino a teorizzare e realizzare un’architettura ostile in modo da sbarazzarsi della loro presenza anche nelle strade, ultimi luoghi di accoglienza. Vagano da una parte all’altra della città, sperando di ottenere un lavoro, una casa, un affetto… Ogni eventuale possibilità offerta, diventa uno spiraglio di luce; eppure, anche là dove dovrebbe registrarsi almeno la giustizia, spesso si infierisce su di loro con la violenza del sopruso. Sono costretti a ore infinite sotto il sole cocente per raccogliere i frutti della stagione, ma sono ricompensati con una paga irrisoria; non hanno sicurezza sul lavoro né condizioni umane che permettano di sentirsi uguali agli altri. Non esiste per loro cassa integrazione, indennità, nemmeno la possibilità di ammalarsi.

Il Salmista descrive con crudo realismo l’atteggiamento dei ricchi che depredano i poveri: “Stanno in agguato per ghermire il povero…attirandolo nella rete” (cfr Sal 10,9). È come se per loro si trattasse di una battuta di caccia, dove i poveri sono braccati, presi e resi schiavi. In una condizione come questa il cuore di tanti si chiude, e il desiderio di diventare invisibili prende il sopravvento. Insomma, riconosciamo una moltitudine di poveri spesso trattati con retorica e sopportati con fastidio. Diventano come trasparenti e la loro voce non ha più forza né consistenza nella società. Uomini e donne sempre più estranei tra le nostre case e marginalizzati tra i nostri quartieri.

3. Il contesto che il Salmo descrive si colora di tristezza, per l’ingiustizia, la sofferenza e l’amarezza che colpisce i poveri. Nonostante questo, offre una bella definizione del povero. Egli è colui che “confida nel Signore” (cfr v. 11), perché ha la certezza di non essere mai abbandonato. Il povero, nella Scrittura, è l’uomo della fiducia! L’autore sacro offre anche il motivo di tale fiducia: egli “conosce il suo Signore” (cfribid.), e nel linguaggio biblico questo “conoscere” indica un rapporto personale di affetto e di amore.

Siamo dinanzi a una descrizione davvero impressionante che non ci aspetteremmo mai. Ciò, tuttavia, non fa che esprimere la grandezza di Dio quando si trova dinanzi a un povero. La sua forza creatrice supera ogni aspettativa umana e si rende concreta nel “ricordo” che egli ha di quella persona concreta (cfr v. 13). È proprio questa confidenza nel Signore, questa certezza di non essere abbandonato, che richiama alla speranza. Il povero sa che Dio non lo può abbandonare; perciò vive sempre alla presenza di quel Dio che si ricorda di lui. Il suo aiuto si estende oltre la condizione attuale di sofferenza per delineare un cammino di liberazione che trasforma il cuore, perché lo sostiene nel più profondo.

4. È un ritornello permanente delle Sacre Scritture la descrizione dell’agire di Dio in favore dei poveri. Egli è colui che “ascolta”, “interviene”, “protegge”, “difende”, “riscatta”, “salva”… Insomma, un povero non potrà mai trovare Dio indifferente o silenzioso dinanzi alla sua preghiera. Dio è colui che rende giustizia e non dimentica (cfr Sal 40,18; 70,6); anzi, è per lui un rifugio e non manca di venire in suo aiuto (cfr Sal 10,14).

Si possono costruire tanti muri e sbarrare gli ingressi per illudersi di sentirsi sicuri con le proprie ricchezze a danno di quanti si lasciano fuori. Non sarà così per sempre. Il “giorno del Signore”, come descritto dai profeti (cfr Am 5,18; Is 2-5; Gl 1-3), distruggerà le barriere create tra Paesi e sostituirà l’arroganza di pochi con la solidarietà di tanti. La condizione di emarginazione in cui sono vessati milioni di persone non potrà durare ancora a lungo. Il loro grido aumenta e abbraccia la terra intera. Come scriveva Don Primo Mazzolari: «Il povero è una protesta continua contro le nostre ingiustizie; il povero è una polveriera. Se le dai fuoco, il mondo salta».

5. Non è mai possibile eludere il pressante richiamo che la Sacra Scrittura affida ai poveri. Dovunque si volga lo sguardo, la Parola di Dio indica che i poveri sono quanti non hanno il necessario per vivere perché dipendono dagli altri. Sono l’oppresso, l’umile, colui che è prostrato a terra. Eppure, dinanzi a questa innumerevole schiera di indigenti, Gesù non ha avuto timore di identificarsi con ciascuno di essi: «Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» (Mt 25,40). Sfuggire da questa identificazione equivale a mistificare il Vangelo e annacquare la rivelazione. Il Dio che Gesù ha voluto rivelare è questo: un Padre generoso, misericordioso, inesauribile nella sua bontà e grazia, che dona speranza soprattutto a quanti sono delusi e privi di futuro.

Come non evidenziare che le Beatitudini, con le quali Gesù ha inaugurato la predicazione del regno di Dio, si aprono con questa espressione: «Beati voi, poveri» (Lc 6,20)? Il senso di questo annuncio paradossale è che proprio ai poveri appartiene il Regno di Dio, perché sono nella condizione di riceverlo. Quanti poveri incontriamo ogni giorno! Sembra a volte che il passare del tempo e le conquiste di civiltà aumentino il loro numero piuttosto che diminuirlo. Passano i secoli, e quella beatitudine evangelica appare sempre più paradossale; i poveri sono sempre più poveri, e oggi lo sono ancora di più. Eppure Gesù, che ha inaugurato il suo Regno ponendo i poveri al centro, vuole dirci proprio questo: Lui ha inaugurato, ma ha affidato a noi, suoi discepoli, il compito di portarlo avanti, con la responsabilità di dare speranza ai poveri. È necessario, soprattutto in un periodo come il nostro, rianimare la speranza e restituire fiducia. È un programma che la comunità cristiana non può sottovalutare. Ne va della credibilità del nostro annuncio e della testimonianza dei cristiani.

6. Nella vicinanza ai poveri, la Chiesa scopre di essere un popolo che, sparso tra tante nazioni, ha la vocazione di non far sentire nessuno straniero o escluso, perché tutti coinvolge in un comune cammino di salvezza. La condizione dei poveri obbliga a non prendere alcuna distanza dal Corpo del Signore che soffre in loro. Siamo chiamati, piuttosto, a toccare la sua carne per comprometterci in prima persona in un servizio che è autentica evangelizzazione. La promozione anche sociale dei poveri non è un impegno esterno all’annuncio del Vangelo, al contrario, manifesta il realismo della fede cristiana e la sua validità storica. L’amore che dà vita alla fede in Gesù non permette ai suoi discepoli di rinchiudersi in un individualismo asfissiante, nascosto in segmenti di intimità spirituale, senza alcun influsso sulla vita sociale (cfr Esort. ap. Evangelii gaudium, 183).

Recentemente abbiamo pianto la morte di un grande apostolo dei poveri, Jean Vanier, che con la sua dedizione ha aperto nuove vie alla condivisione promozionale con le persone emarginate. Jean Vanier ha ricevuto da Dio il dono di dedicare tutta la sua vita ai fratelli con gravi disabilità che spesso la società tende ad escludere. È stato un “santo della porta accanto” alla nostra; con il suo entusiasmo ha saputo raccogliere intorno a sé tanti giovani, uomini e donne, che con impegno quotidiano hanno dato amore e restituito il sorriso a tante persone deboli e fragili offrendo loro una vera “arca” di salvezza contro l’emarginazione e la solitudine. Questa sua testimonianza ha cambiato la vita di tante persone e ha aiutato il mondo a guardare con occhi diversi alle persone più fragili e deboli. Il grido dei poveri è stato ascoltato e ha prodotto una speranza incrollabile, creando segni visibili e tangibili di un amore concreto che fino ad oggi possiamo toccare con mano.

7. «L’opzione per gli ultimi, per quelli che la società scarta e getta via» (ibid., 195) è una scelta prioritaria che i discepoli di Cristo sono chiamati a perseguire per non tradire la credibilità della Chiesa e donare speranza fattiva a tanti indifesi. La carità cristiana trova in essi la sua verifica, perché chi compatisce le loro sofferenze con l’amore di Cristo riceve forza e conferisce vigore all’annuncio del Vangelo.

L’impegno dei cristiani, in occasione di questa Giornata Mondiale e soprattutto nella vita ordinaria di ogni giorno, non consiste solo in iniziative di assistenza che, pur lodevoli e necessarie, devono mirare ad accrescere in ognuno l’attenzione piena che è dovuta ad ogni persona che si trova nel disagio. «Questa attenzione d’amore è l’inizio di una vera preoccupazione» (ibid., 199) per i poveri nella ricerca del loro vero bene. Non è facile essere testimoni della speranza cristiana nel contesto della cultura consumistica e dello scarto, sempre tesa ad accrescere un benessere superficiale ed effimero. È necessario un cambiamento di mentalità per riscoprire l’essenziale e dare corpo e incisività all’annuncio del regno di Dio.

La speranza si comunica anche attraverso la consolazione, che si attua accompagnando i poveri non per qualche momento carico di entusiasmo, ma con un impegno che continua nel tempo. I poveri acquistano speranza vera non quando ci vedono gratificati per aver concesso loro un po’ del nostro tempo, ma quando riconoscono nel nostro sacrificio un atto di amore gratuito che non cerca ricompensa.

8. A tanti volontari, ai quali va spesso il merito di aver intuito per primi l’importanza di questa attenzione ai poveri, chiedo di crescere nella loro dedizione. Cari fratelli e sorelle, vi esorto a cercare in ogni povero che incontrate ciò di cui ha veramente bisogno; a non fermarvi alla prima necessità materiale, ma a scoprire la bontà che si nasconde nel loro cuore, facendovi attenti alla loro cultura e ai loro modi di esprimersi, per poter iniziare un vero dialogo fraterno. Mettiamo da parte le divisioni che provengono da visioni ideologiche o politiche, fissiamo lo sguardo sull’essenziale che non ha bisogno di tante parole, ma di uno sguardo di amore e di una mano tesa. Non dimenticate mai che «la peggiore discriminazione di cui soffrono i poveri è la mancanza di attenzione spirituale» (ibid., 200).

I poveri prima di tutto hanno bisogno di Dio, del suo amore reso visibile da persone sante che vivono accanto a loro, le quali nella semplicità della loro vita esprimono e fanno emergere la forza dell’amore cristiano. Dio si serve di tante strade e di infiniti strumenti per raggiungere il cuore delle persone. Certo, i poveri si avvicinano a noi anche perché stiamo distribuendo loro il cibo, ma ciò di cui hanno veramente bisogno va oltre il piatto caldo o il panino che offriamo. I poveri hanno bisogno delle nostre mani per essere risollevati, dei nostri cuori per sentire di nuovo il calore dell’affetto, della nostra presenza per superare la solitudine. Hanno bisogno di amore, semplicemente.

9. A volte basta poco per restituire speranza: basta fermarsi, sorridere,  ascoltare. Per un giorno lasciamo in disparte le statistiche; i poveri non sono numeri a cui appellarsi per vantare opere e progetti. I poveri sono persone a cui andare incontro: sono giovani e anziani soli da invitare a casa per condividere il pasto; uomini, donne e bambini che attendono una parola amica. I poveri ci salvano perché ci permettono di incontrare il volto di Gesù Cristo.

Agli occhi del mondo appare irragionevole pensare che la povertà e l’indigenza possano avere una forza salvifica; eppure, è quanto insegna l’Apostolo quando dice: «Non ci sono fra voi molti sapienti dal punto di vista umano, né molti potenti, né molti nobili. Ma quello che è stolto per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i sapienti; quello che è debole per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i forti; quello che è ignobile e disprezzato per il mondo, quello che è nulla, Dio lo ha scelto per ridurre al nulla le cose che sono, perché nessuno possa vantarsi di fronte a Dio» (1 Cor 1,26-29). Con gli occhi umani non si riesce a vedere questa forza salvifica; con gli occhi della fede, invece, la si vede all’opera e la si sperimenta in prima persona. Nel cuore del Popolo di Dio in cammino pulsa questa forza salvifica che non esclude nessuno e tutti coinvolge in un reale pellegrinaggio di conversione per riconoscere i poveri e amarli.

10. Il Signore non abbandona chi lo cerca e quanti lo invocano; «non dimentica il grido dei poveri» (Sal 9,13), perché le sue orecchie sono attente alla loro voce. La speranza del povero sfida le varie condizioni di morte, perché egli sa di essere particolarmente amato da Dio e così vince sulla sofferenza e l’esclusione. La sua condizione di povertà non gli toglie la dignità che ha ricevuto dal Creatore; egli vive nella certezza che gli sarà restituita pienamente da Dio stesso, il quale non è indifferente alla sorte dei suoi figli più deboli, al contrario, vede i loro affanni e dolori e li prende nelle sue mani, e dà loro forza e coraggio (cfr Sal 10,14). La speranza del povero si fa forte della certezza di essere accolto dal Signore, di trovare in lui giustizia vera, di essere rafforzato nel cuore per continuare ad amare (cfr Sal 10,17).

La condizione che è posta ai discepoli del Signore Gesù, per essere coerenti evangelizzatori, è di seminare segni tangibili di speranza. A tutte le comunità cristiane e a quanti sentono l’esigenza di portare speranza e conforto ai poveri, chiedo di impegnarsi perché questa Giornata Mondiale possa rafforzare in tanti la volontà di collaborare fattivamente affinché nessuno si senta privo della vicinanza e della solidarietà. Ci accompagnino le parole del profeta che annuncia un futuro diverso: «Per voi, che avete timore del mio nome, sorgerà con raggi benefici il sole di giustizia» (Ml 3,20).

Dal Vaticano, 13 giugno 2019

Memoria liturgica di S. Antonio di Padova

Francesco




guerra spietata ai poveri! ma solo loro possono aiutarci a recuperare umanità

umanità perduta!

il più ingiusto dei mondi possibili

Dio è morto … di nuovo

Un padre e la sua bimba di due anni, di origine sudamericana, sono annegati nel Rio Grande mentre cercavano di attraversare il confine tra Messico e Stati Uniti evitando il muro che separa i due paesi. Abbracciati. Per sempre. Con i loro piccoli normalissimi sogni. Un po’ di pace, di umana felicità

L’immagine che li ritrae è emblematica della crudeltà che domina questo nostro tempo.

Il più ricco dei mondi possibili, il nostro mondo, ha concentrato ricchezza e potere nelle mani di pochi. A tutti gli altri ha lasciato briciole e lacrime amare, speranze disperate.

Chi prova a fuggire da guerre e povertà è un nemico, un pericoloso criminale. Viola la vera legge di fatto che governa il mondo e che pretende che i poveri accettino la loro ingiusta povertà a capo chino senza disturbare la tranquillità dei loro carnefici.

In fondo le migrazioni di questi nostri tempi altro non sono che una prima, disperata, ribellione a un ordine violento e crudele.

Il giorno in cui gli oppressi di ogni parallelo e latitudine prenderanno coscienza, si organizzeranno. E non ci sarà muro o barriera che potrà fermarli.

Cambieranno il mondo. Lo faranno nuovo. Bello e giusto. Si salveranno. Ci salveranno.

Che venga presto quel giorno!

 

silvestro montanaro

 




il vangelo letto cogli occhi dei poveri – intervista a frei Betto


leggere il vangelo a partire dai poveri
un dialogo con frei Betto
“Per tre giorni appeso al ‘pau-do-arara’ o seduto sulla ‘sedia dei drago’, fatta di placche metalliche e fili, ricevette scosse elettriche alla testa, ai tendini dei piedi e alle orecchie. Gli dettero legnate sulla schiena, sul petto e sulle gambe, gonfiarono le sue mani con staffilate, lo vestirono di paramenti e gli fecero aprire la bocca ‘per ricevere l’ostia consacrata’: scariche elettriche sulla bocca”.
A subire queste brutalità erano giovani religiosi domenicani arrestati nel 1969 in Brasile con l’accusa di essere al fianco delle forze comuniste. Uno di loro, frei Tito, non riuscì a reggere la prova e, una volta liberato, qualche anno più tardi, si impiccò su un albero nel convento di Lione.
Ricordo ancora la splendida poesia di padre Turoldo:
“Che Dio ci perdoni ci perdoni di esistere / ci perdoni di dirci cristiani / ci perdoni questi anni / santi Frei Tito / ancora pendente all’albero / (della vita nel nuovo giardino!) / davanti al convento di Lione”.
Insieme a frei Tito in carcere a subire torture c’era anche frei Betto. Il quale due anni dopo pubblicò un libro doloroso e magnifico dal titolo “Dai sotterranei della storia” dove ripercorreva quella brutale vicenda. Frei Betto, autore di numerose pubblicazioni, viene spesso in Italia a tenere incontri e conferenze.
Frei Betto, qual è il senso, oggi, della teologia della liberazione?
È credere, nonostante tutto, nel Dio della vita. Teologia della liberazione significa coniugare la visione della fede con l’anelito alla liberazione. Penso che ogni cristiano che viva il mistero della fede con gioia, con senso di liberazione, che vive l’amore, l’impegno per la lotta per la giustizia, pratichi la teologia della liberazione.
Una volta un vescovo mi chiese: “Ma perché cercare un’altra teologia quando c’è già la teologia della Chiesa di Roma?” Gli risposi: “Nel Vangelo ci sono quattro teologie diverse, quella di Matteo, di Giovanni, di Luca e di Marco. E se ci sono già queste quattro visioni diverse di Gesù, queste quattro diverse visioni della Chiesa, perché stupirsi proprio della teologia della liberazione?”. Gesù, a differenza di quanto crediamo, ha attraversato molti conflitti. Dalla nascita alla morte in croce. Ha spesso conflitto con quanti si consideravano molto religiosi: i farisei, i sadducei, i dottori della legge. Questi accettavano la Torah, proprio come Gesù. Ma la differenza stava nell’ottica.
Nessun testo è evidente per se stesso. Testo, contesto, pretesto: sono i principi della teoria letteraria e dell’ermeneutica. Voi italiani comprendete meglio di me la poesia di Dante perché vivete nel contesto in cui il testo è stato prodotto. Però noi capiamo meglio l’opera di Jorge Amado perché abitiamo nel contesto in cui lui ha scritto. La teologia della liberazione è una lettura della bibbia partendo da un contesto di oppressione. Il principio base è semplice. Crediamo che sia compito della Chiesa fare quello che Gesù ha detto: difendere e promuovere il maggiore dono di Dio, la vita.
In America Latina la maggior parte della gente vive nella povertà e la maggioranza è di fede cristiana. Quindi la domanda principale di questa gente è: Dio vuole che noi rimaniamo in questa sofferenza? Oppure, come sta scritto nella prima pagina della Bibbia, ha creato il mondo in modo che fosse un giardino, un meraviglioso giardino con uccelli, fiori, acqua cristallina? La teologia della liberazione, non è una teoria, non è un qualcosa nato nelle biblioteche, alle scrivanie, nelle accademie, nelle università religiose… No! È la sistematizzazione dell’esperienza di fede dei poveri alla ricerca della loro liberazione.
Cosa vuol dire rileggere la Bibbia da questo punto di vista?
Ti faccio un esempio. Se noi analizziamo i quattro Vangeli ci rendiamo conto che le domande che vengono rivolte a Gesù sono essenzialmente due. La prima è: “Signore cosa devo fare per guadagnare la vita eterna?” In nessuno dei quattro Vangeli questa domanda esce dalla bocca di un povero; esce sempre dalla bocca di chi ha assicurata la vita terrena e allora vuole sapere come guadagnare anche quella celeste. Ebbene, tutte le volte che Gesù ascolta questa domanda reagisce con una certa irritazione. È il caso di Zaccheo, o del dottore della legge che ode la parabola del buon samaritano, del ricco che ha finito col far inquietare Gesù, chiamandolo in un modo che gli aveva dato fastidio: chiamandolo maestro.
L’altra domanda è la domanda dei poveri: “Signore, cosa devo fare per avere vita in questa vita?” “Il mio occhio non vede, io voglio vedere; la mia mano è secca, ho bisogno di lavorare; mia figlia è malata e io voglio vederla sana”. I poveri chiedono a Gesù una vita in questa vita. Una vita in abbondanza. A loro Gesù risponde con compassione e amore. Quindi per noi nella Chiesa del Brasile la vita è il dono maggiore di Dio. Una Chiesa indifferente alla fame del popolo, una Chiesa indifferente ai bambini di strada, una Chiesa indifferente a quindici milioni di persone senza terra, una Chiesa indifferente a quanti lavorano ancora oggi in Brasile in uno stato letterale di schiavitù, è una Chiesa che considera il Sabato più importante dell’uomo.
Per fortuna però, una parte molto significativa della Chiesa del Brasile ha cercato, e lo sta facendo ancora, di mettere l’uomo davanti al Sabato; di essere fedele alla vita di questo popolo latinoamericano che ha sofferto per secoli a partire dalla colonizzazione e che oggi continua a soffrire a causa della globo-colonizzazione.
Leggere la Bibbia è un invito al cambiamento e alla speranza…
Proprio cosi. Vivere la fede in America Latina è avere la speranza di superare la miseria e la povertà. La gente incontra nella Bibbia, nella parola di Dio, il proprio alimento per capire meglio se stessi, per capire la lotta che sta vivendo e per trovare soluzioni. Faccio una metafora per spiegare meglio questo concetto. Per molta gente aprire la Bibbia è come aprire una finestra su interessanti fatti del passato. Nelle comunità ecclesiali di base, invece, la gente povera, quando apre la Bibbia, è come se guardasse se stessa in uno specchio, lo fa per riuscire a capirsi meglio, qui e ora.
Lei ha incontrato spesso mons. Helder Camara. Qual è il suo ricordo?
Dom Helder era un esponente della teologia della liberazione quando ancora non esisteva questo termine. Durante la dittatura fu censurato da tutti mezzi di comunicazione brasiliani ma, dato che era molto popolare, i militari avevano paura che potesse essere vittima di un attentato e che la responsabilità cadesse su di loro. Mandarono dunque la polizia federale ad offrire a Dom Helder una scorta di sicurezza. Lui disse di non aver bisogno della protezione della polizia perché diceva che aveva già delle persone che si occupavano di lui e lo proteggevano. Il capo della polizia disse che era proibito avere delle guardie private e voleva sapere i nomi degli i agenti privati perché dovevano essere registrati presso gli elenchi della polizia. Dom Helder rispose: “Può scrivere i loro nomi: il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo”.
In un’altra occasione un operaio venne confuso con un trafficante di droga, fu arrestato in una favela, portato al commissariato e torturato. La moglie di quest’operaio andò bussare alla porta di Dom Helder. Dom Helder andò al commissariato e disse all’ufficiale di polizia: sono venuto qui, signore, perché mio fratello è stato arrestato; e l’ufficiale rispose: ma come signore, suo fratello? Come è possibile, siete così diversi! Nemmeno il nome corrisponde! Sì, siamo fratelli, disse dom Helder, ma solo da parte di Padre.
Gesti che raccontano l’amore passa attraverso scelte…
Come in Gesù del resto. In tutta la sua predicazione, il diritto alla vita, diritto per tutti, è presente in modo continuativo. Per lui più che avere fede è importante avere amore. Gesù non può concepire una fede senza gesti d’amore. Per questo, alcuni teologi dicono che più che importante avere fede in Gesù è avere la fede di Gesù: questa è l’essenza della vita cristiana.
La fede di Gesù era centrata su due dimensioni. La prima era una profonda intimità con Dio. È impressionante il tempo che Gesù, in una giornata, dedicava alla preghiera. Amava stare in intimità con Dio, ritagliarsi lunghi tempi e momenti. L’altra dimensione è il rapporto con il prossimo. Che lo portava a fare scelte precise. Dovremmo ricordarcelo più spesso. I cambiamenti in atto sono profondi e quando cambiano le epoche, cambiano pure i paradigmi. Il paradigma medioevale fu la fede, il paradigma moderno la ragione, che ha prodotto due figlie predilette, la scienza e la tecnologia. Il paradigma della post modernità pare essere il mercato, la mercantilizzazione di tutte le ragioni della vita. Se cosi è, noi dove siamo? Che volto di Dio mostriamo con le nostre scelte?



auguri di buon natale a …

 

da TG ROM   

Buon Natale agli ultimi,
ai dimenticati, a chi ha lottato per tutta la vita contro la sorte ed oggi lotta contro l’indifferenza.
A chi ha perso il treno giusto e la vita non gli ha concesso una seconda possibilità.


A chi non ha nessun posto dove andare, nessuno da abbracciare e nessuno con cui parlare.
A chi chiude la porta al mondo e in silenzio piange la sua solitudine, sperando solo che questo Natale passi in fretta.
Perché vedere gli altri felici fa male, quando sai che anche tu meriteresti un briciolo di felicità.
Buon Natale a chi si ricorderà di queste persone, e con un gesto, una parola, un abbraccio o un invito a sorpresa accenderà la luce nei loro occhi.
Buon Natale a chi crede alla famiglia e, se ci crede, ha il dovere di pensare anche a chi non ha famiglia.




alcune parrocchie lucchesi contro la politica disumana di Salvini

parrocchie lucchesi contro il decreto sicurezza e la Lega si arrabbia

Dura presa di posizione dell’Unità pastorale: “Effetti della legge peggiori del ‘male’, accelerazione di barbarie nel nostro Paese”.

I dirigenti toscani del Carroccio: “Pensate alle anime, non fate politica

“Una certa parte dei cristiani e delle loro comunità, più che seguire il vangelo ‘secondo’ Matteo, ‘assecondano’ l’altro Matteo, difendendone le idee e l’operato”
Ad ammonire i propri fedeli, contro i provvedimenti su immigrazione e sicurezza del ministro dell’Interno, sono un gruppo di parrocchie toscane del Lucchese: un avvertimento contro i consensi nei confronti delle politiche di Matteo Salvini e che senza mezzi termini – in linea con molti esponenti del mondo cattolico – condanna la nuova legge sulla sicurezza. E la Lega Toscana reagisce invitando “i pastori di Dio a limitarsi al compito di curare le anime e non di fare dichiarazioni politiche”.
Nuove polemiche, dunque, che seguono quelle degli ultimi giorni sul presepe, in particolare dopo l’appello del prete padovano Don Luca Favarin, affinché “non si faccia il presepio quest’anno”, scelta “evangelica”  per evitare “ipocrisie” (visto che “Gesù era un migrante e noi li lasciamo per strada”).
Stavolta a manifestare aspre critiche nei confronti del nuovo provvedimento, approvato da qualche giorno, sono le parrocchie di Massarosa, Bozzano, Pieve a Elici, Gualdo e Montigiano, le quali hanno uno dei loro punti di riferimento in don Virginio Colmegna, il presidente della Casa della Carità di Milano che ha invitato i cristiani a mettere in atto “atti di disobbedienza civile”. Le parrocchie sottolineano citazioni del mondo cattolico secondo cui gli effetti della legge sicurezza “saranno peggiori del ‘male’ che si vuole curare. Ma poco importa a chi bada più ai consensi elettorali che al bene comune e all’affermazione dei diritti e dei valori”.
Per l’Unità Pastorale delle comunità del Lucchese, che scrive sul suo blog ai fedeli,
“la gran parte dei cittadini attende indolente in una sorte di ‘letargo di civiltà’, spettatori passivi di un continuo regredire dell’Italia nell’ambito dei diritti umani e civili” ma “in alcune città qualche segno di risveglio si è manifestato, tentando di rallentare un’accelerazione di barbarie che corrode il Paese”.
Altrettanto dura è  la reazione dei leader locali del Carroccio:
“Uno dei problemi che affligge la Chiesa di oggi  la ‘fuga’ dei fedeli dai luoghi sacri, con messe sempre meno partecipate. E dichiarazioni politiche come queste, certo, non aiutano a tornare a frequentare, come noi auspichiamo, i nostri luoghi di culto”,
spiegano Elisa Montemagni e Andrea Recaldin, rispettivamente capogruppo in Consiglio regionale Toscana e commissario provinciale della Lega. 

E anche il ministro dell’interno Matteo Salvini in una diretta Facebook è tornato a rispondere a quella parte di mondo cattolico che critica la legge sicurezza sottolineando che ci sono molti

“parroci, suore, missionari, vescovi, cardinali che privatamente e pubblicamente mi dicono di andare avanti perché c’è bisogno di regole”.




il ‘cattivismo’ di questo governo contri poveri e i disperati

la miseria di un governo che prende in giro i poveri e i disperati

con il dl sicurezza di Salvini, agli oltre un milione di vagabondi italiani viene tolta persino la possibilità di umiliarsi chiedendo l’elemosina

Un barbone

un barbone

“Stasera, davanti a una chiesa, mi ha fermato un mendicante che mi ha chiesto qualche spicciolo, avevo un euro e gliel’ho dato. Lui, nel ringraziarmi, mi ha detto, in siciliano stretto: “sa dottore (si mi ha chiamato dottore, chissà perché), io prego perché questo governo cada a gennaio, io ho votato 5 stelle, ma questo governo sta prendendo in giro i poveri e questo non è giusto, se prendevano in giro i ricchi va bene, ma i poveri no, non si prendono in giro i poveri! E io prego il Signore perché li faccia cadere il primo gennaio! Non si prendono in giro i poveri!”

Ho scelto di condividere questo messaggio, inviatomi da mio padre ieri sera, e che mi ha dato la conferma di un pensiero, terrificante, che mi ronza in testa dall’approvazione del decreto sicurezza.

Ora, che questo dl sia una legge infame e razzista è facilmente intuibile: levare qualsiasi possibilità di guadagno onesto e integrazione agli immigrati costringerà centinaia di irregolari a riversarsi nelle strade d’Italia. Persone, famiglie, esseri umani che come tali hanno bisogno di ripararsi dal freddo e di mangiare. E davanti alle porte chiuse in faccia da questo governo, questi disperati faranno ciò che ognuno di noi farebbe nella stessa situazione: cominceranno a rubare e a delinquere, portando acqua al mulino di Salvini che potrà dire che aveva ragione lui, gli immigrati sono tutti criminali. Un tipo di narrazione illogica cui però gli italiani boccaloni credono ciecamente essendo incapaci, come vediamo drammaticamente in questi mesi, di ragionare lucidamente.

Ma, come direbbe Salvini, pensiamo agli italiani: secondo l’Istat, Nel 2017 si stimavano in povertà assoluta 1 milione e 778 mila famiglie italiane.

Oltre un milione di concittadini cui il dl sicurezza toglie la possibilità di chiedere aiuto elemosinando: l’accattonaggio ‘molesto’ è infatti ora considerato reato. Per un motivo semplice: i poveri ci fanno schifo.

Fa schifo vederli ammassati davanti alle stazioni, immersi nel puzzo che impesta l’aria. Fa schifo trovarli davanti alle Chiese e ai supermercati. E fa schifo perché sono lì a dimostrare quanto siamo fortunati, quanto poco abbiamo il diritto di lamentarci finché abbiamo una casa cui tornare, un tetto sopra la testa e un pasto in tavola. Fanno schifo perché ci mettono di fronte, con la loro semplice esistenza, alla nostra ipocrisia, alla nostra cattiveria. Perché sarebbe bello uscire il sabato sera senza senza tetto e venditori di rose che ci interrompono mentre ci lamentiamo delle nostre lunghe giornate di lavoro, giusto? Sarebbe fantastico non dover assistere alla pietosa scena della bambina che ci chiede due spicci al semaforo, o del lavavetri che insiste per insaponarci il parabrezza. Quanto ci fanno schifo i poveri, e quanto in fretta ci abitueremo a non vederli più in giro. Perché, come si dice, ‘lontano dagli occhi, lontano dal cuore’. Se ne avessimo ancora uno, di cuore.

Eppure, questi poveri continueranno a esistere. E a pregare che chi li sta prendendo in giro la smetta di fare campagna elettorale sulle loro già misere vite. Quest’uomo era già povero prima di Di Maio e di di Salvini, lo sarà anche quando il dl sicurezza sarà effettivamente entrato in vigore (cosa che accadrà presto, dato che Mattarella ha apposto la sua firma e il decreto è il Gazzetta Ufficiale). Non è colpa di Salvini se quest’uomo è costretto a chiedere l’elemosina. Ma è colpa sua, colpa dei cinque stelle, colpa di tutti coloro che plaudono a questo governo che sbatte in strada i disperati e ciancia di Gesù e di presepe, se a questo poveraccio gli verrà tolta anche l’umiliazione di essere un accattone. Non sia mai che rovini il decoro urbano mentre siamo impegnati a fare le spese di Natale.




fede e capacità di riconoscer … Lo

la nostra fede

«”È reo di morte!”. Allora gli sputarono in faccia e lo schiaffeggiarono; altri lo bastonavano, dicendo: “Indovina, Cristo! Chi è che ti ha percosso?» (1).

Signore, sì, ti riconosciamo in tutti i calunniati e torturati dai regimi, in tutti i dissidenti e in tutti i derisi dal Potere.

«Spogliatolo, gli misero addosso un manto scarlatto e, intrecciata una corona di spine, gliela posero sul capo, con una canna nella destra; poi mentre gli si inginocchiavano davanti, lo schernivano: “Salve, re dei Giudei!”. E sputandogli addosso, gli tolsero di mano la canna e lo percuotevano sul capo. Dopo averlo così schernito, lo spogliarono del mantello, gli fecero indossare i suoi vestiti e lo portarono via per crocifiggerlo» (2).

Signore, sì, ti riconosciamo in tutti gli spogliati, gli impoveriti dalle strutture di peccato economico-sociali, negli espropriati di opportunità, nei piegati, nei disoccupati/precari/operai colpevolizzati dai loro oppressori, in tutti i crocifissi dalla storia.

«”Tu che distruggi il tempio e lo ricostruisci in tre giorni, salva te stesso! Se tu sei Figlio di Dio, scendi dalla croce!”. Anche i sommi sacerdoti con gli scribi e gli anziani lo schernivano: “Ha salvato gli altri, non può salvare se stesso. È il re d’Israele, scenda ora dalla croce e gli crederemo. Ha confidato in Dio; lo liberi lui ora, se gli vuol bene. Ha detto infatti: Sono Figlio di Dio!”. Anche i ladroni crocifissi con lui lo oltraggiavano allo stesso modo» (3).

Signore, sì, ti riconosciamo in tutti i testimoni della compassione, della giustizia, della profezia, della misericordia che non hanno pensato prima a salvare se stessi.

«Verso le tre, Gesù gridò a gran voce: “Elì, Elì, lemà sabactàni?”, che significa: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”. Udendo questo, alcuni dei presenti dicevano: “Costui chiama Elia”. E subito uno di loro corse a prendere una spugna e, imbevutala di aceto, la fissò su una canna e così gli dava da bere. Gli altri dicevano: “Lascia, vediamo se viene Elia a salvarlo!”. E Gesù, emesso un alto grido, spirò» (4).

Signore, sì, ti riconosciamo in tutti gli abbandonati al loro destino,  nei disperati perché traditi e venduti come schiavi, nei reietti per motivi sociali, religiosi, sessuali, in tutti quelli che si sentono lontani da Dio.

Signore, sì, ti riconosciamo in quell’uomo nudo e crocifisso. Non ci vergogniamo, né ci scandalizziamo ma al contrario proviamo solo immensa gratitudine.

(1) Vangelo di Matteo 26, 67-68

(2) Vangelo di Matteo 27, 28-31

(3) Vangelo di Matteo 27, 40-44

(4) Vangelo di Matteo 27, 46-50




è la guerra contro i deboli della società

Erri de Luca

“qui siamo alla persecuzione dei mendicanti”

A partire dallo sgombero di Baobab, lo scrittore si sofferma sul clima nel Paese: “Non chiamatelo fascismo ma Salvini imita a pappagallo qualche slogan del ventennio, per quel conosciuto disturbo della personalità definito delirio di potenza dell’improvvisato al potere”. Poi parla dello snaturamento del M5S e sorvola, per pietà, sul Pd favorevole alla Tav: “A sinistra si è aperta una voragine che non ha ancora una voce di rappresentanza. Questa opposizione che esiste nella società aspetta una nuova espressione”.

intervista a Erri De Luca di Giacomo Russo Spena

Parla di guerra in atto contro i deboli della società ma, nello stesso momento, rifiuta categorie come il fascismo: “Non ci sono gli estremi per usare oggi tale termine”. Lo scrittore Erri de Luca si dice disgustato per la fase politica che il Paese sta vivendo senza però lasciarsi andare alla rassegnazione: “Al pianoterra della società, che frequento, trovo continue ragioni di conforto e di allegria. Ci sono forze che mi rendono lieto di appartenere al loro tempo”. Il problema è che nessuno, al momento, pare riuscirle a rappresentare.

Erri de Luca, per il governo gialloverde è tempo di primi bilanci: qual è il suo giudizio?
Non arrivo a chiamarlo governo, si tratta per me di uno stupro elettorale, fatto da due componenti che si sono presentate agli elettori come opposte e poi con un borseggio ai danni degli elettori stessi si sono piazzati sulle sedie di governo. Sono degli occupanti provvisori di quelle poltrone. Lo sanno e stanno svolgendo una continua campagna elettorale ognuno per proprio conto in vista di un imminente scioglimento di governo e di Camere.
Dopo il ddl sicurezza, il caso della mensa di Lodi o l’ennesimo sgombero a Roma di Baobab, per citare qualche episodio emblematico, c’è chi parla di deriva xenofoba del governo. E’ un timore che condivide o è solo una boutade giornalistica?

La xenofobia non distingue tra stranieri ricchi e poveri, li detesta entrambi. Qui si tratta piuttosto di persecuzione di mendicanti: nello sgombero del Baobab c’erano anche italiani sgomberati. Qui si pratica accanimento sui più esposti alle intemperie, effetto che misteriosamente rassicura chi rasenta la povertà. Intanto gli sbarchi alla spicciolata continuano e i provenienti dalle coste Africane sono solo una minoranza degli immigrati extracomunitari, rispetto a Ucraini, Albanesi, Moldavi.

Poveri e migranti vengono sgomberati in nome della legalità, Casa Pound sembra godere invece dell’impunità. Il ministro degli Interni utilizza due pesi e due misure?

Questo ministro degli Interni fece una manifestazione a Roma a Piazza del Popolo con i fascisti di Casa Pound. Sono un suo bacino elettorale.

Qualcuno arriva a dire che Salvini è culturalmente fascista. E’ d’accordo?

Il fascismo si manifesta con la violenza squadrista, gli assalti alle sedi di sinistra, la messa fuorilegge delle opposizioni, la soppressione della libertà di stampa. Non ci sono gli estremi per usare oggi il termine fascismo. C’è un ministro che imita a pappagallo qualche slogan del ventennio, per quel conosciuto disturbo della personalità definito delirio di potenza dell’improvvisato al potere.

Intanto, però, la Lega continua a salire nei sondaggi: la politica della ruspa sembra convincere i cittadini. Dopo il berlusconismo, è in atto una (nuova) rivoluzione antropologica degli italiani?

Le ruspe contro i campi nomadi e le tende dei senzatetto ci sono state anche prima. Il Baobab è stato sfrattato 22 volte in questi anni. Prevale in questo momento il sentimento politico della paura e del malanimo, che gonfia i sondaggi, che non sondano affatto, ma raccolgono solo la irritazione cutanea. Ma l’Italia si regge su sentimenti politici opposti, quelli del volontariato diffuso, capillare, solidale, di mutuo soccorso. Sono poco rappresentati dai sondaggi perché appunto non sanno sondare.

Quali sono le responsabilità del M5S? E’ deluso dai grillini?

Hanno cambiato i loro connotati da quando li sosteneva una persona di coerente sinistra come Dario Fo. Hanno smesso di raccogliere un’astensione che oggi riguarda più di un terzo di elettori. Hanno smesso di opporsi a opere pubbliche oscene per le quali hanno ottenuto consenso elettorale. Hanno smesso di conservarsi equidistanti da destra e sinistra accordandosi alla Lega. Insomma hanno smesso molto e continueranno a smettere. Le delusioni riguardano il loro corpo elettorale nel quale non rientro, non avendo voluto votare.

In passato si è schierato contro il condono ad Ischia dichiarando: “Ci sono ministri che trasformano l’oro in fango”. Ieri il governo è andato sotto proprio su questo provvedimento. Una buona notizia?

La maggioranza è scomposta e si sgambetta da sola. Mi spiace per l’isola della mia infanzia che è diventata titolo di un caso di favoritismi.

Parliamo anche dell’opposizione. Possiamo dire che, al momento, non esiste?

Esiste, composta da Forza Italia e in secondo piano dal Pd che però da un anno è in cerca di autore. Ma a sinistra si è aperta una voragine che non ha ancora una voce di rappresentanza. Questa opposizione che esiste nella società aspetta una nuova espressione.

Non posso esimermi dal farle una domanda sul corteo pro Tav che ha organizzato il Pd a Torino. Cosa ha pensato nel vedere quella piazza?

Ne dovranno fare altri novantanove di cortei per pareggiare quelli che ho fatto io stesso contro quel treno merci e prima che si possa prendere in considerazione la esistenza politica di piazza di un sì che sta invece da sempre dentro i governi, i ministeri e le ditte appaltatrici dello scempio.

Recentemente si è detto “disgustato” dalla politica. Non le entusiasma nulla? Non c’è nessuno all’orizzonte capace di ridarle speranza?

Il disgusto è per me un sentimento politico nuovo, da elaborare. Si manifesta cambiando prontamente canale all’apparizione di pubblici rappresentanti e rifiutando di pronunciarne i nomi, per misura di igiene orale. Ma al pianoterra della società, che frequento, trovo continue ragioni di conforto e di allegria. Ci sono forze che mi rendono lieto di appartenere al loro tempo.




la passione di papa Francesco per i poveri, gli ultimi, gli scartati della storia, le vittime della società

“Papa Francesco e i poveri”


di ENZO BIANCHI
dal sito del Monastero di Bose

Nell’affrontare il tema della passione di papa Francesco per i poveri, gli ultimi, gli scartati della storia, le vittime della società, non posso non fare memoria di alcune parole profetiche di Giovanni XXIII, pronunciate un mese prima dell’apertura del concilio: “La chiesa si presenta quale è, e vuole essere, come la chiesa di tutti, e particolarmente la chiesa dei poveri” (Radiomessaggio ai fedeli di tutto il mondo, 11 settembre 1962). Parole che allora parvero inedite, ma che durante il concilio presero fuoco e diventarono un’urgenza avvertita con forza, un segno dei tempi, perché quell’ora era ritenuta “l’ora dei poveri”.
Quel fuoco acceso da papa Giovanni forgiò uno straordinario diamante nella Lumen gentium: “Come Cristo ha compiuto la redenzione attraverso la povertà e le persecuzioni, così pure la chiesa e chiamata a prendere la stessa via per comunicare agli uomini i frutti della salvezza … Così anche la chiesa, benché per compiere la sua missione abbia bisogno di risorse umane, non deve cercare la gloria terrena, ma con il suo esempio diffondere umiltà e abnegazione” (LG 8). Questa è la logica dell’evangelizzazione operata dal Signore Gesù Cristo, che “da ricco che era si è fatto povero per noi” (cf. 2Cor 8,9; cf. ibid.), e dunque questa deve essere la via percorsa dalla chiesa per portare la buona notizia ai poveri. Questa istanza – diciamo la verità – è parsa paradossale e anche, qua e là nella chiesa, scandalosa, perché molti hanno continuato a pensare che solo una chiesa ricca, forte e potente possa fare del bene ai poveri. Anche per questo la profezia evangelica della povertà, dopo il concilio, e in particolare negli anni ’80 del secolo scorso, si è indebolita, è diventata silente ed è stata spesso contraddetta in modo anche clamoroso, provocando scandalo nella chiesa e nel mondo.
Ma proprio tra sue primissime parole, papa Francesco ha quasi sospirato: “Ah, come vorrei una chiesa povera e per i poveri!” (Udienza ai rappresentanti dei media, 16 marzo 2013). Da allora Francesco, che ha assunto il nome del santo che ha legato la sua vita cristiana alla povertà, non cessa di ripetere, quasi in modo ossessivo, l’urgenza della povertà della chiesa e della sua responsabilità di fronte ai poveri del mondo. Sono convinto che di questo papa saranno ricordate soprattutto le sollecitudini per la misericordia e la povertà, perché in lui il mistero cristiano si riassume soprattutto nel Cristo povero e misericordioso dei vangeli. D’altronde egli è ben consapevole che solo una chiesa povera e misericordiosa può fare riforme profonde, non operazioni di maquillage che sono senza forza e durano un momento, che incantano ma non causano conversione. È significativa questa sua affermazione: “Non si può comprendere il vangelo senza la povertà” (Intervista a La Vanguardia, quotidiano catalano, 12 giugno 2014; cf. Osservatore romano, 13 giugno 2014).
Potrei fornire diverse citazioni, tratte da numerosi interventi del papa su questo tema, sia in discorsi sia nel suo magistero quotidiano nelle omelie mattutine a Santa Marta: contro il “denaro, radice di tutti i mali” (cf 1Tm 6,10), “capace di togliere la fede”, “fonte di corruzione”, contro il potere che non diventa servizio del fratello, soprattutto dell’ultimo, contro la vanità e l’orgoglio ecclesiastico. Ma, anziché ricordare queste invettive profetiche del papa, preferisco mettere in evidenza due sue preoccupazioni emblematiche.
La prima è quella che i cristiani abbiano occhi capaci di scorgere nei poveri “la carne di Cristo”. Al cristiano – ricorda il papa – è assolutamente necessario innanzitutto sentire la chiamata a essere povero, a spogliarsi di se stesso, in una vera kénosis sull’esempio di Cristo (cf. Fil 2,7), a imparare a stare con i poveri, praticando la condivisione con chi è privo del necessario, in modo da “toccare la carne di Cristo” (Veglia di Pentecoste con i movimenti, le nuove comunità, le associazioni e le aggregazioni laicali, 18 maggio 2013; cf. anche omelia a Santa Marta, 7 marzo 2014). Ha affermato ancora il papa: “Il cristiano è uno che incontra i poveri, che li guarda negli occhi, che li tocca” (Incontro con i poveri assistiti dalla Caritas, Assisi, 4 ottobre 2013). E recentemente, con parole che vanno messe in pratica, senza commenti: “Davanti ai poveri non si tratta di giocare per avere il primato di intervento, ma possiamo riconoscere umilmente che è lo Spirito a suscitare gesti che siano segno della risposta e della vicinanza di Dio. Quando troviamo il modo per avvicinarci ai poveri, sappiamo che il primato spetta a Lui, che ha aperto i nostri occhi e il nostro cuore alla conversione. Non è di protagonismo che i poveri hanno bisogno, ma di amore che sa nascondersi e dimenticare il bene fatto. I veri protagonisti sono il Signore e i poveri” (Messaggio per la II Giornata mondiale dei poveri, 13 giugno 2018). Sembra che il bacio di san Francesco al lebbroso sia per il papa l’icona del vero rapporto di amore con chi è bisognoso. Ma, di nuovo, questo è lo stile di Gesù, è ciò che i vangeli ci raccontano di Gesù, il quale sempre ha voluto toccare corpi di malati, abbracciare i bisognosi, stare a tavola con gli scarti della società, impuri ed emarginati.
Papa Francesco esprime una vera povertà cristologica, o una cristologia della povertà, con accenti che ricordano i padri della chiesa, soprattutto Basilio di Cesarea, Giovanni Crisostomo, Ambrogio di Milano. “Il povero è un vicario di Cristo”, ha detto più volte (cf., per esempio, Incontro con i poveri, Assisi, 4 ottobre 2013; Omelia a Santa Marta, 20 gennaio 2014; Intervista all’Osservatore romano, 13 giugno 2014), proprio lui che mai e poi mai direbbe di sé di essere il vicario di Cristo. Per i poveri nessuna carità “presbite”, che li tiene lontani e li discerne solo nella lontananza; verso di loro nessuna ottica di superiorità, l’ottica di chi li guarda dal centro o dall’alto. No, occorre vederli stando accanto a loro nelle periferie dell’esistenza, nella consapevolezza che “esiste un vincolo inseparabile tra la nostra fede e i poveri … i destinatari privilegiati del Vangelo” (Evangelii gaudium 48); “i poveri … categoria teologica prima che culturale, sociologica, politica o filosofica. Dio concede loro la sua prima misericordia”, perché “essi hanno molto da insegnarci. Oltre a partecipare del sensus fidei, con le proprie sofferenze conoscono il Cristo sofferente” (ibid. 198). L’insegnamento di papa Francesco sui poveri è un insegnamento in primo luogo a livello rivelativo, cristologico, e questo conferisce alle sue parole una particolare autorità nello spazio della fede. La chiesa non può restare sorda o non tenerne conto, perché sul rapporto con i poveri e la povertà si gioca la sua fedeltà al Signore, il suo essere o non essere chiesa di Cristo.
L’altra preoccupazione di Francesco riguarda la povertà della chiesa stessa. Se la chiesa è chiesa di Cristo, allora – come si vedeva nella citazione della Lumen gentium – essa deve percorrere la via di Cristo nel suo cammino verso il Regno, facendo della povertà, dell’umiltà, della mitezza, del servizio il suo stile. Qui povertà e umiltà della chiesa sono immanenti l’una all’altra: sempre siamo tentati dalla ricchezza, dal potere, dal successo, come Gesù nel deserto all’inizio del suo ministero (cf. Mt 4,1-11; Lc 4,1-13). Ma – dice Francesco nel suo splendido discorso tenuto a Seoul ai vescovi della Corea del Sud il 14 agosto 2014 – “la vita e la missione della chiesa … non si misurano in definitiva in termini esteriori, quantitativi e istituzionali; piuttosto esse devono essere giudicate nella chiara luce del Vangelo e della sua chiamata a una conversione alla persona di Gesù Cristo”. Sempre la memoria della nostra identità “deve essere realistica, non idealizzata e non ‘trionfalistica’ … L’ideale apostolico [è quello] di una chiesa dei poveri e per i poveri, una chiesa povera per i poveri” … Tutti infatti saremo giudicati su quel “protocollo” – Mt 25,31-46 –, dove Cristo identifica se stesso con i poveri e i bisognosi. La chiesa deve soprattutto vigilare “nei momenti di prosperità”, quando c’è “il pericolo che la comunità cristiana diventi una società, cioè che perda quella dimensione spirituale, che perda la capacità di celebrare il Mistero e si trasformi in una organizzazione spirituale, cristiana culturalmente, con valori cristiani, ma senza lievito profetico”. Nessuna chiesa è esente dalla tentazione di porre fiducia in sé e nei suoi mezzi, nella sua affermazione nel mondo. È “la tentazione del benessere spirituale, del benessere pastorale”. Allora la chiesa “non è una chiesa povera per i poveri, ma una chiesa ricca per i ricchi, o una chiesa di classe media per i benestanti” (ibid.).
Queste sono parole infuocate, soprattutto se le pensiamo rivolte a una chiesa particolare che, secondo il papa, può correre tale rischio. Francesco opera un capovolgimento dei traguardi che qualcuno voleva dare a qualche chiesa particolare negli ultimi decenni, proponendo che la chiesa cercasse riconoscimenti, si facesse vedere forte, volesse concorrere culturalmente con la società… Il risultato dell’evangelizzazione di una chiesa in questo stato è la sterilità, e in tal modo l’immagine della chiesa si deforma, diventando sempre più debole nell’essere un segno innalzato tra le genti.
È all’insegna della misericordia, del “cuore per i miseri”, che va compresa la passione di papa Francesco per i poveri, gli ultimi, gli scartati della storia, le vittime della società: tutti figli e figlie di Dio, tutti con la stessa dignità, tutti “segno” di Gesù Cristo. Una “chiesa povera e per i poveri” e dunque una chiesa di poveri “beati” secondo il Vangelo: questo è ciò che desidera papa Francesco ed è ciò cui si sente impegnato dal nome del santo di Assisi che ha voluto assumere.