il bellissimo libro di C. Molari – ripensare il cristianesimo nell’attuale paradigma evolutivo

Il cammino spirituale secondo Molari. Rileggere il cristianesimo «nel nuovo orizzonte planetario»

il cammino spirituale secondo Molari

rileggere il cristianesimo «nel nuovo orizzonte planetario»

Chi avverte la necessità di una nuova immagine di Dio, de-antropomorfizzata, de-patriarcalizzata e maggiormente in linea con le acquisizioni scientifiche, pur senza voler rinunciare al suo carattere trascendente, provvidente e personale – senza cioè varcare la soglia del post-teismo al centro dei quattro volumi della serie “Oltre le religioni” – potrà trovare spunti di grande rilevanza nel libro del teologo Carlo Molari, pubblicato anche questo dalla Gabrielli editori, dal titolo Il cammino spirituale del cristiano. La sequela di Cristo nel nuovo orizzonte planetario(pp. 560, 28 euro, info@gabriellieditori.it).

Un libro, come spiega nell’introduzione il curatore del volume Francesco Nicastro, prevalentemente tratto dalle centinaia di pagine trascritte, e riviste dall’autore, dalle registrazioni dei corsi da lui tenuti a Camaldoli nel periodo 2012-2019, ogni anno su un tema specifico, e dedicato ai temi centrali del pensiero del teologo: le dinamiche della vita spirituale e di fede con le relative motivazioni di carattere concettuale e teorico. Ma anche un testo essenzialmente pratico sul come vivere la vita spirituale e giungere a quella pienezza a cui l’essere umano non può fare a meno di aspirare, con tanto di indicazioni sul lavoro interiore da svolgere a livello personale per aprirsi ai doni di amore, di giustizia, di condivisione, di solidarietà che l’azione di Dio fa fiorire nella storia. È un pensiero, quello di Molari, che si pone all’interno della prospettiva evolutiva abbracciata già dal gesuita antropologo Pierre Teilhard de Chardin, attingendo abbondantemente ai dati offerti dalle nuove scienze: dagli studi sul cervello a quelli sul tempo, dalla fisica del cosmo alla fisiologia, dall’antropologia agli studi storico-linguistici. Come spiega Nicastro, per Molari la vita e l’intero creato sono sospinti dall’evoluzione verso livelli sempre maggiori di complessità e di perfezione, la quale si colloca così non agli inizi della creazione ma alla fine di un percorso che, per l’essere umano, «chiama in causa preminentemente la dimensione spirituale». 

In questo processo, in cui il male è ineliminabile perché ricondotto alla natura di per sé limitata e incompiuta del creato – «quattordici miliardi di anni sono stati appena sufficienti per far emergere la libertà e la consapevolezza nell’essere umano» – l’azione di Dio si manifesta «secondo il concetto della creazione continua», già presente in Tommaso: non «un’attività che aggiunge qualcosa alla realtà che è in processo», precisa Molari, ma un’azione che «alimenta, sostiene, offre possibilità»: «non sostituisce mai le creature, non aggiunge qualcosa alle creature, ma fa fiorire dal di dentro».

E se non ci è dato conoscerla, in quanto posta fuori dal tempo e dallo spazio, e dunque inaccessibile alle nostre categorie mentali, possiamo però farne esperienza attraverso l’apertura al «dono di vita che continuamente ci viene offerto, ci alimenta e ci apre, nonostante limiti, difficoltà, sofferenze e fallimenti, a sempre nuove qualità di amore e di conoscenza», come ci ha insegnato Gesù nella sua esistenza storica, accogliendo e manifestando l’azione creatrice e misericordiosa di Dio nel tempo e diventando così paradigma di umanità piena e pienamente compiuta.

Qui, per gentile concessione della casa editrice, alcuni stralci tratti dalla seconda parte del libro, dedicata ai «nuovi orizzonti interpretativi»

 

Una forza creatrice che offre possibilità

una forza creatrice che offre possibilità

 da: Adista Documenti n° 31 del 11/09/2021

L’AZIONE DI DIO

(…). L’assunzione della prospettiva evolutiva comporta una conseguenza ben chiara nel modo di concepire l’azione creatrice di Dio. Io cito spesso Teilhard di Chardin, gesuita antropologo, perché già dagli anni ‘20 del secolo scorso, riferendosi al problema del male, precisava con insistenza la necessità di modificare e semplificare il modo di concepire l’azione creatrice, cioè l’attività di Dio in noi, nel senso che l’azione di Dio è una forza creatrice che continua a operare e alimenta il processo evolutivo, ma non si sostituisce mai alle creature.

È così che dobbiamo abituarci a pensare alla presenza di Dio e alla sua azione nella nostra vita; non perché questa sia una formulazione assoluta e definitiva, ma per superare quel dualismo che abbiamo visto essere conseguenza della prospettiva statica con la quale si guardava alla creazione e a tutta la realtà nella quale siamo immersi. Nel considerare l’azione di Dio dobbiamo dunque evitare di concepirla come un’attività che aggiunge qualcosa alla realtà che è in processo: l’azione di Dio non aggiunge ma alimenta, sostiene, offre possibilità, non sostituisce mai le creature, non aggiunge qualcosa alle creature, ma fa fiorire dal di dentro; proprio per questo è azione creatrice.

Creazione continua: «dal grembo stesso delle cose»

Questa prospettiva è presentata in modo veramente esemplare da papa Francesco in un preciso passaggio dell’enciclica Laudato si’ del 24 maggio 2015 in cui dice: «[Dio] ha voluto limitare se stesso – questa è una formula un po’ discutibile – creando un mondo bisognoso di sviluppo, dove molte cose che noi consideriamo mali, pericoli o fonti di sofferenza fanno parte in realtà dei dolori del parto, che ci stimolano a collaborare con il Creatore. Egli è presente nel più intimo di ogni cosa senza condizionare l’autonomia della sua creatura, e anche questo dà luogo alla legittima autonomia delle realtà terrene. Questa presenza divina, che assicura la permanenza e lo sviluppo di ogni essere, “è la continuazione dell’azione creatrice”. Lo Spirito di Dio ha riempito l’universo con le potenzialità che permettono che dal grembo stesso delle cose possa sempre germogliare qualcosa di nuovo».

Voglio sottolineare due passaggi di questo testo di papa Francesco. «Egli è presente nel più intimo di ogni cosa senza condizionare l’autonomia della sua creatura». «Questa presenza divina, che assicura la permanenza e lo sviluppo di ogni essere, “è la continuazione dell’azione creatrice”». Quest’ultima citazione del papa è tratta da S. Tommaso d’Aquino e indica proprio l’operare di Dio che chiamiamo azione creatrice e che, nell’orizzonte evolutivo, ha acquistato un significato molto più chiaro rispetto al passato, perché è così che l’umanità è evoluta nella specie di vita più complessa che noi conosciamo sulla Terra. Davvero un cambiamento di prospettiva profondo avvenuto in pochi secoli, questo dell’orizzonte evolutivo, uno sviluppo che incide profondamente sulla nostra modalità di vivere il rapporto con Dio. (…). Dal grembo stesso delle cose germoglia una novità. Questo è il modello della creazione continua che S. Tommaso d’Aquino aveva affermato, e a cui già S. Agostino aveva fatto cenno, perché è un modo molto coerente di pensare alla forza creatrice che offre possibilità facendo fiorire la perfezione. (…). Il modello della creazione continua è, dunque, un modello di per sé antico che in questa prospettiva acquista un’importanza notevole. Si tratta, infatti, di concetti che oggi riusciamo a capire meglio di quando S. Agostino e S. Tommaso scrivevano, dato che ora comprendiamo bene il senso delle strutture accoglienti che richiedono tempo per essere in grado di accogliere la perfezione e di farla fiorire.

Di qui la necessità della evoluzione, perché la creatura deve diventare il principio, essa stessa, della perfezione, per cui deve sviluppare le strutture accoglienti corrispondenti alla perfezione nuova. In questo senso possiamo dire che la creazione non è ancora finita, perché quasi quattordici miliardi di anni, l’età del nostro universo, non sono stati sufficienti a far sì che tutta la ricchezza contenuta nella perfezione divina e offerta all’umanità giungesse a pienezza nelle creature. Quattordici miliardi di anni sono stati appena sufficienti per far emergere la libertà e la consapevolezza nell’uomo. O in chi, nell’universo, esiste in forma libera e consapevole, almeno secondo le modalità che conosciamo qui sulla Terra. Come ho già accennato, io credo che sia molto plausibile che in altre parti dell’universo ci siano persone intelligenti e libere; anzi, credo che questo sia probabilissimo, se non sicuro, perché è impensabile che la forza creatrice si esprima in questo modo solo nel piccolo frammento dell’universo che è la nostra Terra, ai margini di una galassia che non è neppure particolarmente grande fra quelle esistenti. Certamente la forza creatrice, che è in azione, ha suscitato anche altrove forme di vita intelligente. Indipendentemente da queste considerazioni, è importante che ci rendiamo conto che la creazione non è ancora finita e sta continuando il suo processo, per cui possiamo attendere delle qualità umane nuove e anche forme nuove di fraternità, di giustizia, di organizzazione sociale, perché a queste corrispondono delle qualità spirituali che ancora non sono sorte ma che stanno sviluppandosi.

(…) Dio non fa il progetto, Dio offre alle cose di farsi il progetto, offre potenzialità, per cui le cose stesse si muovono verso un determinato fine. Certo il fine è indotto (vedremo il significato della “causa finale” che orienta verso un determinato fine) ma sono le cose stesse che si muovono verso questo fine. Il concetto di creazione è chiarito molto bene da questa definizione: non è come il fare le cose, ma come l’offrire alle cose di farsi. Ovvero, per riprendere il testo del papa, non è che Dio fa germogliare, ma è dal grembo delle cose che germoglia qualcosa di nuovo proprio in virtù di questa forza che alimenta, di questa energia che sostiene, di questo amore che avvolge, diciamo in termini cristiani. Così si è affinato il concetto di creazione, come l’offrire alle cose di farsi: questa è la potenza creatrice, non il fare le cose, ma l’offrire loro di diventare. (…).

Alcuni anni fa ci furono risonanze sulla stampa di un intervento di Stephen Hawking, lo scienziato che ha studiato i buchi neri, il quale diceva, appunto, che non è necessario alcun intervento divino, perché gli scienziati, come tali, possono individuare sempre tutti i meccanismi attraverso i quali gli eventi accadono, anche gli eventi iniziali. Perché c’è un meccanismo e un principio interno agli eventi per cui è sempre possibile individuare una causa. Anzi è necessario, e gli scienziati devono farlo. Questo è importante per noi credenti perché se anche la scienza arrivasse a dimostrare che l’energia è sempre esistita (teoria dei multiversi opposta all’universo), questo non sarebbe incompatibile con il concetto del Dio creatore, dato che resterebbe la dipendenza totale del creato da una forza superiore. La scienza può sviscerare tutti i segreti della creazione senza mai incontrare Dio, perché si muove solamente nell’ambito delle creature e del tempo; e così può arrivare a individuare le leggi del big bang perché sono sempre leggi interne al creato e, dunque, al tempo. (…).

La creazione come dipendenza, non come inizio nel tempo

Da quanto detto risulta come, a differenza del pensiero tradizionale che poneva la creazione all’inizio del tempo per un’azione di Dio e faceva di questo atto di Dio l’elemento costitutivo stesso della creazione, già nella riflessione teologica del medioevo S. Tommaso d’Aquino sosteneva che, di per sé, l’inizio non faceva parte della creazione, nel senso che sarebbe stata possibile anche una creazione che non avesse avuto un inizio. Si può dunque pensare, sosteneva S. Tommaso, che non sia l’inizio che determina la condizione creata, bensì la dipendenza delle cose create dal creatore. (…).

Nella prospettiva secondo cui non è l’inizio che è significativo ma la dipendenza, viene meno la rilevanza della considerazione temporale ai fini della creazione: infatti se è il nostro dipendere, la nostra dipendenza totale – e noi dipendiamo totalmente da Dio, dice S. Tommaso – che ci fa creature, allora questa condizione può darsi da sempre, anche in tutto il tempo e per tutto il tempo. Dal punto di vista logico, dunque, se non è l’origine la condizione che ci fa creature, ma la dipendenza, non è contraddittorio pensare una creatura che è sì da sempre, ma da sempre è creatura nel senso che da sempre dipende.

(…) Per tradurre questa condizione di dipendenza, questo esistere come dipendere totalmente, possiamo dire che l’azione creatrice avvolge le creature totalmente da sempre. Questo è un punto importante su cui riflettere: il nostro affidarci all’azione creatrice di Dio è legato all’esperienza della dipendenza, non all’origine; quando diciamo che dipendiamo, vuol dire che c’è un Principio, il principio che ci costituisce, la fonte della nostra vita. (…). Possiamo così concludere che l’esperienza che sta al fondo del nostro sentirci creature non è l’esperienza di aver vissuto un inizio, di questo non ricordiamo e non sappiamo neppure nulla, ma il cogliere la nostra totale dipendenza da forze più grandi di noi. Questo a tutti i livelli, fisico, biologico, psichico e spirituale, per chi ha esperienze spirituali: noi dipendiamo totalmente. E più la vita cresce e si sviluppa, e più la perfezione cresce, più la nostra dipendenza diventa profonda e coinvolgente. (…).

Questo ha un riflesso molto profondo nella nostra esperienza spirituale, quindi nel vivere il rapporto col Principio. Per Dio non ci sono interventi-eventi, Egli agisce su di noi come una forza che continua sempre, non può mai venire meno, c’è tutto da sempre, assieme al tempo che ha un inizio per l’uomo, ma non per Dio. (…). Il senso di dipendenza dal divino è (…) universale, di ogni tempo, religione e cultura. Per noi si tratta di purificare questa consapevolezza della dipendenza dalla forza creatrice non mettendola in relazione solamente all’atto creativo dell’inizio, ma vedendola come una dipendenza strutturale, continua. Questo perché noi non siamo ancora viventi, siamo un tentativo di vita che la Vita fa. La Vita vuole renderci viventi, ma per ora siamo come feti che dipendono dalla madre. Questa consapevolezza è essenziale per la vita spirituale, altrimenti non viviamo in modo autentico, che è quello di essere consapevoli della nostra condizione di creature, di dipendenza totale nel nostro operare e nel nostro esistere.

Due modelli: intervento divino o azione di creature

(…). Questo è il passaggio importante da chiarire bene: noi non chiediamo a Dio che faccia qualcosa al nostro posto. Certo, la fonte originale di tutto è sempre l’azione di Dio, ma Dio non fa nulla in più di quello che facciamo noi, e noi lo facciamo perché ci apriamo alla sua azione, accogliamo quella forza di vita che viene da lui; ma siamo noi che dobbiamo operare. È un concetto molto semplice, di per sé, ma si tratta di un modo di concepire l’azione di Dio che ha conseguenze notevoli, per cui richiede che purifichiamo l’idea che abbiamo dell’azione di Dio sulle creature. (…).

Creazione non vuol dire che Dio ha fatto le cose, ma che ha offerto alle cose di farsi per cui la realtà è diventata; il che è molto diverso: la realtà non è stata fatta, la realtà è stata alimentata al punto di farsi. È la realtà che realmente diventa, procede nel divenire e si sviluppa nel tempo. Dobbiamo capire bene la differenza: questa è l’azione con cui Dio crea e, in questa prospettiva, non c’è nessun momento in cui si coglie, di per sé, l’azione creatrice di Dio distinta dal divenire delle creature, perché l’azione creatrice è il divenire delle creature. (…).

Possiamo sintetizzare come segue le modalità con cui è stata concepita l’azione creatrice da parte di Dio.

I. Il modello della creazione iniziale attribuisce a Dio ab initio l’atto creatore con cui affida un’energia alla creazione e si riserva di controllare, intervenire e guidarne lo sviluppo nel corso della storia e del suo compimento. (…). Questa è stata la visione iniziale che alcuni presentano in modo ancora più radicale. Fra gli ebrei del 1500 è sorta la teoria dello tzimtzum che si diffuse nell’ambito della Cabala ebraica nel 1600-1700 e che alcuni hanno ripreso anche ai nostri tempi (…) per spiegare il male esistente nella creazione. Questo modello partiva da una concezione di Dio che prima occupava tutto lo spazio del cosmo e che all’inizio, all’origine della creazione, per dare lo spazio alle creature si è ritirato da un ambito e ha lasciato un vuoto in cui immetterle. “Si ritirava”, questo vuol dire tzimtzum, ritrarsi e lasciare lo spazio perché le creature possano esistere. (…).

Nella prospettiva cristiana che è stata ancora conservata nel Catechismo della Chiesa Cattolica c’è, in più, l’intervento diretto di Dio nella storia della creazione. Io credo che questo sia ancora un residuo delle visioni precedenti, per cui il modello evolutivo non è stato assunto completamente; lo si è assunto, cioè, con delle riserve per cui si continuano ad attribuire a Dio interventi in determinati passaggi del processo evolutivo.

II. Nella visione evolutiva non c’è nessun intervento di Dio; l’azione creatrice continuamente alimenta, offre possibilità alle creature – questo è il senso dell’azione creatrice – ma non si sostituisce mai alle creature. Anche i miracoli, in questa prospettiva, sono le creature che li compiono; sono sempre le creature, in virtù del loro rapporto con Dio, dell’apertura, della preghiera, della connessione profonda fra di noi, che operano anche i miracoli: sono eventi straordinari che richiedono una particolare intensità nell’accoglienza dell’azione di Dio, e quindi anche nella preghiera.

Si vede quindi bene la differenza tra i modelli. Il modello dell’azione creatrice tutta posta all’inizio, per cui Dio dà l’impulso riservandosi particolari interventi in determinate occasioni, con l’impulso affidato alle creature e il riserbo dello tzimtzum, il ripiegamento di Dio, per spiegare la libertà d’azione delle crea ture e il male nella creazione. Il modello evolutivo nel quale tutto questo non trova posto, né l’azione creatrice di Dio che interviene, né lo tzimtzum, il suo ritirarsi: la forza creatrice è continuamente all’opera e offre possibilità, ma non determina mai le creature. È necessario riflettere bene su come interpretare l’azione di Dio, perché c’è il rischio di cadere in una interpretazione di tipo magico o interventista, come se Dio fosse là a guardare e a dire “qui devo fare qualcosa in più, lì devo operare”. È un modo molto infantile di pensare all’azione di Dio, a questo Dabàr, a questa forza di vita che sta al fondo e che possiamo verificare proprio perché, abbandonandoci con fiducia, scopriamo di poter pervenire a forme nuove, a capacità nuove di amore, di misericordia, di perdono e così via. (…).

Occorre allora avere un modello ben chiaro dell’azione di Dio: Dio è sempre e solo creatore. In questo senso Dio non fa le cose ma offre alle cose di divenire; oppure, secondo la formula di Teilhard de Chardin, Dio non fa le cose ma fa sì che le cose si facciano. Ne consegue ciò che, per noi, implica il lavoro spirituale: aprirci all’azione di Dio ma decidere noi, operare noi, perché è a questo che il Signore ci chiama. (…).

Sovrabbondanza dell’offerta, libertà, casualità e chiamata dal nulla delle cose

Per questo c’è anche il caso: anche la casualità fa parte dell’azione di Dio la quale, in realtà, ci offre contemporaneamente molte possibilità. Per cui non dobbiamo pensare che Dio ci imponga qualcosa o ci faccia diventare quello che vuole Lui: Dio ci offre molte possibilità per diventare quello che possiamo essere. In questo senso parlare di un “disegno di Dio” su ciascuno di noi in un senso rigido, determinato, non è esatto e si presta ad ambiguità, a equivoci forti, come se noi dovessimo seguire solo una strada che ci è imposta. No. Dio ci offre molte possibilità, possiamo diventare tante cose: sempre immagini di Dio, sempre figli suoi, ma con modalità molto diverse. (…).

La possibilità, dunque, è sempre data, per quanto sempre attraverso il limite e le imperfezioni delle creature; limiti e imperfezioni che fanno sì che nel creato ci siano processi casuali e processi che falliscono nel diventare. Il cammino verso il compimento della creazione non è un processo deterministico: contiene delle componenti casuali, eventi che accadono e che ostacolano il processo stesso. Il caso non è sempre favorevole, ci sono sviluppi che bloccano il divenire e c’è involuzione proprio perché le creature sono imperfette e non compiute. (…)

Questo è il modo di interpretare l’azione di Dio nella storia: Dio offre possibilità, non le impone; è creatore, non ci sostituisce mai. (…). Dio non può sostituire mai le creature, ma offre loro le possibilità per giungere al traguardo definitivo. Anche il miracolo: sono sempre creature che lo fanno; certo perché si aprono all’azione di Dio in modo più profondo, ma sono sempre le creature che operano il miracolo. (…).

Creazione e creazionismo, l’intelligent design

A completamento di questa riflessione voglio evidenziare l’infondatezza delle polemiche tra scienza e fede che sono sorte, negli ultimi decenni del secolo scorso, sul modello dell’azione di Dio. Infatti, se polemiche di questo tipo in altri ambiti sono giustificate, non hanno senso in ordine alla creazione e all’evoluzione. Coerentemente a questo modo di pensare che si colloca nella prospettiva evolutiva (…), tutto ciò che accade nella natura e nella storia umana, tutto, ha una causa intrinseca: tutti gli eventi, anche quelli di cui gli scienziati non sanno ancora spiegare le dinamiche e le ragioni, hanno sempre un principio interno. Non bisogna mai ricorrere a Dio per spiegare un’emergenza di qualità nuove di vita, di forme nuove, di perfezione nuova. Cose che, invece, molti teologi del passato, e alcuni anche oggi, spiegano attraverso interventi divini, come se Dio aggiungesse qualcosa al processo della creazione: così il sorgere della vita e così l’origine dell’uomo. Ma se accettiamo realmente questo concetto di creazione nel senso più radicale, noi non dobbiamo supporre nessun intervento perché la forza creatrice è sempre presente e non deve aggiungere nulla; è la creatura che evolvendo rende possibile l’emergere di una perfezione nuova, di una qualità nuova che era già contenuta nella forza creatrice, ma che per emergere richiedeva del tempo (…).

I sostenitori del “progetto intelligente”, intelligent design (…), ammettono, almeno in parte, il processo evolutivo, ma sostengono che questo avviene seguendo un progetto ben determinato. Fra questi ci sono diversi credenti, anche cattolici, fra cui il cardinale di Vienna Schönborn, che nel 2007 scrisse un articolo sul New York Times per difendere questa posizione, suscitando la reazione di molti scienziati, anche di parte cattolica, che invece negano questa necessità. (…).

Il miracolo: «la tua fede ti ha guarito»

In questa prospettiva, nemmeno il miracolo è un’aggiunta che Dio fa all’azione delle creature: sono sempre le creature che operano il miracolo quando vivono la fede al punto da realizzare qualcosa di straordinario, quegli eventi fuori dall’ordinario che possono accadere. (…). In questo senso si capisce anche perché Gesù stesso, quando guariva, diceva sempre: la tua fede ti ha salvato e non “Dio ti ha guarito”. (…).

La preghiera è proprio l’espressione di questa accoglienza della forza della vita per poterla esprimere a beneficio degli altri e nostro: noi diventiamo realmente per il dinamismo della creazione che investe le creature che si aprono alla forza creatrice con atteggiamento di fede, con atteggiamento di accoglienza più profonda. (…).

La vita così come si è espressa sulla Terra – in altri luoghi, nel futuro, altre cose potranno essere scoperte a questo proposito – ha conosciuto uno sviluppo lentissimo delle qualità vitali: prima che sorgesse il pensiero, la consapevolezza, ci sono voluti, appunto, miliardi di anni, e la ricchezza della vita è tale che non possiamo escludere possibilità nuove che oggi ci sembrano impossibili. (…).

Se crediamo in Dio questo è pacifico: la vita è molto più grande delle forme limitate che ha assunto sulla Terra, per cui anche le manifestazioni che oggi possono sembrare straordinarie, possono diventare ordinarie. La vita è più grande di noi e può esprimersi in noi solo se accogliamo, se restiamo collegati con la Fonte. (…).

NOI SIAMO TEMPO: COSÌ ACCOGLIAMO L’AZIONE CREATRICE

(…) La prospettiva evolutiva implica un cambiamento profondo nel considerare la nostra identità, cioè quella pienezza di vita alla quale siamo chiamati e per la quale, in questa prospettiva, il traguardo è alla fine: noi andiamo verso la nostra identità, siamo chiamati a diventare, per raggiungere la pienezza di figli di Dio. Non partiamo già realizzati, partiamo con molte possibilità aperte davanti a noi che, però, un po’ alla volta noi veniamo determinando con le nostre scelte.

Il succedersi di frammenti di novità costituisce la realtà del tempo

È per questo che la prospettiva evolutiva mette in luce un dato che risulta in modo evidente dalla riflessione sulla nostra condizione di creature: cioè il fatto che noi siamo tempo, e quindi dobbiamo necessariamente imparare a vivere questa nostra condizione secondo le tre dimensioni del tempo: il passato, il presente, il futuro. La ragione del nostro essere tempo può essere espressa così: noi non possiamo accogliere quel flusso di vita che ci costituisce, quella forza che alimenta la nostra esistenza, in modo compiuto in un istante, ma solo attraverso una molteplicità di situazioni e di esperienze. Noi non abbiamo inizialmente gli spazi necessari per interiorizzare tutto il dono, tutta la ricchezza che ci è necessaria. Non possiamo, per fare un esempio, respirare o mangiare all’inizio dell’anno per tutto l’anno, abbiamo bisogno di una continuità di accoglienza perché non abbiamo gli spazi necessari. Anche le informazioni che ci sono necessarie per vivere le possiamo accogliere e interiorizzare a frammenti, l’una dopo l’altra, nelle diverse situazioni. Questa dipendenza, questa sintonia e questa accoglienza si sviluppano nel tempo perché abbiamo bisogno di allargare gli spazi di interiorità. Dalle creature sempre può germogliare qualcosa di nuovo, per cui ogni giorno noi siamo chiamati a interrogarci: “Che cosa di nuovo oggi l’azione creatrice mi offre? Che cosa di nuovo la vita oggi mi offre, che finora non ho accolto, anche nei miei rapporti con gli altri?”. Non semplicemente per la mia pigrizia, c’è anche questo a volte, ma proprio perché il tempo è il grembo fecondo dell’azione creatrice. (…).

Dio non è tempo. È, invece, il nostro sviluppo come creature che richiede tempo, perché non possiamo essere immediatamente il tutto, non possiamo accogliere tutta la perfezione in un istante: noi abbiamo bisogno di frammenti che si succedono a frammenti del diventare. Noi diventiamo, siamo in questo processo del diventare; ed è importante che ci rendiamo conto delle condizioni per diventare: Dio non aggiunge qualcosa a quello che noi siamo, ma ci offre la possibilità di diventare e questo diventare si realizza attraverso i gesti che compiamo, i pensieri che sviluppiamo, i rapporti che viviamo, tutto ciò che fa parte della nostra vita. È per questo che qualcosa di nuovo può sempre fiorire dal nostro cuore, dall’interiorità, ed è proprio in questa prospettiva che ci esercitiamo per sviluppare la nostra vita spirituale: per diventare. (…).

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