la chiesa e la mafia

 le tacite connivenze con la mafia

 

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non sono molti giorni che papa Francesco si è pronunciato durissimamente nei confronti delle mafie e in particolare della ‘ndrangheta, in occasione della sua visita pastorale in Calabria: una vera e propria scomunica

ciò ha provocato una singolare reazione: uno ‘sciopero della messa’ da parte di detenuti del carcere di Larino, nel Molise, che se per un verso può interpretarsi come un positivo prender atto della necessità di una conversione radicale per prendere parte fruttuosamente alle celebrazioni religiose, per altro verso sembra più vicino al vero interpretare questa reazione come un rifiuto di tale condanna

sicuramente non tiene conto delle parole del papa chi ha organizzato la processione con la Madonna ad Oppido Mamertino, in provincia di Reggio Calabria: durante la processione vi è stata la sosta e l’inchino di chi portava la statua della Madonna davanti alla casa del capo di una cosca ‘ndranghedista

la cosa, ovviamente, ha suscitato le più forti reazioni anche perché sembra che al clero presente alla processione questo non sia stato affatto vissuto come una cosa strana, anzi addirittura insostenibile al punto di dover prendere le distanze fino a uscire dalla processione stessa, come invece hanno fatto, meritoriamente, i carabinieri presenti

ciò non può che riproporre la riflessione sui rapporti chiesa-mafia e la stampa odierna riproduce bene l’intensità della problematica e relativa discussione

riproduco di seguito i link a diversi articoli apparsi sulla stampa odierna in riferimento a tutto ciò (con l’aiuto insostituibile della rassegna stampa di ‘finesettimana’):

 

“Può essere questo l’indizio che nel mondo della criminalità organizzata stia maturando l’orientamento ad allentare i rapporti con la religione della tradizione, a considerare i due poteri (mafia e chiesa) come meno intrecciati e collusi.” “Ma lo sciopero della messa attuato dai detenuti mafiosi … può anche essere letto da un’altra prospettiva: quella della negoziazione di un nuovo rapporto con la chiesa cattolica, della ricerca di uno “sconto di pena”
le parole di Papa Francesco non solo scuotono questa connivenza, questo avallo reciproco, questo patto silenzioso fra potere criminale e Chiesa locale – ed è già un fatto straordinario – ma entrano in uno spazio diverso, più sottile, più scoperto: quello della coscienza dei singoli. Agiscono su un terreno nuovo, che non riguarda solo una collettività, ma chiama in causa – uno per uno – chi ha creduto che la fede nel Dio dei cristiani e l’essere parte di un clan mafioso potessero coesistere.
quanto è accaduto a Oppido Mamertina, quel parroco che ha consentito che si mantenesse quel perverso intreccio tra sacro e sacrilego, denunciato con forza da Papa Francesco proprio in Calabria ha turbato la comunità cristiana. «Non c’è nessun margine e nessuna possibilità di commistione tra fede e malavita» ha commentato il vescovo di Cassano allo Jonio e segretario della Cei, monsignor Nunzio Galantino

Un gesto clamoroso di ribellione alla Chiesa», concordano vescovi e cappellani in prima linea contro le cosche. La scomunica di Francesco ai mafiosi fa effetto sui detenuti ad alta sicurezza del carcere di Larino, in quella provincia di Campobasso che sabato la visita del Papa ha trasformato in laboratorio del Vangelo sociale.
E’ inquietante, questa sincronia di tempi. L’inchino ai boss era stato addirittura «ufficialmente proibito» in un decreto del febbraio di quest’anno. Aver contravvenuto al provvedimento non è un gesto estemporaneo. È la mafia che non ci sta e non accetta la scomunica, come non accettò la «ribellione» di don Pino Puglisi che ignorava i «consigli» dei boss.

abbiamo a che fare con una mentalità radicata, una sorta di assuefazione a certi comportamenti. Non è che questo possa cambiare da un momento all’altro… Abbiamo bisogno di metterci tutti a lavorare, di impostare un processo di educazione, di purificazione della pietà popolare. Di non lasciare soli i sacerdoti, i parroci di frontiera del paesino dove tutti sanno chi è il mafioso. E non lasciare soli neanche i vescovi»
“coloro che commettono certi crimini omicidi, delitti di stampo mafioso etc – sono di per sé fuori dalla grazia di Dio e come tali non possono più accedere ai sacramenti. È un po’ la medesima cosa che accade, ovviamente con i dovuti distinguo, per un divorziato risposato. Questi non può accedere alla comunione a motivo di quanto ha fatto.” (ndr.: il divorziato risposato, con i dovuti distinguo, è come un mafioso assassino? Anzi, è peggio di un mafioso assassino, perché quest’ultimo può pentirsi e quindi ricevere i sacramenti, mentre il divorziato risposato no?)
Non accettano la scomunica di papa Francesco i detenuti del carcere di Larino e vogliono continuare a prendere i sacramenti. Per questo hanno avviato una protesta contro il cappellano del carcere, don Marco Colonna: «Padre, se non li possiamo più prendere, noi alla funzione religiosa non veniamo più».
Monsignor Nunzio Galantino, segretario generale della Cei, ha detto «che la Madonna non si inchina ai malavitosi. Chi ha fatto fare l’inchino alla Madonna le ha fatto fare un gesto che la Madre di Dio non avrebbe mai fatto. Si è inchinata la statua, non la Madonna».
“Questo sciopero non dice: «Il Papa ci ha tolto la patente di cristiani, non possiamo più battere le strade della messa e della comunione ». Perché questo è falso. Papa Francesco nel suo viaggio in Calabria ha fatto un gesto comunicativamente geniale, è andato a trovare i detenuti nel carcere di Castrovillari e ha detto loro «anche io sbaglio, anche io ho bisogno di perdono»: è in questa frase la vera forza della sua dichiarazione di scomunica. Non è contro l’uomo che in carcere appartiene all’organizzazione ma contro l’organizzazione. La scomunica non è all’assassino, … La scomunica è all’assassinio… alla prassi mafiosa



cosa pensa la ndrangheta di papa Francesco

Papa Francesco piace alla gente ma non alla ‘ndrangheta

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per l’azione di pulizia e di recupero di una dimensione di maggiore povertà evangelica nella chiesa e in Vaticano in particolare che papa Francesco sta facendo, sembra che la ndrangheta non lo veda di buon occhio, anzi, se potesse lo farebbe anche fuori! parola di giudice!

“Papa Francesco sta facendo innervosire la mafia finanziaria […]. Se i boss potessero fargli uno sgambetto, non esiterebbero. E di certo ci stanno già riflettendo”, l’allarme è stato lanciato dal procuratore aggiunto di Reggio Calabria, Nicola Gratteri in un’intervista a Il Fatto Quotidiano “Questo Papa – spiega al quotidiano – è sulla strada giusta. Ha da subito lanciato segnali importanti: indossa il crocifisso in ferro, rema contro il lusso. È coerente, credibile. E punta a fare pulizia totale”. Questo può dare molto filo da torcere alla mafia finanziaria che da tempo investe e ricicla denaro anche, secondo quanto afferma il procuratore, nutrendosi “delle connivenze con la Chiesa”. “Chi finora si è nutrito del potere e della ricchezza che derivano direttamente dalla Chiesa è nervoso, agitato. Papa Bergoglio sta spostando centri di potere economico in Vaticano. Se i boss potessero fargli uno sgambetto, non esiterebbero”.

Come riporta l’Huffington Post citando sempre Il Fatto Quotidiano:

Secondo il procuratore aggiunto di Reggio, il Papa può essere davvero in pericolo. “Non so se la criminalità organizzata sia nella condizione di fare qualcosa – precisa – ma di certo ci sta riflettendo. Può essere pericoloso”. Gratteri, che dal 1989 vive sotto scorta, ha scritto insieme allo storico Antonio Nicaso un libro intitolato “Acqua Santissima” in cui racconta i profondissimi legami che esistono tra mafia e Chiesa. Nella sua esperienza sa come i preti vadano “di continuo a casa dei boss a bere il caffè, regalando loro forza e legittimazione popolare”.

per una più completa documentazione riporto anche il servizio apparto su ‘il Fatto quotidiano’ cui si fa riferimento sopra:

“Pulizia in Vaticano: ‘ndrangheta nervosa, pericolo per il Papa”

intervista a Nicola Gratteri a cura di Beatrice Borromeo
in “il Fatto Quotidiano” del 13 novembre 2013

“La chiesa è grande perché ognuno ci sta dentro a modo proprio”, scriveva Leonardo Sciascia ne Il giorno della Civetta. Accantonati scandali e anatemi, il cattolicesimo ha consolidato nei secoli la più improbabile delle alleanze: quella coi mafiosi, affezionati frequentatori di parrocchie e confessionali, che accanto ai kalashnikov conservano la Bibbia e dai cui comodini pendono rosari dai grossi grani rossi. “Dio, proteggi me e questo bunker”, è la scritta che, tra un santino di Padre Pio e un bassorilievo raffigurante il volto di Gesù Cristo, i carabinieri del Ros hanno scovato nel rifugio del boss Gregorio Bellocco, nelle campagne calabresi di Anoia. “Faccio il magistrato da 26 anni e non trovo covo dove manchi un’immagine della Madonna di Polsi o di San Michele Arcangelo. Non c’è rito di affiliazione che non richiami la religione. ’ndrangheta e Chiesa camminano per mano”, dice il procuratore aggiunto di Reggio Calabria, Nicola Gratteri. Che assieme allo storico Antonio Nicaso ha raccontato in un libro (Acqua Santissima, Mondadori, 204 pagine, 17,50 euro) l’incontro di due mondi che dovrebbero interagire come l’acqua e l’olio. E che invece si mescolano di continuo. “Però le cose stanno cambiando”, giura il pm.
È diventato ottimista, Gratteri? Questo Papa è sulla strada giusta. Ha da subito lanciato segnali importanti: indossa il crocifisso in ferro, rema contro il lusso. È coerente, credibile. E punta a fare pulizia totale. E la mafia è preoccupata da questi comportamenti? Quella finanziaria sì, eccome. Chi finora si è nutrito del potere e della ricchezza che derivano direttamente dalla Chiesa, è nervoso, agitato. Papa Bergoglio sta smontando centri di potere economico in Vaticano. Se i boss potessero fargli uno sgambetto non esiterebbero. Crede davvero che il Papa sia a rischio? Non so se la criminalità organizzata sia nella condizione di fare qualcosa, ma di certo ci sta riflettendo. Può essere pericoloso. Cosa intende quando parla di mafia finanziaria? I padrini con la coppola non esistono più: sono morti oppure in carcere al 41-bis. Ma il mafioso che investe, che ricicla denaro, che dunque ha potere vero, è proprio quello che per anni si è nutrito delle connivenze con la Chiesa. Sono questi i soggetti che si stanno innervosendo. D’abitudine qual è l’atteggiamento della Chiesa verso le organizzazioni criminali? Un paio di esempi: il vescovo di Reggio Calabria, anche dopo la condanna in Cassazione di un capobastone, ha detto che non poteva schierarsi perché magari si trattava di un errore giudiziario. Il vescovo di Locri ha sì scomunicato i mafiosi, ma solamente dopo che avevano danneggiato le piantine di frutti di bosco della comunità ecclesiastica di Platì. Solo che prima di quell’episodio, i boss avevano ammazzato migliaia di persone. Bisogna aspettare le piantine perché i prelati si sveglino? Che altro? Qualche anno fa la figlia di Condello il Supremo si è sposata nel duomo di Reggio Calabria. È arrivata pure la benedizione papale. A Roma potevano non conoscere il clan, ma in Calabria tutti sanno chi sono i Condello. Eppure nessuno ha fiatato. I preti, poi, vanno di continuo a casa dei boss a bere il caffè, regalando loro forza e legittimazione popolare. E perché ci vanno?
Alcuni dicono che frequentano i mafiosi perché devono redimere tutte le anime, senza discriminare. Capirei se la Chiesa accogliesse chi si pente davvero, ma così è troppo facile: continui a uccidere, a importare cocaina, a tenere soggiogata la gente e io, prete, ti do pure una mano. Quindi i boss sono religiosi solo per convenienza? No, c’è anche una vocazione autentica. Abbiamo fatto un sondaggio in carcere: l’88 per cento dei mafiosi intervistati si dichiara religioso. Prima di ammazzare, un ‘ndranghetista prega. Si rivolge alla Madonna per avere protezione. Pensa di essere nel giusto? Lo è, dal suo punto di vista. Mettiamo il caso in cui un tizio decide di aprire un bar senza chiedere il permesso al boss locale, e dunque senza rivolgersi alla sua impresa per fare gli scavi, per comprare il bancone o le bibite. Il mafioso che fa? Gli spara alle serrande, poi alle gambe e così via per convincerlo a sottomettersi. Se però il tizio rifiuta, il mafioso è “costretto” a ucciderlo. Se non hai scelta, non commetti peccato. Che importanza hanno invece i matrimoni? Sono centrali. Suggellano alleanze, sanciscono tregue, e al margine delle cerimonie ci sono i riti di affiliazione. Rifiutarsi di partecipare a un matrimonio può essere considerato una dichiarazione di guerra. E non essere invitati è un pessimo segno. Il boss Novelli, trapiantato in Lombardia, ha cominciato ad allarmarsi quando non l’hanno invitato a un importante matrimonio calabrese. Poco dopo, infatti, l’hanno ammazzato.




la chiesa e la u’drangheta, un connubio spesso oscuro e pericoloso

 

rinnovamento

in occasione della pubblicazione del volume di N. Gratteri, procuratore aggiunto di Reggio Calabria e dello storico A. Nicaso in cui si raccontano luci e ombre del rapporto chiesa-mafia, una buona presentazione su l’ ‘Avvenire’ odierno di A. M. Mira:

 

Chiesa e n’drangheta, dal silenzio alla lotta

di Antonio Maria Mira

« La Chiesa deve essere una spina nel fianco della mafia», ha detto recentemente il cardinale Gianfranco Ravasi, aggiungendo che la mafia «è un fenomeno radicato e impastato: forse la comunità ecclesiale non lo ha combattuto abbastanza, anche in passato». La frase è citato nel libro, in uscita oggi da Mondadori, Acqua santissima. La Chiesa e la ’ndrangheta: storie di potere, silenzi e assoluzioni, scritto dal procuratore aggiunto di Reggio Calabria Nicola Gratteri e dallo storico Antonio Nicaso, coppia ormai rodata (siamo al sesto libro) in tema di ’ndrangheta. Il titolo riassume già la tesi del libro, dove, in modo molto documentato – e non poteva essere che così visto che Gratteri è tra i magistrati di punta della lotta alla ’ndrangheta – si raccontano luci e ombre del rapporto chiesa-mafia, in particolare quella calabrese, sicuramente quella che anche per sua natura, tradizione, legami con la terra ha più utilizzato elementi di religiosità, o meglio pseudoreligiosità, nel mantenimento del proprio potere. Più ombre che luci, secondo gli autori che nell’introduzione parlano di «controverso rapporto tra Chiesa e ’ndrangheta. Un rapporto in cui si alternano e a volte si sovrappongono luci e ombre intorno a un gomitolo aggrovigliato del quale è sempre più urgente trovare il bandolo. Non è più il tempo delle parole, ma di fatti e comportamenti finalmente capaci di dimostrare quanto questi due mondi siano diversi e inconciliabili». Molte citazioni, sicuramente dure, di storie certo non positive di questo rapporto. Vicende ben note come i condizionamenti delle feste religiose, lo stravolgimento di matrimoni e funerali, i giuramenti col santino di San Michele Arcangelo, la convinzione dei mafiosi di essere giustificati davanti a Dio, fino al punto di chiedere alla Madonna di Polsi, il più famoso santuario calabrese, l’intercessione per poter uscire dal carcere: «Fammi la grazia a cacciami fora e la prima figghia ti la fazzo sora». Sembra solo folclore ma, purtroppo, non lo è. Come sottolinea il cardinale Ravasi, che ne ha fatto tema di una delle tappe del Cortile dei Gentili proprio in Calabria, questi elementi sono stati spesso accompagnati da colpevoli silenzi di parte del mondo ecclesiale. Gratteri e Nicaso, come abbiamo detto insistono molto su questo, citando nomi e cognomi, storie anche non strettamente giudiziarie, ma correttamente avvertono che molte non sono ancora concluse e quindi i protagonisti «sono da ritenersi innocenti fino a sentenza definitiva». Certo il negativo domina in questo libro, rispetto al positivo che pur c’è e c’è stato. Gli autori non mancano di citare nette prese di posizione della Chiesa calabrese, come una lettera pastorale del 1916 che a proposito delle feste patronali scriveva di «abusi inqualificabili»; o padre Gaetano Catanoso, beatificato nel 1987, impegnato alla fine dell’Ottocento contro le prepotenze degli ’ndranghetisti. Ma poi ripetono che queste prese di posizione sono rimaste isolate e non hanno avuto concretizzazioni durature nel tempo. Certo, più si va avanti negli anni della loro analisi, più sono gli esempi di vescovi e sacerdoti impegnati con convinzione, e soprattutto con efficacia, nel contrasto alle mafie, da don Italo Calabrò, parroco e vicario a Reggio Calabria (tra i fondatori della Caritas italiana) a don Pino Demasi, parroco di Polistena e animatore di tante iniziative nella Piana di Gioia Tauro, ma nel libro appaiono sempre come casi isolati. Un libro, dunque, da leggere con attenzione e, soprattutto, da discutere. In particolare per l’ardita tesi, ripresa da altri scrittori, che il perdono cristiano giustificherebbe gli ’ndranghetisti («Solo Dio è il vero giudice», scrivono sui muri delle celle) anche quando commettono i più gravi delitti. Forse i mafiosi lo pensano. Di certo la Chiesa no.