il vescovo dice che il “fenomeno di Medjugorje” è tutta una montatura

LE “APPARIZIONI” DEI PRIMI SETTE GIORNI A MEĐUGORJE

le conclusioni del vescovo di Mostar competente per territorio:

Dato che la „Chiesa del Dio vivente“ è „colonna e sostegno della verità” (1 Tim 3,15), tutte le indagini finora condotte sul “fenomeno di Medjugorje” sono tese a constatare la verità: le apparizioni sono autentiche o non autentiche? Constat vel non de supernaturalitate? A ciò sono servite la prima Commissione diocesana di Mostar: 1982-1984, la Commissione allargata: 1984-1986, la Commissione della Conferenza Episcopale di Zagabria: 1987-1990, la Commissione della Congregazione per la Dottrina della Fede in Vaticano: 2010-2014 e infine la valutazione della stessa Congregazione: 2014-2016, come stabilito da papa Benedetto XVI. Crediamo che tutto sia stato consegnato nelle mani del Santo Padre Papa Francesco.

La posizione di questa Curia per tutto questo periodo è stata chiara e risoluta: non si tratta di vere apparizioni della Beata Vergine Maria.

Sebbene talvolta si sia detto che le apparizioni dei primi giorni potrebbero essere ritenute autentiche e che poi sarebbe sopraggiunta una sovrastruttura per altri motivi, in prevalenza non religiosi, questa Curia ha promosso la verità anche riguardo a questi primi giorni. Dopo aver trascritto dai registratori le audiocassette contenenti i colloqui avvenuti, nella prima settimana, nell’ufficio parrocchiale di Medjugorje, tra il personale pastorale e i ragazzi e le ragazze che avevano affermato di aver visto la Madonna, con piena convinzione e responsabilità esponiamo i motivi per cui appare evidente la non autenticità dei presunti fenomeni. Se la vera Madonna, Madre di Gesù, non è apparsa – come infatti non è – allora a tutto sono da applicare le seguenti formule: “sedicenti” veggenti, “presunti” messaggi, “preteso” segno visibile e “cosiddetti” segreti.

Nel corso del mio ministero episcopale, prima da coadiutore (1992/93) e poi da ordinario, con prediche e pubblicazioni di libri (Sedes Sapientiae 1995, Speculum iustitiae 2001, La Madre di Gesù 2015) e di una cinquantina di articoli mariani e mariologici, ho cercato di presentare il ruolo della Beata Vergine Maria nell’incarnazione ed opera del Figlio di Dio e suo Figlio, e la sua intercessione per tutta la Chiesa, di cui lei è Madre secondo la grazia. Nello stesso tempo ho rilevato, come fu fatto anche dal mio predecessore di b. m., il vescovo Pavao Žanić, la non autenticità delle apparizioni, che finora hanno raggiunto la cifra di 47.000. Questa Curia ha cercato sempre di informarne la Santa Sede, in particolare i Sommi Pontefici San Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco. Qui riportiamo succintamente una serie di punti inerenti ai primi giorni delle „apparizioni“, per cui siamo profondamente convinti di quanto detto.

Una figura ambigua. La figura femminile che sarebbe apparsa a Medjugorje si comporta in modo del tutto diverso dalla vera Madonna, Madre di Dio, nelle apparizioni riconosciute finora come autentiche dalla Chiesa: di solito non parla per prima; ride in maniera strana; a certe domande scompare e poi di nuovo ritorna; obbedisce ai “veggenti” e al parroco che la fanno scendere dal colle in chiesa sebbene controvoglia. Non sa con sicurezza per quanto tempo apparirà; permette ad alcuni presenti di calpestare il suo velo steso per terra, di toccare la sua veste e il suo corpo. Questa non è la Madonna evangelica.

Uno strano tremito. Uno dei veggenti, Ivan Dragićević, nella conversazione con il cappellano fra Zrinko Čuvalo (1936-1991), dice di aver percepito, il primo giorno, “un tremito” delle mani dell’apparsa.[1] Quale “tremito”? Tale percezione può suscitare non solo un forte sospetto ma anche una profonda convinzione che non si tratta di un’autentica apparizione della Beata Vergine Maria sebbene, si dice, si sia presentata come tale il quarto giorno.[2]

Anniversario fasullo. Le presunte apparizioni sono iniziate il 24 giugno 1981. Tuttavia i registi del “fenomeno di Medjugorje” hanno deciso che l’anniversario non si celebrasse il 24 bensì il 25 giugno. La ragione della scelta è che il 25 giugno 1981 sarebbero stati insieme all’apparizione tutti e sei i veggenti scelti fra coloro che vantavano in quei giorni di avere “apparizioni”. A dire la verità, a smentire questa versione dei fatti, formulata da Vicka Ivanković, è lo stesso Ivan Dragićević il quale testimonia: “La prima sera sono stato con loro, la seconda non ci sono stato”.[3] Fra i sei “veggenti” abituali, oltre a Marija Pavlović, anche Jakov Čolo ha presenziato per la prima volta all’”apparizione” il secondo giorno.[4]

Quindi la data dell’anniversario è arbitraria, inesatta, falsificata.

Bambino in/visibile La figura che si presenta come donna è stata variamente descritta: alcune „veggenti“ hanno visto un bambino avvolto nei panni, tra le braccia di una donna (Vicka e Ivanka Ivanković,[5] Mirjana Dragićević,[6]Ivanka lo conferma[7]). Ivan, invece, nega espressamente di aver visto il bambino, mentre poteva facilmente vedere da lontano gli „occhi“ e le “ciglia” della figura femminile.[8]

Segno ingannevole. I “veggenti” sin dall’inizio, dal secondo giorno, hanno chiesto alla loro figura qualche “segno” come prova dell’autenticità dell’apparizione. Secondo Ivanka, l’apparsa ha dato il “segno” del rigiro delle lancette dell’orologio di Mirjana: “l’orologio si è rigirato completamente”; “E lei ci ha lasciato un segno sull’orologio”.[9] Più che ridicolo e strano.

Ma regolarmente succede che a seguito della richiesta di un segno visibile a tutti, la figura sorride e scompare.[10] E talvolta subito ritorna. Ad un certo momento si intromette un fedele di nome Marinko, che guida i “veggenti”, suggerendo loro: se la “Madonna” è incapace di dare un segno, “chieda a Gesù di aiutarla”.[11]

Ivanka è sicura che la figura lascerà un segno sulla collina, forse sotto forma di acqua.[12] Dopo quasi quattro decenni non esiste alcun segno, né acqua, solo fantasie!

Silenzio inspiegabile. Nei primi sette giorni l’apparsa non prende alcuna iniziativa, non comincia mai per prima a parlare.[13] Alle domande dei “veggenti” risponde in modo generico, piuttosto ambiguo, chinando la testa,[14] rimandando al futuro, promettendo il miracolo della guarigione e lasciando un messaggio alla gente: “La gente creda fermamente come se mi vedesse”. Ed anche ai francescani: “credano fermamente” [al fatto che è apparsa].[15]

Messaggi strani. Nei primi giorni, sulla base degli stenogrammi, non si vede alcun obiettivo delle cosiddette apparizioni, non si giustifica l’apparizione, non si rilascia alcun messaggio specifico né per i “veggenti”, né per i frati, al di là dell’invito a credere all’apparizione, né per i fedeli della parrocchia, né per il mondo. I “messaggi” sono di questo tipo:

A Ivanka sua madre, deceduta due mesi prima, trasmette il messaggio: “Obbedite alla nonna poiché è anziana!”

A Mirjana l’apparsa dice che il suo defunto “nonno sta bene” e che “vada al cimitero”.

Ivanka ha sentito dire dall’apparsa il motivo delle apparizioni a Medjugorje: “Perché qui ci sono molti fedeli”.

Vicka ha sentito che è venuta perché la “gente si riconcili”.[16]

Ivan ha sentito un messaggio: “Voi siete i migliori fedeli”.[17]

Jakov dichiara semplicemente: “Così, quando io pongo una domanda alla Madonna, penso dentro di me che lei mi dirà così, e lei mi dice così!”[18] Immaginazione e invenzione!

Profezie false su apparizioni false. Alla domanda di Ivanka relativamente a quanto tempo apparirà ancora, la figura risponde: “Quanto a lungo voi volete, quanto a lungo voi desiderate”.[19]

Mirjana dice che chiederà all’apparsa quanti giorni apparirà ancora, poi soggiunge che dentro di lei una voce le suggerisce che apparirà ancora “2-3 giorni”. Lo ripete ancora una volta.[20]

Alla domanda del parroco Zovko quando cesseranno le “apparizioni”, Vicka risponde: “Penso anche che se noi dicessimo che non verremo più, e se ci lasciasse un qualche segno preciso, sicuramente cesserebbero”.[21]

Poi la perentoria dichiarazione della figura, in un’ “apparizione” avvenuta non a Medjugorje ma nella vicina Cerno, martedì pomeriggio 30 giugno 1981: apparirà ancora solo “tre giorni”: il 1, 2 e 3 luglio 1981. Infatti, alla domanda del parroco relativamente a quanto tempo apparirà ancora, tutti e cinque i “veggenti”, meno Ivan, rispondono unanimemente: “Tre giorni”.[22]

Poi l’apparsa cambia l’idea e “appare” tuttora, da 37 anni in continuazione, ogni giorno, a tre “visionari” del gruppo: Ivan, Marija, Vicka, e agli altri tre una volta l’anno: a Mirjana dal 1982, ad Ivanka dal 1985 e a Jakov dal 1998. Inoltre, a due dei su menzionati del gruppo, la figura “appare” una volta al mese dal 1987 con “messaggi” per il mondo: a Mirjana il 2 e a Marija il 25 di ogni mese puntualmente.

Vesti diverse. Secondo le conversazioni con i “veggenti” l’apparsa si veste in vario modo. La figura aveva la veste secondo Ivan: “di colore blu” il primo giorno;[23] secondo Ivanka: “di color caffè” il secondo giorno;[24] secondo gli altri „veggenti“ – “di colore grigio”: Jakov,[25] Mirjana,[26] Ivanka il sesto giorno.[27]

Più nervosismo che pace. Si colgono i segni di uno stato di nervosismo e tensione nello “svenire” e cadere per terra delle tre “veggenti” il terzo giorno, 26 giugno: Ivanka, Mirjana, Vicka. “Loro hanno perso conoscenza, a me niente”, si rassicura Marija.[28] Vicka: “Reverendo, io sono salita su, ho portato l’acqua benedetta e il sale. E ho detto: Se non è la Madonna, se ne andrà. La aspergeremo e vedremo. Vedremo veramente. Sono arrivata e ho detto: ‘Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. Amen. Se sei la Madonna, rimani tra di noi; se non lo sei, vattene!’”[29]

Insistono nel chiedere all’apparsa un “segno” visibile per la gente affinché creda loro. Nella maggior parte dei colloqui si menziona il “segno”[30] e si evince che i “veggenti” sono molto innervositi per non avere un segno visibile.

Toccamenti scandalosi. Cosa molto inusitata e grave: l’apparsa permette non solo che alcuni della folla calpestino il suo velo allungato e steso per terra,[31] ma anche che tocchino il suo corpo. Vicka la tocca già il secondo giorno: “E quando la tocchi, reverendo, le dita rimbalzano così”.[32] Lo stesso ripete Ivanka e aggiunge che toccando il suo corpo sente “come aria, in qualche modo come seta, le nostre dita tornano indietro, così, quando la tocchiamo, le dita tornano indietro, in qualche modo”.[33] Hanno fatto toccare anche ad una dottoressa la veste dell’apparsa: “Ed ecco lei [la dottoressa] ha toccato la sua veste”.[34] Tali storie sui toccamenti del corpo della Madonna, della sua veste, del calpestio del suo velo creano in noi una sensazione e convinzione che si tratti di qualcosa indegno, inautentico e scandaloso. Qui non c’entra la Madonna cattolica!

Manipolazioni intenzionali. L’interlocutore dei “veggenti” fra Jozo Zovko, parroco, è molto innervosito

perché la figura apparsa non manda dei messaggi concreti per la gente e per i frati;

perché non scende dal colle in chiesa dove sta la sua statua;

anzi chiede se si possa “obbligare” – letteralmente così! – la Madonna a scendere ed apparire in chiesa. P. Zovko: “Mi interessa questo, Mirjana: se la Madonna non apparisse in chiesa, potete voi obbligarla ad apparire in chiesa? Forse apparirà, vero, che ne pensi?” Mirjana: “Non so. Non ci abbiamo riflettuto affatto”. P. Zovko ripete: “Io penso che potresti obbligarla: ‘Madonna, chiedo che Tu mi appaia in chiesa’, che ne pensi?” E poi Mirjana cede e pensa che questo “sarebbe meglio, poiché allora neanche la polizia ci cercherebbe…”.[35]

E così con le manipolazioni le “apparizioni” sono trasferite in chiesa il 1 luglio 1981. Questo “obbligare” l’apparsa a scendere ed apparire in chiesa è un gioco magico, e non il Vangelo di Cristo.

Conclusione. Eseguiti i lavori commissionali sul „fenomeno medjugorjano“ a Mostar, è seguita la dichiarazione del vescovo Pavao Žanić a Medjugorje, il 25 luglio 1987. La dichiarazione del vescovo sottolinea la chiara evidenza del fatto che a Medjugorje non ci sono fenomeni e rivelazioni soprannaturali; eseguiti poi i lavori commissionali a Zagabria, la Conferenza Episcopale d’allora, ha dichiarato a Zara, il 10 aprile 1991, che in base alle indagini fino ad allora condotte non è possibile affermare che si tratti di apparizioni o rivelazioni soprannaturali.

Tenendo conto di tutto quel che è stato esaminato e studiato da questa Curia diocesana, incluso lo studio dei primi sette giorni delle presunte apparizioni, si può pacificamente affermare: La Madonna non è apparsa a Medjugorje! Questa è la verità che sosteniamo, e crediamo nella parola di Gesù, secondo cui la verità ci renderà liberi (cfr. Gv 8,32).

+ Ratko Perić, vescovo




Lidia Maggi di fronte alla figura di Maria

Maria, la testimone più autorevole di Gesù per la sua capacità di penetrare la Parola

di Lidia Maggi
in “dialoghi” n.242 del giugno 2016 Lidia Maggi

Maria accompagna il credente in un itinerario di ascolto dove vengono, di volta in volta, fornite al discepolo le istruzioni per una fede consapevole. Una vera scuola di discepolato, che, mentre narra le vicende di Maria, dall’annuncio della nascita di Gesù all’oracolo di Simeone, offre a chi legge le chiavi per rimanere nella Parola
La chiamata di Maria

Quando Maria riceve la chiamata è ancora una bambina. Promessa sposa a Giuseppe, attende che il suo corpo fiorisca, fino a diventare donna, per poter passare dalla casa paterna a quella del suo futuro sposo. Maria vive in un contesto difficile, che vede il suo popolo piegato dal giogo dell’ occupazione romana. Probabilmente ascolta i lamenti della sua gente e anche lei, come molti in Israele, attende il Messia che verrà a liberare il suo popolo. Ma Dio sta per agire proprio attraverso di lei per cambiare le sorti della storia. L’angelo saluta Maria con parole importanti, che la turbano e la interpellano: «si domandava cosa volesse dire un tale saluto» (Lc 1,29). Maria vuole capire. Con lei impariamo che Dio non si aspetta da noi l’ubbidienza incondizionata. Troppe donne sono state piegate, ammutolite da una fede che asservisce senza liberare, che mette a tacere ogni dubbio e censura le domande. Dio non chiede una tale fede. Non l’ha pretesa dai grandi uomini come Mosè, Elia, o Abramo. Non la chiede a Maria, la quale discute il progetto divino; e nemmeno alle altre donne. La fede nel Dio che chiama richiede intelligenza e libertà. Il discepolo-tipo, Maria, desidera comprendere appieno prima di dare il proprio assenso. Si confronta, dunque, con Dio, domandandosi come potrà portare avanti un simile progetto: «Come possono avvenire queste cose?» (Lc 1,34). Sa che Dio, quando chiama, fa sul serio e, come i grandi prima di lei, oppone resistenza alla chiamata, riconoscendosi inadeguata. Dio risponde non tanto spiegandole «biologicamente» come rimarrà incinta. Non è questo che Maria chiede: la ragazzina sa già che da lì a poco si unirà al suo sposo. Lei chiede piuttosto a Dio che non la lasci sola e l’accompagni nel percorso che le prospetta.

Dio, infatti, promette di non perderla di vista nemmeno per un momento, di essere la sua ombra e camminare con lei: «Lo Spirito Santo verrà su di te e la potenza dell’Altissimo sarà la tua ombra» (Lc 1,35). Maria non è incredula, come Zaccaria o Sara: è sconcertata, perplessa, spaventata, ma non incredula. Sa di ascoltare una parola che non si limita ad annunciare fatti futuri ma chiama in causa la sua stessa esistenza e vuole arrivare ad aderire al progetto divino con un sì per la vita. Ecco perché le ultime parole di questa solenne conversazione non sono affidate all’angelo, ma alla sua risposta: «Eccomi, sono la serva del Signore»(Lc 1,38). Dopo essersi interrogata e aver discusso con Dio, Maria risponde positivamente alla chiamata, fino a benedire: «Dio faccia con me come tu hai detto» (Lc 1,38), ovvero: che la parola di Dio si avveri, che quanto Dio sogna diventi realtà in me.

Maria ed Elisabetta: una fede in relazione

 

Maria riceve dall’angelo la notizia che Elisabetta, una sua parente, è incinta. La vergine e la sterile si trovano a vivere sul proprio corpo i segni concreti di una storia gravida di salvezza. La giovane si mette in viaggio per incontrare Elisabetta. In lei c’è l’urgenza dell’araldo, del testimone chiamato ad annunciare il tempo della salvezza. Altri viaggi dovrà compiere Maria, obbedendo a leggi umane, come quella del censimento; ma qui è lei, nella sua piena libertà, a decidere di andare per far visita ad Elisabetta, proprio come l’angelo ha visitato lei. Attraverso la fatica e la fretta del viaggio di una ragazza gravida, vengono tracciati altri elementi dell’identità di Maria: l’ autonomia, il coraggio, l’intraprendenza. Anche questi sono attributi della fede, da riscoprire in ogni vocazione, in particolar modo per quella delle donne.

La fede di Maria non è un’esperienza privata.

Nella visita ad Elisabetta c’è l’esigenza di un riconoscimento comunitario che, prima di passare attraverso il Tempio con le sue forme istituzionali, ricerca il confronto delle donne. Insieme, queste vogliono capire meglio quegli eventi straordinari, così da ascoltare nell’altra la voce di Dio. La lingua di Elisabetta non è rimasta muta, come quella di Zaccaria; il suo cuore non è stato vinto dal pregiudizio e dall’incredulità, dubitando dello status della ragazza. Elisabetta accoglie Maria con parole forti, capaci di lenire ogni preoccupazione. Parole che incoraggiano, benedicono, rafforzano e confermano nella vocazione: «Benedetta sei tu tra le donne e benedetto il frutto del tuo seno. Come mai mi è dato che la madre del mio Signore venga da me?» (Lc 1,43). Parole-abbraccio, che avvolgono di fiducia. Elisabetta accoglie Maria ed è solo a questo punto che la lingua di Maria si scioglie intonando una lode. Maria non ha cantato davanti al Signore dell’universo che è apparso nella sua casa: canta, invece, dopo l’abbraccio di una donna che l’accoglie e la riconosce. Adesso sa che non è più sola: non solo perché lo Spirito del Signore è su di lei, ma anche perché l’accompagnano la stima, l’affetto e la benedizione di un’amica, una mentore, una sorella, una madre spirituale. Donne di diverse generazioni si accolgono reciprocamente e mettono in comune la propria esperienza di fede. Elisabetta comunica ad una giovane vocazione fiducia e accoglienza. Riconosce e conferma la sua chiamata fino a spingerla a proclamare la Parola. Se nelle nostre chiese le giovani vocazioni faticano a trovare una propria collocazione, forse è anche dovuto alla nostra sfiducia nei loro confronti. Fatichiamo a riconoscere e ad incoraggiare nuove chiamate. La giovane Maria ci è maestra, con la sua fede libera e determinata. Accanto a lei c’è Elisabetta, che ci ricorda un ministero sottovalutato: la chiamata ad accogliere giovani fedi, piccole o maestose che siano, per aiutarle a crescere e non farle abortire nella sfiducia e nel disprezzo.

Una fede che proclama la Parola di Dio

Maria, alla fine, canta: un inno liturgico, dove le gesta di Dio sono magnificate dalla voce e dalla vita di questa giovane donna. Nel salmo la scopriamo «donna del sorriso», abitata da una fede gioiosa e appassionata. Maria intona una lode a Dio come fece prima di lei, nell’Esodo, l’altra Maria, col timpano ed il tamburello. Il contesto è solenne, come il linguaggio. Maria si sente autorizzata e incoraggiata da Elisabetta a proclamare la Parola, a proclamare le grandi meraviglie di Dio, in un contesto liturgico. La casa di Elisabetta è il primo cenacolo cristiano dove una giovane donna incinta predica la Parola. Maria è la prima predicatrice della Chiesa, un ministero che, in seguito, verrà destinato solo agli uomini: ma «all’inizio non era così»! Canta, Maria, perché sa di essere beata, come lo sono i poveri a cui Dio volge lo sguardo. È beata perché ha udito la voce di Dio e non ha indurito il suo cuore. È beata perché ha saputo rispondere con serietà al Signore ma anche perché la sua chiamata ha trovato accoglienza in un’amica. Ha imparato che la storia non è abbandonata a se stessa. Dio agisce attraverso piccoli come lei. La storia non è chiusa: Dio è in grado di riaprirla, quando ormai è troppo tardi e si mostra sterile e avvizzita, come il corpo di Elisabetta, come anche quando non è ancora giunto il tempo («l’ora mia non è ancora venuta»). Dio può anticipare l’ora, proprio come in Maria la quale, nonostante il corpo acerbo, si ritrova gravida di vita. Non è mai troppo tardi per Dio, come non è mai troppo presto…

Lasciarsi mettere a nudo dalla Parola

C’è ancora una cosa che, alla scuola di Maria, il discepolo dovrà imparare: su come si accoglie la Parola. Il racconto di Luca, dopo averci narrato la nascita del Messia e l’adorazione dei pastori, ed averci mostrato Maria quale «custode della Parola», prosegue nel tempio di Gerusalemme (Lc 2,22-36). Qui Maria, insieme a Giuseppe e al bambino, incontra Simeone e Anna e ascolta l’oracolo di Simeone rivolto al bambino e alla madre. Egli dice a Maria una frase spesso letta in chiave doloristica, come anticipazione della passione: «E a te una spada trafiggerà l’anima» (Lc 2,35). Ma la spada che penetra fino in fondo, che taglia in due l’anima e che mette a nudo i cuori, è la Parola di Dio! È come se a un certo punto Dio dicesse a questa discepola che quel rovesciamento del mondo cantato nel «Magnificat» deve avvenire anche dentro di lei. Che, pur essendo la madre di Dio, non è una privilegiata, non è esentata dal fare un percorso di conversione, poiché anche nel suo cuore c’ è una parte alta e una parte bassa che devono essere ribaltate; e quella parola di giudizio, da lei annunciata nel Magnificat, le deve penetrare l’anima e mettere sottosopra il cuore. L’evangelista, dopo averci presentato in sintesi una teologia della Parola incarnata in Maria, dopo averci mostrato come questa agisca in lei fino a renderla discepola del Figlio, mette in scena anche i fallimenti, accomunando la figura di Maria a quella degli altri discepoli. E così, subito dopo gli eventi della nascita di Gesù e l’episodio nel Tempio, troviamo una Maria disorientata dal figlio dodicenne, incapace di comprenderne il comportamento: «Figlio, perché ci hai fatto questo? Ecco tuo padre ed io angosciati…» (Lc 2,48). Più avanti, la troviamo in difficoltà con la vita nomade di Gesù. Più volte lo cerca per riportarlo a casa (Lc 8,19). Questi fraintendimenti sono un tratto caratteristico della narrazione biblica. Lo sguardo ironico di chi è chiamato a seguire Dio con umiltà impedisce 1′ autocelebrazione. Israele, come anche in seguito i discepoli, si racconta a partire dai propri fallimenti. È l’incomprensione a delineare la figura del vero discepolo, che non si sente mai arrivato, che sperimenta lo scarto tra la chiamata e il proprio vissuto, così da riconoscere di avere ancora bisogno di essere formato e convertito. Proprio perché Maria non si è nascosta, ma si è lasciata mettere a nudo dalla Parola fino a diventare «discepola del Figlio», la incontreremo, dopo la risurrezione di Gesù, nel centro della comunità riunita in attesa dello Spirito (At 1).


Maria in Giovanni

Il vangelo di Giovanni non ci dà informazioni sugli eventi legati alla nascita di Gesù; ci racconta però il segno con cui Gesù inaugura la sua vita pubblica, durante un banchetto di nozze. Quando nel mezzo della festa viene meno il vino, Maria segnala al figlio quella mancanza. «Non hanno più vino»(Gv 2,3): sono le sue prime parole. Ricorderemo quelle più solenni che seguono: «Fate tutto quello che egli vi dirà» (2,5); ma prima ci sono quelle che dicono un’attenzione al mondo, una lettura sapienziale della realtà. Cosa manca? Qual è il bisogno, il desiderio della gente? La parola di Dio non salta questo sguardo storico, proprio perché si fa carne. E Maria ce lo ricorda. Quella di Dio non è prima di tutto parola di giudizio, ma di salvezza. Maria, infatti, non giudica, non dice: guarda che sprovveduti… Il suo è uno sguardo empatico sul mondo, soprattutto quando manca di qualcosa. Come è diverso lo sguardo di molti cristiani, così giudicante sul mondo, pronto a mandare fulmini («Vuoi che chiediamo che un fulmine venga perché non ti hanno accolto?»). Lo sguardo di Maria non è spietato. Ricerca, invece, il bene del mondo, senza rinfacciare. Non dice: «hai bisogno di me, perché altrimenti non ce la fai». Maria ci insegna che non basta ascoltare e fare la Parola: occorre anche uno stile evangelico, che passa attraverso uno sguardo empatico, misericordioso, di cura. Al centro della scena il mondo: la parola che Maria rivolge non è per i discepoli, ma per i servi che si muovono dietro alle quinte. «Fate tutto quello che vi dirà» è una parola che agisce anche fuori dalle chiese. Precedentemente, dicendo: «Non hanno più vino» (2,3), Maria esprime un’invocazione rivolta al figlio, affinché faccia qualcosa. Ma Gesù si irrigidisce: «Che c’è tra me e te o donna? L’ ora mia non è ancora giunta». Maria, nonostante il tono duro della risposta, non si chiude. Non ne fa ragione di scontro personale, reclamando per sé l’ autorità materna. Dice, invece, ai servi di fare tutto quello che lui dirà. E da lì a poco, Gesù agirà ed il vino torna a fluire. In questa storia Maria non è la protagonista, e tuttavia è lei il personaggio-chiave che sollecita Gesù a dare inizio al suo ministero salvifico. È lei che prende l’iniziativa, che esorta, che forza i tempi. È una donna autorevole, per niente servile; dice parole imperative, richiamando all’ascolto. Lei, come il Giovanni Battista, è l’indice puntato verso il Messia. Invita a mettere in pratica la sua parola. Per Maria, ascoltare la Parola significa sollecitare Dio ad agire, anche se non è ancora la sua ora; dunque, ad anticipare i tempi, trasformando la preghiera di Gesù, «Venga il tuo Regno», in passione di vita. Dio, del resto, non ha forse anticipato i tempi nel suo corpo rendendola gravida quando ancora era troppo presto? Perché allora la nostra preghiera non dovrebbe sollecitare Dio ad agire prima dell’ ora? Maria a Cana prega il figlio di agire; e Gesù, sollecitato da questa discepola, si ritrova, suo malgrado, ad anticipare i tempi. Tutto prende il via dall’insistenza di una discepola che ha saputo aprire
una breccia nei tempi di Dio per forzare il Regno. L’evangelo è per chi ha desideri, patisce la ristrettezza del mondo ricercandone la redenzione. Maria, che apparentemente sembra non ascoltare Gesù che le dice: «ma allora non capisci che la mia ora non è ancora venuta?», ci rivela che la Parola è complessa: è un «già» e un «non ancora». Gesù ha sottolineato il «non ancora» del Regno; c’è però anche un «già» a cui Maria si richiama, fiduciosa che «l’ora» è già in azione. Maria è discepola ma anche ermeneuta, interprete della Parola. Non è anche la funzione del discepolo di Gesù quella di riconoscere che il Regno non è ancora giunto e proprio per questo continua ad invocarlo? «Venga il tuo Regno». Quando questa preghiera prende corpo, liberata dall’abitudine e dal rito ripetitivo, il Regno si fa più vicino. La testimonianza di Maria, ricollocata nell’ evangelo, riacquista forza invitandoci a lasciarci fecondare dalla Parola che riapre ciò che è chiuso facendo nuova ogni cosa.
* Lidia Maggi, nata nel 1964, è pastora dell’Unione cristiana evangelica battista d’Italia. Molto impegnata nella divulgazione biblica e nel dialogo ecumenico ed interreligioso, ha pubblicato vari contributi su differenti periodici. Tra i suoi ultimi libri: Quando Dio si diverte. La Bibbia sotto le lenti dell’ironia, Il Pozzo di Giacobbe, Trapani 2008; Le donne di Dio. Pagine bibliche al femminile, Claudiana, Torino 2009.20142; L’evangelo delle donne, Claudiana, Torino 2010. 20142; Elogio dell’amore imperfetto, Cittadella, Assisi 2010; (con L. Zoia) Amare oggi, Il Margine, Trento 2012; (con A. Reginato) Dire, fare, baciare… Il lettore e la Bibbia, Claudiana, Torino 2012; (con A. Reginato) Liberté, égalité, fraternitè. Il lettore, la storia e la Bibbia, Claudiana, Torino 2014; Giobbe, il dolore del mondo, Cittadella, Assisi 2014.