la croce di papa Francesco

lettera aperta a papa Francesco

 

carissimo Francesco,

nel settembre 2015, intervistato da una radio portoghese, ti chiedevi come sarebbe stata la tua croce. Eccola, o almeno eccone una. Dopo le prime avvisaglie dei mesi scorsi, hai ricevuto la risposta che desideravi. È la croce più bella, la più gloriosa. È quella dei profeti, la stessa del Salvatore: il discredito operato dalla gerarchia dei dossier, il sinedrio che si riprende la rivincita sulla benevolenza dimostrata dal popolo. La burocrazia che rimette sotto sequestro il carisma, confermando l’impossibilità (con l’azione di un singolo -anche se Papa- e dall’alto) di riuscire a sanare la corruzione morale diventata struttura e sistema. Ci vorrebbe una rivolta della base, ma la base è abituata ad obbedire nel senso di adulare, e non di ascoltare. Quindi si farà stordire, rimarrà alla finestra e dopo ti abbandonerà. Sbadigliante e balbettante, come sempre. Incapace di analizzare oggettivamente e restia a schierarsi, per non perdere le piccole sicurezze.  E noi, invece, gioiamo per te, perché in questa solitudine (anche se apparentemente amara) l’Amore di Dio si manifesterà ancora più potentemente nella tua vita, ormai purificata da applausi, selfie, e pubblici riconoscimenti. Potrai lasciare ogni tentennamento, ogni concessione al poco evangelico “politicamente corretto” ed essere radicale, come desideri e come lo Spirito ti suggerisce. Potrai girare la piramide secondo le disposizioni del Concilio Vaticano II. Potrai riportare la Chiesa nelle strade a farsi salvare dagli oppressi e a denunciare l’iniquità sociale. Potrai seguire l’esempio del Santo di Assisi e liberare la Chiesa dal demone della ricchezza e dei privilegi. Potrai spingerci ad entrare, finalmente, nel Nuovo Testamento, quello dei due comandamenti dell’Amore, del volto autentico di Dio: Misericordia e Compassione. Potrai contribuire a guarire la Chiesa dal maschilismo coinvolgendo e responsabilizzando davvero le donne e a guarirla dal clericalismo coinvolgendo e responsabilizzando davvero i c.d. laici.

Coraggio Francesco!

Scruta i segni dei tempi ed interpretali alla luce del Vangelo (GS,4) e non del diritto canonico. È questo il tempo opportuno: il Signore invita i testimoni a subentrare ai funzionari.

Ti ringraziamo perché hai restituito la cittadinanza nella Chiesa a quelli come noi che fanno dell’opzione preferenziale per i poveri l’unica ragione di vita.

E ringraziamo Dio perché i nostri occhi hanno potuto vedere l’Evangelii Gaudium, la Laudato Si’, e i venerdì della misericordia. E sappiamo che molte persone, in passato, avrebbero voluto vedere e ascoltare queste cose e non le hanno potute vedere ed ascoltare (Mt 13, 16-17).

Anche per questo, affidandoti a Maria e a Santa Teresa di Gesù Bambino, chiediamo al Signore di benedirti.

Un abbraccio
da Altranarrazione

una teologa scrive a papa Francesco: fai molto per i poveri, fai qualcosa anche per noi

caro papa Francesco

donne

“le donne sono regolarmente trattate come oggetti, picchiate, violentate e ridotte in schiavitù semplicemente per il fatto di essere donne. E, forse peggio di tutto, vengono ignorate – respinte – come esseri umani in pienezza, come autentiche discepole, dalle loro Chiese, compresa la nostra. È impossibile, Santo Padre, fare sul serio qualcosa per i poveri e allo stesso tempo fare poco o niente per le donne»

la bellissima lettera della teologa Joan Chittister al papa:

 

Caro papa Francesco,

la tua visita negli Stati Uniti è importante per noi tutti. Ti abbiamo visto fare del papato un modello di ascolto pastorale. Hai richiamato con forza l’immagine di Gesù che camminava tra la folla ascoltandola, amandola e guarendola.

Il tuo impegno contro la povertà e per la misericordia, per la vita dei poveri e per la sofferenza spirituale di molti – per quanto sicuri si possano sentire materialmente – ci dà una nuova speranza nell’integrità e nella santità della Chiesa stessa. Una chiesa che guarda più al peccato che alla sofferenza di coloro che portano i fardelli del mondo è una chiesa fragile. Nel volto di Gesù che frequentava i più vulnerabili, i più emarginati della società, giudicando sempre e solo chi giudica, la tua coerenza è una lezione di vita per i moralisti e per chi ha fatto della religione una professione.

È con questa consapevolezza che solleviamo due questioni.

La prima riguarda la miseria su cui richiami incessantemente la nostra attenzione. Tu ci impedisci di dimenticare la disumanità delle periferie ovunque nel mondo, i senzatetto, gli sfruttati, i malpagati, gli schiavi, i migranti, i vulnerabili e coloro che sono invisibili ai potenti di oggi.

Tu rendi visibile al mondo ciò che abbiamo dimenticato. Ci chiami a fare di più, a fare qualcosa, a dare lavoro, cibo, case, educazione, voce e visibilità che conferiscono dignità e pieno sviluppo.

Ma c’è anche una seconda questione nascosta sotto la prima cui anche tu dovresti prestare rinnovata e seria attenzione. La verità è che le donne sono le più povere tra i poveri. Gli uomini hanno lavori retribuiti; di poche donne nel mondo si può dire lo stesso. Gli uomini hanno chiari diritti civili, giuridici e religiosi nell’ambito matrimoniale; per poche donne al mondo vale lo stesso. Gli uomini danno per scontata l’educazione; poche donne nel mondo possono farlo. Gli uomini possono raggiungere posizioni di potere e autorità fuori casa; poche donne al mondo possono sperarlo. Gli uomini hanno diritto di proprietà; la maggior parte delle donne si vedono negate queste cose dalla legge, dal costume, dalle tradizioni religiose. Le donne sono regolarmente trattate come oggetti, picchiate, violentate e ridotte in schiavitù semplicemente per il fatto di essere donne. E, forse peggio di tutto, vengono ignorate – respinte – come esseri umani in pienezza, come autentiche discepole, dalle loro Chiese, compresa la nostra.

È impossibile, Santo Padre, fare sul serio qualcosa per i poveri e allo stesso tempo fare poco o niente per le donne.

Ti prego di fare per le donne del mondo e della Chiesa ciò che Gesù fece per Maria che lo generò, per le donne di Gerusalemme che resero possibile il suo ministero, per Maria di Betania e Marta cui insegnò teologia, per la samaritana che fu la prima a riconoscere Gesù come Messia, per Maria di Magdala chiamata l’Apostola degli Apostoli, e per le diaconesse e le leader delle chiese domestiche della Chiesa primitiva.

Fino ad allora, Santo Padre, niente potrà davvero cambiare per i loro figli affamati e le loro disumane condizioni di vita.

Siamo felici che tu sia qui a parlare di queste cose. Confidiamo in te per cambiarle, partendo dalla Chiesa stessa.

i bambini rom di Torino scrivono a papa Francesco

 

caro papa Francesco

 così si rivolgono a papa Francesco i bambini rom del ‘campo’ di via Germagnano di Torino esprimendogli il loro desiderio e la loro contentezza grande se venendo a Torino per vedere la Sindone trova il modo di fare una visitina anche a loro avendogli dia raccontargli tante cose a  partire dai ‘posti brutti’ in cui sono costretti a vivere e dai “razzisti che non ci sopportano e ci vogliono mandare via perché ci odiano”

rom Torre del Lago

 

 

 

 

qui sotto la lettera inviata e il testo trascritto:

“Torino, marzo 2015
Caro papa Francesco, siamo bambini rom del campo via Germagnano 10
ti scriviamo anche per i rom e i sinti che sono nelle case popolari o nei terreni. Noi ti vediamo e ti ascoltiamo per la televisione. Un giorno hanno detto che tu vieni a Torino per vedere la Sindone. Noi siamo molto contenti. Siamo ancora più contenti se vieni a vedere anche noi. Le suore Rita e Carla che vivono nel campo con noi da tanti anni ci hanno detto che tu vuoi tanto bene alle persone che vivono nelle periferie. Ci sono anche a Torino e dentro ci sono delle periferie che sono i campi rom, dove viviamo noi. Qualcuno dice che sono la vergogna di Torino. Noi diciamo che si può anche vivere bene. Adesso sono diventati dei posti brutti ma è anche colpa nostra che non andiamo d’accordo e non ci rispettiamo. E poi ci sono i razzisti che non ci sopportano e ci vogliono mandare via perché ci odiano. Ci sono anche persone che ci vogliono bene, vengono in campo per aiutarci, per la scuola e per le feste. Poi ci sono gli amici di Rita e Carla che vengono: facciamo la preghiera e preghiamo anche per te.
I Sinti fanno anche il pellegrinaggio sulla montagna dalla Madonna. Noi a Torino abbiamo il vescovo Cesare che ci vuole bene. E’ venuto due volte nel campo per Natale. Anche noi siamo andati da lui per la festa dei popoli con tanta musica e tanta felicità. E anche nella casa che si chiama Migrantes il vescovo Cesare ci ha detto che è anche la nostra casa. E’ stato molto bello. Abbiamo anche fatto il carnevale.
Il vescovo Cesare per noi ha anche scritto un piccolo libro che si chiama ‘Lettera Pastorale’.
Noi ti aspettiamo che vieni a mangiare con noi. Vogliamo fare con te una grande foto. Se non hai tempo per venire allora veniamo noi nella grande piazza o nella chiesa, se ci fanno passare perché c’è tanta polizia.
Noi speriamo che ci scrivi ma non mandare la lettera nel campo perché si perde. Mandala al vescovo Cesare.
Ciao papa Francesco da i bambini del campo con Carla e Rita”
    

lettera al papa         lettera al papa1

aiuto, papa Francesco, sono gay: non voglio sentirmi ‘fuori posto e fuori casa’

due omo

così grida un ragazzo gay che al momento della elezione di papa Francesco ha pianto come per un’intuizione di un “graduale percorso di apertura e avvicinamento alla questione omosessuale” del nuovo papa

vive da 29 anni “una serena e felice vita di coppia” e però sente di non essere accolto da una chiesa che lo fa sentire ‘fuori posto e fuori di casa’ e chiede perciò al papa  “una nuova pastorale per le famiglie che includa tutti”

vede troppo spesso le persone omosessuali  descritte come un obbrobrio, come una minaccia per la società, come un pericolo pubblico di “attentato alla famiglia”: “chi ci accoglierà? chi si prenderà cura di noi? … come la parrocchia potrà tornare casa per noi?”:

Caro papa Francesco,

ti confesso che dal momento della tua elezione ho sentito veramente lo Spirito soffiare. Non sapevo chi fossi, non avevo mai sentito prima il tuo nome, eppure ho pianto.  Ho pianto perché inspiegabilmente mi sono sentito dopo tanto tempo a casa, pur non avendo alcun elemento razionale che giustificasse questo sentimento.  Sono gay, e vivo da quasi 29 anni una felice e serena vita di coppia. E sto seguendo con grandissima speranza il tuo graduale percorso di apertura e avvicinamento alla questione omosessuale. Lo hai fatto sin da quella prima intervista, di ritorno da Rio, in cui quel “Chi sono io per giudicare un gay?” è risuonato sorprendente nella sua disarmante semplicità. Decenni di catechismo e magistero consolidati sulla questione omosessuale sono apparsi improvvisamente schiacciati sotto il peso dell’essere forse norme più scritte guardando a noi con gli occhi della legge che con gli occhi del cuore.  Fino ad oggi io e Dario abbiamo dovuto camminare in solitudine, inventandoci dal nulla cosa potesse essere una vita di coppia, non avendo alcun riferimento a disposizione, noi che ci siamo innamorati a metà degli anni ’80.  Abbiamo vissuto nascosti per oltre 15 anni, prima di capire ed accettare la bellezza e la fedeltà della nostra storia d’amore e smettere di temere tutto e tutti: la famiglia, gli amici, financo Dio di cui abbiamo finalmente riconquistato l’immagine di Padre spazzando via quella di Giudice. Finora, è vero, non si è ancora concretizzato un reale cambiamento. Le tue parole di accoglienza, apertura non hanno generato un nuovo catechismo, una nuova pastorale per le famiglie che includa tutti e non faccia sentire nessuno “fuori posto e fuori di casa”. Ma alcune cose, lette dall’interno e con il linguaggio e le modalità della chiesa cattolica, non possono che prefigurare l’inizio di un percorso: qualche mese fa è stato inviato a tutte le diocesi del mondo un questionario con l’obiettivo di raccogliere stimoli per il Sinodo straordinario sulla famiglia  dell’ottobre 2014. Per la prima volta, credo nella storia della chiesa cattolica, su un suo documento ufficiale è presente, nero su bianco, la dicitura “unioni di persone dello stesso sesso”, e si chiede quale attenzione pastorale sia necessario avere per queste unioni e addirittura per i bambini eventualmente adottati. Ecco, nominare le cose significa per me inaugurare, superando i principi, una nuova stagione animata da un desiderio reale di confronto. Finora, infatti, negli ambiti comunitari, nelle parrocchie, nei cammini di fede, l’omosessualità è stata trattata solamente come categoria morale o come problematica sociale. I ragazzi e le ragazze omosessuali si sono trovati, quindi, a vivere nel silenzio più assoluto la loro condizione, ad impiegare moltissime risorse personali a nascondere una parte importantissima della loro esistenza, a controllare tutto ciò che avveniva dentro loro, fuori loro. Insomma a comprimere la loro vita invece che ad espanderla, privati di tutta quella “normalità” (innamorarsi, condividere con gli amici il proprio innamoramento, sognare una persona, immaginarsi insieme, …) che costituisce parte integrante del percorso di crescita di un essere umano, e che alimenta quello slancio progettuale che dovrebbe essere appannaggio di tutti.

Dio ama gli omosessuali

Ho letto ieri che sembra tu ti stia accingendo a studiare le unioni gay. Ne sono contento. Finalmente sembra che siano stati presi in carico i nostri appelli, fatti a moltissime diocesi, e anche a te direttamente,  dai vari gruppi di gay credenti italiani (tra cui anche quello di cui faccio parte, Nuova Proposta) di conoscere in prima persona le nostre vite, le nostre storie. Non ti nascondo che negli anni passati neanche io (che pure ho fatto un cammino lungo per arrivare ad una serena esistenza in coppia) sono stato immune da un certo scoramento, sorto nel constatare che posto per noi nelle comunità cristiane non c’era. Non ce n’era soprattutto nel momento in cui ci si sarebbe dovuti presentare in coppia o, in alcuni casi, anche come genitori. Perché è proprio l’unione tra due persone dello stesso sesso che non esiste per le comunità cattoliche, a causa, purtroppo, di una terribile battaglia ideologica che si sta consumando a scapito delle esistenze di tante persone. Vedo “sentinelle in piedi” protestare contro la proposta di legge contro l’omofobia (che dovrebbe proteggere le persone dal bullismo, dalla violenza e dal dileggio. Vedo gruppi definirsi cattolici ed armarsi per combattere il pericolo dell’attentato alla famiglia che proverrebbe da due persone dello stesso sesso che decidono di amarsi senza nascondersi e, pertanto, richiedere alla società di cui fanno parte di condividere diritti e doveri come qualunque altra coppia. Vedo le persone omosessuali descritte come un obbrobrio, come una minaccia per la società. Le nostre vite di coppia, le nostre famiglie, con e senza figli, esistono già oggi, adesso. Non sono una minaccia che viene da un ipotetico futuro. Mi chiedo, come un figlio farebbe con un padre e facendo riferimento alla cura pastorale che deve essere dedicata ad ogni essere umano e declinata per la sua specifica esistenza: chi ci accoglierà? Chi si prenderà cura di noi? Potremmo avere anche noi bisogno di sostegno fraterno e spirituale dalla parrocchia, quella che per tanti anni abbiamo considerato una seconda casa? E parlando dei tanti figli di coppie omosessuali:  non devono anch’essi poter contare su un ambiente accogliente, in grado di sostenerli nel loro percorso di crescita spirituale e umana? Come la parrocchia potrà tornare ad essere casa per noi e per i nostri bambini? La speranza che soffia in me credo sia fortemente animata dallo Spirito. Spero in un cammino serio di confronto, di approfondimento senza pregiudizio. Spero in un sinodo che produca, nel 2015 una pastorale finalmente inclusiva e che porti “Tutti dentro!” come ci hai tu stesso ricordato in una delle tue omelie mattutine. Spero anche tu voglia, in questo percorso di conoscenza, incontrare alcuni di noi, omosessuali, transessuali, singoli o in coppia, con figli o senza figli, per contemplare insieme come il disegno di Dio possa essere creativo nel generare Bellezza nell’esistenza di ciascuno di noi e  ’interno della propria specificità.

 

 

 

lettera a papa Francasco sul ‘questionario’

 

il papa

 

Verso il Sinodo

Tutto cambia, anche la famiglia

 

il teologo basco José Arregui sul suo blog ha postato una ‘lettera’ a papa Francesco (‘caro papa Francesco’) nella quale evidenzia il coraggio del papa di interpellare tutti, col ‘questionario’ in vista del sinodo straordinario sulla famiglia, su tematiche importantissime che riguardano la vita e le modalità di vivere l’amore e le relazioni umane in declinazione anche diversa e difforme dalle modalità classiche della tradizione ‘cattolica’ data la sensibilità odierna cambiata radicalmente rispetto ai paradigmi precedenti

risponderà papa Francesco a questa lettera o, più plausibilmente, terrà conto papa Francesco del contesto radicalmente nuovo così ben delineato e problematizzato dalla lettera?

Caro papa Francesco,
(…) è già arrivato nelle nostre mani il questionario sulla famiglia che ha inviato ai vescovi di tutto il mondo (…). Comprendiamo di non essere solo l’oggetto ma anche i destinatari di queste domande (…). Per questo ci permettiamo di risponderle direttamente, per l’amore e la fiducia che ci ispira. Grazie per averci interpellato su tante questioni scomode che sono state e continuano a essere tabù! (…).
Prima questione: se l’insegnamento della Sacra Scrittura e del Magistero della Chiesa circa sessualità, matrimonio e famiglia è conosciuto e accettato tra i credenti.
Forse non è molto conosciuto, ma di sicuro non è ben accetto o è semplicemente ignorato. Negli ultimi decenni si è fatto sempre più profondo il solco (…) tra la dottrina ufficiale e il sentire della maggioranza dei credenti e delle credenti. Questo è grave e ci fa soffrire. Però crediamo sinceramente che la ragione non sia l’ignoranza e ancor meno l’irresponsabilità dei credenti, ma il ripiegarsi della gerarchia su schemi del passato.
I tempi sono molto cambiati, e in fretta, per quanto attiene alla famiglia, al matrimonio, alla procreazione e alla sessualità in generale. Sappiamo che sono temi delicati (…), ma non si può aver cura della vita riproponendo il passato. Crediamo profondamente che lo Spirito della vita continui a parlarci dal cuore della vita (…). Crediamo che la Ruah vivente non possa essere rinchiusa in nessuna dottrina né testo del passato, e che continui a ispirare il sentire di tutti i credenti e tutte le donne e gli uomini di oggi. (…).
Papa Francesco, ci congratuliamo per la sua volontà di ascoltare la voce dello Spirito negli uomini e nelle donne di oggi e osiamo chiederle: continui a pronunciare parole di misericordia e incoraggiamento, non torni a “verità” e “norme” obsolete che non hanno senso. (…)

Seconda questione: sul posto che occupa tra i credenti il concetto di “legge naturale” in relazione al matrimonio.
Lo diremo con franchezza: per l’immensa maggioranza dei pensatori, degli scienziati e dei credenti della nostra società, il concetto di “legge naturale” non occupa alcun posto. Sì, la natura che siamo ha un ordine meraviglioso, leggi meravigliose (…). Ma la legge suprema della natura è la sua capacità di trasformazione (…). La natura è creatrice, ingegnosa. Di questa capacità, di questa creatività sacra, sono frutto tutti gli atomi e le molecole, tutti gli astri e le galassie. Di essa sono frutto tutti gli esseri viventi, tutte le lingue e le culture, tutte le religioni. Di questa saranno frutto, tra migliaia di milioni di anni, infinite nuove forme che non conosciamo.
La natura è abitata dallo Spirito, dalla santa Ruah che aleggiava sulle acque della Genesi, che continua a vibrare nel cuore di tutti gli esseri, nel cuore di ogni atomo e di ogni particella.
Tutto vive, tutto si muove. Tutto cambia. Anche la famiglia ha subìto un’evoluzione continua, dai primi clan alla famiglia nucleare, passando per quella patriarcale (…).
Il modello familiare continua a cambiare sotto i nostri occhi: famiglie senza figli, famiglie monoparentali, famiglie con figli e figlie di genitori diversi… E continuerà a cambiare, non sappiamo come. (…). Chiediamo alla Chiesa di non parlare male delle nuove forme di famiglia, che già ogni giorno devono affrontare le minacce che vengono da un sistema economico crudele, inumano. Alla Chiesa non spetta sentenziare ma accompagnare, alleviare come lei stesso ha detto.

Terza questione: come si vive e come si trasmette nelle famiglie la fede, la spiritualità, il Vangelo.
Questione decisiva. Vediamo con dolore che le famiglie non sono più “Chiese domestiche” dove si prega, si coltiva, si respira, si trasmette la buona notizia di Gesù. Ma non crediamo sia giusto incolparle di questo. La crisi della religione e della trasmissione della fede nella famiglia ha a che vedere in primo luogo con la profonda trasformazione culturale che stiamo vivendo. E costituisce una grande sfida non solo, né forse in prima istanza, per le famiglie stesse, ma per l’istituzione ecclesiale che deve far proprie le nuove chiavi spirituali e forme religiose che lo Spirito sta inspirando negli uomini e nelle donne di oggi.

Quarta questione: come affrontare nella Chiesa alcune “situazioni matrimoniali difficili” (convivenze, “unioni libere”, divorziati risposati…).
Papa Francesco! Grazie ancora anche solo per il fatto di proporre tali questioni! (…). Conosce bene la complessa e mutevole storia, a partire dagli albori della Chiesa, del “sacramento del matrimonio”. La storia è stata molto variabile e continuerà ad esserlo. Guardi per esempio ciò che succede tra di noi, in questa Europa ultramoderna. I nostri giovani non hanno casa né risorse economiche per sposarsi e vivere in coppia fino ai 30 anni (nel migliore dei casi): come può la Chiesa chiedere loro di astenersi da relazioni sessuali fino a quest’età?
Le forme cambiano ma crediamo che il criterio sia molto semplice e che Gesù sarebbe d’accordo: “Dove c’è amore c’è sacramento, ci si sposi o meno; e dove non c’è amore non c’è sacramento, per quanto sposati canonicamente si possa essere”. (…). E se la coppia, come succede spesso, è in difficoltà è solo da Dio che verrà ciò che aiuterà a risolvere le difficoltà, se possibile; e solo da Dio verrà ciò che l’aiuterà a separarsi in pace se non è possibile risolvere le difficoltà né tornare ad amarsi.
Che si eliminino quindi, è la nostra preghiera, gli impedimenti canonici, affinché coloro il cui matrimonio è fallito possano rifarsi una vita con un altro amore. Che la Chiesa non aggiunga dolore a dolore. E che in alcun modo sia loro impedito di condividere il pane alla mensa di Gesù, perché Gesù a nessuno lo impedì.

Quinta questione: sulle unioni tra persone dello stesso sesso.
Il danno causato dalla Chiesa alle persone omosessuali è immenso e un giorno la Chiesa dovrà chiedere loro perdono.
Speriamo che papa Francesco, in nome della Chiesa, chieda loro perdono per la vergogna, il disprezzo e il sentimento di colpa instillati in loro per secoli!
La gran parte degli uomini e delle donne della nostra società non può comprendere questa ossessione, questa ostilità. Come si può continuare a sostenere che l’amore omosessuale non è naturale, se è così comune e naturale (…) tra tanti uomini e donne di tutti i tempi e tutti i continenti, e anche tra tante altre specie animali?
In questo, come in tanti altri casi, la Chiesa dovrebbe indicare la via ma è invece la società a farlo.
Ci rallegriamo che sempre più Paesi riconoscano alle coppie omosessuali gli stessi diritti delle coppie eterosessuali. Cosa impedisce che vengano chiamati “matrimoni”? Non si chiamano forse così quelle unioni eterosessuali che non hanno dato figli? Si cambi allora il dizionario e il Diritto canonico in modo che sia aggiornato ai tempi e vicino alle persone.
E cosa impedisce che il matrimonio omosessuale sia chiamato sacramento? È l’amore ciò che ci fa umani e che ci fa divini. È l’amore che fa il sacramento. (…).

Sesta questione: sull’educazione dei figli in seno alle situazioni matrimoniali irregolari.
Crediamo che questo linguaggio – “regolare”, “irregolare” – sia fuorviante. Di più: dannoso. Causa danno a un bambino sentire che è nato o vive in una famiglia “irregolare”. E causa danno ai suoi genitori. Ciò che causa danno non è l’essere un’eccezione, ma l’essere censurato per questo. (…) La Chiesa non è chiamata a definire ciò che è regolare e ciò che non lo è, ma ad accompagnare, animare, sostenere ciascuno così com’è.

Settima questione: sull’apertura degli sposi alla vita.
Fortunatamente si possono contare sulle dita di una mano i credenti al di sotto dei sessant’anni che hanno sentito parlare dell’Humanae Vitae, l’enciclica di Paolo VI (1968) che dichiarò peccato mortale l’uso di ogni metodo contraccettivo “non naturale”, ogni metodo che non fosse l’astinenza o l’adeguamento al ciclo. Ma fece soffrire quasi tutti i nostri genitori. Questa dottrina, adottata contro il parere di molta parte dell’episcopato, era fuori luogo allora e non lo è meno il fatto che sia stata mantenuta fino ad oggi.
Oggi nessuno la comprende e quasi nessuno, tra gli stessi cattolici, la mette in pratica. E pochi, tra sacerdoti e vescovi, si azzardano ancora a proporla. Non ha senso affermare che la relazione sessuale debba essere aperta necessariamente alla riproduzione. Non ha senso continuare a distinguere tra metodi artificiali e naturali e ancor meno ha senso condannare un metodo perché “artificiale”, poiché, per la stessa ragione, dovremmo condannare un vaccino o una qualsiasi iniezione. (…)
Per la prima volta da molti millenni la relazione sessuale non è più necessaria per la riproduzione. È un cambiamento tecnologico che comporta un cambiamento antropologico e richiede un nuovo paradigma morale.

(…) Ottava questione: sulla relazione tra la famiglia, la persona e l’incontro con Gesù.
Crediamo che Gesù venga a noi per strade diverse, in ogni situazione. In qualsiasi tipo di famiglia, in qualsiasi situazione familiare. Crediamo che Gesù non faccia distinzioni tra famiglie regolari e irregolari (…). Che ripiegarci su noi stessi (sulle nostre idee e leggi, sulle nostre ombre e paure) sia l’unica cosa che ci allontana dall’altro e da Dio. E crediamo che l’umiltà, la fiducia ci avvicinino ogni giorno al prossimo, e ogni giorno ci aprano alla presenza del vivente, stando dove stiamo ed essendo come siamo. E crediamo che una Chiesa che annunci questo, come Gesù, sia una benedizione per l’umanità (…).

di José Arregui, teologo basco. Articolo tratto dal suo blog (www.periodistadigital.com/religion)