cataste di crocifissi di legno ma dagli ai crocifissi di carne …

 

la Lega Nord attacca i crocifissi di carne

ma vuole appendere quelli di legnocroce

Luca Kocci   

da: Adista Notizie n° 31 del 17/09/2016

Il crocefisso va esposto in tutte le aule scolastiche e in ogni ufficio pubblico. I deputati della Lega Nord rilanciano una loro tradizionale battaglia – anche se non ne parlavano da un po’, forse perché troppo impegnati a fare la guerra ai migranti, i crocefissi in carne ed ossa del nostro tempo – e presentano alla Camera una proposta di legge per regolamentare in maniera definitiva la questione.

«Il Crocifisso, emblema di valore universale della civiltà e della cultura cristiana, è riconosciuto quale elemento essenziale e costitutivo e perciò irrinunciabile del patrimonio storico e civico-culturale dell’Italia», recita l’articolo 1 della proposta di legge presentata a fine luglio da nove deputati e deputate leghisti e lo scorso 5 settembre assegnata per la discussione alla Commissione Affari costituzionali di Montecitorio. Quindi, prosegue l’articolo 2, va esposto in tutti gli uffici pubblici per testimoniare «il permanente richiamo del Paese al proprio patrimonio storico-culturale che affonda le sue radici nella civiltà e nella tradizione cristiana». All’articolo 3 c’è il lungo elenco dei luoghi in cui il crocefisso va esposto «in luogo elevato e ben visibile»: non più solo nelle aule scolastiche, come indicavano i Regii Decreti del 1924 e del 1928 – Vittorio Emanuele III regnante e Benito Mussolini governante – ma anche nelle università e nelle accademie, negli uffici delle pubbliche amministrazioni e degli enti locali territoriali, nelle aule consiliari regionali, provinciali, comunali, circoscrizionali e delle comunità montane, nei seggi elettorali, nelle carceri, nei tribunali, negli ospedali, persino nelle stazioni, nelle autostazioni, nei porti e negli aeroporti. Infine, all’articolo 4, le sanzioni: da 500 a 1.000 euro per chi lo «rimuova in odio ad esso», ma anche per il dipendente pubblico che «rifiuti» di esporlo oppure «ometta di ottemperare all’obbligo» di esporlo.migranti bambini1

«Risulterebbe inaccettabile per la storia e per la tradizione dei nostri popoli, se la decantata laicità della Costituzione repubblicana fosse malamente interpretata nel senso di introdurre un obbligo giacobino di rimozione del Crocifisso», che «rimane per migliaia di cittadini, famiglie e lavoratori il simbolo della storia condivisa da un intero popolo», spiega il deputato leghista Roberto Simonetti, primo firmatario del provvedimento. «Cancellare i simboli della nostra identità, collante indiscusso di una comunità, significa svuotare di significato i principi su cui si fonda la nostra società. Rispettare le minoranze non vuole dire rinunciare, delegittimare o cambiare i simboli e i valori che sono parte integrante della nostra storia, della cultura e delle tradizioni del nostro Paese».

Se approvata dal Parlamento, la legge metterebbe il punto ad una questione che si trascina da quasi un secolo, ovvero dai Regii Decreti emanati durante il ventennio fascista che però, secondo alcune interpretazioni sostenute anche da una sentenza della Corte costituzionale (v. Adista Notizie n. 1/05), sarebbero stati superati dalla revisione del Concordato del 1984.

migranti siariani Nel 2006 il Consiglio di Stato – all’interno di un procedimento avviato da una coppia italo-finlandese perché fossero rimossi i crocefissi presenti nella scuola media frequentata dai figli –, pur non facendo alcun riferimento a leggi dello Stato, bensì solo a valori etici, stabilì che il crocefisso non doveva essere tolto dalle aule scolastiche, perché «è un simbolo idoneo ad esprimere l’elevato fondamento dei valori civili» sebbene provengano da una religione (v. Adista Notizie n. 15/06). Parere confermato nel 2011 anche dalla Corte di Strasburgo, che diede torto alla coppia, stabilendo che non c’erano ragioni per rimuovere il crocefisso, in quanto simbolo culturale di valore universale. Tuttavia, nell’ordinamento italiano, ad oggi resta l’assenza di una legge che prevede l’obbligo di esporre il crocefisso. Una lacuna che i leghisti vorrebbero ora colmare.

* Immagine di cianghetta, tratta dal sito Flickr, licenza e immagine originale. La foto è stata ritagliata. Le utilizzazioni in difformità dalla licenza potranno essere perseguite

la Lega di Salvini preferisce i crocifissi di legno a quelli di carne

La Lega Nord attacca i crocifissi di carne. Ma vuole appendere quelli di legno

la Lega Nord attacca i crocifissi di carne

ma vuole appendere quelli di legno

Il crocefisso va esposto in tutte le aule scolastiche e in ogni ufficio pubblico. I deputati della Lega Nord rilanciano una loro tradizionale battaglia – anche se non ne parlavano da un po’, forse perché troppo impegnati a fare la guerra ai migranti, i crocefissi in carne ed ossa del nostro tempo – e presentano alla Camera una proposta di legge per regolamentare in maniera definitiva la questione.

«Il Crocifisso, emblema di valore universale della civiltà e della cultura cristiana, è riconosciuto quale elemento essenziale e costitutivo e perciò irrinunciabile del patrimonio storico e civico-culturale dell’Italia», recita l’articolo 1 della proposta di legge presentata a fine luglio da nove deputati e deputate leghisti e lo scorso 5 settembre assegnata per la discussione alla Commissione Affari costituzionali di Montecitorio. Quindi, prosegue l’articolo 2, va esposto in tutti gli uffici pubblici per testimoniare «il permanente richiamo del Paese al proprio patrimonio storico-culturale che affonda le sue radici nella civiltà e nella tradizione cristiana». All’articolo 3 c’è il lungo elenco dei luoghi in cui il crocefisso va esposto «in luogo elevato e ben visibile»: non più solo nelle aule scolastiche, come indicavano i Regii Decreti del 1924 e del 1928 – Vittorio Emanuele III regnante e Benito Mussolini governante – ma anche nelle università e nelle accademie, negli uffici delle pubbliche amministrazioni e degli enti locali territoriali, nelle aule consiliari regionali, provinciali, comunali, circoscrizionali e delle comunità montane, nei seggi elettorali, nelle carceri, nei tribunali, negli ospedali, persino nelle stazioni, nelle autostazioni, nei porti e negli aeroporti. Infine, all’articolo 4, le sanzioni: da 500 a 1.000 euro per chi lo «rimuova in odio ad esso», ma anche per il dipendente pubblico che «rifiuti» di esporlo oppure «ometta di ottemperare all’obbligo» di esporlo.

«Risulterebbe inaccettabile per la storia e per la tradizione dei nostri popoli, se la decantata laicità della Costituzione repubblicana fosse malamente interpretata nel senso di introdurre un obbligo giacobino di rimozione del Crocifisso», che «rimane per migliaia di cittadini, famiglie e lavoratori il simbolo della storia condivisa da un intero popolo», spiega il deputato leghista Roberto Simonetti, primo firmatario del provvedimento. «Cancellare i simboli della nostra identità, collante indiscusso di una comunità, significa svuotare di significato i principi su cui si fonda la nostra società. Rispettare le minoranze non vuole dire rinunciare, delegittimare o cambiare i simboli e i valori che sono parte integrante della nostra storia, della cultura e delle tradizioni del nostro Paese».

Se approvata dal Parlamento, la legge metterebbe il punto ad una questione che si trascina da quasi un secolo, ovvero dai Regii Decreti emanati durante il ventennio fascista che però, secondo alcune interpretazioni sostenute anche da una sentenza della Corte costituzionale (v. Adista Notizie n. 1/05), sarebbero stati superati dalla revisione del Concordato del 1984. Nel 2006 il Consiglio di Stato – all’interno di un procedimento avviato da una coppia italo-finlandese perché fossero rimossi i crocefissi presenti nella scuola media frequentata dai figli –, pur non facendo alcun riferimento a leggi dello Stato, bensì solo a valori etici, stabilì che il crocefisso non doveva essere tolto dalle aule scolastiche, perché «è un simbolo idoneo ad esprimere l’elevato fondamento dei valori civili» sebbene provengano da una religione (v. Adista Notizie n. 15/06). Parere confermato nel 2011 anche dalla Corte di Strasburgo, che diede torto alla coppia, stabilendo che non c’erano ragioni per rimuovere il crocefisso, in quanto simbolo culturale di valore universale. Tuttavia, nell’ordinamento italiano, ad oggi resta l’assenza di una legge che prevede l’obbligo di esporre il crocefisso. Una lacuna che i leghisti vorrebbero ora colmare.

* Immagine di cianghetta, tratta dal sito Flickr, licenza e immagine originale. La foto è stata ritagliata. Le utilizzazioni in difformità dalla licenza potranno essere perseguite

il pasticcio leghista di allontanare il Crocifisso dai crocifissi

il crocifisso e lo stranierocroce fiorita

prendendo spunto da alcune vicende che hanno avuto luogo a Cascina, dove da poco è stata eletta sindaco un’esponente della Lega nord, il teologo don Severino Dianich  ha formulato  una riflessione sul rapporto tra certi segni esteriori della fede – come il crocifisso – e i comportamenti di accoglienza che dovrebbero caratterizzare sempre il cristiano

 
Il Crocifisso e lo straniero

Il suo ufficio ne era sprovvisto: Susanna Ceccardi, esponente della Lega, neo sindaca di Cascina, ha deciso di affiggere un crocifisso a una delle pareti del suo ufficio. Postando su facebook il gesto (vedi foto). Pochi giorni prima, in Prefettura, la Ceccardi aveva partecipato a una assemblea dei sindaci sull’accoglienza dei profughi. Ci sarebbero, infatti, nuovi profughi da ripartire sulla provincia di Pisa e la Prefettura chiede di innalzare le quote per ciascun comune. Rompendo il silenzio, la sindaca di Cascina aveva manifestato la sua contrarietà al fatto che «arrivino altri finti profughi nel nostro comune». I due gesti sono in contraddizione? Il teologo don Severino Dianich sostiene di sì e lo motiva in questo intervento:

di Severino Dianich

Dianich

Le chiese di altre regioni d’Italia da anni stanno sperimentando, come «caso serio» per la fede, il confronto con le tesi politiche di coloro che esibiscono la loro sedicente difesa della tradizione cristiana, intendendo bloccare l’accoglienza degli immigrati e dei profughi che fuggono dalle regioni funestate dalla persecuzione e dalla guerra. Il fenomeno sta ora coinvolgendo anche le comunità cristiane della nostra regione.

I drammi delle migrazioni di massa nel mondo, che agitano oggi, come del resto è avvenuto sempre, lungo tutta la storia, la vita sociale e politica delle nazioni, sono di grande complessità. È quindi inevitabile che anche i fra i credenti nel vangelo di Gesù si diano valutazioni diverse e si propongano soluzione assai differenziate. In questa legittima e feconda pluralità c’è però un limite, che il grande teologo Von Balthasar negli anni Sessanta avrebbe definito «il caso serio». Egli sostiene che è «caso serio» per la fede, dal quale non si può deflettere, la presa di posizione del credente di fronte alla croce: accettare che sia considerata un mito, un’analogia, un simbolo è una negazione del cristianesimo. È ciò che sta avvenendo quando si mette la difesa dell’identità dell’Europa sotto l’egida del crocifisso e, allo stesso tempo, si intendono sbarrare le porte della nostra terra di fronte alla tragedia di coloro che fuggono dalle loro case a causa della persecuzione e della guerra, con la pretesa di difendere in tal modo la «civiltà cristiana».

Il crocifisso attaccato alla parete, che nel passato rappresentava la fede nel vangelo di Gesù, viene trasformato nel simbolo di una identità etnica e culturale, diventa un puro oggetto che, al modo del logo di una corporation, dovrebbe avere la funzione di rappresentarne gli interessi. A questo punto il crocifisso affisso alla parete non ha più nulla a che fare con il Crocifisso. C’è un uomo, infatti, su quella croce, a cui si è tolta la parola, visto che Gesù vi fu inchiodato, fra gli altri motivi, anche perché ha voluto che il suo popolo rompesse i confini della sua antica identità di unico popolo di Dio e accettasse di diventare un popolo universale.

Anche in Israele al tempo di Gesù, in una situazione ben più tragica, si poneva la questione della preservazione dell’identità del popolo di Dio, l’Israele dalla grande tradizione della legge di Mosé, con la sua imposizione di non allacciare rapporti con lo straniero. Ma la predicazione di quel pretendente messia sembrava la mettesse in pericolo, con quel suo predicare che Dio ama tutti, al di là di ogni confine. Quando nella sinagoga di Nazaret Gesù volle ricordare che Eliseo aveva guarito Naaman il siriano, invece dei molti lebbrosi di casa sua, tutti i presenti «si riempirono di sdegno. Si alzarono e lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte, sul quale era costruita la loro città, per gettarlo giù» (Lc 4,20-29). Quando in seguito dirà: «Verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno e siederanno a mensa nel regno di Dio», le sue parole dovettero suonare pericolosamente sovversive, se «in quel momento si avvicinarono alcuni farisei a dirgli: “Parti e vattene via di qui, perché Erode ti vuole uccidere”» (Lc 13,29-31).

Un’altra volta ancora, quando, raccontando la parabola della vigna e dei contadini ribelli, Gesù prospettò che «la vigna» potesse venir tolta agli ebrei e il regno di Dio essere dato ad altri popoli, proprio «in quel momento, gli scribi e i capi dei sacerdoti cercarono di mettergli le mani addosso» e, se non fu linciato in quella occasione, fu solo perché ebbero «timore della folla» (Lc 20,9-19). Certamente se ne saranno ben ricordati quando, seduti nel sinedrio, procederanno alla sua condanna. Per lui, invece, si trattava di un messaggio così decisivo, da avanzarlo come uno dei criteri con cui egli alla fine dei tempi giudicherà il mondo: «Ero straniero e non mi avete accolto» (Mt 25,43).

È quanto basta per ritenere, anche se non lo avesse detto il papa quando lo interrogarono a proposito dei progetti politici di Donald Trump, che «una persona che pensa soltanto a fare muri e non ponti, non è cristiana». Con tutto ciò, chi ne condivide l’impostazione avanzi le sue idee e se ne discuta liberamente nel dibattito politico, né i cristiani avranno alcun motivo per ritrarsene, partecipando liberamente e civilmente al confronto. Ma non possono accettare che si affigga il crocifisso sulla stessa parete sulla quale si progetta di affiggere le ordinanze necessarie per innalzare contro gli stranieri quelle barriere che il Crocifisso, quello in carne ed ossa, sacrificando la sua vita, volle fossero abbattute una volta per sempre.

 

il vangelo in salsa leghista

il parroco leghista

don Gianni Antoniazzi, parroco di Carpenedo, in Veneto

 il sacerdote è stato raggiunto dalle telecamere del programma tv “Dalla vostra parte” di Rete 4, condotto da Paolo Del Debbio

don Gianni: pasto completo a solo un euro. Solo per gli italiani però

Nel ristorante di don Gianni non c’è posto per gli immigrati. Meglio: per i profughi don Gianni ha trovato delle abitazioni. Gli italiani hanno altre difficoltà, prima tra tutte quella di riuscire a mettere un boccone in bocca. L’idea di don Gianni ha fatto subito il giro del web. C’è stato chi l’ha apprezzata e chi invece l’ha cassata.

Una cosa è certa: il messaggio di don Gianni è piaciuto soprattutto ai leghisti.

ventennio leghista e cattolicesimo veneto

anemoni gialli con farfalla

una riflessione responsabile e puntuale e critica su un ventennio di convivenza tra la Lega Nord e il cattolicesimo veneto da parte di un sacerdote di Treviso, don Giorgio Morlin, a partire da questo interrogativo: “perché nel ricco nord-est, erede di una grande tradizione cattolica e di un’efficienza industriale senza rivali nel mondo, continua ad imperversare una deprimente povertà culturale e una colpevole dissipazione del patrimonio etico che i nostri padri ci hanno lasciato?”

 

Fine di una stagione?

Ventennio leghista e cattolicesimo veneto

La debacle politica dello schieramento berlusconiano-leghista nelle ultime consultazioni amministrative, che hanno coinvolto quasi 7 milioni di elettori in 564 comuni italiani, ha registrato un’autentica Caporetto anche a Tre- viso, da circa 20 anni amministrata e diventata indiscusso feudo leghista del sindaco Gian- Carlo Gentilini, assurto nell’immaginario nazionale a macchietta umoristica di sindaco sceriffo. Vorrei porre alcune mie considerazioni a proposito di una stagione che, probabilmente, si è chiusa per sempre e che merita un’analisi di tipo culturale oltre che politico. L’ex sindaco di Treviso, Gentilini, figura dal linguaggio eccentrico e spesso becero, diventa un caso nazionale nell’ottobre 1997 quando to- glie le panchine della stazione ferroviaria per allontanare «negri e perdigiorno», o quando, nel 2004, in un’intervista alla stampa, spara contro gli omosessuali dicendo: «Darò disposizione ai vigili affinché facciano pulizia etnica dei culatoni!», oppure nel 2005 quando attacca gli immigrati presenti in città affermando perento- rio: «Bisognerebbe vestirli da leprotti per fare pim pum pam con il fucile!». E quando, molto timidamente qualche parroco trevigiano, in nome del vangelo, parla di tolleranza, di accoglienza e di fraternità, il nostro sceriffo punta simboli- camente  il fucile contro «i preti rossi che sono da mandar via a furor di popolo!». A Treviso, durante il ventennio leghista, il linguaggio gentiliniano registra un crescendo misto di folklore truce e di arroganza impunita che incrementa l’immagine popolana e vincente
dello sceriffo,il quale si presenta come paladino della città per difenderla da «comunisti, negri e omosessuali». Un sindaco che, per quanto ri- guarda dichiarazioni ad effetto, fa scuola e moltiplica attorno a sé numerosi proseliti. Come, ad esempio, avviene con il consigliere comunale leghista Bettio il quale, in un’intervista alla stampa del 2004, ha l’impudenza di affermare: «Sarebbe giusto far capire agli immigrati come ci si comporta usando gli stessi metodi nazisti. Per ogni trevigiano a cui recano danno o disturbo, vengono puniti 10 extracomunitari!» (cfr. Repubblica del 4 dicembre 2004). E da ultimo, nell’amarezza della sconfitta all’indomani dei negativi risultati elettorali del giugno 2013, il sindaco, richiamandosi addirittura a Gesù Cristo e al van- gelo, si lascia prendere dalla foga anticomunista di sempre: «Mi sento come un secondo Gesù Cristo che ha parlato nel deserto. Il mio Vangelo non l’hanno capito; la sinistra è come l’Islam che pensa di risolvere i problemi uccidendo e massacrando gli infedeli». Con simili linguaggi e con i molteplici gesti provocatori che conosciamo, in questa lunga stagione si è assistito ad un progressivo e triste dissolvimento di un humus culturale ed etico che, a Treviso, aveva plasmato il tessuto di una convivenza civile e solidale a partire dal dopo- guerra fino ai primissimi anni ’90. Lentamente è andato mutando il dna antropologico della società trevigiana che, nel giro di appena 20 anni, non solo ha fatto una chiara opzione politica per la Lega, arrivando a percentuali bulgare che sfiorano o superano il 50% dei con- sensi ma che sembra anche aver cambiato i suoi valori etico-culturali di riferimento. Cosa e per- ché è accaduto di talmente nefasto nella Marca Trevigiana, conosciuta fin dal medioevo come «la marca gioiosa e amorosa», da diventare nel giro di due decenni «la marca rabbiosa e ranco- rosa»? Cosa e perché è accaduto che la sola parola clandestino, com’era successo per la parola ebreo 60 anni prima, venisse considerata reato e colpisse gli immigrati come una condanna già emessa e pronta ad essere eseguita? Cosa e
perché è accaduto che un territorio, da sempre considerato la sacrestia d’Italia per la sua capillare cultura cattolica e la sua diffusa pratica re ligiosa, entrasse nell’immaginario collettivo italiano come la patria della xenofobia nazionale? E l’ultima ciliegina sulla torta della vergogna padana la possiamo leggere in una pagina Facebook del 13 giugno 2013, dove la militante leghista di Padova, Dolores Calandro, scrive la seguente infamia riferita alla neoministra ita- liana di colore Cécile Kyenge: «Ma non c’è mai nessuno che se la stupri?…». Perché nel ricco Nordest, erede di una grande tradizione cattolica e di un’efficienza industriale senza rivali nel mondo, continua ad imperversare una deprimente povertà cult rale e una colpevole dissipazione del patrimonio etico che i nostri padri ci hanno lasciato? Sono interrogativi quanto mai angoscianti per tutti. Dopo l’attraversamento del lungo tunnel che si spera di lasciare alle spalle, con quest’ultimo passaggio viene oggi posta l’attenzione non solo sull’appartenenza politica ma anche sulla coscienza ecclesiale ed etica di un popolo, quello trevigiano, che si professa cattolico. Una coscienza che, anche a livello di presbiterio diocesano e di comunità parrocchiali nel loro complesso, probabilmente è rimasta latitante proprio nel momento in cui il virus letale entrava subdolamente in circolo nel corpo sociale a corrompere e a dissolvere il tessuto connettivo di una realtà popolare che ha secoli di storia solidale. Nel corso degli anni, senza percepire la gravità del fenomeno degenerativo, è avvenuta al- l’interno di questa realtà una lenta ma micidiale metabolizzazione per cui, ad esempio, si me- scolava banalmente, come niente fosse, la blasfema espressione del cosiddetto dio Po, gene- rata dalla dissacrante e idiota ritualità celtico- leghista, con la fede nel Dio di Gesù Cristo, la sola che qualifica l’identità del cristiano.
don Giorgio Morlin (Treviso)