Dio non va lasciato in cielo quando lui stesso ha deciso di scendere sulla terra

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Questo non significa abbassare Dio, ma rispettare Dio presente, visibile e tangibile in ogni essere umano.migranti bambini1

Quando rispettiamo ogni essere umano come rispettiamo Dio, in questo giorno noi ci siamo resi conto della genialità di Gesù e del cristianesimo.

povertà

La cosa negativa e terribile è che ci va meglio sulla terra se teniamo Dio in cielo. Ciò fa comodo a troppi, che pur si dicono cristiani.  Così rispettiamo Dio nei templi (anticamere del cielo). povertà

E questo (noi crediamo) ci dà il diritto di disprezzarlo, di maltrattarlo e persino di odiarlo in tanti esseri umani.

al cuore del mistero natalizio

SE DIO SI FA UMANO

di ENZO BIANCHI

Bianchi

Al cuore della nostra fede c’è il mistero dell’incarnazione di Dio: Dio si è fatto uomo in Gesù di Nazareth, il quale è nato, ha vissuto, è morto quale umana creatura nella storia e in mezzo all’umanità. Tuttavia, questa fede che noi confessiamo non sempre ci appare in tutte le sue conseguenze: ripetiamo che Dio si è fatto uomo, ma poi non approfondiamo, non osiamo dare alla carne di Gesù il peso che merita, la realtà che essa è in un corpo umano.

Innanzitutto, dire che Dio si è incarnato significa dire che non si è fatto uomo in generale, non ha semplicemente unito la natura umana alla sua qualità di Figlio di Dio, ma che è diventato un uomo “singolare”, preciso. E questo è avvenuto nascendo da Maria di Nazareth – “nato da donna”, scrive san Paolo (Gal 4,4) – ma cresciuto nel mondo a poco a poco, costruendosi in una persona plasmata dalla famiglia natale, dalle esperienze vissute, dalle contraddizioni affrontate, dal bene e dal male che ha dovuto riconoscere nel mondo e tra gli esseri umani. Dovremmo dire non solo che Dio si è incarnato, ma Dio si è umanizzato! Non facciamo letture cariche di supposizioni o di ipotesi psicologiche – tanto praticate oggi, ma svianti e sovente insensate – atteniamoci invece ai vangeli.

La venuta del Figlio di Dio che rinunciava al privilegio della sua condizione di Dio, spogliandosi degli attributi divini, non poteva avvenire se non in una famiglia credente e povera tra quelli che erano gli anawim, i “curvati”, i poveri che aspettavano la salvezza solo da Dio. E sua madre, Maria, e suo padre secondo la legge, Giuseppe, accolgono Gesù e lo mettono al mondo dandogli quell’amore e quella fiducia indispensabili a un bambino per crescere.

Anche nel rapporto filiale con Maria e Giuseppe, Gesù ha vissuto fatiche, difficoltà, contraddizioni… Certo, Maria era una donna che viveva dell’obbedienza alla parola di Dio, e Giuseppe è detto “uomo giusto”, dunque erano dei buoni genitori, ma questo non risparmia a Gesù le difficoltà quotidiane che si incontrano crescendo in una famiglia umana. In questo modo Gesù si umanizza come ogni essere umano e la sua personalità viene plasmata dalle relazioni con quei precisi parenti (“fratelli e sorelle di Gesù”), in quel preciso villaggio di Nazareth, con quanti frequentavano la sua famiglia e l’officina del carpentiere Giuseppe. Così è cresciuto umanizzandosi, imparando a “diventare un uomo”, a plasmare la sua personalità con il bagaglio ricevuto (la natura) e la storia in cui era immesso (la cultura). Dio, suo Padre, ha saputo rispettare la crescita autonoma di Gesù, senza mai fargli mancare l’ispirazione, la grazia, la fedeltà. La Lettera agli Ebrei lo dice con chiarezza: “Gesù imparò attraverso le sofferenze patite l’obbedienza filiale” (Ebr 5,8).

Purtroppo in molti cristiani questa immagine di Gesù veramente umano, umanissimo, è assente perché la sua qualità di Dio pare potersi affermare solo a scapito della sua qualità umana. L’umanizzazione di Dio ci scandalizza, e d’altronde questa è una verità solo cristiana, aborrita dai monoteismi, sia quello giudaico che quello dell’islam. Resta la verità dei vangeli: Gesù non è stato uomo per finta, non era solo simile a noi, era “della nostra stessa pasta”, come dicevano i primi padri della chiesa. E se i vangeli non ci parlano di Gesù nella crescita e nella giovinezza è perché non c’era nulla da dire, essendo la sua vita così ordinaria e quotidiana. Tuttavia non si finisca per pensare che questa umanissima condizione di Gesù gli impedisse di ascoltare Dio in un modo personalissimo, unico, come unica era la sua venuta nel mondo: unica ma sempre umanissima. “Cresceva in sapienza, in taglia e in grazia presso Dio e presso gli uomini” (Lc 2,52) e quindi sapeva afferrare nella sua esistenza umana ciò che Dio Padre voleva da lui, anche quando Giuseppe e Maria non lo capivano.

 
 

 

dove si trova Dio

cuore di margherite

Narra una storia del buddismo zen che un monaco chiede al maestro, di uscire la monastero, che era in piena città, per salire sulla montagna e là incontrare Dio. Il maestro gli concede tre anni di tempo, terminati i quali va a trovarlo. Alla sua domanda se avesse già incontrato Dio, quello risponde: “Beh, penso proprio che ce la sto facendo, ma non ci sono ancora arrivato, dammi un altro po’ di tempo”. Il maestro acconsente: “Hai altri tre anni a disposizione”. Dopo tre anni il maestro ritorna. “E allora?”. Il monaco risponde: “Ci sono quasi. Ho già battuto alla sua porta, c’è solo da aspettare che apra. Ho bisogno di un ultimo spazio di tempo”. Il maestro se ne va; ma quando, tre anni dopo, ritorna dal monaco, questi gli confessa che Dio era arrivato ad aprirgli la porta, ma non si era ancora fatto vedere. Il maestro interroga: “Sei convinto di trovare Dio dietro la porta?”. Egli risponde: “A dire il vero, dopo nove ani, non ne sono più del tutto convinto”. E domanda al maestro: “Dove si trova Dio?”. Egli punta il dito verso la città: