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il significato delle ‘ceneri’ in tempo dio pandemia

Ceneri

padre Ronchi:

le Ceneri, per essere semplici e fecondi

in occasione del rito che introduce al tempo di Quaresima, il teologo spiega, nell’intervista a Vatican News, il senso di questo “simbolo” per l’oggi. Nella vita aggredita e crocifissa dalla pandemia, lo sguardo deve essere rivolto non tanto alla mortificazione quanto alla vivificazione. Non fissati sul ‘residuo’ dell’esistenza ma sulla pienezza che ci attende

di Antonella Palermo 

 Papa Francesco celebrerà la Santa Messa con il Rito della benedizione e imposizione delle Ceneri presso l’Altare della Cattedra, alle 9.30 nella Basilica di San Pietro, e non come tradizione nella Basilica di Santa Sabina all’Aventino. La partecipazione dei fedeli sarà molto ristretta in ottemperanza alle misure sanitarie di protezione.

Quale significato assume l’imposizione delle Ceneri oggi, dopo un anno dall’inizio della diffusione di un virus ancora temibile,  che ha mietuto quasi due milioni e mezzo di vittime nel mondo? 

R. – Penso che le ceneri sul capo delle persone siano come una inclusione battesimale. Le ceneri sono semplici. Sono la semplificazione finale delle cose. Nel ritmo naturale di un tempo, le ceneri del focolare di casa dei contadini venivano restituite alla natura in primavera sparse sui campi, lungo i filari delle viti, nell’orto, per rendere la terra più fertile, per darle nuova energia. Allora, sul capo del fedele, hanno questo significato lontano, legato alla verità della natura, alla verità del senso, alla verità delle cose. Non tanto: ‘ricordati che devi morire’ ma ‘ricordati che devi essere semplice e fecondo’. Le ceneri sono ciò che rimane quando non rimane più niente, sono il minimo, il quasi niente. Ma da qui si può e si deve ripartire. Noi siamo in una situazione difficile, ma si può e si deve ripartire.

C’è l’economia della piccolezza nella Bibbia, l’economia della povertà. Davanti a Dio non c’è niente di meglio che essere così; diceva Simone Weil: essere niente come l’aria davanti al sole, pura trasparenza. Ecco, le ceneri sono questo niente per non fermarci, farci ripartire. Con la Quaresima si entra nel cammino della trasformazione, della evoluzione e il cuore della trasformazione è essere piccoli e fragili dove Dio entra, lo Spirito entra come soffio. Non spaventarsi di questo essere fragili, ma pensare alla Quaresima come trasformazione dalle ceneri alla luce, dal residuo alla pienezza. Io lo vedo un tempo non penitenziale, ma vitale, non tempo di mortificazione, ma di vivificazione. È il tempo del seme dentro la terra. La Quaresima inizia sempre in inverno, che è l’ultima delle stagioni, un po’ la cenere dell’anno, e termina sempre in primavera. Questa sapienza della natura – il creato è la prima parola di Dio – ci fa guardare alla primavera che non si spaventa di nessun inverno, Dio non si spaventa da nessuna cenere in cui io sono seduto o che sono ridotto a diventare.

R. – Basta aprire gli occhi. Basta guardarsi attorno. Basta avere questo senso che la vita è un percorso che va dalle ceneri alla luce, dalla fatica alla corona. È un tempo di potatura perché abbiamo fatica, qualcuno ha perso delle persone care, la nostra vita viene alle volte aggredita. Però io penso alla potatura delle piante: i giardinieri potano gli alberi non per penitenza, ma perché ritrovino l’energia di primavera, li riportano all’essenziale. Ecco, viviamo un tempo che ci può riportare all’essenziale, riscoprendo ciò che è permanente nelle nostre vite, da ciò che è effimero. Quindi è un dono questo tempo per dare più frutto, non per castigare ma per rendere fecondi. Questa per me è la speranza.

Nel Messaggio per la Quaresima, Francesco ci invita a digiunare anche dalla saturazione di informazioni, vere o false che siano. Come risuonano in lei questi suggerimenti?

R. – È vero che siamo saturati da una pandemia di messaggini. A me risuonano come profondamente veri. Noi siamo lì sempre attaccati a questi strumenti, con gli occhi e con le orecchie sugli smartphone, su internet. Se noi guardassimo negli occhi cinquanta volte al giorno le persone così come guardiamo il telefonino, guardandole con la stessa attenzione e intensità, quante cose cambierebbero? Quante scoperte faremmo? Il bombardamento è così veloce che non abbiamo neanche il tempo di elaborare una nostra visione delle cose. Ci hanno tolto il piacere di pensare che è uno dei più belli che abbiamo in regalo. Sono notizie che ci portano a vivere fuori di noi stessi, di riflesso, di eco, di sponda, dentro una realtà che non siamo noi, elaborata dagli altri. Allora io penso, la verità delle delle cose va vista dentro l’amore, come dice San Paolo. Vuol dire che quando una cosa è senza amore, non è vera, quando è intollerante non è vera. Questo bombardamento ci porta a vivere in una bolla virtuale anziché dentro l’atmosfera dell’amore. I criteri sono l’effetto, l’audience, il numero di like… E questo porta fuori, e per me è la cosa più pericolosa.

R. – Un virus non cambia il cuore dell’uomo, non cambia la profondità delle persone. Penso che noi abbiamo due strumenti maggiori per avere una Pasqua di fraternità: la carità e il perdono. La carità è il prenderci cura e la cura si nutre di tenerezza verso l’altro; il perdono è quello che libera il futuro delle persone, non tanto libera il passato. Penso che il perdono da cogliere e da offrire sia qualcosa da chiedere al Signore. Vuol dire liberazione, nel Vangelo è usato il verbo della nave che salva, della carovana che parte al levare del sole, dell’uccello che spicca il volo, della freccia che scocca. E’ vero che è una Pasqua di fragili, questa, di molti crocifissi, ma quello che a me è chiesto è il segno della carità. Gesù è venuto a portare questa rivoluzione della tenerezza e la rivoluzione del perdono senza misura. Sono queste due cose che costruiscono la fraternità universale.




il Censis ci vede peggiorati – siamo più egoisti e cattivi per le regole anti-covid

“italiani in regressione psicologica collettiva, siamo diventati peggiori”

Giuseppe De Rita (Censis) sugli effetti delle regole anti-Covid

“dal rintanamento in sé nasce l’egoismo e da lì la cattiveria”

Più paurosi, passivi, cattivi. Sono gli italiani nella pandemia, visti da Giuseppe De Rita, presidente del Censis, intervistato da ‘Libero’. “Già nel rapporto Censis di dicembre veniva fuori che l’opinione sotterranea di molti italiani è ‘meglio sudditi che morti’. In nome della paura stiamo accettando vincoli e modi di comportamento che inibiscono la nostra vitalità e la ricerca di obiettivi comuni. Assistiamo così a un rannicchiarsi degli italiani entro se stessi, nel proprio egoismo, da cui derivano processi, se non di degrado, almeno di regressione psicologica collettiva”.

“Ciò riguarda soprattutto la condizione di vivere quasi da popolo internato -aggiunge De Rita-. Quando parliamo di internamento, pensiamo a un carcere, un manicomio, un convento di clausura. In tutti questi casi il meccanismo interno è l’infantilizzazione. Cioè si trattano le persone come bambini, dicendo loro: questa cosa non la puoi fare, questa cosa non la puoi mettere, ti devi lavare bene.
Ovviamente non viviamo in senso stretto in internamento, però molte assonanze ci sono: l’obbligo di rispettare regole di minimale comportamento igienico, l’uso della mascherina come divisa da internato, e l’idea che non si possa uscire neanche per andare al bar sono diventati fatti normali. E questo è molto pericoloso. Dal letargo, cioè dallo stato di indolenza, sarà più facile uscire, dall’internamento no”.

“La storia sociale di questo Paese non è mai stata pacifica. Non siamo gente tranquilla, ma persone che si sono odiate a morte, hanno fatto guerre civili. Questa tendenza si è acuita con la pandemia: ora ci sentiamo protetti solo quando siamo con noi stessi, e se c’è qualcuno intorno per noi è un pericolo. Dal rintanamento in sé nasce l’egoismo e da lì scatta la cattiveria”, conclude De Rita, secondo cui però alla fine “credo che prevarrà la propensione alla accettazione e non alla rivolta. La bontà del potere ci garantirà sempre la cassa integrazione, un ecobonus, un incentivo per fare smart working. E così, anziché contestare, accetteremo passivamente il declino”.




per un modello alternativo di vita dopo il covid-19 L. Boff e la proposta di papa Francesco

nel mondo post-vaccinazione: modelli
alternativi per il futuro della Madre Terra

Leonardo Boff 

una riflessione del famoso teologo brasiliano Leonardo
Boff, sul mondo “post-vaccinazione”. Ci offre pensieri
intensi, e originali, sul futuro del nostro pianeta.
Tutti si sono preoccupati per la scienza e per la ricerca
sfrenata di vaccini sicuri ed efficaci. Alla fine sono
apparsi. Pochi hanno parlato del contesto che ha dato
origine al Covid-19.

Ha significato il contrattacco della Madre Terra contro gli “umanoidi”, perché – come ha affermato chiaramente
Papa Francesco nella Laudato Sì:“non abbiamo mai maltrattato e ferito la Casa Comune come negli ultimi due secoli”
(n. 53). Il contesto del virus è nella voracità del nostro modo di produzione e consumo, nel modo attuale di
abitare il pianeta Terra, aggredendolo e sfruttandolo eccessivamente per l’ultra neoliberismo. Il Covid-19 ha
colpito come un fulmine questo sistema predatorio, uccidendo le vite della natura e dell’umanità. Ha
smantellato i suoi principali mantra: il profitto prima di tutto, la concorrenza, l’individualismo, l’uso meramente
utilitaristico della natura, la mancanza di cura che tutto esista e viva, la prevalenza del mercato sulla società, lo
stato minimo e la privatizzazione dei beni comuni. Se avessimo seguito questi mantra, l’umanità sarebbe in
grave pericolo.
La pandemia ha posto inequivocabilmente l’alternativa: vale più il profitto o la vita? Che cosa viene prima: salvare
l’economia o salvare vite umane? Quello che, infatti, ci sta salvando sono i valori che sono assenti o emarginati
in questo sistema globalizzato: è la vita al primo posto, è la cura tra tutti e della natura, è l’interdipendenza
l’uno dell’altro, è la collaborazione, è la solidarietà, è la corresponsabilità collettiva, è lo Stato sufficientemente
attrezzato per servire tutti, è la società sopra il mercato e il fatto che siamo esseri spirituali che possono
comprendere il significato dell’isolamento sociale nel senso di scoprire gli errori che ci hanno portato a questa
pandemia, i nuovi valori e le abitudini che dobbiamo incorporare se vogliamo avere un futuro sostenibile e
quindi imparare a rinunciare, come trattare la natura e la Madre Terra in modo amichevole, per realizzare il
significato della nostra vita e della nostra missione nell’insieme degli esseri: prendersi cura e custodire questa
sacra eredità che Dio e l’universo ci hanno affidato (Gen. 2,25) e infine, poiché siamo minacciati di morte dal
Covid-19, ci interroghiamo su una possibile vita oltre la vita e l’esistenza di quell’Essere che rende tutti gli
esseri, Dio.
Il Covid-19 ci ha rivelato la nostra vera umanità: siamo esseri fragili e non piccoli dei che possono fare tutto;
siamo esseri di relazione e per questo motivo dipendiamo l’uno dall’altro, siamo solidali e amorevoli per natura;
siamo parte della natura e non dei suoi proprietari e padroni. Questi valori universalizzati dalla Fratelli tutti ci
permettono di sognare un altro tipo di mondo diverso e necessario.
Ora che abbiamo una gamma di vaccini, inizia la disputa per il futuro della Terra che vogliamo abitare. Qui ci
sono diverse alternative.
L’intenzione di tornare a ciò che era prima sembra essere stata scartata, poiché torneremmo al mondo
dell’accumulazione sfrenata e alle ingiustizie sociali ed ecologiche che essa comporta. In questo senso, la Cina
ci sta dando il peggiore degli esempi prolungando il vecchio paradigma di crescita del PIL che è stato
seriamente danneggiato dal Covid-19 e che implica le dinamiche di sfruttamento dei beni e servizi naturali e
lo squilibrio del pianeta. La Cina non sembra aver imparato nulla dalla lezione che il virus ci ha lasciato:
dobbiamo cambiare se vogliamo salvare la vita e sopravvivere come specie umana. Qui vale la pena ascoltare
l’avvertimento del grande storico Eric Hobsbawm nell’ultima frase del suo libro Il secolo breve (1914-1991 (1): 
“Una cosa è chiara. Se l’umanità vuole avere un futuro accettabile, non può essere prolungando il passato o il presente. Se proviamo a costruire il terzo millennio su questa base, falliremo. Il prezzo del fallimento, cioè l’alternativa a cambiare la società è l’oscurità” (p.506). 

Ecco alcune alternative, poiché i signori del capitale e della finanza sono in furiosa articolazione l’uno con l’altro per salvaguardare i propri interessi, fortune e potere politico.
Il primo sarebbe il ritorno al sistema capitalista neoliberista estremamente radicale. Lo 0,1% dell’umanità (i
miliardari) userebbe l’intelligenza artificiale con miliardi e miliardi di algoritmi, in grado di controllare ogni
persona sul pianeta, dalla sua vita intima, privata e pubblica, al dentifricio che sta utilizzando. Sarebbe un
dispotismo di un altro ordine, cibernetico, sotto l’egida del controllo-dominio totale della vita delle persone.
Ma dobbiamo contare sul fatto che ogni potere provoca sempre un contro-potere. Sicuramente ci sarebbe una
grande resistenza e persino ribellioni causate dalla fame e dalla disperazione con migliaia e persino milioni di
vittime.
La seconda alternativa sarebbe il capitalismo verde che ha imparato la lezione dal coronavirus e ha
incorporato il fattore ecologico: riforestare la natura devastata e conservare il più possibile. Ma non
cambierebbe il modo di produzione e la ricerca del profitto. La green economy non discute la disuguaglianza
sociale perversa e farebbe di tutto ciò che è natura un’occasione di guadagno. Esempio: non solo approfittare
del miele delle api, ma anche della loro capacità di impollinare altri fiori. Il rapporto con la natura e la Terra
continuerebbe a essere utilitaristico e difficilmente riconoscerebbe i diritti, come dichiarato dall’ONU e il suo
valore intrinseco, a prescindere dagli esseri umani.
La terza sarebbe il comunismo di terza generazione, che non avrebbe nulla a che fare con le precedenti
esperienze, ponendo i beni e servizi del pianeta sotto l’amministrazione plurale e globale per ridistribuirli a
tutti. Potrebbe essere possibile, ma suppone una nuova coscienza ecologica, una governance globale, oltre a
dare centralità alla vita in tutte le sue forme, qualcosa che non è nel suo orizzonte. Sarebbe ancora
antropocentrico. Proposto dai filosofi Zizek e Badiou è poco rappresentativo, oltre al peso negativo delle
fallimentari esperienze precedenti, che lo portano a metterlo sotto sospetto.
Il quarto sarebbe l’eco-socialismo con maggiori possibilità. Suppone un contratto sociale mondiale con un
centro di governance plurale per risolvere i problemi globali dell’umanità. I beni e servizi naturali sarebbero
equamente distribuiti a tutti, in un consumo dignitoso e sobrio che includerebbe anche gli esseri viventi della
natura. Anche loro hanno bisogno di mezzi di sussistenza e riproduzione come l’acqua, il clima, i nutrienti e un
ambiente generale sano e sostenibile. Quest’alternativa sarebbe all’interno delle possibilità umane, purché
superi il socio-centrismo e incorpori i dati della nuova cosmologia e biologia, che considerano la Terra come
un momento del grande processo cosmo-genico, bio-genico e antropogenico.
La quinta alternativa sarebbe il bem viver e la convivenza provati per secoli dagli andini. È profondamente
ecologico, poiché considera tutti gli esseri portatori di diritti. L’asse di articolazione è l’armonia che inizia con
la famiglia, con la comunità, con la natura, con montagne e fiumi, con gli avi, con l’intero universo e con la
Divinità. Quest’alternativa ha un alto grado di utopia praticabile. Forse, quando l’umanità si trovasse come una
specie che vive in un’unica Casa Comune, sarebbe in grado di raggiungere il benessere e la convivenza per
tutta l’umanità e per l’intera comunità della vita. Sembra una scelta, non per ora, ma per il futuro comune della
Terra e dell’umanità.
La quinta alternativa sarebbe Fratelli tutti di Papa Francesco nella sua enciclica socio-ecologica. Il Papa è
chiaramente consapevole che questa volta “o ci salviamo tutti o nessuno si salva” (Ft n, 32). Dobbiamo capire
bene la sua reale possibilità. Afferma direttamente: “Se qualcuno pensa che si tratti solo di far funzionare quello
che abbiamo già fatto, o che l’unica lezione da imparare sia quella di migliorare i sistemi e le regole esistenti, sta
negando la realtà” (n.7).

Lui rifiuta il paradigma dominante che ha innescato l’intrusione del Covid-19.
Veniamo e siamo ancora all’interno di un paradigma antropocentrico che è alla base della modernità. È il regno
del dominus: l’essere umano come signore e padrone (maître et possesseur di Descartes) della natura e della
Terra. Questi hanno senso solo nella misura in cui si ordinano al suo volere. Ha cambiato la faccia della Terra,
ha portato molti vantaggi, ma ha anche creato un principio di autodistruzione. È l’attuale impasse delle “ombre 
dense” (Ft cap I). Siamo parte integrante della natura, non al di fuori o sopra di essa, ma al suo interno e al suo
fianco come fratelli e sorelle.
Di fronte a questa visione del mondo della modernità, l’enciclica Fratelli tutti contrappone un nuovo paradigma:
quello del frater, del fratello, della fraternità universale e dell’amicizia sociale (n. 6). L’essere umano, parte di essa,
ha legami di fraternità che uniscono tutti gli esseri, non solo perché cosi, lo visse Francesco di Assisi, grande
ispiratore di Francesco di Roma, ma soprattutto per il fatto scientifico che tutti gli esseri viventi hanno lo stesso
codice genetico di base. Siamo, quindi, tutti fratelli e sorelle, dalla cellula più primitiva di 3,8 miliardi di anni fa,
passando per i dinosauri fino a noi.
Se il Papa rifiuta l’ordine attuale, qual è la fonte da cui berrà per la sua alternativa? La cerca nella sorgente da
cui scaturisce il più umano dell’uomo, poiché i sistemi sperimentati “possono solo finire in disastri” (Laudato Si
n. 161). Resta solo l’umano in noi su cui troviamo una base solida, sostenibile e universale. E qual è il più
umano degli umani?
È l’amore che cessa di essere un’esperienza solo tra due esseri che si attraggono, per emergere come amore
sociale. È l’amicizia che acquista un’espressione sociale, “perché non esclude nessuno” (n.94) è la fraternità tra
tutti gli esseri umani, senza confini, inclusi, nello spirito di San Francesco, gli altri esseri della natura; è la
cooperazione aperta a tutti i paesi e a tutte le culture; è la cura, partendo da ciascuno (n.117) e allargandosi
a tutto ciò che esiste e vive; è la giustizia sociale, base della pace; è la compassione per chi è caduto nel
cammino. Tutto questo mondo di eccellenza è presente nell’essere umano.
Tali valori erano vissuti solo soggettivamente, nelle relazioni brevi e nella privacy della vita. La novità del Papa
è stata quella di generalizzare e universalizzare ciò che era soggettivo e individuale: è questo nuovo
paradigma, questa nuova visione del mondo che può salvarci dal disastro imminente.
Il Papa si rende conto dell’insolito della proposta, riconoscendo: “sembra un’utopia ingenua, ma non si può
rinunciare a questo sublime obiettivo” (n. 190). Non disponiamo di altra alternativa se non quella presente
nell’essere umano e ancora non sperimentata storicamente. Dobbiamo adesso metterla in moto.
O faremo questo cambiamento paradigmatico o non ci sarà futuro per la vita e l’esistenza umana su questo
pianeta. Possiamo scomparire come specie, poiché ogni anno 300 specie scompaiono naturalmente al loro
apice dopo milioni di anni sulla Terra. Sarà che non sia arrivato il nostro momento? La Terra continuerebbe per
milioni di anni a ruotare attorno al sole, ma senza di noi. Forse nel futuro dell’evoluzione emergerebbe un altro
essere capace di sostenere la coscienza e lo spirito e di provare un nuovo saggio di civilizzazione più benevolo
del nostro.
Ma non è questa la visione di Papa Francesco che vede il bio-regionalismo come una soluzione promettente
perché garantisce una reale sostenibilità e un nuovo rapporto amichevole con la natura. In questa prospettiva
lo soccorre il principio di speranza di Ernst Bloch, senza menzionare il suo nome ma assumendone il contenuto:
“la speranza ci parla di una realtà radicata nel profondo dell’essere umano, indipendentemente dalle circostanze
concrete e dalle condizioni storiche in cui vive” (n.55). Da questo principio nascono i veri sogni e i progetti
realizzabili che possono salvare noi e il sistema vitale. Ma le “ombre dense“, come dice, rimangono minacciose.
L’adesione dell’umanità a questa sua proposta promettente e al tempo stesso urgente di Papa Francesco è
incerta. Fratelli tutti non rimuove le “ombre immense”. Ma è una luce che ci indica la strada. Questo ci basta. Sta
a noi seguirlo.
Così afferma la Carta della Terra: “come mai prima nella storia, il destino comune ci chiama a un nuovo inizio. Ciò
richiede un cambiamento di mente e di cuore, un nuovo senso d’interdipendenza globale e responsabilità universale”
Credo che la proposta di Papa Francesco risponda a tutti questi requisiti e quindi emerge come
l’alternativa più promettente e salvifica di fronte alla tragedia provocata dal Covid-19.

Leonardo Boff è un eco-teologo, filosofo e ha scritto Un’etica della Madre Terra, Castelvecchi 2020 e Francesco
d’Assisi – Francesco di Roma, EMI 2014. (Traduzione dal portoghese di Gianni Alioti)
(1) Eric J. Hobsbawm, The Age of Extremes: The Short Twentieth Century 1914-1991, London, Michael Joseph,
1994 traduzione in italiano Il secolo breve 1914-1991, Milano, Biblioteca Universale Rizzoli, 20




salvarsi insieme in tempo di covid – la consegna spirituale di p. Sorge

NOI E LA PANDEMIA 

IL TESTAMENTO DEL GESUITA PADRE SORGE

o insieme ci salviamo o insieme moriamo

UN DIALOGO  , UNA RIFLESSIONE SUL NOSTRO TEMPO NEL LIBRO POSTUMO DEL PADRE SORGE

DOPO IL COVID, OCCORRE “RIPENSARCI, RICOSTRUIRE UN’ITALIA E UN’EUROPA ATTORNO A UN NUOVO UMANESIMO, BASATO SU ETICA E SOLIDARIETÀ”

di Bartolomeo Sorge

In questo lungo periodo della pandemia, praticamente ho fatto vita da recluso o, più propriamente, da eremita. Infatti, il Superiore del nostro istituto Aloisianum a Gallarate, è stato molto rigido: nessun padre può uscire di casa e nessun estraneo vi può entrare. In pratica, ci ha messi tutti in quarantena!
Tanto rigore si spiega non solo in fedeltà alle disposizioni governative, ma anche perché l’istituto Aloisianum, antica sede della nostra facoltà filosofica, è stata trasformata in infermeria per i gesuiti anziani o ammalati: se vi entrasse il virus, sarebbe una strage! Del resto, il Covid ha fermato l’intera umanità, tanto che ho avuto la sensazione di assistere alle prove generali del Giudizio Universale! Molte volte mi sono chiesto: “Come farà l’intera umanità, una popolazione di miliardi e miliardi, a prendere visione e a rendere conto della storia intera di millenni, tutti insieme e nello stesso momento?”. Il fatto che un virus, minuscolo e invisibile, sia riuscito a bloccare contemporaneamente l’umanità intera, obbligando gli individui di tutte le latitudini a chiudersi in casa e a riflettere sulla gravità della situazione, mi ha fatto pensare istintivamente al Giudizio Universale. Infatti, tutti abbiamo preso consapevolezza del fatto che l’umanità è una sola grande famiglia, che c’è un destino comune di cui tutti siamo corresponsabili. (…) In altre parole, la pandemia ha smascherato l’inganno dell’individualismo, perché ci ha fatto toccare con mano che gli esseri umani sono fatti per darsi la mano tra di loro, per aiutarsi l’un l’altro in spirito di fraterna solidarietà: o ci salviamo tutti insieme o tutti insieme periamo. (…) Abbiamo bisogno di restituire alla nostra società un’anima etica, occorre cioè realizzare un nuovo umanesimo che ci raccolga tutti attorno al valore fondante della convivenza civile, che è la solidarietà. Questo binario – etica e solidarietà – è l’unica direzione verso cui andare, dopo l’esperienza del coronavirus, per ricostruire un’Italia e un’Europa secondo la volontà di Dio e in vista di un effettivo bene comune. Etica, cioè rispetto dei valori comuni con al centro la dignità della persona e i suoi diritti fondamentali inalienabili (che nessuno può togliere perché nessuno glieli dà se non Dio), e al tempo stesso solidarietà. Se non accettiamo questo binomio, non abbiamo appreso la lezione venuta dalla crisi della pandemia. Pertanto, il lavoro che dobbiamo fare a livello economico, giuridico, sanitario, artistico è riscoprire la dimensione etica e trascendente delle relazioni sociali, sapendo che nessuno riesce a salvarsi da solo, né tantomeno si potrà costruire un’umanità migliore, se non tutti insieme. (…) Ha ragione papa Francesco quando denuncia le gravi conseguenze della “cultura dello scarto”, quella cultura che si fonda sulla logica, oggi sempre più diffusa, dell’“usa e getta” e colpisce non solo gli esseri umani, come purtroppo è avvenuto con gli anziani in molte Rsa, ma anche gli oggetti che si trasformano velocemente in spazzatura. Perciò, applicando quanto il Papa scrive nell’enciclica Laudato si’, occorre che noi oggi sappiamo cogliere l’occasione dell’epidemia per diffondere una nuova “cultura della cura” o della responsabilità, attraverso un cambiamento profondo di mentalità e di stile di vita individuale, familiare e collettivo. (…) Teniamo a mente che la longevità è un privilegio, e lo dico con gratitudine pensando ai miei 91 anni. Quello su cui dobbiamo vigilare è la solitudine, come ci ha detto papa Francesco in occasione del I Congresso internazionale di pastorale degli anziani: “La vecchiaia non è una malattia, è un privilegio! La solitudine può essere una malattia, ma con la carità, la vicinanza e il conforto spirituale possiamo guarirla”. (…)
Il vero problema sta nel fatto che noi oggi abbiamo rimosso il pensiero della morte. In passato non era così. Con la morte avevamo imparato a convivere quotidianamente; e quanto ci tenevamo che una persona cara non morisse in ospedale, ma venisse a morire in casa! Oggi è cambiato il costume e muta anche l’aspetto esterno dei nostri cimiteri, sempre più simili a musei pieni di statue e di lapidi inneggianti alla vita che a “dormitori” dove i defunti giacciono in attesa della risurrezione! Il Covid, con le sue centinaia di morti ogni giorno, ci ha richiamati alla realtà. E qual è questa realtà? La nostra Costituzione riconosce la salute come un diritto fondamentale del singolo in relazione alla comunità. Infatti, all’art. 32 è scritto: “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti”. La salute, cioè, deve essere trattata come una questione di interesse collettivo, come un bene comune al pari ad esempio dell’istruzione o dell’ambiente. Se invece noi riduciamo la salute a merce, attorno alla quale sviluppare interessi economici e aziendali – così come avviene da diversi anni in alcune nostre Regioni – ne paghiamo le conseguenze, che sono sotto gli occhi di tutti.
È poi vero che anche il nostro rapporto con la salute si è modificato nel tempo, e di questo abbiamo perso la memoria. Una volta era quasi “normale” ammalarsi, e persino morire anche in giovane età, dato che le cure mediche a disposizione erano limitate. Ora forse si è caduti nell’eccesso opposto, cioè non prendiamo più in considerazione l’eventualità di ammalarsi, “pretendiamo” di essere sempre sani e abbiamo rimosso la morte dal nostro orizzonte di vita, oltre che dal discorso pubblico. La malattia e la morte oggi sono diventate un tabù! Mi piace ricordare che nell’atto costitutivo dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, firmato a New York nel 1946, è scritto: “La salute è uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale e non consiste soltanto in un’assenza di malattia o di infermità”. E come dimenticare le parole di papa Francesco, nel bel mezzo del lockdown del marzo 2020? “Siamo andati avanti a tutta velocità, sentendoci capaci in tutto. Avidi di guadagno, ci siamo lasciati assorbire dalle cose e frastornare dalla fretta. Non ci siamo ridestati di fronte a guerre e ingiustizie planetarie, non abbiamo ascoltato il grido dei poveri e del nostro pianeta. Abbiamo proseguito imperterriti, pensando di rimanere sempre sani in un mondo malato”. La salute nostra e del mondo intero è collegata a tutte le relazioni tra di noi esseri umani e anche con gli altri esseri viventi; e questo virus, probabilmente passato dal pipistrello all’uomo, ce lo dimostra!
Dinanzi a tutto quello che stiamo vivendo, invece di lasciarci prendere dall’ansia, che non aiuta e crea solo più confusione, chiediamoci piuttosto che cosa ci domanda di cambiare la pandemia. Ci chiede forse di ripensare il nostro rapporto con la salute, che non è solo assenza di malattia – e lo scrivo dall’infermeria di Gallarate! –, di misurarci con la morte?




il messaggio dei vescovi italiani in questo tempo di pandemia

 
questo tempo di pandemia è tempo di speranza e rinascita

Consiglio permanente della Cei

Dire “con affetto” una “parola di speranza e di consolazione in questo tempo che rattrista i cuori”. È l’intento dichiarato – fin dalle prime righe – del Messaggio alle comunità cristiane in tempo di pandemia, diffuso oggi, martedì 24 novembre, dal Consiglio Permanente della Cei.
È un testo rivolto alle comunità ecclesiali proprio per sostenere un cammino di Chiesa in un periodo che può sembrare sospeso, ma che può divenire di rinascita. Scrivono infatti i vescovi che “la Parola di Dio ci chiama a reagire rimanendo saldi nella fede, fissando lo sguardo su Cristo per non lasciarci influenzare o, persino, deprimere dagli eventi”. Il testo, invitando anche i laici a un impegno a 360 gradi, sottolinea che questo, oltre che un tempo di “tribolazione” è anche un “tempo di preghiera” nelle sue diverse forme e un “tempo di speranza”. “Non possiamo ritirarci e aspettare tempi migliori, ma continuiamo a testimoniare la risurrezione”, si legge nel Messaggio, che conclude additando la prospettiva di “un tempo di possibile rinascita sociale”, anche perché la Chiesa sta impegnando le “migliori energie nella cura delle persone più fragili ed esposte”. “E’ sulla concreta carità verso chi è affamato, assetato, forestiero, nudo, malato, carcerato – ricordano i vescovi – che tutti verremo giudicati, come ci ricorda il Vangelo”. 

 di seguito il testo completo del Messaggio

“Siate lieti nella speranza, costanti nella tribolazione,perseveranti nella preghiera” (Rm 12,12)

Fratelli e sorelle,
vorremmo accostarci a ciascuno di voi e rivolgervi con grande affetto una parola di speranza e di consolazione in questo tempo che rattrista i cuori. Viviamo una fase complessa della storia mondiale, che può anche essere letta come una rottura rispetto al passato, per avere un disegno nuovo, più umano, sul futuro. «Perché peggio di questa crisi, c’è solo il dramma di sprecarla, chiudendoci in noi stessi» (Papa Francesco, Omelia nella Solennità di Pentecoste, 31 maggio 2020).
Ai componenti della Comunità cristiana cattolica, alle sorelle e ai fratelli credenti di altre Confessioni cristiane e di tutte le religioni, alle donne e agli uomini tutti di buona volontà, con Paolo ripetiamo: «Siate lieti nella speranza, costanti nella tribolazione, perseveranti nella preghiera» (Rm 12,12).
Inviamo questo messaggio mentre ci troviamo nel pieno della nuova ondata planetaria di contagi da Covid-19, dopo quella della scorsa primavera. L’Italia, insieme a molti altri Paesi, sta affrontando grandi limitazioni nella vita ordinaria della popolazione e sperimentando effetti preoccupanti a livello personale, sociale, economico e finanziario. Le Chiese in Italia stanno dando il loro contributo per il bene dei territori, collaborando con tutte le Istituzioni, nella convinzione che l’emergenza richieda senso di responsabilità e di unità: confortati dal magistero di Papa Francesco, siamo certi che per il bene comune occorra continuare in questa linea di dialogo costante e serio.
1. Non possiamo nascondere di trovarci in un tempo di tribolazione. Dietro i numeri apparentemente anonimi e freddi dei contagi e dei decessi vi sono persone, con i loro volti feriti e gli animi sfigurati, bisognose di un calore umano che non può venire meno. La situazione che si protrae da mesi crea smarrimento, ansia, dubbi e, in alcuni casi, disperazione. Un pensiero speciale, di vicinanza e sostegno, va in particolare a chi si occupa della salute pubblica, al mondo del lavoro e a quello della scuola che attraversano una fase delicata e complessa: da qui passa buona parte delle prospettive presenti e future del Paese. «Diventa attuale la necessità impellente dell’umanesimo, che fa appello ai diversi saperi, anche quello economico, per una visione più integrale e integrante» (Laudato si’, n. 141).
Anche in questo momento la Parola di Dio ci chiama a reagire rimanendo saldi nella fede, fissando lo sguardo su Cristo (cfr. Eb 12,2) per non lasciarci influenzare o, persino, deprimere dagli eventi. Se anche non è possibile muoversi spediti, perché la corrente contraria è troppo impetuosa, impariamo a reagire con la virtù della fortezza: fondati sulla Parola (cfr. Mt 13,21), abbracciati al Signore roccia, scudo e baluardo (cfr. Sal 18,2), testimoni di una fede operosa nella carità (cfr. Gal 5,6), con il pensiero rivolto alle cose del cielo (cfr. Gal 3,2), certi della risurrezione (cfr. 1Ts 4; 1Cor 15). Dinanzi al crollo psicologico ed emotivo di coloro che erano già più fragili, durante questa pandemia, si sono create delle “inequità”, per le quali chiedere perdono a Dio e agli esseri umani. Dobbiamo, singolarmente e insieme, farcene carico perché nessuno si senta isolato!
2. Questo tempo difficile, che porta i segni profondi delle ferite ma anche delle guarigioni, vorremmo che fosse soprattutto un tempo di preghiera. A volte potrà avere i connotati dello sfogo: «Fino a quando, Signore…?» (Sal 13). Altre volte d’invocazione della misericordia: «Pietà di me, Signore, sono sfinito, guariscimi, Signore, tremano le mie ossa» (Sal, 6,3). A volte prenderà la via della richiesta per noi stessi, per i nostri cari, per le persone a noi affidate, per quanti sono più esposti e vulnerabili: «Proteggimi, o Dio: in te mi rifugio» (Sal 16,1). Altre volte, davanti al mistero della morte che tocca tanti fratelli e tante sorelle e i loro familiari, diventerà una professione di fede: «Tu sei la risurrezione e la vita. Chi crede in te, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in te, non morirà in eterno» (Gv 11,25-26). Altre, ancora, ritroverà la confidenza di sempre: «Signore, mia forza e mia difesa, mio rifugio nel giorno della tribolazione» (Ger 16,19).
Le diverse e, talvolta, sofferte condizioni di molte famiglie saranno al centro delle preghiere individuali e comunitarie: questo “tempo sospeso” rischia, infatti, di alimentare fatiche e angosce, specialmente quando si acuiscono le tensioni tra i coniugi, per i problemi relazionali con i figli, per la mancanza di lavoro, per il buio che si prospetta per il futuro. Sappiamo che il bene della società passa anzitutto attraverso la serenità delle famiglie: auspichiamo, perciò, che le autorità civili le sostengano, con grande senso di responsabilità ed efficaci misure di vicinanza, e che le comunità cristiane sappiano riconoscerle come vere Chiese domestiche, esprimendo attenzione, sostegno, rispetto e solidarietà.
Anche le liturgie e gli incontri comunitari sono soggetti a una cura particolare e alla prudenza. Questo, però, non deve scoraggiarci: in questi mesi è apparso chiaro come sia possibile celebrare nelle comunità in condizioni di sicurezza, nella piena osservanza delle norme. Le ristrettezze possono divenire un’opportunità per accrescere e qualificare i momenti di preghiera nella Chiesa domestica; per riscoprire la bellezza e la profondità dei legami di sangue trasfigurati in legami spirituali. Sarà opportuno favorire alcune forme di raccoglimento, preparando anche strumenti che aiutino a pregare in casa.
3. La crisi sanitaria mondiale evidenzia nettamente che il nostro pianeta ospita un’unica grande famiglia, come ci ricorda Papa Francesco nella recente Enciclica Fratelli tutti: «Una tragedia globale come la pandemia del Covid-19 ha effettivamente suscitato per un certo tempo la consapevolezza di essere una comunità mondiale che naviga sulla stessa barca, dove il male di uno va a danno di tutti. Ci siamo ricordati che nessuno si salva da solo, che ci si può salvare unicamente insieme» (n. 32). Occorre, quindi, rifiutare la logica del “si salvi chi può”, perché, come afferma ancora Papa Francesco, «il “si salvi chi può” si tradurrà rapidamente nel “tutti contro tutti”, e questo sarà peggio di una pandemia» (n. 36). In tale contesto i cristiani portano anzitutto il contributo della fraternità e dell’amore appresi alla scuola del Maestro di Nazareth, morto e risorto.
Tutto questo sta avvenendo nelle nostre comunità. Se i segni di morte balzano agli occhi e s’impongono attraverso i mezzi d’informazione, i segni di risurrezione sono spesso nascosti, ma reali ancor più di prima. Chi ha occhi per vedere può raccontare, infatti, d’innumerevoli gesti di dedizione e generosità, di solidarietà e amore, da parte di credenti e non credenti: essi sono, comunque, “frutto dello Spirito” (cfr. Gal 5,22). Vi riconosciamo i segni della risurrezione di Cristo, sui quali si fonda la nostra fiducia nel futuro. Al centro della nostra fede c’è la Pasqua, cioè l’esperienza che la sofferenza e la morte non sono l’ultima parola, ma sono trasfigurate dalla risurrezione di Gesù. Ecco perché riteniamo che questo sia un tempo di speranza. Non possiamo ritirarci e aspettare tempi migliori, ma continuiamo a testimoniare la risurrezione, camminando con la vita nuova che ci viene proprio dalla speranza cristiana. Un invito, questo, che rivolgiamo in modo particolare agli operatori della comunicazione: tutti insieme impegniamoci a dare ragione della speranza che è in noi (cfr. 1Pt 3,15-16).
4. Le comunità, le diocesi, le parrocchie, gli istituti di vita consacrata, le associazioni e i movimenti, i singoli fedeli stanno dando prova di un eccezionale risveglio di creatività. Insieme a molte fatiche pastorali, sono emerse nuove forme di annuncio anche attraverso il mondo digitale, prassi adatte al tempo della crisi e non solo, azioni caritative e assistenziali più rispondenti alle povertà di ogni tipo: materiali, affettive, psicologiche, morali e spirituali. I presbiteri, i diaconi, i catechisti, i religiosi e le religiose, gli operatori pastorali e della carità stanno impegnando le migliori energie nella cura delle persone più fragili ed esposte: gli anziani e gli ammalati, spesso prime vittime della pandemia; le famiglie provate dall’isolamento forzato, da disoccupazione e indigenza; i bambini e i ragazzi disabili e svantaggiati, impossibilitati a partecipare alla vita scolastica e sociale; gli adolescenti, frastornati e confusi da un clima che può rallentare la definizione di un equilibrio psico-affettivo mentre sono ancora alla ricerca della loro identità. Ci sembra di intravedere, nonostante le immani difficoltà che ci troviamo ad affrontare, la dimostrazione che stiamo vivendo un tempo di possibile rinascita sociale.
È questo il migliore cattolicesimo italiano, radicato nella fede biblica e proiettato verso le periferie esistenziali, che certo non mancherà di chinarsi verso chi è nel bisogno, in unione con uomini e donne che vivono la solidarietà e la dedizione agli altri qualunque sia la loro appartenenza religiosa. A ogni cristiano chiediamo un rinnovato impegno a favore della società lì dove è chiamato a operare, attraverso il proprio lavoro e le proprie responsabilità, e di non trascurare piccoli ma significativi gesti di amore, perché dalla carità passa la prima e vera testimonianza del Vangelo. È sulla concreta carità verso chi è affamato, assetato, forestiero, nudo, malato, carcerato che tutti infatti verremo giudicati, come ci ricorda il Vangelo (cfr. Mt 25, 31-46).
Ecco il senso dell’invito di Paolo: «Siate lieti nella speranza, costanti nella tribolazione, perseveranti nella preghiera» (Rm 12,12). Questo è il contributo dei cattolici per la nostra società ferita ma desiderosa di rinascere. Per noi conta testimoniare che l’unico tesoro che non è destinato a perire e che va comunicato alle generazioni future è l’amore, che deriva dalla fede nel Risorto.Noi crediamo che questo amore venga dall’alto e attiri in una fraternità universale ogni donna e ogni uomo di buona volontà.

IL CONSIGLIO PERMANENTE DELLA CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA
Roma, 22 novembre 2020
Solennità di Nostro Signore Gesù Cristo




disabituati all’incertezza, all’imprevisto, al non programmato – il covid ci da depressione, stanchezza o chiusura, rabbia, collera o sfida

ci eravamo scordati quanto è faticosa l’incertezza
di Mario Giro
in “Domani” del 17 novembre 2020

Le polemiche attorno alla gestione del Covid nascondono qualcosa di serio: la società occidentale
contemporanea è completamente disabituata all’incertezza, all’imprevisto, al non programmato.
Una vita che non sia sotto il proprio egocentrico controllo fa impazzire molti; situazioni che non si
possono dominare appaiono inaccettabili. Alcuni reagiscono a tale situazione sospesa con
depressione, stanchezza o chiusura. Altri con rabbia, collera o sfida. C’è chi sceglie
l’autoreferenzialità e cerca una fuga solitaria. C’è invece chi risponde con cieco vitalismo, negando
la realtà, trasformandosi in folla arrabbiata. C’è anche chi vive entrambi gli atteggiamenti,
passando dall’uno all’altro senza soluzione di continuità. Per questo vediamo molti arrabbiati oggi
contro le chiusure anche se le avevano invocate ieri o viceversa. Non c’è tanta differenza tra chi
protesta e chi si separa dagli altri: entrambi sono modi riluttanti di non acconsentire all’incertezza
dell’indefinito, dell’inconsueto, dell’inatteso. La paura del contagio o della sofferenza è logica e
condivisibile. Ma la pandemia ha fatto emergere il terrore per ogni tipo di disagio e un forte
fastidio per le domande ultime che essa reca con sé. La rabbia contro virologi o medici che si
contraddicono in tv è frutto di tale atteggiamento: dalla scienza si gradirebbe una risposta
ultimativa. Al netto della vanità di chi interviene probabilmente spesso per competere coi colleghi,
si dimentica che la scienza non è certezza assoluta ma ricerca, sperimentazione, progressi e
fallimenti. Anche il caso del vaccino è divenuto un’assurda gara: il mio copre il 90 per cento, il mio
il 92, il mio il 94… comportamenti infantili invece di cooperare a una distribuzione generale che
ancora rimane incerta mentre dovrebbe rassicurare tutti. È diventato insopportabile per l’uomo e la
donna contemporanei, in particolar modo occidentali, non sentirsi liberi di poter fare tutto ciò che pare loro. Improvvisamente ogni tipo di restrizione diviene un dramma assoluto tanto da provocare
una permanente ricerca dei colpevoli. Se non posso sentirmi libero di fare ciò che voglio, significa
che qualcuno me lo impedisce: da qui prende avvio la retorica del complotto, della congiura di cui
sentirsi immancabilmente vittime. A furia di vedere congiure dovunque ci si istupidisce e non si
crede più a nulla. Ma così paradossalmente alla fin fine si è pronti a credere a tutto, a qualunque
cosa. Non si possono trovare colpevoli convincenti della propria ansia: è la vita ad essere così,
quella vera, non quella confortata del nostro orizzonte impigrito.
La vita è lotta, incertezza, sforzo, attesa. Può cambiare e cambiarti. Non tutto è dato per sempre e
occorre impegno. Non è mai stato vero che la vita si possa controllare. La maggioranza del mondo
vive già così e i poveri provano l’incertezza nel quotidiano. Ora il Covid la rammenta a tutti e la vita
ci dice che se ne esce solo lottando e insieme.




vangelo – conversione – coronavirus

spunti evangelici per la conversione

esistenziale, spirituale, pastorale

Ha detto: “Seguitemi, vi farò pescatori di uomini” (Mt 4,19).
Non burocrati.

Ha detto: “Accumulatevi tesori nel cielo” (Mt 6,20).
Non immobili e Palazzi.

Ha detto: “Sarete odiati da tutti a causa del mio nome” (Mt 10,22).
Non ammirati e stimati socialmente.

Ha detto: “Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date” (Mt 10,8).
Non dietro compenso camuffato da offerte.

Il Vangelo rimane il miglior documento
per la conversione esistenziale, spirituale, pastorale.

Neanche la tragedia del Covid-19
è riuscita a farci scegliere
la transizione verso una Chiesa povera e dei poveri.
Allora, anche alla nostra generazione,
è applicabile il detto:
Vi abbiamo suonato il flauto e non avete ballato
vi abbiamo cantato un lamento e non avete pianto!” ( Lc 7,32).

Gesù ha diviso la storia in un prima e dopo di Lui.
Non esiste cambiamento più radicale.
Eppure, come cristiani, sembriamo paralizzati
nella ripetizione di ciò che è stato fatto ieri
e di come è stato fatto ieri.




J. Sobrino e la pandemia

 

cosa si pensa e come si parla di Dio nella pandemia
Jon Sobrino 

 da: Adista Documenti n° 24 del 20/06/2020

Il segretario generale delle Nazioni Unite ha dichiarato due mesi fa: «Questa è la sfida più grande che abbiamo affrontato dalla Seconda Guerra Mondiale». Quindi, secondo le sue parole, la maggiore crisi che ha avuto luogo sul pianeta in quasi un secolo. Il suo accento è caduto sulle vittime: «I più vulnerabili (donne e bambini, disabili, emarginati e sfollati) pagano il prezzo più alto. I rifugiati e altri sfollati per conflitti violenti sono doppiamente vulnerabili». E ha avanzato due richieste: «Mettere fine alla malattia della guerra e lottare contro la malattia che sta devastando il nostro mondo».

Affinché queste parole ci scuotano come dovrebbero, è bene ricordare che il numero di vittime della Seconda Guerra Mondiale è stato calcolato tra i 55 e i 60 milioni. E, per capire fino a che punto possa arrivare l’orrore di una pandemia – ovviamente sperando che ciò non avvenga –, bisogna considerare che, nel 1918-1919 la cosiddetta Spagnola causò almeno 50 milioni morti e circa 500 milioni di persone contagiate, un terzo della popolazione mondiale. La pandemia è un male particolare. È un orrore. In un primo momento può generare un timore paralizzante, ma, soprattutto, produce indignazione e dolore, ed esige l’impegno a trovare una soluzione finché non sia scomparsa del tutto. Non si deve dimenticare. E non produce alcun bene ignorare il suo orrore recitando il Padre nostro: liberaci dal male, libera nos a malo. Nel giorno in cui sto scrivendo, 15 maggio, nel mondo si riportano 4.477.351 contagiati, 303.389 morti, 1.606.796 guariti. In El Salvador 1.112 contagiati, 23 morti, 405 guariti. Nella stampa salvadoregna si legge in questi giorni: «Un milione e mezzo di persone protestano per non aver ricevuto i 300 dollari». «La miseria colpisce il centro di San Salvador ». «La quarantena porta le famiglie a chiedere cibo». «Negli ultimi quattro giorni sono state assassinate 19 persone». «Per la fine dell’anno si potrebbero perdere fino a 1.200 milioni di dollari». «A rischio 20.000 posti di lavoro». E così via. E soprattutto situazioni psicologiche di insicurezza totale, dolore senza consolazione, sfiducia paralizzante, separazione all’interno delle famiglie… Voglio terminare affrontando un tema di cui oggi penso che non si parli molto. È il tema di Dio, “la questione Dio”. Non è la questione della religione, né quella della Chiesa o delle Chiese. Neppure la questione di Gesù Cristo. Forse il lettore rimarrà sorpreso. Ma spero comprenda la mia decisione di parlare di questo tema, spero con onestà e lucidità e sicuramente con il desiderio che porti del bene. Farò, allora, alcune riflessioni su Dio, e più in concreto su come si sta pensando e si sta parlando di Dio oggi. E terminerò con una riflessione personale su Dio, anche in tempo di pandemia.

Una questione con una lunga storia

Nel corso della storia, in diverse culture e religioni, si è pensato a Dio in differenti modi. Ma l’esistenza del male, di qualcosa di cattivo o di molto cattivo, ha spesso condotto a pensare a Dio in maniera particolare. Certamente ciò è dipeso da catastrofi come Auschwitz o il terremoto de Lisbona. In tali riflessioni sorge solitamente quello che è stato chiamato il problema di Dio e che io, più pacificamente, definisco la questione di Dio. In qualunque caso, è Dio a venir fuori, ed è comprensibile.

Il tema è complesso e per nulla facile da trattare. Ma è importante rendersi conto ed essere coscienti di cosa ne è di Dio e di cosa resta di Dio in questa lunga storia di modi di pensare e di dibattere. A seguire, senza molte spiegazioni, mi fermerò a constatare i diversi modi in cui si è parlato e si parla di Dio soprattutto in tempi difficili. Il lettore noterà la grande varietà di modi di parlare e di pensare, che possono giungere anche a contraddirsi. Nel prossimo paragrafo, non esprimerò giudizi su questi modi diversi, mi limiterò a prenderne atto.

Un po’ di storia. Dov’è Dio, che fa e che non fa. Il terremoto di Lisbona

Avvenne nel 1755, producendo un’enorme distruzione. Nel ricordarlo, in questi giorni qualcuno ha scritto, e a mio giudizio non senza ragione, che quello di Lisbona «sarebbe stato solo un altro terribile terremoto… se non fosse che ebbe un impatto più sulle menti che sui corpi». In effetti, questo terremoto ha fatto sì che il pensiero razionale soppiantasse il dogmatismo più rigido. Non avvenne in maniera automatica. I pensatori cattolici dell’epoca (quasi tutti lo erano) seguivano le idee di Leibnitz, secondo cui, se compie la volontà di Dio, l’essere umano «vive nel migliore dei mondi possibili».

Se qualcosa va male in questo mondo, sarà stato per volontà di Dio, ma come castigo per il male commesso dagli esseri umani. Voltaire, tra gli altri, si oppose a questa giustificazione di Dio, a questa teodicea.

Il dilemma di Epicuro

Tornando al terremoto di Lisbona, l’implicazione più importante fu quella di interrogarsi su Dio con libertà, quale che fosse la conoscenza a cui tale libertà avrebbe condotto, con ciò sollevando un dubbio su Dio e, più concretamente, su un Dio al tempo stesso potente e buono. Si tornava così al dilemma attribuito fin dall’antichità a Epicuro, riguardo all’esistenza di un Dio che è buono, che non vuole il male e che ha il potere di evitare il male. Dinanzi a quanto avviene nel mondo, la conclusione obbligata sarebbe la seguente: “Se Dio è buono non è onnipotente. E se è onnipotente non è buono”.

Con questa logica Epicuro non dimostrava la non esistenza di Dio, ma poneva radicalmente in discussione attributi di Dio ritenuti evidenti per secoli: la sua onnipotenza e la sua bontà, il suo amore nei confronti degli esseri umani.

Nel corso della storia, grandi pensatori – come Tommaso d’Aquino con le sue vie per arrivare a Dio – hanno cercato di dimostrare l’esistenza di Dio, pur ammettendo i mali di questo mondo. E specificamente si sono sforzati di dimostrare che Dio non è responsabile di tali mali. Ora è sufficiente ricordarlo. La ragione rimane, o può rimanere, in pace. Ma può anche restare inquieta.

Terremoti, terrorismo e barbarie in tempi vicini

Nel 2002, su richiesta della casa editrice Trotta di Madrid mi posi, in un piccolo libro intitolato Terremoto, terrorismo, barbarie y utopía, l’interrogativo su dove sia Dio: alcune riflessioni – poi riproposte nel 2003 in un libro della Uca Editores – a proposito delle catastrofi che avevano avuto luogo in quei giorni. In El Salvador, il 13 gennaio del 2001, c’era stato un forte terremoto. A New York, l’11 settembre dello stesso anno, aveva avuto luogo l’attentato alle torri gemelle. L’Afghanistan viveva anni di terrorismo. E per onestà, con la speranza che pure vedevo, aggiunsi una riflessione sull’utopia.

La preghiera e l’eccesso di credulità

In Paesi come El Salvador, tanto in mezzo alle serie difficoltà della vita quotidiana come ora nella catastrofe del coronavirus, Dio è invocato assai spesso dai poveri e anche dai preti. Si chiede a Dio che ci aiuti, risani, conforti e consoli i contagiati e tutti coloro che sono in stato di bisogno. Gli si chiede anche di mantenere in forze, e in vita, quanti se ne prendono cura. E di premiarli.

Ma con o senza pandemia, penso che la questione della fede in Dio non venga solitamente affrontata come un problema importante. Più concretamente, nel mondo dell’abbondanza molti possono vivere tranquillamente senza occuparsi di Dio, del fatto che ci sia o meno. E, non ponendosi il problema, neppure si preoccupano molto di dimostrare la sua esistenza. Prima c’erano atei che si interrogavano sulla responsabilità di Dio nei mali di questo mondo, concludendo: “la giustificazione di Dio è che non esiste”. Ora non è più dato ascoltare tali ironie. Con o senza catastrofe, la teodicea, che letteralmente significa “giustificazione di Dio”, oggi non è più così importante. Né credo che se ne parli qualche volta nelle chiese, nelle aule dei seminari, nell’infinità di riunioni dell’infinità di movimenti delle Chiese.

Abbandono di Gesù sulla croce da parte di Dio

Personalmente, è da anni che non mi attraggono le liturgie che parlano molto del potere di Dio e che insistono ripetutamente e unilateralmente sulla sua bontà e sulla sua misericordia. In questi giorni abbiamo potuto ascoltare che Dio ci accompagna sempre, che possiamo sempre riporre in Lui la nostra speranza, che Dio non ci inganna mai.

Permettetemi una digressione. Nel Vecchio Testamento Dio ha potere, che usa solitamente a favore del popolo eletto e a volte contro di esso, se non si comporta bene. Molto spesso sconfigge i nemici di Israele, molti dei quali a volte vengono distrutti. Nel Vecchio Testamento però appaiono anche altri modi di procedere da parte di Dio. I canti del servo di Isaia presentano un Dio il cui potere non consiste nello schiacciare e il cui servo è portatore di salvezza non distruggendo l’avversario ma lasciandosi sconfiggere da esso.

L’abbandono di Dio

Alcuni giorni fa, nell’eucarestia celebrata da papa Francesco nella cappella di Santa Marta è risuonato il salmo 22 con il noto lamento: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? », così come viene raccolto dal vangelo di Marco. Papa Francesco, a modo suo, ha affrontato tale questione nella sua omelia. E si è chiesto cosa faccia Dio dinanzi a tanta sofferenza.

Da molti anni ho l’impressione che nella teologia, nella liturgia e non so se anche nella pastorale, parlando della morte di Gesù, si sorvoli assai rapidamente sul racconto di Marco – e poi di Matteo – in cui Gesù muore con il lamento del salmo 22 sulle labbra. Con maggiore facilità si affronta il racconto di Luca, in cui Gesù muore recitando un altro salmo, più fiducioso, dicendo «nelle tue mani affido il mio spirito». E meno problemi offre il vangelo di Giovanni, in cui Gesù muore con una certa solennità, padrone di se stesso, dicendo: «tutto è compiuto». Di fatto, Gesù ha dovuto morire senza pronunciare parole, se non con un grido per l’asfissia provocata dal fatto di essere in croce. Grido che menzionano tutti i sinottici.

Penso anche che si parli con grande facilità del fatto che l’orrore della croce di Gesù esprima l’amore infinito di Dio. Il Padre ha sacrificato suo figlio Gesù, non lo ha risparmiato. E così siamo stati salvati. Poi lo ha esaltato e lo ha reso Signore per essersi consegnato a una morte in croce.

Dinanzi all’orrore della croce non mi pacificano queste affermazioni, né mi pacifica il riferimento alla resurrezione di Gesù come una specie di lieto fine. Con questa inquietudine dinanzi alla facilità con cui si evita di affrontare il tema di Dio e della croce, già molti anni fa scrissi un breve articolo sulla rivista Sal Terrae dal titolo “Il risorto è il crocifisso”. Il risorto è la dimensione trascendente e il crocifisso è quella storica. E sono più incline a intendere il trascendente partendo assai esplicitamente dallo storico che viceversa.

Queste riflessioni non sono di grande attualità, e non è facile, almeno per me, svilupparle. Ma non posso evitare di pormi tali questioni. Possono stranire o almeno sorprendere. Possono disgustare. Ma le pongo sul tappeto perché, in definitiva, l’inquietudine che possono produrre può generare a sua volta una pace diversa, maggiore, più calma.

Il Dio crocifisso di Moltmann

È il titolo di un libro di Jurgen Moltmann. Quando i gesuiti vennero assassinati alla UCA, portarono il cadavere di Juan Ramón Moreno nella mia stanza che era vicina, poiché io mi trovavo in Thailandia. Nel trambusto, dallo scaffale della mia stanza cadde il libro di Moltmann Il Dio crocifisso e rimase impregnato del sangue di Juan Ramón. Inviai a Moltmann una foto del suo libro insanguinato. Alcuni anni dopo venne a visitarci. Nella Sala dei Martiri si fermò a guardare il suo libro insanguinato, e terminò la sua visita nel Giardino delle rose, dove rimase a lungo.

Il grande contributo di Moltmann è quello di affermare che Dio è toccato dalla sofferenza. Lo ha dimostrato con audacia e – a mio giudizio – con sufficiente lucidità. Onnipotente o no, Dio è toccato dalla croce. E l’enigma della croce di Gesù non si chiarisce, non si trasforma in mistero, facendo appello alla resurrezione.

Precedentemente, Moltmann già era diventato famoso per un altro libro intitolato Teologia della speranza. Tuttavia, sotto l’impatto di un Dio crocifisso introdusse la croce nella sua teologia della speranza. «Non ogni vita è motivo di speranza, ma sì lo è la vita di chi per amore si è preso carico di una croce ». Personalmente, trovo assai illuminante questo modo di esprimere la speranza che proviene da Gesù.

Il Dio crocifisso di Dietrich Bonhoeffer

Al lettore di Carta a las Iglesias credo che Bonhoeffer non sia molto noto. È stato un pastore della Chiesa luterana e un grande teologo. È stato tra i primi a parlare di secolarizzazione ed è diventata famosa la sua frase che bisogna vivere etsi Deus non daretur, come se Dio non esistesse. Ed è stato un martire la cui figura appare ora sulla facciata della cattedrale di Westminster insieme a quella di monsignor Romero. Il 9 aprile si è celebrato il 75.mo anniversario della sua morte in un carcere di Berlino. Dopo aver partecipato a un complotto, fallito, per eliminare Hitler, Bonhoeffer fu arrestato e impiccato su esplicita richiesta di Hitler. In prigione, il 18 luglio del 1944, scrisse questi versi: «Gli esseri umani nel loro dolore arrivano a Dio, implorano aiuto, chiedono felicità e pane, che salvi dalla malattia, dalla colpa e dalla morte i loro cari. Questo lo fanno tutti, tutti, tutti, cristiani e pagani. Gli esseri umani si avvicinano a Dio nel dolore di Dio, e lo trovano povero, insultato, senza difese, senza pane, lo vedono vinto e morto per il nostro peccato, oh, Signore!».

I cristiani rimangono con Dio nella passione

Quando molti anni fa lessi questi versi in classe, scese un silenzio come non ne ricordo altri. Neppure quando ricordavo che Dio aveva resuscitato suo Figlio si creava un simile silenzio. Per parlare cristianamente della relazione tra le vittime e Dio, mi pare importante relazionare entrambe le realtà a una pericoresi, compenetrazione. Significa che bisogna porre Dio nelle vittime: divinizzazione delle vittime. E che bisogna porre le vittime in Dio: vittimizzazione di Dio.

La novità dei martiri della pandemia

Questa novità si rivela chiara soprattutto nel popolo crocifisso generato dalla pandemia, la quale non è derivata dalla volontà umana, ma dalla natura, come i terremoti. E le cui vittime possono superare in numero quelle di altre catastrofi prodotte della volontà umana. E tale novità è chiara anche nei martiri gesuanici, le persone che, per prendersi cura dei contagiati, soffrono disagi, stanchezza, problemi, malattia e morte: familiari, personale medico e infermieristico, religiose, preti, volontari e volontarie.

Solo un dato. In Italia la notizia del coronavirus ha cominciato a pesare sul clero il 15 marzo. Molti preti hanno iniziato ad aiutare i contagiati in diversi modi. In due-tre settimane circa 60 di loro sono morti. Personalmente mi ricordano san Luigi Gonzaga. Molti anni fa ce lo ponevano come modello di giovane gesuita per le sue virtù, insistendo sulla castità e sulla modestia. Anni dopo venni a sapere che era morto a Roma il 21 giugno 1591 a 23 anni per essersi preso cura dei malati di peste.

L’eredità dei martiri della pandemia

Penso che l’eredità di questi martiri sia la stessa di tutti gli esseri umani che hanno perso la vita innocentemente. Alcuni di loro, i martiri gesuanici, sono stati uccisi per essersi presi cura dei bisognosi, per aver difeso gli oppressi, le vittime della repressione. Tutti questi martiri proclamano l’ovvia verità di Gesù: «Nessuno ha un amore più grande di chi dà la vita per i fratelli» (Gv 15,13). Il martirio si relaziona primariamente all’amore, e ai suoi derivati fondamentali. Oggi, alla giustizia e alla dignità. E si relaziona primariamente al sacrificio dei martiri, unificando nel modo migliore l’amare e il dare la propria vita. E in un’altra maniera ciò avviene anche con i popoli crocifissi. Ho scritto che in loro c’è stata una santità primordiale.

Come Dio passa per questo mondo. Passa con ciò che è insolito

In questi giorni di coronavirus l’ambiente religioso pullula di parole e di scritti su cose strane, su cose che non avvengono nella quotidianità: ricordi di apparizioni celesti, di uomini, donne, bambini e bambine, soprattutto, a cui è stato concesso di vedere e di fare prodigi impossibili al resto dei mortali. E non manca chi in questi giorni ha visto una luce tra le nuvole trasformata in una croce.

Qui in El Salvador, il 13 maggio, giorno della vergine di Fatima, una sua immagine ha percorso il territorio nazionale in elicottero. Il tragitto si è prolungato per più di sei ore. Lo hanno organizzato gli Araldi del Vangelo. «Ci è sembrato interessante e speciale festeggiare, perché la Vergine benedica le persone contagiate e non contagiate di tutto il Paese». Il sacerdote responsabile ha espresso il desiderio che i salvadoregni ricevessero le loro benedizioni dal cielo e la cura miracolosa per questa malattia. Sembrano sognare e desiderare che Dio passi per questo mondo di pandemia come non lo ha fatto quando passò per questo mondo con Gesù di Nazaret.

«Con monsignor Romero Dio passò per El Salvador»

Ma il passaggio di Dio non è stato sempre visto in questa maniera esotica, bensì in un’altra assai diversa. «Con monsignor Romero Dio passò per El Salvador», disse Ellacuría. E spiegò molto bene ciò che voleva dire. «Monsignore fu un inviato, non un mero prodotto delle nostre mani. Diventò – non per tutti ugualmente – il grande regalo di Dio, e un regalo molto speciale». E proseguì: «I saggi e i prudenti di questo mondo, ecclesiastici, civili e militari, i ricchi e i potenti di questo mondo, dicevano che faceva politica. Ma il popolo di Dio, quelli che hanno fame e sete di giustizia, i puri di cuore, i poveri con spirito, sapevano che tutto questo era falso. Mai avevano sentito Dio così vicino, lo spirito così evidente, il cristianesimo così vero, così pieno di grazia e di verità».

Permettetemi un’ultima digressione. Recentemente ho pubblicato un libro in cui ho parlato della mia oscurità dinanzi a Dio, negli Stati Uniti e in Germania, lunga circa dieci anni, senza trovare pace. Però, di ritorno a El Salvador, apparvero i poveri e apparvero i martiri, i martiri gesuanici e il popolo crocifisso. E Dio si affacciò. In questi poveri e in questi martiri Dio non si mostrò con evidenza, come un raggio di luce, né come la solidità della roccia. Tuttavia, con il permesso di san Giovanni della Croce, – e senza la sua altezza poetica – rimase in me «un non so che» che continua ad affacciarsi. Che si senta Dio così vicino, lo spirito così reale e il cristianesimo così vero, questa è l’eredità dei martiri. Questa è l’eredità di coloro che sono vissuti e sono morti come Gesù. Ed è l’eredità del popolo crocifisso che vive più poveramente di Gesù.

Con pandemia o senza pandemia, con questi uomini e queste donne, con il nostro fratello Romero, Dio passa per El Salvador.




la paura del coronavirus e la vita che ricomincia

dalla paura alla riflessione, dalla lacerazione alla riconciliazione e all’abbraccio
i sinti a Lucca e il terrore del coronavirus visto da vicino

Erano giorni durissimi, quei giorni di marzo quando arrivavano su tutti i telegiornali e programmi televisivi notizie e immagini preoccupanti di una epidemia che acquisiva le dimensioni di una pandemia, che poteva coinvolgere tutti, ma proprio tutti, ‘democraticamente’.
Ognuno di noi stava spesso con orecchi e occhi spalancati al televisore per cercare indicazioni onde evitare di esserne coinvolti.
Anche al Campo Nomadi di Lucca cominciavano ad arrivare le prime notizie di tanti ‘positivi’ e anche morti nella stessa Lucca, i casi si moltiplicavano e possibili focolai venivano indicati in zone vicine e poco frequentate.
E’ in questo contesto di ansia, perplessità, speranza, ma più spesso paura (e anche incubi e rincorsa alle spiegazioni più fantasiose o comunicazioni whatsApp tendenti a scaricare l’ansia con video denigratori verso lontani ‘colpevoli’ … ) che scoppiò come un grande fulmine … a cielo molto cupo la notizia che ‘una del campo’ era risultata positiva da un casuale tampone fattole una decina di giorni prima all’ospedale per un ricorso al pronto soccorso per tutt’altri motivi.
“Una di noi è positiva”, “i nostri bambini sono in pericolo”. Anzi: “una di noi è l’ ‘untore’, anzi il traditore che non ci aveva detto nulla del tampone …!”.
Quando qualche giorno dopo arrivò la notizia della positività al coronavirus anche del marito la tensione raggiunse il culmine, ognuno si chiuse nella propria campina con animo non proprio sereno.


Al telefono e su whatsapp venivo continuamente informato della loro ansia e c’era chi più preoccupato di altri cercava di coinvolgere anche me (“non credere di cavartela facilmente”, o come a dire: “mal comune mezzo gaudio” nel senso che in compagnia si porta meglio anche la croce) nel proprio destino, ricordandomi che nei giorni precedenti ero io stesso in mezzo a un grande gioco di comunità che aveva visto pressoché tutti protagonisti, l’uno vicinissimo all’altro, ad agitarsi e a gridare per il desiderio di vincere ciò che era in palio, e … non era proprio lontano da noi, anzi dava manforte anche colei che ora era indicata come la colpevole ‘untrice’ che volutamente (ma non è vero!) aveva nascosto il suo stato di positività agli altri, peraltro tutti parenti.
Tutti noi con evidente e comprensibile ansia contavamo i giorni che lentissimamente trascorrevano (consolati solo dal verificarci tutti asintomatici) … i giorni comunque trascorrevano tra il primo tampone positivo e una quarantena ‘a quella maniera’ e il secondo tampone finalmente negativo … il profondo respiro di sollievo e il grande senso di nuova possibile speranza bilanciò quel fulmine a cielo cupo che aveva tutti fulminato, e da lì in poi è stato più facile per tutti scorciare distanze, dialogare in modo pur sostenuto ma più positivo, esercitare maggiore comprensione e accettare ragioni che in situazione surriscaldata era pressoché impossibile.

Appena ci è stato possibile (magari interpretando in modo un po’ estensivo le norme di convivenza in tempi di coronavirus) un altro gioco di comunità ha visto ancora tutti coinvolti e rappacificati e rassicurati, capaci di superare tranquillamente anche un’altra paura, quella conseguente alla fuga di notizie che su un organo locale di informazione di estrema destra aveva segnalato un focolaio attivo e pericoloso al Campo Nomadi. I primi commenti in internet a tale notizia non lasciavano infatti ben sperare e i sinti esprimevano apertamente la paura che una qualche ‘spedizione’ di gage potesse venire al Campo con intenzioni non proprio costruttive. Alcuni gage infatti su facebook avevano commentato che forse sarebbe stata la volta buona per fare sparire i sinti da Lucca. Nei giorni seguenti una vecchia conoscenza cui non sono proprio simpatico per l’amicizia dei sinti mi incrocia per strada e mugolando tra sé e sé, ma non troppo sottovoce, lascia intendere la sua delusione: “accidenti, è ancora vivo … !”.
Se al Campo Nomadi più vicino a me il tempo del coronavirus è stato vissuto in questa atmosfera comprensibilmente drammatica, alimentata anche dalle immagini che venivano dalla televisione (i famosi camion militari pieni di cadaveri … ), tutto sommato però è stato vissuto in modo riflessivo e ragionevole, occasione di vero, ancorché sofferto, dialogo che coniugava paura e speranza, riflessione e fede, domande profonde sul perché di ciò al di là di ricostruzioni mitologiche e un’esigenza di cambiamento di stile di vita rispetto a quello delle manipolazioni e della violenza sulla natura, perché alla fin fine quest’ultima, violentata e repressa, “ci presenta il conto”.
In altre presenze di Sinti a Lucca, più orientate in senso ‘spiritualistico’, ‘intimistico’ e miracolistico perché alimentate ad una spiritualità ‘pentecostale’, ‘evangelista’, o addirittura ‘apocalittica’ alla ‘Radio Maria’ non pochi ripetevano continuamente che si trattava chiaramente di una punizione di Dio per i troppi peccati, aperti però anche all’addolcimento della terminologia, nel senso che – coi tempi moderni – apparendo forse troppo forte quella della ‘punizione’, sicuramente debba trattarsi almeno di una ‘ammonizione’ o ‘avvertimento’ o ‘avviso’ dall’Alto.
Non ho mai esercitato la confessione per telefono, ma nei mesi scorsi a motivo di un’atmosfera così apocalittica non pochi sinti , anche lontane conoscenze o comunque lontani da Lucca mi hanno chiesto di poter ricevere l’assoluzione al telefono perché “non si sa mai … !”.
Questo mi ha fatto più volte riflettere sui contenuti di una ‘evangelizzazione’ che troppo spesso si ammanta di novità perché capace di utilizzare nuovi strumenti ma il più delle volte veicola concezioni punitive e negative di Dio allontanandosi molto dalla rivelazione evangelica.
La esperienza più positiva in questo nero periodo di coronavirus credo di averla comunque vissuta col gruppo di sinti che più da vicino mi ha coinvolto, anche nel rischio di contrarre e condividere col loro l’infezione.
C’è stata schiettezza umana fatta di paura, ansia, tensione, parolacce, pure, ma anche volontà di capire, di riflettere, di dialogare (quanto hanno viaggiato i vari strumenti di messaggistica compreso whatsapp!) per emergere da tale paura e gestirla ragionevolmente…e devo confessare che segretamente pensavo dentro di me che se proprio avessi dovuto correre qualche rischio a motivo di questo, averlo corso in solidarietà a coloro che sono ormai da tempo diventati compagni di viaggio, condividere cioè il comune destino, non mi avrebbe disturbato poi troppo.
Ultimamente, nel benedire le tombe di tre loro defunti che in tutto questo periodo non c’era stato modo di farlo, tra una parola scherzosa e l’altra con cui tutti cercavano di esorcizzare il pericolo scampato e il passato di trepidazione, nell’affermare che loro sono sinti e hanno comunque gli anticorpi per combattere anche i virus peggiori perché abituati a vivere – a diversità dei gage – una vita intera a contatto con la natura lungo un fiume, diversi mi hanno puntualizzato che se io stesso ne sono uscito bene si deve al fatto che … “stai coi sinti”.
Chissà che questo non abbia un’anima di verità?




ripartire imparando dal corobavirus – un instant book di p. Giovanni Salonia

 

 

abitare i corpi e il presente: le parole nuove per il dopo-coronavirus
Ludovica Eugenio 

 da: Adista Documenti n° 20 del 23/05/2020

 «Il mondo non è un inferno invivibile né un paradiso intoccabile, ma rappresenta per ognuno di noi un insieme di possibilità reali poste tra desiderio e limite, uno spazio vivo e flessibile di sperimentazione e di prova. Qualcosa insomma che può essere rifatto…»

Di fronte alle sfide poste dal coronavirus e alle verità che ha portato, si avverte l’esigenza di poche parole nuove, che ci aiutino a riflettere e a cambiare»; così Antonio Sichera, nell’introduzione, spiega il senso dell’instant book di p. Giovanni Salonia, frate cappuccino, psicologo, tra i più affermati psicoterapeuti attivi nel mondo ecclesiale, Abitare i Corpi, Abbracciare la Terra. Lo sguardo della Gestalt nel tempo del coronavirus (GTK psicologia formazione ricerca, Ragusa 2020). Una sorta di percorso nel profondo a partire dalle varie tappe della pandemia, e sulla base della constatazione che il fenomeno coronavirus, afferma Salonia, «sembra essere iniziato come panico ma tende a diffondersi come terrore. L’importanza di dare un nome esatto alle cose che accadono facilita di molto il modo di affrontarle». Un’attenzione specifica viene poi riservata al vissuto dei bambini – cui è dedicata la seconda parte del libro – perché, «se gli adulti non riescono a contenere la paura dei bambini e la propria, nei più piccoli spesso si determina un vissuto di terrore e di angoscia».

Nel contributo riportato qui sotto, che guarda già al “dopo” pandemia, p. Salonia riflette sul fatto che «scopriremo che il contrarsi dei nostri corpi – riflesso condizionato dell’abbraccio trattenuto – genererà parole nuove, parole che hanno avuto il tempo di dimorare e di crescere nel corpo. E proprio perché sbocciate dal corpo, le parole sapranno creare calore e incontro».

impareremo ad abbracciare la terra…


di p.. Giovanni Salonia 

 da: Adista Documenti n° 20 del 23/05/2020

Il primo tratto di strada sembra compiuto. Adesso, a poco a poco, sgomitando, cercheremo di riprenderci la città, il mare, i campi, gli sguardi attesi, i corpi mancanti. Saranno la mascherina e la distanza sociale (oltre al telegiornale) a ricordarci però che è ancora vietato abbracciare. E sarà così per molto tempo. Dovremo vedere ancora i nipoti piangere per l’abbraccio impossibile alla nonna o alla zia, mentre gli amanti forse si diranno l’un l’altro: “Se ci amiamo dobbiamo correre qualche rischio”. Non è la passione più forte della morte? Che la dea dell’amore li protegga. Torneremo per strada e avvertiremo la paura che trasforma il distanziamento in distanza relazionale, che fa di ogni altro uomo (anche lontano un miglio) un possibile untore. Non sarà facile uscire da questa gabbia. I pessimisti parlano di qualche anno di abbracci mancati. Per non dire della depressione affettiva e – perché no – di quella economica che sembrano aspettarci al varco.

Molte preoccupazioni coesistono accanto all’entusiasmo del tornare (per chi può) a riavvicinarsi, a lavorare. E poi come non portarsi dietro il dolore, il tanto dolore di questi giorni? Nessuno potrà piangere solo il proprio pianto («d’un pianto solo mio non piango più» aveva detto il poeta). E se il mare del nostro tempo ha accumulato amaramente anche il sale delle lacrime dei fratelli annegati, come dimenticare tanti funerali mancati, tristi, solitari. Cantava Pessoa: «Il vaso prezioso è andato in pezzi, /e non valgono niente i cocci suoi, / la statua del tempio è crollata, /si è rotta. Era d’argilla. Ha perduto / i suoi fedeli. / Prova a incollare i cocci del vaso divino, /ma già non fanno un vaso». Le profezie appartengono solo ai poeti. Davvero la statua si è rotta, il vaso è in cocci. Le “malcelate verità” delle nostre sicurezze sono crollate. Non sappiamo cosa ci attende. Per restare umilmente nel qui-e-adesso forse potremmo iniziare a fare umilmente il punto: cosa abbiamo imparato in questo lungo giorno del coronavirus?

Giorni fa ci siamo riuniti: un webinar per cento terapeuti. Ci siamo chiesti: come cambieranno le sofferenze delle persone? Come è stato e come sarà per noi il prenderci cura in video chiamata? E come faremo a creare contatto malgrado distanze e mascherine? Qualche risposta è arrivata. Forse scopriremo come i sensi non sono cinque, ma sette, nove, e magari anche di più. Ci renderemo conto che si può supplire a ciò che manca amplificando quel che già si ha. Inventeremo musiche altre, diverse, ma capaci di creare contatto. Forse cominceremo rendendoci conto come a volte sia più difficile guardarsi negli occhi che abbracciarsi. E che uno sguardo può riscaldare a lungo un cuore. E il calore delle parole? Scopriremo che il contrarsi dei nostri corpi – riflesso condizionato dell’abbraccio trattenuto – genererà parole nuove, parole che hanno avuto il tempo di dimorare e di crescere nel corpo. E proprio perché sbocciate dal corpo, le parole sapranno creare calore e incontro. Non le parole divenute rituali senza forza, fatte apposta per non incontrarsi. Abbracci e parole. Meno abbracci, più sguardi profondi. Meno abbracci, più parole centrate, corporee. Gli spazi che ci separano possono farci ridurre gli spazi delle anime. Quanti abbracci dei corpi non raggiungono il cuore!

Dopo il coronavirus dovremo compilare un nuovo dizionario di parole e di gesti capaci di allargare le nostre possibilità. Forse le mamme e i papà che si prendono cura di bambini colpiti da deficit sensori potranno farci da maestri. Molte volte si sente dire: quel bambino ha dei problemi, ma la madre, il padre, il fratello lo capiscono a volo. Quante potenzialità inespresse nei nostri corpi in relazione! Quanto amore creativo inesplorato nei nostri cuori! Il punto è passare dal cogito ergo sum (penso, dunque sono) al cogito ergo sumus (penso, dunque siamo): dall’incontro con l’altro nascono i pensieri che tessono il ricamo di un’esistenza. L’altro che è il corpo. Il corpo della casa. Il corpo della città. Il corpo del creato. Perché il creato è il corpo di tutti, il “nostro” corpo. Il giorno in cui sentiremo il respiro degli alberi, la sensibilità di un fiore; il giorno in cui la bellezza della luna ci fermerà come Ciaula e ci farà cadere il peso della vita dalle spalle, o magari ci aiuterà a portarlo; in quel giorno scopriremo di essere tutti nella stessa aida, come dicono i saggi giapponesi, di essere tutti nella stessa orchestra. Compositore, direttore, ascoltatori, suonatori: di oggi e di ieri e di domani.

Ci aspetteranno altre giornate tristi, forse dovremo mangiare altre erbe amare, ma il creato addolcirà l’amaro. E se avesse avuto ragione colui che chiamava le creature “fratello”, “sorella”? Proprio lui ci aveva ammonito: la madre terra non solo ci sostenta ma ci “governa”. Ci alimenta, ma dobbiamo ubbidirle. Dobbiamo ubbidire alla terra. Forse questo tempo sarà un apprendistato. Ci servirà per imparare di nuovo ad abbracciare la terra: dimenticata, violentata, sfruttata. Forse solo quando saremo riusciti ad abbracciare la terra, ad ubbidirle, potremo tornare ad abbracciarci tra noi. “Si tratta di cogliere con grata / sorpresa minuscoli fiori di campo, / di estrarre essenze infinite / Da specie ordinarie lasciate / stupidamente a languire davanti / alla porta. Di cominciare a vivere, ecco di cosa si tratta», canta il poeta. E forse si tratta di fare del Cantico di Frate Sole la magna charta dei tempi nuovi che si stanno aprendo davanti ai nostri occhi. Il canto della terra e dei poveri. Il canto del creato che rinasce. Il canto di chi accoglie con umiltà l’altro e la vita.