intorno a quelle navi si gioca la partita del nostro sentirci cristiani

i cattolici alla sfida dei migranti

di Giuseppe Lupo
in “Il Sole 24 Ore”

“Proprio intorno a quelle navi si gioca la partita del nostro sentirci cristiani: non solo Dio si traveste nei panni del migrante e del senza patria – è stato Cristo a raccontarcelo -, ma se avessimo più coraggio, se davvero fossimo convinti di ciò, andremmo a “inginocchiarci” ai piedi di costoro anziché tenerli in acque alla deriva o nelle gabbie dell’inciviltà e al termine del nostro operare finiremmo per ricevere dalle loro mani, paradossalmente, il battesimo di uomini”

È il caso di fissare bene le premesse di partenza, ma se i dati reali dovessero confermare quanto è stato annunciato dai recenti sondaggi – e cioè che l’elettorato di area cattolica simpatizzi apertamente per la linea dura del ministro Salvini sul tema degli immigrati tanto da raddoppiare i consensi all’interno di quell’area – ci sarebbe da chiedersi quanto ancora riesca a influire la presenza di una Chiesa, ufficialmente schierata su posizioni contrarie, nelle scelte di un ipotetico ritorno alle urne. Non che questo sia un discorso necessitante ai fini degli equilibri di una nazione, anzi è sempre stata negli auspici di un certo pensiero cristiano-riformista l’autonomia della politica rispetto a qualsiasi credo religioso. Qualcosa del genere, per esempio, è accaduto non tanto in occasione del referendum sull’aborto, quanto nella battaglia contro l’abrogazione della legge sul divorzio, nel 1974, anno chiave per la vicenda di un post-Sessantotto ancora tutto da digerire. In quella circostanza una certa parte dell’intellighenzia cattolica assunse posizioni non condivise dai vertici del clero e votò liberamente. Si trattò di un fenomeno le cui radici affondavano nei pronunciamenti di un cristianesimo dalle larghe vedute, ortodosso nella sostanza di fede ma disposto al dialogo con chi avesse opinioni opposte, per effetto di una temperie culturale che issava le sue bandiere nelle figure di Lorenzo Milani, Zeno Saltini, Giovanni Rossi, Ernesto Balducci, il cui apostolato trasse forza nei crismi di una testimonianza ad alto valore politico, riconoscendo nei poveri e nei sofferenti la più alta lezione evangelica. Quel che sta accadendo in queste settimane invece assomiglierebbe a una sorta di regressione rispetto ai principi di modernità a cui quelle lontane esperienze di fede ci avevano abituati. Vorrebbe dire, in altre parole, non riconoscere più il paradigma della solidarietà come forma di redenzione umana (tema sul quale Bruno Forte ha ammonito domenica su queste colonne), come veicolo attraverso cui la regola del vangelo possa approdare nel vissuto di tutti e poi, giorno dopo giorno, modificare per sempre le rotte della Storia. Sarebbe davvero un peccato che una nazione in grado di generare Cesare Beccaria cadesse nell’errore della dimenticanza. Il problema dunque va guardato alla radice, fuori dalla semplicistica verità di una cronaca che vede penalizzare soprattutto le regioni dove le questioni occupazionali diventano un dato asfissiante e dove il vissuto concreto della gente riflette uno stato di incertezza economica. Va discusso cioè in chiave etica, come effetto di un’incomprensione tra ciò che predicano i vertici della Chiesa – e anche alcuni organi di informazione come «Avvenire» e «Famiglia Cristiana» – e ciò che invece alligna in quel magma eterogeneo di persone che fa sua una contraddizione: vivere le pratiche religiose, dedicarsi a una delle tante associazione di volontariato per poi vestire i panni demagogici della paura che sfocia nell’accondiscendenza alla chiusura dei porti. Un fenomeno di questo tipo andrebbe a minare i caratteri di una nazione che ha fatto dell’accoglienza un principio riconosciuto nella propria carta morale, oltre che in quella costituzionale. L’atteggiamento degli ultimi tempi, questo regredire nella sfera del particulare, allontana i propositi di un cristianesimo che il Novecento ci aveva abituati a vivere nelle sue forme democratiche, facendolo uscire fuori dalle parrocchie e dalle sagrestie per avviarlo sulle strade di una cultura che si affidava alla matrice della carità, su cui la lezione di Paolo di Tarso poneva regole costitutive.

Penso a quanto fossero vicine alla carità le problematiche affrontate da Manzoni, il più illuminista degli intellettuali cristiani. Penso a quanto sia stato nelle profezie di un libro come Il quinto evangelio di Mario Pomilio, il cui desiderio di cercare Dio trovava realizzazione nell’indagine su un Dio ancora tutto da inseguire e da aspettare nei territori della memoria. Sembrerà strano evocare il nome di due scrittori dalla forte tempra morale in un contesto che riguarda navi cariche di uomini senza più terra, ma è proprio nelle pagine di questi autori che risiedono le risposte a quanto oggi ci indigna per la discrepanza tra l’azione di pronunciare parole vuote e subire il ricatto della paura o vivere nella malinconia del proprio tempo operando in nome di quelle stesse parole quando esse sono obbligate a diventare carne o Storia. Proprio intorno a quelle navi si gioca la partita del nostro sentirci cristiani: non solo Dio si traveste nei panni del migrante e del senza patria – è stato Cristo a raccontarcelo -, ma se avessimo più coraggio, se davvero fossimo convinti di ciò, andremmo a “inginocchiarci” ai piedi di costoro anziché tenerli in acque alla deriva o nelle gabbie dell’inciviltà e al termine del nostro operare finiremmo per ricevere dalle loro mani, paradossalmente, il battesimo di uomini.




il mondo cattolico si ribella alla nomina di papa Giovanni a patrono delle forze armate

LETTERA APERTA

 

Al Card. Robert Sarah

Prefetto della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti
e
Al Card. Gualtiero Bassetti

Presidente della Conferenza Episcopale Italiana

Noi, donne e uomini che crediamo nella costruzione della pace con mezzi di pace, intendiamo manifestarvi il nostro profondo disappunto di fronte alla dichiarazione di San Giovanni XXIII, papa, quale “Patrono presso Dio dell’Esercito Italiano”.  Siamo infatti convinti che la vita e le opere del Santo papa non possano essere associate alle forze armate.

Come può proprio lui, il Papa della Pacem in Terris, il Papa del Concilio Vaticano II e delle genti, l’uomo del dialogo… proteggere un corpo armato che, per sua natura, imbraccia mezzi di morte e distruzione? È stato affermato che papa Roncalli è stato scelto quale patrono dell’esercito perché, giovane prete, era stato cappellano militare durante la Prima guerra mondiale e perché, da nunzio apostolico, visitò spesso gruppi di militari e perché, da pontefice, ricordò come “indimenticabile” il suo servizio pastorale nell’esercito. Ci sembra che una tale giustificazione sia alquanto debole e rischi di tirare il “papa buono” per la talare a scopi impropri, dimenticando l’evoluzione umana e spirituale che ha fatto di questo pastore da oltre mezzo secolo l’emblema della pace e del rifiuto della guerra per credenti e non credenti. Né si può dimenticare che egli contribuì in maniera del tutto singolare a scongiurare il pericolo di un conflitto mondiale, mediando tra gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica per superare la “crisi dei missili a Cuba”.


In un mondo segnato da una “terza guerra mondiale a pezzi”, da un aumento vertiginoso delle spese militari, da nuovi muri che si innalzano tra popoli e frontiere, la nostra Chiesa non ha bisogno di santi che proteggano gli eserciti quanto piuttosto di valorizzare il senso e l’amore per la pace, quella disarmata, fondata sulla verità, sulla giustizia, sulla libertà, sull’amore, come ci ricorda la Pacem in Terris, i cui insegnamenti risultano di una profetica attualità. Non si può negare come troppo spesso la parola pace sia usata per mascherare operazioni di guerra. Noi riteniamo che la pace vada costruita con strumenti di pace e non di guerra, di morte e di distruzione. Se, come scrisse proprio papa Roncalli nella Pacem in Terris, la guerra è ‘alienum a ratione’, come è possibile al tempo stesso che lo stesso Roncalli sia invocato quale protettore dell’esercito? A noi sembra fin troppo evidente la contraddizione! E se, come ci invita la Gaudium et spes, siamo obbligati “a considerare l’argomento della guerra con mentalità completamente nuova”, non possiamo che ripetere con papa Francesco che solo la nonviolenza è la strada maestra per la risoluzione dei conflitti.
Per queste ragioni, ci associamo ad una vasta parte del mondo cattolico nel chiedervi di rivedere la decisione di proclamare Papa Giovanni XXIII patrono dell’Esercito italiano.
Vorremmo, piuttosto, vedere la figura e l’esempio di papa Roncalli proposti a protezione di quanti, credenti e non, si adoperano per un’umanità libera da eserciti (Caschi Bianchi, Corpi Civili di Pace, operatori umanitari…) e sono impegnati con lo strumento della nonviolenza attiva nel disinnescare e risolvere i conflitti. La proclamazione di san Giovanni XXIII patrono della nonviolenza attiva sarebbe una scelta profetica per quanti si adoperano concretamente per la pace in un mondo minacciato da guerre e dalla corsa al riarmo

prime adesioni (in ordine cronologico di arrivo)

Mons. Giovanni Ricchiuti, Vescovo di Altamura-Gravina-Acquaviva delle Fonti, Presidente di Pax Christi Italia

Mons. Luigi Bettazzi, Vescovo emerito di Ivrea, già Presidente Nazionale e Internazionale di Pax Christi

Mons. Kevin Dowling, Vescovo di Rustenburg, Sudafrica, co-Presidente di Pax Christi International Marie Dennis, Usa, co-Presidente di Pax Christi International
Mons. Antonio J. Ledesma, SJ, arcivescovo di Cagayan de Oro, Filippine, Presidente di Pax Christi Filippine

Mons. Tommaso Valentinetti, Arcivescovo di Pescara Penne, già Presidente Nazionale di Pax Christi

Mons. Domenico Mogavero, vescovo di Mazara del Vallo (Tp)

Mons. Calogero Marino, Vescovo di Savona

Mons. Giorgio Biguzzi, Vescovo saveriano emerito di Makeni (Sierra Leone).

Mons. Francesco Alfano, Arcivescovo di Sorrento-Castellammare di Stabia

Mons. Antonio Napolioni, Vescovo di Cremona

Mons. Marco Arnolfo, Arcivescovo di Vercelli.

Mons. Francesco Ravinale, Vescovo di Asti

Mons. Domenico Cornacchia,Vescovo di Molfetta-Ruvo-Giovinazzo-Terlizzi

Mons. Roberto Filippini, Vescovo di Pescia Rosalba Poli e Andrea Goller, responsabili del ‘Movimento dei Focolari Italia’

Cristina Simonelli, teologa Coordinamento Teologhe Italiane

p. Mario Menin, direttore di ‘Missione Oggi’

p. Efrem Tresoldi, direttore di ‘Nigrizia’

p. Alex Zanotelli, missionario comboniano, direttore di ‘Mosaico di pace’

p. Filippo Rota Martir, direttore di ‘Missionari Saveriani’

Suor Paola Moggi, direttrice di ‘Combonifem’

p. Giovanni Munari, Superiore provinciale dei Missionari Comboniani in Italia

d. Tonio Dell’Olio, Presidente ‘Pro Civitate Christiana’ e ‘Libera International’

Comunità monastica di Bose

Biella Gianni Novello, fraternità di Romena

Prof. Alberto Melloni, storico

Prof. Nicola Colaianni, magistrato, Bari

Prof.ssa Giuliana Martirani, docente di geografia dello sviluppo

d. Giuseppe Ruggeri, Teologo, Catania

d. Salvatore Consoli, preside emerito dello Studio Teologico S. Paolo, Catania

d. Rocco D’Ambrosio, ordinario di Filosofia Politica, Facoltà Scienze Sociali, Pont. Univ. Gregoriana, Roma

d. Luigi Ciotti, fondatore del ‘Gruppo Abele’ e Presidente Nazionale di ‘Libera’

d. Virginio Colmegna, Casa della carità, Milano

d. Giovanni Nicolini. Bologna

d. Pierluigi di Piazza, responsabile ‘Centro di Accoglienza e Promozione Culturale ‘E. Balducci’, Zugliano (Ud)

d. Pino Demasi, parroco a Polistena (RC) e referente di Libera – Piana di Gioia Tauro

d. Giacomo Panizza, Presidente Comunità Progetto sud – Lamezia Terme

d. Bruno Bignami, Presidente della ‘Fondazione don Primo Mazzolari’, Bozzolo (Mn).

Sergio Paronetto, Presidente ‘Centro Studi economico-sociali per la pace’ di Pax Christi

Suor Chiara Ludovica Loconte, osc, Speriora Monastero Clarisse S. Luigi, Bisceglie (Bt)

Suor Alaide Deretti, Consigliera generale per la Missione Ad gentes/ inter gentes Istituto FMA

Suor Runita Borja, Consigliera generale per la Pastorale Giovanile Istituto FMA

Suor Bernarda Santamaría Merens, Direttrice della Casa Generalizia FMA

Madre Antonina Alfaro Minchola, Superiora General, Congr. Dominicas de la Inmaculada Concepción

Suor Marìa E. Coris, Superiora General, Congr. de Hermanas de la Caridad Dominicas de la Presentacion.

Suor Aurora Torres, Superiora general Congregación de María Reparadora.

d. Flavio Luciano, Direttore Ufficio Regionale Piemontese della Pastorale Sociale e del Lavoro, Cuneo.

Associazione “Comunità di Mambre” , Busca, (Cn)

Associazione ‘Cercasi un fine’, Cassano delle Murge (Ba)

d. Paolo Gasperini, parroco e vicario per la pastorale della Diocesi di Senigallia

Consiglio Pastorale Parrocchiale della parrocchia di S. Maria della Neve, Senigallia

d. Pasquale Aceto e comunità parrocchiale Ss. Pietro e Paolo in Papanice, Crotone.

fra Giorgio M. Vigna, ofm, Animatore GPIC per la Custodia di Terra Santa

Mons. Domenico Laddaga, delegato per la gestione dell’Ente Ecclesiastico Ospedale F. Miulli, Acquaviva delle Fonti (Ba )

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Contatti:     Segreteria  Nazionale  di  Pax  Christi:  055/2020375  info@paxchristi.it   Coordinatore  Nazionale  di  Pax  Christi:  d.  Renato  Sacco  348/3035658  drenato@tin.it




cattolici uniti solo dalla guerra contro papa Francesco

quei cattolici contro Francesco che adorano Putin

di Giacomo Galeazzi e Andrea Tornielli
in “La Stampa” del 16 ottobre 2016

papa Lesbo1

A tenerla unita è l’avversione a Francesco. La galassia del dissenso a Bergoglio spazia dai lefebvriani che hanno deciso di «attendere un Pontefice tradizionale» per tornare in comunione con Roma, ai cattolici leghisti che contrappongono Francesco al suo predecessore Ratzinger e lanciano la campagna «Il mio papa è Benedetto»Socci

Ci sono gli ultraconservatori della Fondazione Lepanto e i siti web vicini a posizioni sedevacantiste, convinti che abbia ragione lo scrittore cattolico Antonio Socci a sostenere l’invalidità dell’elezione di Bergoglio soltanto perché nel conclave del marzo 2013 una votazione era stata annullata senza essere scrutinata. Il motivo? Una scheda in più inserita per errore da un cardinale. La votazione era stata immediatamente ripetuta proprio per evitare qualsiasi dubbio e senza che nessuno dei porporati elettori sollevasse obiezioni. Ancora, prelati e intellettuali tradizionalisti firmano appelli o protestano contro le aperture pastorali del Pontefice argentino sulla comunione ai divorziati risposati e sul dialogo con il governo cinese.
Il dissenso verso il Papa unisce persone e gruppi tra loro molto diversi e non assimilabili: ci sono le prese di distanza soft del giornale online «La Bussola quotidiana» e del mensile «Il Timone», diretti da Riccardo Cascioli. C’è il quasi quotidiano rimprovero al Pontefice argentino messo in rete dal vaticanista emerito dell’«Espresso», Sandro Magister.

magister Ci sono i toni apocalittici e irridenti di Maria Guarini, animatrice del blog «Chiesa e Postconcilio», fino ad arrivare alle critiche più dure dei gruppi ultratradizionalisti e sedevacantisti, quelli che ritengono non esserci stato più un Papa valido dopo Pio XII. La Stampa ha visitato i luoghi e incontrato i protagonisti di questa opposizione a Francesco, numericamente contenuta ma molto presente sul web, per descrivere un arcipelago che attraverso Internet ma anche con incontri riservati tra ecclesiastici, mescola attacchi frontali e pubblici a più articolate strategie. In prima linea sul web contro il Papa, lo scrittore Alessandro Gnocchi, firma dei siti Riscossa cristiana e Unavox: «Bergoglio attua la programmatica resa al mondo, la mondanizzazione della Chiesa. Il suo pontificato è basato sulla gestione brutale del potere. Uno svilimento della fede così capillare non si è mai visto».putin
Cabina di regia Tra le mura paleocristiane della basilica di Santa Balbina all’Aventino, accanto alle terme di Caracalla, la Fondazione Lepanto è uno dei motori culturali del dissenso a Francesco. Tra libri pubblicati, l’agenzia di informazione «Corrispondenza romana» e gli incontri tenuti nel salone del primo piano qui opera una delle cabine di regia del fronte anti-Bergoglio. «La Chiesa vive uno dei momenti di maggiore confusione della sua storia e il Papa è una delle cause – afferma lo storico Roberto De Mattei che della Fondazione Lepanto è il presidente -. Il caos riguarda soprattutto il magistero pontificio. Francesco non è la soluzione ma fa parte del problema». L’opposizione, aggiunge De Mattei, «non viene solo da quegli ambienti, definiti tradizionalisti, ma si è allargata a vescovi e teologi di formazione ratzingeriana e wojtyliana». Più che di dissenso, De Mattei preferisce parlare di «resistenza», la stessa che si è recentemente espressa attraverso la critica all’esortazione apostolica «Amoris Laetitia» di 45 teologi e filosofi cattolici e la dichiarazione di «fedeltà al magistero immutabile della Chiesa» di 80 personalità, divenute poi alcune migliaia, tra cui cardinali, vescovi e teologi cattolici. Tra gli italiani c’è il cardinale Carlo Caffarra, arcivescovo emerito di Bologna. Uno dei principali centri di resistenza, sottolinea ancora lo storico, «è l’Istituto Giovanni Paolo II per la famiglia, i cui vertici sono stati recentemente decapitati dal Bergoglio». Nel mirino dei tradizionalisti c’è anche il «contributo che la
politica migratoria di Francesco fornisce alla destabilizzazione dell’Europa e alla fine della civiltà occidentale».
Fronda politico-teologica L’attacco a Bergoglio è globale. «Nella galassia del dissenso a Francesco c’è una forte componente geopolitica – osserva Agostino Giovagnoli, ordinario di Storia contemporanea all’Università Cattolica ed esperto di dialogo con la Cina -. Accusano Bergoglio di non annunciare con sufficiente forza le verità di fede, ma in realtà gli imputano di non difendere il primato dell’Occidente. È una opposizione che ha ragioni politiche mascherate da questioni teologiche ed ecclesiali». La Cina ne è l’esempio. «C’è un’alleanza fra ambienti Hong Kong, settori Usa e destra europea: rimproverano a Francesco di anteporre alla difesa della libertà religiosa l’obiettivo di unire la Chiesa in Cina – continua -. Sono posizioni che trovano spazio spesso nell’agenzia cattolica Asianews. Il Papa, secondo questi critici, dovrebbe affermare la libertà religiosa come argomento politico contro Pechino, invece di cercare il dialogo attraverso la diplomazia». A dar voce al dissenso, che ha innegabili sponde interne alla Curia, sono anche ecclesiastici con entrature vaticane, come il liturgista e teologo don Nicola Bux, consultore delle Congregazioni per il Culto divino e per le Cause dei Santi. «Oggi, non pochi laici, sacerdoti e vescovi si chiedono: dove stiamo andando?- spiega alla Stampa -. Nella Chiesa c’è sempre stata la possibilità di esprimere la propria posizione dissenziente verso l’autorità ecclesiastica, anche se si trattasse del Papa. Il cardinale Carlo Maria Martini, notoriamente esprimeva spesso, anche per iscritto, il suo dissenso dal pontefice regnante, ma Giovanni Paolo II non l’ha destituito da arcivescovo di Milano o ritenuto un cospiratore». Il compito del Papa, continua Bux, è «tutelare la comunione ecclesiale e non favorire la divisione e la contrapposizione, mettendosi a capo dei progressisti contro i conservatori». E «se un Pontefice sostenesse una dottrina eterodossa, potrebbe essere dichiarato, per esempio dai cardinali presenti a Roma, decaduto dal suo ufficio». In un crescendo di bordate, con un’intervista al Giornale nei giorni scorsi è sceso in campo anche il ricercatore Flavio Cuniberto, autore di un libro critico col magistero sociale del Papa, studioso di René Guenon e del tradizionalismo vicino alla destra esoterica. Ha dichiarato che «Bergoglio non ha aggiornato la dottrina, l’ha demolita, si comporta come se fosse cattolico ma non lo: l’idea stravolta di povertà eleva alla sfera dogmatica il vecchio pauperismo». Il Papa elogia la raccolta differenziata e così «le virtù del buon consumatore tardo-moderno diventano le nuove virtù evangeliche».
Teorie sui due Papi Nella sua pagina ufficiale su Facebook, Antonio Socci sostiene che Benedetto XVI non si sia voluto davvero dimettere ma si consideri ancora Papa volendo in qualche modo condividere il «ministero petrino» con il successore. Interpretazione che lo stesso Ratzinger ha smentito seccamente a più riprese a partire dal febbraio 2014 fino al recente libro-intervista «Ultime conversazioni», dichiarando pienamente valida la sua rinuncia e manifestando pubblicamente la sua obbedienza a Francesco. La teoria ha tratto nuova linfa dall’interpretazione da alcune parole pronunciate nel maggio scorso dall’arcivescovo Georg Gänswein, Prefetto della Casa Pontificia e segretario di Benedetto XVI. Don Georg, intervenendo alla presentazione di un libro, aveva affermato: «Non vi sono dunque due papi, ma di fatto un ministero allargato – con un membro attivo e un membro contemplativo». Socci pubblica a fine settembre, una accanto all’altra, le foto di Bergoglio e Ratzinger sotto la scritta «quale dei due?». E scrive: «C’è chi si oppone l’amore alla verità (Bergoglio) e chi le riconosce unite in Dio (Benedetto XVI)». Tra i tanti commenti in bacheca, Paolo Soranno risponde: «Francesco I sembra che sia messo al servizio del Dio Arcobaleno (quello che non impone obblighi religiosi e morali) e non del Dio Cattolico». È nella Rete che il dissenso a Bergoglio assume i toni più accesi, con persone che dietro il paravento del computer si lasciano andare a furiose invettive, come si legge nei commenti sotto gli articoli postati sui social. Sul sito «messainlatino», che si dedica a promuovere la liturgia antica, ma ospita spesso anche commenti al vetriolo sul Papa, si parla di «noiosa monotonia ideologica dell’attuale pontificato». In rete si  leggono commenti sulla Chiesa che «sarà spinta a sciogliersi in una sorta di Onu delle religioni con un tocco di Greenpeace e uno di Cgil», dato che «oggi i peccati morali sono derubricati e Bergoglio istituisce i peccati sociali (o socialisti)». Sul blog ipertradizionalista di Maria Guarini, «Chiesa e Postconcilio», si leggono titoli tipo questo: «Se il prossimo papa sarà bergogliano, il Vaticano diventerà una succursale cattomassonica». Il dissenso viene dall’area più conservatrice, ma trova sponde anche in qualche ultraprogressista deluso. È il caso del prete ambrosiano don Giorgio De Capitani, che attacca senza tregua Francesco da sinistra, e dunque non è assimilabile ai gruppi finora descritti. Sul suo sito web non salva nulla del pontificato. «Quante parole inutili e scontate – inveisce -. Pace, giustizia e bontà. Il Papa ci sta rompendo le palle con parole e gesti strappalacrime. Francesco è vittima del proprio consenso e sta suscitando solo illusioni, butta tanto fumo negli occhi, stuzzica qualche applauso manda in visibilio i giornalisti ignorantotti sulla fede». Giuseppe Rusconi, il giornalista ticinese curatore del sito «Rossoporpora», si chiede: «il nostro Pastore è veramente in primo luogo “nostro” o non mostra di privilegiare l’indistinto gregge mondiale, essendo così percepito dall’opinione pubblica non cattolica come un leader gradito ai desideri espressi dalla società contemporanea? Lo farà per strategia gesuitica o per scelta personale? E quando il Pastore tornerà all’ovile, quante pecorelle smarrite porterà con sé? E quante ne ritroverà di quelle lasciate». Questa composita galassia del dissenso ha eletto come suoi punti di riferimento alcuni vescovi e cardinali. Magister sul suo blog ha lanciato la candidatura papale del cardinale guineano Robert Sarah, attuale ministro per la liturgia di Francesco, amato da conservatori e tradizionalisti e molto citato nei loro siti e nelle loro pubblicazioni.
Rischio scisma? Tra coloro che vengono considerati stelle polari da parte di questo mondo ci sono soprattutto il porporato statunitense Raymond Leo Burke, patrono dei Cavalieri di Malta, e il vescovo ausiliare di Astana, Athanasius Schneider. Ma al di là dell’amplificazione mediatica offerta dalla rete, non sembra proprio che vi siano all’orizzonte nuovi scismi, dopo quello compiuto dal vescovo Marcel Lefebvre nel 1988. Ne è convinto il sociologo Massimo Introvigne, direttore del Cesnur: «I vescovi cattolici nel mondo sono più di cinquemila, il dissenso riesce a mobilitarne una decina, molti dei quali in pensione, il che mostra appunto la sua scarsa consistenza». Introvigne sostiene che questo dissenso «è presente più sul web che nella vita reale ed è sopravvalutato: ci sono infatti dissidenti che scrivono commenti sui social sotto quattro o cinque pseudonimi, per dare l’impressione di essere più numerosi». Per il sociologo è un movimento che «non ha successo perché non è unitario. Ci sono almeno tre dissensi diversi: quello politico delle fondazioni americane, di Marine Le Pen e di Matteo Salvini che non sono molto interessati ai temi liturgici o morali – spesso non vanno neppure in chiesa – ma solo all’immigrazione e alle critiche del Papa al turbo-capitalismo. Quello nostalgico di Benedetto XVI, che però non contesta il Vaticano II. E quello radicale della Fraternità San Pio X o di de Mattei e Gnocchi, che invece rifiuta il concilio e quanto è venuto dopo. Nonostante vi sia qualche ecclesiastico che fa da sponda, le contraddizioni fra le tre posizioni sono destinate a esplodere, e un fronte comune non ha possibilità di perdurare». Introvigne fa notare una sorprendente caratteristica comune a molti di questi ambienti: «È l’idealizzazione mitica del presidente russo Vladimir Putin, presentato come il leader “buono” da contrapporre al Papa leader “cattivo”, per le sue posizioni in materia di omosessuali, musulmani e immigrati. Con il dissenso anti-Francesco collaborano fondazioni russe legatissime a Putin».