sulla disumanità della ‘remigrazione’

uno schiaffo all’etica del diritto

Gian Carlo Perego

in “Vita Pastorale” del luglio 2026

la remigrazione è uno schiaffo all’etica e al diritto, un’ingenuità e irrazionalità politi
ca che non guarda al futuro del Paese e che di cristiano ha ben poco

Quello della “remigrazione” sembrerebbe un termine ovvio, che indica il ritorno in patria libero di persone
che hanno fatto un’esperienza di lavoro, di studio, di ricerca in un altro Paese rispetto a quello della propria
cittadinanza. In realtà, in decine di città italiane, il comitato Remigrazione e riconquista — che ha
organizzato banchetti informativi dove sarà possibile contribuire alla raccolta firme per una proposta di legge
di iniziativa popolare — ha dato al termine “remigrazione” un altro significato: non ritorno libero, ma
cacciata; non accompagnamento al rientro volontario, ma rifiuto; non assistenza, ma discriminazione dei
migranti.
Quello della “remigrazione” è un vento che è partito dalla Germania e sta contagiando l’Europa. E in altra
forma ha investito anche il “trumpismo”, creando frange politiche estreme, identitarie e nazionaliste, ge
nerando un clima culturale che abbandona l’intercultura, il dialogo sociale, la promozione e l’inclusione, la
cittadinanza come prospettive di rigenerazione del Paese. E contraddice anche il cammino di dialogo
ecumenico e interreligioso preparato dal liberalismo di fine ‘800 e che ha attraversato il primo ‘900, raccolto
dal Magistero del concilio Vaticano II (Gaudium et spes, Unitatis redintegratio, Nostra aetate…).
La prospettiva della “remigrazione” parte dal concetto che il migrante è un nemico dell’identità, della
cultura e della religione. Il testo della proposta di legge, pur cercando di nascondere o falsare l’approccio alla
realtà migratoria attraverso termini come “sicurezza”, rientro dei giovani italiani, lotta alla irregolarità, è
molto esplicito. La proposta di legge popolare su “remigrazione e riconquista” è caratterizzata da dieci punti,
che sono dieci affermazioni che confermano il principio che ispira la proposta: «Le migrazioni massive, da
qualsiasi punto di vista, sono un fenomeno disastroso e deleterio per le nazioni e i popoli».
Questo punto di partenza è smentito dalla realtà. Le Nazioni più ricche sono quelle che hanno più migranti.
In Italia i 5 milioni e mezzo di immigrati stanno rigenerando il mondo del lavoro, l’economia con 2 milioni di
lavoratori e 600.000 imprese, oltre 1 miliardo di contributi allo Stato, al netto di tutto ciò che si spende per
migranti e rifugiati (Rapporto Fondazione Moressa 2025), oltre 8 miliardi e mezzo di rimesse p eri loro
Paesi, le loro famiglie (il più importante e immediato contributo di cooperazione allo sviluppo ). Stanno ri
generando le famiglie e le nascite — anche se non sono sufficienti a ribaltare la denatalità — con 2 milioni e
quattrocentomila famiglie. Hanno salvato migliaia di classi e di scuole, con 940 mila studenti; hanno rigene
rato anche le nostre comunità cristiane, rendendole — per usare un termine del Sinodo di Milano —
“Chiese dalle genti”; hanno rigenerato la città e il Paese.
Da questi pochi numeri, è evidente che non è vero che la migrazione «genera problemi sociali, culturali ed
economici… impoverisce il patrimonio umano e culturale» — come si legge nella proposta di legge popolare
—, ma è una risorsa economica, sociale, culturale, una “grazia” in termini teologici, un “segno dei tempi” co
me l’hanno definita Benedetto XVI e Francesco, da “accompagnare” come ha scritto papa Leone nella Dilexi
te, com’è avvenuto nella storia della Chiesa con figure esemplari come san Giovanni Battista Scalabrini e
santa Francesca Cabrini, la religiosa lodigiana che ha svolto la sua attività a partire dagli emigranti italiani di
Chicago, la città dov’è cresciuto Leone XIV.
La proposta di legge ritiene che la migrazione «compromette la sovranità e l’identità nazionale». Anche
questa premessa è assurda e surreale. L’identità di un popolo non è statica, ma dinamica, si rigenera
nell’incontro e si impoverisce nella chiusura. Da sempre. L’intercultura è l’unica prospettiva programmatica,
tra l’altro, scelta dalla scuola italiana, ormai da 25 anni. La sovranità è del popolo, che cambia nel corso della
storia, si rigenera anche grazie alla migrazione, all’acquisizione ed estensione della cittadinanza.
Dalla premessa — che nega l’art. 13 della Dichiarazione universale dei diritti umani sulla libertà di
movimento — nascono le dieci proposte della legge popolare che ledono alcuni diritti fondamentali della
persona migrante: il ricongiungimento familiare, che è uno degli strumenti fondamentali di sicurezza sociale;
la confisca preventiva dei patrimoni per la lotta alla tratta, senza alcuna preoccupazione delle vittime;
l’espulsione di irregolari e di chi commette reati, senza favorire canali legali d’ingresso e la giustizia; un
contributo per far rientrare nel proprio Paese il migrante, e nessun contributo per favorire l’integrazione;
l’illusione che la remigrazione porti al risparmio di spese, dimenticando che essa oggi è una delle maggiori
risorse per lo Stato; sanzioni alle Ong che operano nel soccorso dei migranti nel Mediterraneo e nessun
contributo ad associazioni e cooperative che lavorano con e per i migranti; abolizione del decreto flussi
senza il ripristino dello “sponsor”, con l’illusione che ritornino gli italiani all’estero, che in dieci anni sono
cresciuti di quasi un milione e mezzo; priorità ai cittadini italiani per asili e case popolari rispetto ai migranti,
superando qualsiasi criterio di reddito e di bisogno effettivo.
In conclusione: la remigrazione è uno schiaffo all’etica e al diritto, un’ingenuità e irrazionalità politi
ca che non guarda al futuro del Paese e che di cristiano ha ben poco