un anno di papa – non è una replica di papa Francesco
Un anno di papa Leone XIV, il primo pontefice globale
di Giovanni Maria Vian
in “Domani” del 3 maggio 2026
L’8 maggio il cardinale Prevost veniva eletto pontefice. La sua candidatura si era profilata e
affermata nei giorni precedenti al riparo di indiscrezioni e di martellanti previsioni mediatiche.
Un’importante raccolta di suoi testi pronunciati tra il 2001 e il 2013 ne rivelano le motivazioni
religiose profonde e l’acuta sensibilità sociale.
Un anno fa Prevost veniva eletto papa ancor prima dell’inizio del conclave, durato ventiquattro ore
e terminato nel pomeriggio dell’8 maggio. La candidatura del cardinale nato a Chicago si era
profilata e affermata nei giorni precedenti al riparo di indiscrezioni e di martellanti previsioni
mediatiche. Che tra i molti nomi non omettevano quello del prelato statunitense, giovane
missionario e poi vescovo in Perù, tanto a lungo da averne preso la cittadinanza. Ma nelle liste dei
papabili prevalevano tre italiani (Parolin, Pizzaballa, Zuppi), il filippino Tagle, il francese Aveline e
l’ungherese Erdő.
Il quadro era in realtà più ampio. «Gli unici nomi di cardinali americani che potrebbero raccogliere
consensi in conclave – certo non alla Casa Bianca – sono quelli dell’autorevolissimo Seán Patrick
O’Malley, arcivescovo emerito di Boston e ultraottantenne, inattaccabile sul fronte degli abusi, e di
una figura poco conosciuta e interessante come quella dell’agostiniano Robert Francis Prevost, già
vescovo in Perù, da due anni curiale riservato e di rilievo» si leggeva su Domani del 4 maggio.
Subito dopo, il processo che aveva portato alla rapida identificazione ed elezione del papa era stato
ricostruito in modo credibile su due autorevoli testate internazionali: dal New York Times, con
un’inchiesta di quattro giornalisti basata sulle dichiarazioni di una decina di cardinali, e da Le
Figaro con un articolo di Jean-Marie Guénois. Altre interviste di quei giorni, pubblicate sul Fatto
Quotidiano dal vaticanista Francesco Antonio Grana, si leggono ora con l’aggiunta di dettagli non
trascurabili nel suo Leone XIV (Elledici).
L’ultimo conclave
Sulla transizione da Bergoglio agli inizi di Prevost si concentrano anche altri libri. Piuttosto breve è
Ex post (Marietti1820) di Alberto Melloni. Gerard O’Connell ed Elisabetta Piqué – giornalisti amici
e confidenti del pontefice argentino – raccontano in una cronaca invece fin troppo prolissa la sede
vacante e l’esordio del papa di Chicago (L’ultimo conclave, Lindau, già uscito in Spagna), con
informazioni di prima mano e particolari curiosi, come le decine di menu dei loro pranzi e delle loro
cene in settimane convulse, in casa o nei ristoranti preferiti. Gli autori danno anche i numeri: 108
sarebbero stati i voti confluiti su Prevost, 19 in più di quelli necessari.
In entrambi i libri, molto diversi tra loro e altrettanto ipotetici, si affronta la questione della
candidatura del cardinale Parolin, cara a non pochi giornalisti ma debole agli occhi dei suoi colleghi
e senza dubbio ulteriormente compromessa dal suo intervento per escludere dal conclave il collega
Becciu. Ex post vuole mostrare, pur tra cautele e contraddizioni, che il prelato veneto sarebbe –
detto in parole povere – il vero vincitore del conclave. L’ultimo conclave argomenta, senza
nascondere una scarsa simpatia per il consumatissimo diplomatico vaticano, l’impossibilità della
sua elezione.
Quella di Prevost sarebbe stata invece la «sorpresa finale di Francesco», indimostrabile. Molto più
plausibile è invece che la scelta dei cardinali – non solo degli elettori – si sia presto orientata verso
un uomo di equilibrio, che da una maggioranza schiacciante è stato rapidamente visto come l’ideale
candidato di compromesso.
Su terreno solido si muove la biografia di Elise Ann Allen (Papa Leone XIV, Mondadori), uscita
dapprima in Perù e che comprende l’unica intervista, lunga e intelligente, finora concessa da
Prevost. Alla giornalista il pontefice non ha voluto rivelare nulla sul conclave, anche se ha
confermato che negli ultimi giorni della sede vacante aveva avvertito che l’interesse dei cardinali si
addensava su di lui e si era detto tranquillizzato – ma l’affermazione suona diplomatica – da una
frase netta del cardinale Cupich, arcivescovo di Chicago, pubblicata su un quotidiano della
metropoli dell’Illinois: il nuovo papa «non sarà un americano».
I testi di Prevost
Eletto nel giorno della “supplica” alla Madonna di Pompei, ricordata dal pontefice alla fine del suo
primissimo discorso, Leone nel primo anniversario dell’elezione ha deciso di andare a Pompei.
Visitato il santuario e rinnovata la tradizionale preghiera alla Vergine, nel pomeriggio raggiungerà
Napoli. Sarà dunque il prevedibile entusiasmo napoletano a festeggiare il primo anno del papa, che
ad Allen ha detto: «Sono, ovviamente, statunitense, e mi sento molto statunitense, ma amo anche
tanto il Perù e il popolo peruviano, che fanno parte di ciò che sono».
Leone non ha soltanto questo profilo panamericano, e anzi può essere definito il primo papa
globale. Per dodici anni priore generale degli agostiniani, Prevost ha viaggiato nei cinque continenti
e conosciuto realtà molto diverse, dimostrando uno sguardo che, senza enfasi, è mondiale. Come
conferma un’importante raccolta di 81 suoi testi (Liberi sotto la grazia, Libreria editrice vaticana)
che esce domani: cinquecento pagine, curate con acribia da tre confratelli del pontefice (Miguel
Ángel Juárez, Michael Di Gregorio, Rocco Ronzani), necessarie per ricostruire i tratti del religioso
agostiniano e che saranno indispensabili per scrivere le future biografie.
I testi appena pubblicati sono compresi tra il 2001 e il 2013. Prevost viene infatti scelto come
generale del suo ordine tre giorni dopo l’attacco alle Torri Gemelle. Dieci giorni dopo, il neoeletto
dice nella sua prima omelia che «mentre molti cercano vendetta, gli agostiniani devono dare
testimonianza del Vangelo e dei suoi valori di unità, di dialogo, di pace e riconciliazione». Dodici
anni più tardi, l’ultima predica pubblicata nella raccolta – pronunciata l’8 gennaio a Cuzco –
figurerà come un ponte tra l’esperienza missionaria in Perù negli anni giovanili e il futuro
episcopato, sempre in situazioni difficili e nelle quali il gringo Prevost si è saputo districare.
L’impronta agostiniana
Pur dedicati ai problemi dell’ordine, tra gli ultimi anni di Wojtyła e il pontificato di Ratzinger, i testi
del loro futuro successore ne rivelano le motivazioni religiose profonde e l’acuta sensibilità sociale.
E di Prevost traspaiono il carattere tranquillo e pragmatico, insieme a un linguaggio chiaro e diretto,
lontano dai gergalismi clericali. In interventi dove sono combinate fede – nutrita soprattutto dai testi
di sant’Agostino – e ragione, modellata dalla formazione matematica.
Nel libro, che per l’impronta agostiniana sarebbe piaciuto a Ratzinger, molti sono i punti
d’interesse. Tra questi, il commento – in un’omelia del 13 novembre 2003 – all’inno paolino della
Prima lettera ai Corinzi, quando il priore si sofferma sull’espressione «adesso noi vediamo come in
uno specchio» (13, 12) e la spiega ricorrendo all’omonimo film di Bergman.
«La vita ha un senso, perché accoglie ciò che gli accade e riconosce che essa è guidata dall’amore
verso il prossimo. Questo amore – dice – è lo specchio di cui parla san Paolo: un’immagine, ridotta
e lontana, di quel Dio al quale non si può dare nome più appropriato che “amore”». Uno specchio,
dunque, che «non è magico, ma mistico» chiosa Prevost.
