Non basta essere a favore della pace. Dobbiamo essere contro la guerra
la guerra non può essere umanizzata: deve essere abolita
di Leonardo Boff
in “Religión Digital” del 16 marzo 2026

La frase del titolo non è mia; appartiene a Bertrand Russell e ad Albert Einstein nel loro manifesto del 9 luglio 1955, contro i pericoli della guerra nucleare e a favore della pace. Questo è il grande desiderio dell’umanità: sempre frustrato e sempre rinnovato. Non possiamo mai smettere di
perseguire quest’utopia, per la quale lottiamo perché sia realizzabile, perché farlo sarebbe un atto di cinismo nei confronti delle vittime della guerra e una rinuncia a ogni senso etico.
Ogni guerra sacrifica migliaia, persino milioni, di persone. Perpetua il gesto di Caino, che uccise
suo fratello Abele.
Max Born, premio Nobel per la fisica nel 1954, denunciò l’elevato numero di vittime civili nei
conflitti moderni. Nella prima guerra mondiale solo il 5% dei morti erano civili; nella seconda il
50%; nelle guerre di Corea e del Vietnam l’85%. Dati più recenti dimostrano che nelle guerre contro
l’Iraq e nell’ex Jugoslavia il 98% delle vittime erano civili. Qualcosa di simile sta accadendo oggi
nella guerra condotta da Benjamin Netanyahu contro i palestinesi nella Striscia di Gaza: sono stati
uccisi più di 18.000 bambini, che non avevano nulla a che fare con il conflitto.
Non basta essere a favore della pace. Dobbiamo essere contro la guerra.
Ogni guerra, di per sé, uccide altre vite, quelle dei nostri simili. Caino non può trionfare.
Il fenomeno della guerra si presenta come qualcosa di talmente complesso che nessuna singola
risposta lo spiega completamente o è sufficiente a spiegarlo. Ciò non ci esime, tuttavia, dal riflettere
sulla realtà della guerra e sulle sue perverse conseguenze umane e materiali.
Ad esempio, se un paese viene aggredito da un altro, cosa dovrebbe fare? Ha il diritto di difendersi
con forze difensive? Dovrebbe esserci proporzionalità? Come dovrebbero comportarsi i leader delle
nazioni quando assistono a un genocidio a cielo aperto, come nella Striscia di Gaza? O di fronte alla
pulizia etnica delle minoranze perpetrata nell’ex Jugoslavia, in Kosovo e in Bosnia da soldati
assetati di sangue che violavano sistematicamente anche diritti umani fondamentali? È lecito
invocare il principio di non intervento negli affari interni di Stati sovrani e assistere passivamente a
crimini contro l’umanità? Quale è il limite della sovranità? È assoluta? È al di sopra dell’umano,
che può essere sacrificato?
Come reagire al diffuso fenomeno del terrorismo, che potrebbe potenzialmente procurarsi materiale
atomico, minacciare un’intera città e metterla in ginocchio? E se una di queste armi venisse
lanciata, renderebbe l’intera città inabitabile a causa della radioattività. In tale contesto una guerra
preventiva è legittima?
Si tratta di questioni etiche che occupano menti e cuori ai nostri giorni. Per evitare la disperazione,
dobbiamo riflettere. E lo dobbiamo fare in tutto il mondo, data la strategia dell’attuale presidente
degli Stati Uniti, Donald Trump, che ha affermato – e lo sta mettendo in pratica – che la pace si
raggiungerà non attraverso il dialogo ma con la forza. Questa non sarà mai una vera pace, bensì una
pacificazione forzata e imposta. È un tema ricorrente in tutti i presidenti, anche in Barack Obama,
affermare che gli Stati Uniti hanno interessi globali e possono intervenire quando questi sono
minacciati, anche con la forza.
Di fronte a questi problemi menzionati, si presentano diverse opzioni.
Un nutrito gruppo sostiene che, data la devastante capacità della guerra moderna con armi chimiche,
biologiche e nucleari, che potrebbe mettere a repentaglio il futuro della specie e dell’intera
biosfera, non esiste più una guerra giusta («ius ad bellum»). La vita, nelle sue diverse forme, sta al
di sopra di tutto.
Un altro gruppo sostiene che possa esistere una guerra giusta, l’«intervento umanitario», ma
limitato per impedire l’etnocidio e i crimini di lesa umanità.
Un altro gruppo, che rappresenta l’establishment globale, ribadisce che si deve recuperare la guerra
giusta come autodifesa, come punizione per i paesi dell’«asse del male» e come prevenzione di
attacchi con armi di distruzione di massa.
Esprimiamo un giudizio etico su queste posizioni: nelle condizioni attuali ogni guerra rappresenta
un rischio altissimo, poiché possediamo una macchina di morte capace di distruggere l’umanità e la
biosfera. La guerra è un mezzo ingiusto, per il fatto di essere globalmente letale.
Nell’ambito di una politica realistica, un «intervento umanitario» limitato è teoricamente
giustificabile, a due condizioni: non può essere deciso da un singolo paese, ma dalla comunità delle
nazioni (l’ONU) e deve rispettare due principi fondamentali («ius in bello», ovvero i diritti nel
corso della guerra): l’immunità della popolazione civile e l’adeguatezza dei mezzi (che non possono
causare più danni che benefici).
La forza usata per autodifesa non la trasforma in qualcosa di buono, ma può essere giustificata entro
un rigoroso limite di proporzionalità dei mezzi.
La guerra punitiva, come quella condotta contro l’Afghanistan o contro il sud del Libano dove
opera Hamas, si basa sulla vendetta ed è indifendibile. Alimenta solo rabbia e risentimento, terreno
fertile per futuri conflitti.
La guerra preventiva, come quella condotta contro l’Iraq sulla falsa supposizione che possedesse
armi di distruzione di massa, era illegittima perché basata su analisi errate e su qualcosa che ancora
non esisteva e che avrebbe potuto non essersi verificato. Nessun diritto, di qualsiasi natura, le
conferisce legittimità, poiché è soggettiva e arbitraria.
Tutto ciò vale in teoria, poiché è importante chiarire le posizioni. Tuttavia, nella pratica si è
dimostrato che tutte le guerre, anche quelle definite «interventi umanitari», non rispettano i due
criteri fondamentali: l’immunità della popolazione civile e l’adeguatezza dei mezzi impiegati. Non
viene fatta alcuna distinzione tra combattenti e non combattenti.
Per indebolire il nemico, le sue infrastrutture vengono distrutte, causando la morte di numerose
vittime civili innocenti. Le conseguenze della guerra durano anni, come nel caso dell’uranio
impoverito utilizzato dall’esercito statunitense, che ha provocato malattie nelle popolazioni colpite.
La guerra non è la soluzione a nessun problema. Dobbiamo cercare un nuovo paradigma, alla luce
di Francesco di Assisi, di Lev Tolstoj, del Mahatma Gandhi e di Martin Luther King Jr., se non
vogliamo autodistruggerci: la pace come meta e come metodo.
Se vuoi la pace, preparati alla pace.
__________________________________________________
Articolo pubblicato il 16.3.2026 nel Blog dell’Autore in «Religión Digital» (www.religiondigital.org)
