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muti e ammutoliti dall’orrore

Bocche cucite

la protesta shock di quattro migranti

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Mentre il neosegretario dei Democrat Matteo Renzi è in visita al centro di accoglienza immigrati di Lampedusa, giunge la notizia della clamorosa protesta in atto al Cie di Ponte Galeria a Roma. Qui quattro magrebini, ospiti della struttura, si sono cuciti la bocca per protestare contro il protrarsi della permanenza nel centro.

NOI E LORO MUTI D’ORRORE

un bel pezzo su ‘la Repubblica ‘ odierna di Concita de Gregorio a commento (si fa per dire!) della gravissima situazione e delle condizioni disumane di vita che i migranti stanno vivendo nei nostri Cie o comunque si chiamino … nessun commento ma forte presa d’atto di un orrore che ammutolisce loro ma deve ammutolire anche noi e la nostra logica egocentrica del ‘prima noi e i nostri, poi si vedrà’

 

Dice: sono marocchini, tunisini. Se ne stiano al paese loro. Cosa volete che ce ne importi degli africani, non vedete che non c’è da mangiare per noi. Dice: non li vedete i forconi in piazza, e voi ancora lì al tepore delle vostre belle case a menarla con la solidarietà, con l’accoglienza. Dice: pensate agli italiani, prima. Va bene, allora cominciamo da qui. Da una conversazione qualsiasi di quelle che toccano ogni giorno, a volerle ancora sostenere.

Quando sei in fila all’Agenzia delle entrate o alle Poste a pagare un bollettino, al forno a comprare il pane. Non ce n’è per noi, cosa volete che ce ne importi di quelli, che poi alla fine sono anche mezzi criminali. Sempre, quasi sempre. Va bene. Allora diciamo che sì, è così: se non ti salvi tu non puoi salvare gli altri, te lo spiegano bene ogni volta che l’aereo decolla. Prima assicurati di aver messo la tua maschera di ossigeno e il tuo giubbotto, poi aiuta il vicino. Il bambino, la donna incinta, il vecchio. Non importa. Prima metti al sicuro te stesso. Perfetto, è giusto. Se poi c’è di mezzo la paura, la diffidenza, il sospetto che il vicino possa essere o diventare un nemico, figuriamoci se c’è bisogno di dirlo. Sono anche mezzi criminali, quasi sempre. La tua maschera di ossigeno, prima. Però poi arriva, un giorno, il gesto che azzera la rabbia livida del tuo personale benessere negato, il gesto che ti ricorda cosa siamo, tutti, prima dei nomi che ci danno e che ci diamo: esseri umani, siamo. Lo riconosci, quel gesto, perché lascia muti. La conversazione consueta si spegne in uno sguardo che si abbassa, una voce che borbotta, la replica che tarda ad arrivare, non arriva. Cos’hanno fatto? Si sono cuciti la bocca. Come cuciti? Cuciti. Ma le labbra? Le labbra, una insieme all’altra. E come? Con una specie di ago ricavato dal ferro di un accendino, e col filo di una coperta. Otto hai detto? Otto. Quattro tunisini e quattro marocchini. I nomi no, non li so. Non li dicono mai i nomi degli stranieri, solo il numero. C’è una ragione. Il nome ti porta diritto dentro una storia, dentro una vita. Il numero fa numero, e basta. Però dicono l’età. Questi sono ragazzi: vent’anni i più giovani, trenta i più vecchi. Hai detto venti? Venti, sì. Ce l’avete un nipote di vent’anni? Come vi sentireste se tornando a casa lo trovaste con la bocca cucita con ago e filo? Ve lo riuscite ad immaginare? Ecco, così. Tornate e lo trovate col sangue che cola dalla bocca cucita. Allora magari uno torna a casa e va a vedere su Internet le foto del posto dove è successo, il Cie di Porta Galeria a Roma. Cie, che vuol dire Centro di identificazione ed espulsione. Ci si può stare fino a un anno e mezzo in quel posto lì, con le sbarre delle gabbie ricurve verso l’interno, come quelle delle bestie pericolose in certi zoo. Che ora si chiamano bioparchi, in genere, e quelle gabbie non ci sono più nemmeno per le tigri. Allora magari anche se è il sabato prima di Natale e devi andare a comprare il bagnoschiuma per tua nuora, con quei pochi soldi che hai, ecco magari allora ci pensi che in Italia c’è una legge che si chiama Bossi-Fini (ha proprio i nomi di quelli che l’hanno fatta, Bossi e Fini, se ti concentri te li ricordi tutti e due) che autorizza a tenere in quel lager degli esseri umani che hanno l’età di tuo figlio, di tuo nipote, e certo anche tuo figlio e tuo nipote non hanno lavoro ma almeno non vengono annaffiati nudi d’inverno con una sistola, almeno parlano una lingua che la gente intorno capisce, almeno hanno te e se sono in pericolo ti possono chiamare al telefono, vienimi a prendere che c’è un problema serio. Loro no. Quelli che si sono presi le labbra con la mano sinistra e con la destra se le sono cucite non hanno nessuno da chiamare: si possono solo dare fuoco, e certo anche gli italiani lo fanno a volte, si possono ammazzare, anche questo capita senza bisogno di venire dall’Africa, o anche — ti possono dire con questo speciale martirio di ago e filo — nemmeno la parola gli è rimasta più per gridare. La parola, che viene dal pensiero e distingue l’uomo dalla bestia. Non serve più a niente nemmeno quella. Ecco, magari dieci minuti, allora, prima di uscire a comprare il pandoro, ci pensi.

Da La Repubblica del 22/12/2013

A Lampedusa c’è un lager

Il finto stupore, le consuete retoriche

la verità su Lampedusa al di là di tutte le retoriche, le bugie, le coperture per impedirci di vedere e conoscere come davvero stanno le cose, perché di questa ‘verità’ abbiamo paura e rifuggiamo dal conoscerla perché è davvero terribile, impronunciabile:

di Annamaria Rivera*

Oggi, perfino i media mainstream evocano i lager per definire le modalità del trattamento antiscabbia imposte ai profughi segregati nel Centro “di primo soccorso e accoglienza” di Lampedusa. In effetti, le immagini proposte dal servizio di Valerio Cataldi per il TG2, realizzate grazie al coraggio di uno degli “ospiti” di quel Centro, ricordano – anche nell’estetica, se così si può dire – le code degli internati nei campi di concentramento: la totale spersonalizzazione, l’umiliazione della nudità di massa, l’esposizione al freddo, perfino la presenza di un omone che dirige l’operazione con la brutalità di un kapò…
Eppure, sin da quando, nel 1998, usammo l’analogia dei lager per definire le strutture d’internamento extra ordinem, inaugurate dalla legge Turco-Napolitano con la sigla Cpt, da ogni parte si è obiettato, fino a ieri, che essa era impropria, iperbolica, infondata. Oggi, dopo un quindicennio di morti sospette, suicidi, maltrattamenti, violenze, rivolte, violazione dei diritti più elementari, qualcuno ammette ciò abbiamo sempre sostenuto: la detenzione e l’internamento amministrativi, avviati da quella legge e realizzati sotto svariate forme e sigle (Cie, Cara, Cpa, Cpsa…), hanno lo status proprio dei lager nazisti, pur con finalità assai differenti. Nel senso che, in via eccezionale e permanente, sospendono, per speciali categorie di persone, i diritti umani e i principi generali del diritto e della Costituzione. Basta dire che neppure a giornalisti e avvocati è consentito entrarvi liberamente. 
Quello di Lampedusa, certo, non è ufficialmente un Cie: ne è “solo” una delle tante metamorfosi, dal nome ingannevole. Ancor più deprecabile perché vi sono internate persone perlopiù in attesa di asilo o comunque di protezione, sopravvissute a conflitti, persecuzioni, traumi, sofferenze e in ogni caso al rischio mortale della traversata del Mediterraneo. Persone, quindi, meritevoli del massimo rispetto. E invece no: per lo Stato italiano e per ‘Lampedusa Accoglienza’, l’ente gestore del Cpsa, è normale che esse siano trattate al pari di accattoni molesti, private del comfort e della dignità più basilari, talvolta costrette a dormire e a mangiare per terra.
Nondimeno l’ente gestore – che fa parte di ‘Sisifo’, consorzio aderente alla Lega delle Cooperative– nel solo 2012 ha incassato dallo Stato italiano la somma considerevole di 3 milioni 116mila euro e tuttora continua a incassare somme calcolabili intorno ai 21mila euro al giorno, come ha documentato, tra gli altri, Fabrizio Gatti. Un business non da poco, che rende ancor più bieca questa vicenda vergognosa, il cui senso è restituito alla perfezione dalla replica dell’ente gestore: “Abbiamo seguito il protocollo”, frase che inconsapevolmente allude a ciò che Hannah Arendt definì la banalità del male.
Al contrario di ciò che ha affermato la ministra Cécile Kyenge, noi pensiamo che purtroppo quelle immagini siano degne di rappresentare l’Italia: nel senso che sono perfettamente coerenti con l’ideologia che ha ispirato la politica italiana sull’immigrazione e l’asilo. Nessun governo ne ha voluto non diciamo smantellare, neppure intaccare l’impianto. E’ improbabile che voglia farlo quello attuale, nonostante le buone intenzioni e le promesse di Kyenge, in realtà sempre più vaghe.
Vaga e disinformata è la proposizione, avanzata da giornalisti e commentatori vari, secondo cui tutto si risolverebbe “riformando” o abrogando la Bossi-Fini. Per tornare alla Turco-Napolitano? In realtà, sarebbe necessario un mutamento radicale della normativa italiana che regola l’immigrazione, l’asilo, la cittadinanza, nel contesto di un mutamento di rotta, altrettanto radicale, delle politiche dell’Europa-Fortezza, per usare una formula abusata.   
Certo, quel video, possibile, come abbiamo detto, solo grazie alle immagini catturate da Khalid,  giovane siriano internato in quel lager, ha ottenuto qualche effetto di rilievo: l’apertura di un fascicolo da parte della Procura della Repubblica di Agrigento, le minacce della commissaria europea per gli Affari Interni, Cecilia Malmström, di sospendere ogni aiuto all’Italia, qualche dichiarazione indignata di rappresentanti delle istituzioni, il suggerimento, da parte di ‘Sisifo’, “di rimuovere e rinnovare il management attuale” di ‘Lampedusa Accoglienza’.
E a tal proposito: come ricordano giuristi assai competenti quale l’avvocata Simonetta Crisci, sarebbe stato obbligo dello Stato impedire che quell’evento e altri simili si verificassero. Infatti, secondo l’art. 40, comma 2, del Codice Penale, non ostacolare un evento che si ha l’obbligo giuridico di impedire equivale a cagionarlo. Quindi, a questo punto non sarebbe forse obbligo dello Stato sollevare il Prefetto dalle sue funzioni? Non sarebbe altrettanto doveroso trasferire i profughi, con il loro consenso, in strutture aperte che garantiscano un’accoglienza autentica e il pieno rispetto dei loro diritti?   
Anche questa vicenda indegna potrebbe essere presto dimenticata, non appena si saranno spenti i riflettori dei media. Così come ormai archiviati sono la commozione e il “mai più” di circostanza, seguiti all’ecatombe di ottobre nel Canale di Sicilia: 648 vittime in appena otto giorni e la farsa dei finti funerali di Stato per le vittime della strage del 3 ottobre. Perciò auspichiamo che il movimento antirazzista e la società civile democratica moltiplichino le iniziative a sostegno del Comune di Lampedusa, della sua ottima sindaca, Giusi Nicolini, soprattutto dei profughi segregati in quel lager. E che per il momento si riesca almeno a garantire la protezione da ritorsioni a quelli fra loro che dall’interno ne denunciano le infamie, mostrando così ben più coraggio e senso civico di tante autorità, cittadini e politici italiani.
* versione aggiornata e modificata dell’editoriale del manifesto del 19 dicembre 2013 (19 dicembre 2013)