Israele ancora una democrazia?

«La democrazia israeliana è al tramonto, Netanyahu e la pace sono uno ossimoro»

intervista a Anna Foa a cura di Umberto De Giovannangeli
in “l’Unità” del 14 aprile 2026

Netanyahu tiene in scacco il mondo. E ipoteca il futuro d’Israele. L’Unità ne discute Anna Foa, una
grande intellettuale, una voce libera, coraggiosa, coscienza critica della diaspora ebraica. Si spiega
così lo straordinario successo del suo ultimo libro “Il suicidio d’Israele” (Laterza).
Un risultato che sorride anche al suo ultimo libro, dal 20 marzo nelle librerie, Mai più (Laterza).
Dalla Palestina al Libano. La guerra come “missione divina” da portare a compimento.
Professoressa Foa, “Il suicidio d’Israele”, per usare il titolo del suo riuscitissimo libro, sta
anche in questo?
Direi proprio di sì. Un Paese che si sente per volontà divina portato alla guerra, a combattere tante
battaglie, ad essere sempre pronto a difendersi e ad aggredire per difendersi, è un Paese senz’altro
spinto verso il suicidio, soprattutto se è un Paese circondato da Paesi potenzialmente nemici, che
effettivamente non chiedono di meglio ad un certo punto che d’intervenire. Questo punto non è
ancora arrivato, Israele ha ancora il coltello dalla parte del manico, ma noi non sappiamo cosa
succederà tra venti o trent’anni se le cose continuano in questa maniera.
Molto ha fatto discutere, dentro e fuori Israele, la decisione presa a maggioranza dalla
Knesset, il Parlamento israeliano, di dare via libera alla legge sulla pena di morte “selettiva”,
che vale cioè per i palestinesi, anche quelli israeliani, accusati di terrorismo e non per gli ebrei
con accuse analoghe. Professoressa Foa, cosa significa questo nel percorso identitario
d’Israele?
Significa sostanzialmente che solo gli ebrei sono cittadini israeliani. Significa che gli ebrei hanno
una preminenza assoluta, che esiste un’apartheid che dai territori occupati in Cisgiordania, quelli
che gli israeliani chiamano Giudea e Samaria, si sta estendendo alla stessa Israele. Certamente si
estende a Gerusalemme Est che è stata annessa ma in cui i palestinesi che ancora ci vivono sono
considerati residenti temporanei e non veri e propri cittadini. Esiste questo distacco, che sembra
ormai incolmabile, tra il diritto per gli ebrei e quello per i palestinesi. Una faglia che dai territori
palestinesi si sta sempre più allargando a Israele.
Significa la fine della democrazia israeliana. C’erano molte critiche da fare anche già prima alla
democrazia israeliana. Comunque, anche considerando la sua una democrazia rimediata, come una
democrazia con molti punti di difficoltà. Del resto, molte democrazie sono così, certamente quella
d’Israele lo è ancor più fortemente perché questo investe il rapporto fra minoranza e maggioranza,
riguarda le guerre e le loro vittime, comunque anche considerando tutto questo, ormai la democrazia
israeliana, con la legge sulla pena di morte da applicare solo ai palestinesi, si stia avviando verso il
suicidio o se preferiamo verso la sua fine.
Importanti accademici israeliani hanno lanciato nei giorni scorsi un appello alla Diaspora
ebraica perché prenda posizione nei confronti del terrorismo ebreo in Cisgiordania. Cito
testualmente: “Il terrorismo ebraico fa parte degli strumenti a disposizione del governo
Netanyahu e, dallo scoppio della guerra con l’Iran, i coloni violenti hanno intensificato
drasticamente i loro attacchi contro i palestinesi. Se amate Israele, chiedetegli di rendere
conto delle sue azioni, adesso.
Come molti accademici liberali in Israele, sappiamo da tempo che i coloni ebrei stavano
sfruttando la copertura della guerra a Gaza per compiere migliaia di attacchi violenti contro
le comunità rurali palestinesi in Cisgiordania, con l’obiettivo di sfollarle ed espandere gli
insediamenti. Fino a poco tempo fa, tuttavia, la nostra attenzione era rivolta altrove”. Ed
ancora: “Riconosciamo che molti ebrei della diaspora stanno affrontando le proprie sfide, tra
cui le preoccupazioni per l’antisemitismo in aumento. Tuttavia, avere a cuore Israele significa
confrontarsi con le dure realtà sul campo e non può essere conciliato con l’indifferenza nei
confronti delle ingiustizie. Amare Israele significa anche chiedergli di rendere conto delle
proprie azioni.
Più concretamente, molte azioni dell’attuale governo – tra cui la devastante guerra a Gaza, il
sostegno alla violenza dei coloni e l’istituzione di una pena di morte obbligatoria solo per i
palestinesi – minano la legittimità di Israele e danneggiano l’immagine del popolo ebraico in
tutto il mondo”.
L’appello ha ricevuto importanti consensi ma anche molti silenzi.
Molti silenzi dalla Diaspora italiana, certamente, e anche dalla Diaspora europea che ha continuato
nella sua posizione di essere favorevole al governo Netanyahu e alle sue posizioni.
Tutto questo è stato complicato dalla guerra contro l’Iran, che è stata vista con molto favore, almeno
all’inizio poi questo consenso è cominciato a decrescere, dalla stessa popolazione israeliana. C’è
poi una cosa che a me fa orrore e che mi sembra sia molto sottovalutata in Israele.
A cosa si riferisce?
Alla guerra in Libano. Ci sono pochi riscontri nei giornali israeliani, ad eccezione di Haaretz, su
questo spaventoso attacco al Libano. È come se questa cosa orribile fosse priva d’importanza. E
invece si tratta di un fatto importantissimo che ha suscitato l’indignazione di tutto il mondo.
Il governo libanese si era detto pronto a intavolare trattative dirette con Israele, gli stessi Hezbollah
avevano a un certo punto fermato i loro lanci di missili, e l’hanno ripresi dopo l’attacco israeliano.
Il messaggio da parte di chi governa Israele è chiaro nella sua brutalità: noi la guerra la facciamo, la
facciamo come vogliamo, la facciamo contro i nemici che vogliamo e della pace abbozzata da
Trump poco ce ne importa.
Quanto c’è di ideologico, al di là degli interessi economici e geopolitici, nella visione bellicista
del mondo della quale Trump e Netanyahu si fanno realizzatori?
Mettendo da parte gli interessi economici, direi che la loro visione del mondo sia diversa, anche se
poi Trump ha appoggiato, pur con divergenze magari maggiori di quelle che sappiamo, Netanyahu.
La linea a me pare diversa. Per Netanyahu esiste ormai una linea di espansione, di primato dentro il
Medio Oriente. Una linea di rifiuto dei palestinesi, una linea di rifiuto della democrazia. Tutto
quello che è accaduto in questi due anni, soprattutto negli ultimi sei mesi, ci porta in questa
direzione.
Per Trump, il Medio Oriente è un pezzo del suo scacchiere e forse nemmeno il più importante, a
parte la questione di Hormuz. Ce ne sono altri. Appena ha proposto la trattativa con l’Iran, ha
ripreso a parlare della Groenlandia… Ci sono altri pezzi dello scacchiere che sono per lui altrettanto
se non più importanti.
Pensiamo alla Cina o al rapporto con Putin. Resta il fatto che la sua è una politica da imperatore
assoluto che, come tale, non può riconoscere altri pari o alleati ma solo sudditi e vassalli. Detto
questo, c’è da rimarcare come sull’Iran la politica di Trump e quella di Netanyahu non siano state
del tutto convergenti, anzi. Non mi piace fare dietrologia né partecipare al gioco di chi tiene in
ostaggio chi.
Quello che mi appare evidente è che se anche Trump riuscisse a raggiungere un qualche
compromesso con l’Iran che portasse se non alla pace, quantomeno ad un cessate il fuoco,
Netanyahu proseguirebbe nella sua linea della guerra perpetua, come ha peraltro fatto intensificando
gli attacchi in Libano nonostante l’apertura dei negoziati a Islamabad. Netanyahu e la pace sono un
ossimoro.
In tutto questo, la tragedia palestinese sembra essere uscita dai radar mediatici, eppure
nessuna delle questioni che sono alla base di questo eterno conflitto sono state risolte.
Non solo non sono state risolte, ma si sono drammaticamente acuite. A Gaza continua una
situazione disastrosa, con sporadici bombardamenti che pure continuano a fare vittime tra la
popolazione civile.
In Cisgiordania c’è una situazione fortemente peggiorata, e il documento degli accademici israeliani
lo evidenzia molto bene. C’è la vergognosa espulsione di intere comunità dalle loro terre, nelle
quali abitavano da decenni se non da secoli. Una situazione davvero drammatica.
Forse in questo momento in Israele è questo il problema più avvertito. E lo è perché pone il
problema dei coloni.
Un problema reale che viene sottovalutato. Coloni che nelle loro violente azioni squadristiche
vengono aiutati, sostenuti, spesso spalleggiati, da un esercito che non è più l’ “esercito più etico al
mondo”. Ammesso che lo sia stato, e diversi episodi lo mettono in dubbio, in passato, di certo oggi
è un esercito infiltrato di religiosi fanatici che professano e praticano la violenza.
L’attacco all’Iran e ora quello al Libano, serve anche per mettere tra parentesi, per oscurare ciò che
di grave sta continuando ad accadere in Cisgiordania e a Gaza. L’obiettivo dichiarato dai ministri
più estremisti di un governo estremista, penso a Ben-Gvir, a Smotrich ma l’elenco potrebbe
allungarsi, proclamano apertamente che l’obiettivo è l’annessione de facto, se non ancora de jure, di
parti della Cisgiordania.
Un’annessione di cui peraltro i commentatori hanno messo in rilievo le difficoltà reali, oggettive,
nel senso che un’annessione implica una responsabilità del governo verso i nuovi cittadini
“annessi”, anche se considerati cittadini serie b. Non va poi dimenticato che la responsabilità nei
riguardi della popolazione di territori occupati è già contemplata dalle norme del diritto
internazionale e dalla stessa Convenzione di Ginevra sulla guerra, anche se queste norme e
convenzioni sono state violate sistematicamente da Israele.
In molti dei momenti più drammatici della sua sofferta storia, Israele, la sua popolazione, si è
appellata e ha fatto conto su “grandi vecchi” della patria. È stato così con Yitzhak Rabin e,
per altri versi, lo fu anche con Ariel Sharon. Oggi leader di questa levatura non esistono più. È
anche questo un segno del declino?
È un segno generale che non riguarda e investe soltanto Israele. Certamente in Israele è reso più
drammatico dalla presenza delle guerre. Non esistono più queste grandi personalità, anche se per la
destra Netanyahu è tale. Certamente non esiste un “grande vecchio” per la sinistra. Non possiamo
certo definire tale Yair Golan.
Quelli che emergono anche dai movimenti degli attivisti, sono giovanissimi e devono ancora
costruirsi come leader politici di valore assoluto. Hanno bisogno di tempo in un Paese che ha tempi
stretti per salvarsi.
Ci sarebbe bisogno di un “grande vecchio”. Rabin lo è stato ed è stato assassinato, ed era l’unico ad
avere la statura morale, oltre che politica, del “grande vecchio”, per la consapevolezza, lui che
aveva combattuto per una vita, che la sicurezza e il futuro d’Israele non potevano affidarsi alla forza
del suo esercito ma alla pace, una pace giusta, duratura, con i palestinesi. La pace dei coraggiosi,
quella fondata sul principio “due popoli, due Stati”. E che la sicurezza d’Israele e la creazione di
uno Stato palestinese erano le due facce, inseparabili, di una stessa medaglia. Quando ha capito
questo, Rabin ha assurto la statura del “grande vecchio”, ma non ha avuto il tempo per realizzare la
sua politica, assassinato da chi quella politica l’aveva sempre combattuta e tacciato Rabin di essere
un traditore d’Israele. Con la sua morte è cominciato il declino che ha portato Israele oggi sul
baratro del precipizio.
A proposito di questo. Mi ha colpito molto un passo di un commento su Haaretz, nel quale si
afferma che nell’Israele di oggi Rabin sarebbe un problema, mentre il suo assassino Yigal
Amir, una risorsa.
Purtroppo, è così. D’altro canto, oggi al governo ci sono i coetanei di Yigal Amir.
Ben-Gvir è un suo coetaneo, ed è colui, ricordiamolo, che andò in televisione mostrando
pubblicamente lo stemma della macchina di Rabin, dicendo siamo arrivati a questo, arriveremo
anche a lui. Se Yigal Amir fosse libero, sarebbe stato nominato ministro o siederebbe in Parlamento.
Rabin sarebbe stato un problema e probabilmente avrebbe sfilato con i dimostranti in alcune di
queste manifestazioni che hanno visto sfilare “grandi vecchi” come Colette Avital, che è stata
ministra, diplomatica, parlamentare laburista, una personalità di primo piano, e che a 85 anni è stata
violentemente spintonata e gettata a terra nella manifestazione di sabato scorso.
Da poche settimane è in libreria il suo nuovo libro Mai più. Come dovrebbe essere declinato
oggi questo “Mai più”?
Mai più violenza per nessuno. Mai più genocidio per nessuno. Mai più discriminazione, apartheid
per nessuno. Per nessun Paese, per nessuna minoranza, per nessuna etnia. Dovrebbe essere
declinato nel senso più universalistico possibile. E invece viene declinato nel senso più stretto
possibile, più legato all’ebraismo. Mai più per gli ebrei. Dimenticando i 70mila morti di Gaza, o
l’assurdo assalto al Libano. Quel “Mai più” selettivo non salva l’umanità.