il neoliberismo e la privatizzazione globalizzata che fa della pace una merce

la mercificazione della pace è l’ultimo stadio del neoliberismo

 

di Mario Giro
in “Domani” del 13 marzo 2026

Nel nostro mondo tutto progressivamente si privatizza, anche la guerra con mercenari e contractor.
Non deve sorprendere che si tenti di privatizzare la pace. Il Board of Peace di Gaza è questo, e i
suoi creatori sono i protagonisti della privatizzazione galoppante.
In primis certamente lo stesso presidente Donald Trump, ma non è il solo: ci sono intere nazioni che
hanno scommesso sulil , leader del passato riconvertiti alla
privatizzazione delle relazioni internazionali, ricchi finanzieri privati e così via. Trump rispetta il
denaro e accetta di coinvolgere chi ne possiede: ne servirà molto per ricostruire la Striscia.
La privatizzazione non è solo questione di soldi: si tratta di un’alternativa al multilateralismo e
all’Onu. Già era stato fatto un primo tentativo con la riunione di 50 paesi sulle materie critiche a
Washington, il mese scorso. L’Italia c’era. In poche parole è la costruzione di un nuovo sistema:
laddove la politica delle relazioni tra gli stati ha fallito, il privato a guida Usa è sicuro di riuscire
perché si basa sui interessi pragmatici. «Chi rifiuterebbe la prosperità?», si è infatti chiesto Trump
nel disegnare il futuro dei palestinesi.
Siamo all’ultimo stadio del neoliberismo: dopo aver occupato l’economia e la politica, ora tocca
alla governance globale. Più che una scelta tradizionalista, sovranista o nazionalista, si tratta di
un’accelerazione in senso cosmopolita e globalista. Ma soprattutto privata. A comandare non sarà
un’ideologia, una nazione o un dittatore ma semplicemente i soldi.
Come scrive Stefano Stefanini su La Stampa, tale architettura (sempre che regga) si candida a fare
concorrenza al G7, al G20 o alla Sco a trazione cinese e ai Brics. Il monopolio della forza viene
raddoppiato con un metodo favorevole ai soldi privati o gestiti privatisticamente (non quelli
controllati dallo stato come in Cina).
Trump rivela la sua vera natura: un tycoon appunto, e non tanto un ideologo attaccato ai valori della
tradizione americana, anche se li utilizza come leva politica. Per ora l’invenzione è fragile e si basa
sulla sola volontà del presidente americano: quando non ci sarà più, chi prenderà la leadership del
processo?
Ma l’interesse del Board è il modello proposto: sono in molti a credere che la privatizzazione sia la
risposta giusta ai fallimenti della politica internazionale, così come sono stati numerosi – e lo
rimangono – coloro che credono che sia la risposta giusta per l’economia pubblica. Costoro non
credono nella politica e hanno qualche giustificazione perché sta dando cattiva prova di sé: i
conflitti si moltiplicano e si eternizzano.
Il Board non può piacere né ai democratici né a molti autoritari: entrambi credono nel valore della
politica, anche se declinato in maniera molto diversa. Il vantaggio della proposta sta in ciò che
scrive Jacques Charmelot in La guerra è merda: «L’aspetto più interessante è che né la democrazia
né la dittatura sono in grado di gestire la rovinosa deriva verso la disgregazione della società causata
dai conflitti». In sintesi: le guerre erodono chi le fa e non offrono alcuna soluzione, se non il loro
perpetuarsi.
Quale teatro meglio di quello israelo-palestinese dimostra tale assunto? Quasi ottanta anni di odio e
sofferenze senza alcun risultato: i palestinesi non hanno lo Stato, gli israeliani non hanno sicurezza.
Anzi: più si va avanti e più i due popoli sono schiacciati dal trauma della paura e dell’odio.
Ecco perché l’ipotesi del Board trova un favore diffuso. Non può piacere a chi crede nel dialogo
democratico e nel multilateralismo, nell’Onu, nel diritto internazionale e nelle regole tra Stati. Ma il
fallimento di tale quadro di riferimento, con le continue forzature e i doppi standard, offre uno
spazio di opportunità al potere anonimo del denaro.
Non è questa la logica del turboliberismo che negli ultimi 20 o 30 anni ha moltiplicato la ricchezza
finanziaria mondiale, trasformando del tutto l’economia espellendone la mano pubblica? Se per
risolvere le contese la politica degli stati si limita a tornare alla stagione della forza e alle armi,
allora il denaro getta sul tavolo la sua carta. Non funzionerà ma intanto è la sola proposta nuova

image_pdfimage_print

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Time limit is exhausted. Please reload CAPTCHA.