il commento al vangelo della domenica

CHI E’ COSTUI CHE ANCHE IL VENTO E IL MARE GLI OBBEDISCONO?

commento al vangelo della dodicesima domenica del tempo ordinario (21 giugno 2015) di p. Alberto Maggi:

p. Maggi

Mc 4, 35-41

In quel giorno, venuta la sera, Gesù disse ai suoi discepoli: «Passiamo all’altra riva». E, congedata la folla, lo presero con sé, così com’era, nella barca. C’erano anche altre barche con lui.
Ci fu una grande tempesta di vento e le onde si rovesciavano nella barca, tanto che ormai era piena. Egli se ne stava a poppa, sul cuscino, e dormiva. Allora lo svegliarono e gli dissero: «Maestro, non t’importa che siamo perduti?».
Si destò, minacciò il vento e disse al mare: «Taci, calmati!». Il vento cessò e ci fu grande bonaccia. Poi disse loro: «Perché avete paura? Non avete ancora fede?».
E furono presi da grande timore e si dicevano l’un l’altro: «Chi è dunque costui, che anche il vento e il mare gli obbediscono?».

A conclusione della parabola del seminatore Gesù aveva paragonato il Regno di Dio a un granello di senape che, gettato nell’orto della casa, fa un albero così grande che gli uccelli del cielo ci vengono a fare il nido.
Cosa voleva dire Gesù? Il Regno di Dio non è più riservato a un popolo, a una nazione, a una religione, ma è aperto a tutta l’umanità. Tutta l’umanità può trovarvi rifugio, può trovarvi accoglienza, può trovare la sua casa. Questo è il significato di ‘fare il nido’.
Quindi Gesù vuole far comprendere, piano piano, ai riottosi discepoli che lui non è venuto a restaurare il defunto regno di Israele, ma a inaugurare il Regno di Dio, non il privilegio di un popolo, ma l’amore di Dio che non conosce limiti ed è effuso per tutta l’umanità.
Ma qui incominciano i guai e le difficoltà.
Scrive l’evangelista che “lo stesso giorno”, quindi dopo che Gesù ha paragonato il Regno di Dio a questo albero dove tutti possono trovare rifugio, “venuta la sera” – cinque volte c’è questa espressione ‘venuta  la sera’ nel vangelo di Marco, ed è sempre in senso negativo, indicando contrarietà, opposizione o, come in questo caso, incomprensione verso Gesù e il suo messaggio.
“Gesù dice ai suoi discepoli: ‘passiamo all’altra riva’ “.
‘Passare all’altra riva’ significa andare in terra pagana. Ebbene, ogniqualvolta Gesù invita i suoi discepoli ad andare all’altra riva, succede sempre un incidente, c’è sempre resistenza. I discepoli non ne vogliono sapere; loro, anche se Gesù predica il Regno di Dio, capiscono ‘il regno di Israele’, pensano al dominio di Israele sopra tutte le altre nazioni, che dovevano essere sottomesse, dovevano essere dominate; gli israeliti avrebbero dovuto prendere i tesori di questi popoli e non pensano a portare i tesori di Dio ai pagani.
Quindi Gesù dice “andiamo all’altra riva”. E, scrive l’evangelista, che “congedata la folla, lo presero con sé”. Non ne vogliono sapere di condividere Gesù con gli altri, il gruppo ha preso possesso di Gesù, lo tiene quasi come prigioniero.
Ebbene, che cosa succede? Si scatena “una grande tempesta di vento”.
L’evangelista si rifà un po’ alla storia di Giona che resiste all’incarico divino e la sua resistenza provoca una grande tempesta. Il Signore aveva detto a Giona “Vai in terra pagana a predicare la conversione”, e Giona fa un calcolo: “ma se vado in terra pagana e predico la conversione, poi il Signore li perdona”; allora prende la direzione opposta perché non ne vuol sapere di portare l’amore di Dio ai pagani e si scatena una grande tempesta.
Anche qui, che cos’è questa tempesta? Questa tempesta, figurativamente, è la resistenza dei discepoli ad andare in terra pagana. Ma la tempesta riguarda soltanto i discepoli. Vedete, la descrizione che fa l’evangelista dice che “le onde si rovesciavano sulla barca, tanto che ormai era piena”, e Gesù a poppa dormiva.
Impossibile! Impossibile dormire con una tempesta del genere, ma l’evangelista vuol dire che questa tempesta non riguarda Gesù perché lui vuole andare verso i pagani, sono i discepoli che provocano questa tempesta.
Ebbene, i discepoli reagiscono, svegliano Gesù e gli chiedono “Maestro, non ti importa che siamo perduti?“.
“Gesù si destò, minacciò il vento e disse al mare: «taci, calmati!»“. Questa è un’espressione che indica la condizione divina, quella che ancora di Gesù non hanno capito. Vedete che l’hanno appena chiamato ‘Maestro’, e poi alla fine si chiederanno: ‘ma chi è costui?’
Diceva il salmo, il salmo 107 e il salmo 89, che Dio domina il mare e le tempeste, quindi Gesù mostra la sua condizione divina perché vuol far comprendere che andare incontro ai pagani non è andare contro la volontà di Dio, ma è proprio manifestare l’amore di quel  Dio “per il quale” –  Pietro formulerà questa bellissima espressione –  “nessuna persona è esclusa dal suo amore”. 
Dirà Pietro, dopo l’iniziale resistenza ad andare verso i pagani, “che Dio mi ha mostrato che non si deve dire profano o immondo nessun uomo” (At 10,28). Non c’è nessun uomo al mondo che possa sentirsi escluso dall’amore di Dio.
Quindi Gesù, che è Dio, vuole portare questo amore ai pagani, i discepoli gli resistono.
E Gesù li rimprovera, Gesù non apprezza la richiesta di aiuto che hanno fatto e dice loro che non hanno ancora fede, non hanno quel briciolo di fede come il chicco di senape per portare l’amore di Dio all’umanità.
Ecco, di fronte a quest’avvenimento il commento dei discepoli:  “chi è dunque costui, che anche il vento e il mare gli obbediscono?”.
Quindi si rendono conto che Gesù non è soltanto quel maestro al quale si erano rivolti, ma in lui c’è qualcosa di straordinario, qualcosa di nuovo, che, piano piano, lungo il corso del vangelo, andremo conoscendo

 

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