1

i problemi e le difficoltà che il papa sta trovando all’interno del Vaticano

Francesco papa

 

 papa Francesco, il suo nuovo modo di vivere da papa e i suoi difficili rapporti con il mondo vaticano (la curia, il cardinal Müller…) nella analisi  di Evelyn Finger, Christiane Florin e Patrick Schwarz (con la collaborazione di Marco Ansaldo e Wolfgang Thielmann):

il “gioioso annunciatore”

in “Die Zeit”

del 5 dicembre 2013

(traduzione: www.finesettimana.org)

1
In periodo natalizio, non era mai stata così poco simpatica l’atmosfera in Vaticano – in ogni caso per quei signori che fino ad ora avevano il potere e che credevano che i fasti della basilica di San Pietro servissero loro semplicemente da sfondo. Ora, il primo sabato d’Avvento, il papa sorridente ha predicato la “misericordia”. E per mostrare che per i cristiani conta solo il servizio al prossimo, si è vestito come un parroco di paese: invece degli usuali paramenti usati in Avvento, ricamati d’oro, Francesco aveva solo un semplice piviale viola, il colore previsto dal calendario liturgico per il mese di dicembre. La croce processionale era di legno. Di legno! I fan del glamour nella curia, quel gigantesco apparato amministrativo del Vaticano, erano inorriditi. Dove andremo a finire, sussurravano alcuni, se rinunciamo alle insegne del potere? Quei mormoratori sono però già un po’ abituati a papa Francesco: croci di ferro come se non ci fosse un prezioso tesoro della chiesa. La vecchia cartella nera unta e bisunta, come se il successore di Pietro fosse un semplice impiegato. Le vecchie scarpe con le stringhe, come se il rappresentante di Dio fosse semplicemente un uomo. Ancora solo un anno fa – ai vespri d’avvento sotto il predecessore Benedetto XVI – la basilica di San Pietro scintillava di brillanti, e il vecchio papa era ornato come un… ma sì, un albero di Natale. Da nove mesi è l’argentino settantaseienne Jorge Mario Bergoglio il capo spirituale dei cattolici. È il primo papa che – non succedeva da molto tempo – riesce ad irritare il mondo. Quello piccolo, all’interno delle mura del Vaticano. E quello grande fuori. Non ha conservato solo le sue vecchie scarpe. Ha concesso interviste che vengono capite anche dai laici. È andato a Lampedusa ad incontrare i rifugiati sopravvissuti alle traversate sui barconi, entrando in contatto con una delle molte urgenti realtà del nostro presente. Ha assunto esperti esterni per far luce nel buio delle finanze vaticane. Ha fatto inviare dei questionari in tutto il mondo per sapere che cosa pensano i cattolici su amore, sesso e convivenze. E ha prescritto una medicina a migliaia di persone in piazza san Pietro. Con la sua bianca figura in alto alla finestra del palazzo apostolico ha gridato all’Angelus alla folla: “Adesso vorrei consigliarvi una medicina!” Poi ha alzato una scatoletta da medicinali, con su scritto “Misericordina”. [Non era una nuova marca di medicinale, ma l’antica parola latina per “misericordia”.] Sotto, nella piazza, delle suore hanno distribuito 25 000 di queste scatole, al cui interno c’era una piccola corona del rosario. La folla ha riso e applaudito. Un papa col senso dell’umorismo. O soltanto marketing? Contro quest’ultima insinuazione parlano le 256 pagine scritte dal papa, una lettera apostolica, un nuovo “manifesto vaticano”: Evangelii Gaudium, “la gioia del vangelo”. Non è stata la competente Congregazione per la Dottrina della Fede a scrivere quel volumone, ma il papa personalmente. Invece di sparire, nel mese di agosto, a Castelgandolfo, cioè nella residenza estiva circondata da boschi sui colli sopra il lago di Albano, è rimasto nei 35 gradi della rovente Roma a scrivere, contro la certezza che una Chiesa vecchia di duemila anni non si può cambiare. Ora, non solo i credenti leggono increduli che il papa è più vicino ad “una Chiesa accidentata, ferita e sporca per essere uscita per le strade” piuttosto che ad “una Chiesa malata per la chiusura e la comodità di aggrapparsi alle proprie sicurezze”. La sua Chiesa, dice Francesco, è diventata priva di gioia e d’amore – è tempo di un “rinnovamento improrogabile”. Dal comandamento fondamentale dell’amore del prossimo, il papa trae massime rivoluzionarie in campo sociale: no all’idolatria del denaro! No alla disuguaglianza sociale! No alla pigrizia del cuore! Innanzitutto però dichiara guerra alla durezza di cuore, a cominciare dalla propria casa. Qui qualche cardinale comincia a mormorare: questo papa vuol rovinare la Chiesa! Rimprovera più peccati al clero che al mondo là fuori! Orna la chiesa di sterpi e rami secchi. La vuole rafforzare con la debolezza. In Vaticano, il Cremlino cattolico, i nomi “Francesco” e “Gorbaciov” ricorrono sempre più spesso nello stesso momento. La rivoluzione comincia con la colazione nella Casa Santa Marta, dove il papa abita. Nella sala comune, non si siede sempre allo stesso tavolo, si va a prendere personalmente il suo pasto e si siede accanto agli altri. Solo per lavorare sale al palazzo apostolico, nella segreteria di Stato, dove ci sono grandi affreschi e antichi mappamondi che trasmettono l’impressione di essere molto in alto. Dominatori dell’orbe terracqueo. Lui però si interessa di quelli che stanno in basso. Molti cattolici, la cui quotidianità aveva poco a che fare con ciò che dice un vecchio a Roma, riescono appena a crederlo: finalmente un papa vuole sapere qualcosa della loro vita. Finalmente, uno con autorità dice che escludere, denunciare e incutere timore non sono virtù cristiane. Finalmente crolla il sistema delle punizioni per chi pensa diversamente e delle lodi di chi segue rigidamente le prescrizioni. Nessun divieto di insegnamento, di pensiero, di espressione. Molto è ancora solo sulla carta, non nella prassi. Ma dopo anni di nulla basta già la frase che troppi preti nelle chiese hanno una faccia da funerale, per far esplodere l’euforia nelle persone. Proprio in nome della Buona Notizia, dice, troppe persone si fermano alla lagnanza, al lamento, alla critica o al rimorso. Proprio l’uomo che sta in alto prescrive ora un riso liberatore e anarchico. Il sorriso negli occhi di Francesco è per Cesare Bella la cosa più difficile. È un artista nello Studio Mosaico, un laboratorio antichissimo proprio vicino alla Casa Santa Marta. Bella e Francesco sono vicini, ma il loro rapporto non è ancora chiaro: mentre il papa tende al futuro, Bella ha una tradizione da difendere. Il suo lavoro consiste nel fare un mosaico che rappresenti il papa, come è consuetudine da 500 anni. Il quadro è quasi finito. E Bella si chiede: piacerà a quel distruttore di tradizioni? Nello Studio Mosaico lavorano in otto. Chi lavorava lì prima di loro ha ornato le pareti della basilica di San Pietro, tutti gli angeli e i giganteschi mosaici con i santi, su fino alla cupola. Una grande trasfigurazione da minuscoli sassi. Nel laboratorio si sente il profumo della polvere delle antiche tessere conservate in infinite file di cassetti. Ogni volta che viene eletto un nuovo papa viene posta sul cavalletto una pesante lastra di pietra rotonda di 136 centimetri di diametro. Innanzitutto uno degli artisti applica lo sfondo dorato. Poi si dedica all’abito papale con la mantellina rossa. Alla fine uno dei maestri comincia a fare il volto. Per la pelle di Francesco, Bella ha usato delle tessere da mosaico opache, vecchie di 100 anni, e con quasi 1000 ombreggiature. E solo per le pupille ha usato 70 colori. E per fare questo aveva solo una foto un po’ sfuocata come modello. Perché questo papa – che non vuole alcun culto della personalità e che proprio per questo viene apprezzato – si lascia fotografare solo controvoglia. Ha concesso al fotografo del Vaticano solo due appuntamenti. E ogni volta, dopo un paio di minuti, ha detto: “Adesso però basta”. Nello Studio Mosaico dicono che a loro piace il loro nuovo vicino. Per il buonumore che diffonde. Perché saluta le guardie svizzere stringendo loro la mano, chiacchiera con i gendarmi e non si fa portare il caffè, ma se lo prende da solo alla macchinetta. Questa settimana il papa vedrà il suo ritratto, prima che venga sistemato in San Paolo, alla fine della lunga serie dei suoi 265 predecessori. Un fregio di teste di sostituti di Dio! Una galleria che sale dal passato fino al presente. Che cosa interessa veramente a questo papa dagli occhi sorridenti? Se lo chiede anche il cardinale Gerhard Ludwig Müller e lui non sorride pensando a questo. Il bavarese viene dalla diocesi di Ratisbona, è il secondo più potente personaggio della Chiesa cattolica – e il più tenace oppositore di Francesco. Intorno alle 12 di un giorno della settimana scorsa la macchina del papa passa sulla piazza della Città Leonina accanto al colonnato della basilica di san Pietro davanti all’abitazione privata di Müller. Poco dopo, Francesco è seduto alla tavola da pranzo a casa di Müller, le suore Huberta e Helgardis servono cotoletta e patate lesse. Al momento del caffè, l’argentino Jorge Mario Bergoglio dice in perfetto bavarese: “I ko nimma”. In onore del suo anfitrione, si era fatto insegnare da Huberta e Helgardis qualche parola di bavarese. Quest’uomo, sembra, vuole accontentare perfino il suo più ostinato oppositore. Amate i vostri nemici. Francesco e Müller. Il papa e il prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede. I due non si
distinguono solo per la lunghezza del loro titolo. Raramente il più alto custode di antiche dottrine di fede, cioè Müller, è stato in così cattivi rapporti con l’annunciatore della suddetta fede. Dal punto di vista del tedesco un latinoamericano bonariamente e spensieratamente demolisce un antichissimo edificio. Quanto disordine e insicurezza ha portato questo Francesco nel mondo ordinato della dogmatica romano-cattolica! Nessuna deferenza, nemmeno un po’ di rispetto mostra per il Sant’Uffizio, la base del potere di Müller, un tempo l’autorità dell’Inquisizione, alla quale ancora sotto papa Giovanni Paolo II hanno dovuto comparire i “deviazionisti” di tutte le parti del mondo, per difendersi, in una lotta senza speranza, affinché non venisse loro ritirato il permesso di insegnare. Francesco è contro? Recentemente ha consigliato a visitatori che venivano dalla sua patria, di non preoccuparsi eccessivamente in caso ricevessero un ammonimento da Roma. Leggere, mettere da parte, e continuare sulla propria strada, è stato il suo consiglio scherzoso. Se Francesco vuole una Chiesa povera, Müller si augura una Chiesa sfarzosa. Dove Francesco vede alleati, ad esempio tra i protestanti, Müller vede dei rivali o dei rinnegati. Dove Francesco predica comprensione, di fronte ai divorziati-risposati o agli omosessuali, Müller insiste con i divieti. E mentre Francesco ha prescritto al prodigo vescovo tedesco Tebartz-van Elst un periodo di sospensione, Müller tuona contro i media che massacrano un dignitario onesto. Ma il capo e il capo- ideologo non sono lontani l’uno dall’altro quanto nel loro modo di guardare i milioni e milioni di cattolici in tutto il mondo. Per Müller la chiesa governa sul popolo di Dio, gli dice ciò che è bene e ciò che è male, ciò che si deve fare e ciò che si deve evitare. Quanto diversamente si pone invece il papa. Per lui la Chiesa comincia dal basso, e in alto deve dare buona prova di sé – prima il popolo, poi i prìncipi. Non il contrario. Continuamente Müller è insorto, ha impiegato il resto di autorità che gli rimaneva come prefetto tardivamente chiamato, nominato dal papa bavarese al suo tramonto. Quante cose ha tentato Müller a partire dal Conclave: prima l’abbraccio, poi l’arroganza, alla fine l’intrigo. Così ha riconosciuto a Francesco, dall’alto in basso, il suo talento “pastorale” – il che significa qualcosa come: l’uomo nuovo è un bravo pastore, ma contro i lupi di questo mondo, lasciate che mi metta io all’opera. Ma l’uomo che viene da Buenos Aires, più coraggioso di quanto ci si aspettasse, non vuole lasciarsi avvelenare il mondo da qualcuno che fiuta intorno soltanto nemici. E così continuano a scontrarsi, da una parte il “papa del tango e del cinema”, e dall’altra il guardiano della fede della scuderia di Ratzinger, un osso duro dalla stretta di mano molle. Il protetto di Ratzinger insiste quasi disperatamente per l’osservanza delle regole. Se appena Francesco lascia trapelare che la misericordia verso i divorziati-risposati è un suo desiderio, Müller risponde sparando un suo intervento sull’Osservatore Romano, la Pravda del Vaticano: è assolutamente escluso che i divorziati-risposati possano mai ricevere la comunione. Roma locuta, causa finita: una volta che Roma ha parlato, il caso è stato regolato. In anni precedenti un tale anatema avrebbe troncato ogni protesta. Ora invece la protesta arriva dall’alto. E alcuni cardinali, che si situano appena sotto a colui che sta sopra, mettono in dubbio il potere di Müller. Il primo a reagire è stato il cardinale di Monaco Reinhard Marx. Nessuna misericordia per i divorziati-risposati? “Il Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede non può metter fine al dibattito”. Poco dopo hanno osato farsi avanti alcuni luminari un po’ più piccoli, come ad esempio il vescovo di Treviri, con dichiarazioni simili. In questa perestroika della Chiesa non è del tutto chiaro chi è solo un eloquente voltagabbana e chi dice ora liberamente ciò di cui era convinto da anni. Quel che è chiaro è che così vanno le cose quando un regno va in rovina.

2
Mentre l’inquisitore Müller ancora lotta per la sua influenza sull’indirizzo della Chiesa, Francesco ha da tempo creato un “governo supplementare”, anzi un “governissimo”. È formato da diverse commissioni appena formate. Regolarmente riunisce otto cardinali provenienti da tutti i continenti, un G8 cattolico, appena un po’ meno internazionale dell’incontro al vertice di capi di governo di tutto il mondo. Questa settimana appunto c’è la seconda riunione, il cardinal Marx, unico tedesco del gruppo, ha dovuto rinfrescare a tempo di record il suo rudimentale italiano. Non c’è nessun traduttore simultaneo e neanche un segretario attorno al tavolo con i cardinali, gli argomenti affrontati sono troppo esplosivi. Lo scenario ha l’aspetto di una congiura, solo che ne fa parte anche il capo. In qualche posto in Vaticano c’è un tavolo, attorno al quale siedono gli ospiti e il padrone di casa. Nove teste, sembra che non serva altro per governare un miliardo di cattolici. Ciò che era impensabile nel quartier generale del governo vaticano con tutti i suoi dicasteri, eminenze, eccellenze, prelati con titoli onorari e protonotari, qui avviene facilmente. La costituzione assolutistica dello Stato della Chiesa – con il papa come potere legislativo, esecutivo e giudiziario riuniti in una sola persona – è sempre stata considerata l’incarnazione della negazione del progresso: un nuovo inizio nell’assolutismo può essere enormemente corroborante e semplice. L’arcivescovo Müller – è quasi superfluo dirlo – non fa parte del gruppo. Mentre il papa pianifica la sua rivolta, a Müller rimane solo la passeggiata lungo Via della Conciliazione giù verso l’hotel Columbus. Questa via è una pista aperta nella città, che porta da piazza san Pietro giù fino al Tevere, per 500 metri, un’immagine resa famosa dalle riprese televisive. Camminando, Müller cerca di convincere dei giornalisti fidati della propria visione delle cose e della sua ostinazione. In nessun altro luogo al mondo si possono trovare amici e nemici in lotta per il potere in una organizzazione mondiale, riuniti in così pochi metri quadrati. È questo che rende la cosa così appassionante per gli spettatori. E così pericolosa per i combattenti. Le poltrone del palazzo apostolico hanno ancora spalliere e braccioli dorati, e alle pareti fa sfoggio damasco rosso. Ma l’uomo che riceve qui parla di una vita che lo divide in due. Georg Gänswein conduce un’esistenza che era per lui inimmaginabile fino al ritiro di papa Benedetto, e che oggi gli appare lacerante. Durante il giorno serve il nuovo papa, alla sera quello vecchio, e sono due padroni così diversi che un servitore non riuscirebbe ad immaginarseli. Per lui, il ritiro di Benedetto è stata come una amputazione, dice. E anche in altre descrizioni scorre sangue, quando Georg Gänswein descrive come la sua vita sia cambiata da quando il suo capo precedente è andato in pensione. Per otto anni, Georg Gänswein è stato il Monsignore più famoso del palazzo apostolico. In quanto segretario del papa, regolava personalmente l’accesso delle persone a Benedetto e i suoi affari. Ammiratori e schernitori lo chiamavano “il George Clooney del Vaticano”. La combinazione di tratti maschili attorno al mento e lo sguardo birichino negli occhi gli è valsa una copertina sull’edizione italiana di Vanity Fair. Innanzitutto, però, Gänswein era l’intendente dell’ensemble- Benedetto. Joseph Ratzinger doveva, con l’aiuto di Gänswein, portare il papato ad una nuova fioritura intellettuale ed estetica – proprio all’opposto di egualitarismo e relativismo. Dal 2005 al 2013 Gänswein ha dato tutto – e ricevuto molto: “Ich habe acht Jahre Blut gelassen und auch Blut geleckt, manchmal”. In vita et in morte: Georg Gänswein ha giurato fedeltà a Ratzinger in vita e in morte. Ora dice: “Ho l’impressione di vivere in due mondi, devo essere sincero con me stesso: è veramente doloroso adattarsi al nuovo ruolo”. Il nuovo ruolo: si tratta anche di questioni problematiche. Gli oppositori di Georg Gänswein dicono
che il segretario stesso abbia indebolito al massimo Benedetto, andando al di là di quelle che erano le sue competenze, ed abbia deciso “secondo il pensiero del papa”, senza aspettare la sua approvazione formale. Quale assurdità: le cose andavano già nel modo più caotico in Vaticano quando ancora veniva guidato con fermezza. Protezionismo, intrighi, lotte di potere culminarono in un tale disordine da privare Benedetto delle sue ultime forze. E, col suo ritiro, ha segnalato: anche un papa può capitolare. Forse in questo modo ha aperto la porta al cambiamento. Poco tempo prima di ritirarsi, Benedetto ha promosso il suo monsignor Georg Gänswein ad arcivescovo e prefetto della casa pontificia. Francesco lo ha pregato di proseguire nella sua funzione relativa al cerimoniale, il che gli dà la possibilità di apparire accanto al papa. “Se questa è la sua volontà, io accetto in obbedienza”, ha risposto Georg Gänswein. Ora occupa due funzioni, però non ha più una situazione stabile. Nessun titolo può illuderlo né consolarlo per la perdita della posizione al centro del regno mondiale romano-cattolico. La sua vita “non è più costantemente in sintonia col battito del suo cuore”. “Quello nuovo” ora a capo della casa fa soprattutto molte cose nuove. A Gänswein non può piacere. Forse più ancora di quanto lo fosse il suo padrone, il segretario era il sommo sacerdote della tradizione, vedeva in essa non un’imposizione formale, ma un condensato di saggezza ecclesiale. Che Francesco a tutti i costi non voglia lasciare la pensione per il palazzo apostolico, perché vuole vivere “tra la gente” e perché l’oscuro corridoio che porta alle stanze pontificie gli fa venire la malinconia, tutto questo ha molto irritato Gänswein. Non vi ha visto solo una rottura della tradizione, ma anche un affronto al predecessore, a tutti i predecessori. Forse Benedetto non era un uomo modesto? Non ha rivendicato l’appartamento papale per egoismo, è solo che esso esprime la posizione del Santo Padre nella Chiesa. Ma ora la controversia è risolta, dice Georg Gänswein, talvolta il nuovo papa e l’ex segretario scherzano sui motivi psichici che Francesco ha addotto per evitare di occupare il palazzo. Un po’ di inquietudine domina però ancora il rapporto tra i due. “Mi aspetto ogni giorno dal nuovo (papa) qualcosa di diverso, e mi chiedo che cosa ci sarà di diverso quel giorno”, dice Georg Gänswein. Il segretario si sente legato alla sua antica promessa: sta dalla parte di Benedetto. Dopo le 21, Gänswein si occupa di lui, della posta, delle cose inevase, è lì per quell’uomo anziano che Gänswein continua a chiamare “Santo Padre”. “C’è un solo papa”, dice Gänswein. È un’affermazione che suona come un richiamo all’ordine che fa a se stesso. Anche Pietro Zander, il capo archeologo della “fabbrica del duomo” ha un ricordo positivo del papa emerito. Davanti ai giornalisti non vuole esprimere stime precise del recente, notevole aumento di visitatori alle udienze generali in piazza san Pietro. Ma in questo momento le folle sono il più grosso problema di Zander. I fedeli invadono la casa al nuovo papa! Prima piazza san Pietro era mezza piena, oggi la gente si affolla anche indietro, fino in Via della Conciliazione. La via è una specie di scolmatore per persone più o meno religiose che vogliono dare uno sguardo al papa. Arrivano perfino davanti alla casa dell’arcivescovo Müller. Stando così gli voltano le spalle. L’udienza generale ha luogo sempre di mercoledì. I dipendenti di Zander bloccano l’accesso delle auto già al martedì sera, e le transenne sulla piazza non le tolgono neppure più. Quando Zander parla di “fondamenta scosse” intende proprio pietre, e non “certezze”. La sua preoccupazione si riferisce alle masse che dopo le udienze si affollano in san Pietro. La basilica sopporta al massimo 30 000 persone al giorno. Già il loro respiro è una “catastrofe per la conservazione”, dice Zander. Però non può chiudere il portale della Chiesa sopra la tomba di Pietro. Una basilica sprangata sarebbe un segnale fatale. Che fare allora? Zander sorride. Avevano preso in considerazione l’idea di spostare le udienze generali in un altro luogo, magari in uno stadio, ma avevano rinunciato presto all’idea. Invece, introdurranno una seconda udienza, di sabato. Probabilmente pregano già che questo basti. Il popolo della chiesa ama Francesco, e lui lo ricambia. Da quando ha deciso si interrogare i suoi fedeli, proprio su matrimonio, famiglia e morale sessuale, il suo zelo riformatore è giunto fino al più piccolo villaggio. Un desiderio del popolo della Chiesa promosso dall’alto – non c’è mai
stato un plebiscito così. Il papa vuole sapere, ad esempio, che cosa si aspettano dalla chiesa i fedeli in situazioni familiari difficili, quale attenzione pastorale potrebbe essere possibile per le persone dello stesso sesso conviventi, se qualcuno si sente “ferito” dalla Chiesa. Sulle risposte alle domande di Francesco, discuteranno diverse centinaia di uomini casti nell’autunno del prossimo anno in un sinodo dei vescovi. Negli ordinariati vescovili tedeschi i superiori si lamentano già, dato che l’idea procura al papa, certo, titoli di prima pagina, ma alle diocesi soltanto lavoro. Chi presenterà, e da quale luogo della Chiesa, e quali opinioni? Chi deve suddividere e rielaborare le risposte? Come può la conferenza episcopale giungere ad un risultato unitario? La maggior parte delle diocesi tedesche ha messo in internet, senza entusiasmo, ciò che si richiedeva da Roma. Il termine per le risposte è già fissato per questa o per la prossima settimana. Quando è permesso fare sesso, con chi e a quale scopo, la Chiesa cattolica lo regolamenta finora con molta precisione. I più alti componenti della gerarchia, papi e prefetti si sono dati un gran daffare sul basso ventre del loro popolo. Ma tutto questo non è servito a niente: dai sondaggi risulta che in Germania il 90% dei cattolici vive in modo diverso da quanto permesso dal Vaticano. Rappresentanti di quel 10% che ammette di attenersi alle regole vengono invitati ai talkshow come fenomeni da baraccone. Anche il papa si è imposto la castità, ma manifestamente dubita che uomini che vivono da continenti siano i migliori consiglieri per tutte le situazioni esistenziali, in particolare in faccende amorose. Che Francesco allinei conseguentemente la sua dottrina ai risultati del questionario, è improbabile – il che nasconde un potenziale di delusione a dimensione-Obama. Un papa non è qualcuno che presta servizi, e il cristianesimo non è un menù che ci si può comporre da soli. Ma l’inchiesta di Francesco mostra che tiene in alta considerazione il popolo e poco l’alto clero. Una volta ha definito “lebra” la curia. Nei documenti della Congregazione per la Dottrina della Fede compaiono raramente le persone in carne ed ossa. Invece Francesco nelle sue prediche loda le persone semplici del popolo. Raramente dimentica di citare la sua nonna Rosa. Se parla di misericordia, racconta di persone misericordiose che ha incontrato personalmente. Di solito si tratta di madri. Quest’uomo non ha solo una carriera ecclesiastica, ha anche una biografia. E non ha paura delle donne, nemmeno di quelle giovani e carine. La sua invenzione più rivoluzionaria è un gruppo di consiglieri, composto da sette laici e da un prete, che lavora costantemente con lui – e anche la cerchia di cardinali riformatori del G8 preoccupa. I consiglieri lontani dal clero sono quelli che devono riordinare le finanze del Vaticano e ristabilire la credibilità dopo lo scandalo Vati-leaks. Mancanza di trasparenza e lotte di potere avevano provocato lo scandalo che alla fine aveva condotto al ritiro del vecchio papa. Documenti segreti erano stati rubati direttamente dalla scrivania di Benedetto. Ora è necessario rendere tutto trasparente. Chi comincia ad occuparsi di questo lavoro, finisce per trovarsi di fronte delle questioni di potere: innanzitutto nel decidere se la Chiesa debba essere ricca o povera, se deve ricevere o dare. E inoltre, è lecito fare del bene con denaro sporco? Le origini della ricchezza cattolica sono talvolta poco chiare. La conduzione degli affari della banca vaticana è tutto fuorché santa. Del gruppo di esperti finanziari di Francesco fanno parte un revisore dei conti spagnolo, un esperto di assicurazioni tedesco, un manager francese, un ex ministro degli esteri di Singapore ed una giovane donna: l’italiana Francesca Immacolata Chaouqui, specialista di comunicazione, prestata dall’azienda di consulenza aziendale Ernst&Young. Che perfino nella gerarchia della Chiesa non si sappia esattamente che cosa stia cercando Francesca nei bilanci dello Stato della Chiesa, e che inoltre essa abbia un aspetto seducente, ha suscitato in internet e sulla stampa interventi denigratori di ogni specie. Prima, le donne che avvicinavano il papa erano nella migliore delle ipotesi delle cuoche o delle segretarie. Chaouqui, 30 anni, è una giurista laureata e ha responsabilità direttive nel governo ombra del papa. Il suo compito, come quello degli altri laici, è chiarire al papa il capitalismo delle sue istituzioni. Francesca è sicuramente competente in questo ambito. Durante la crisi finanziaria è stata
consulente, come esperta di comunicazione dell’azienda di consulenze Orrick, Herrington & Sutcliffe, della banca Lehman Brothers. Un tempo, per far carriera in Vaticano, servivano meno le competenze quanto un’obbedienza cieca. Ora dei laici che si qualificano per la loro competenza controllano gli antichi potenti. I suoi progetti rivoluzionari, Francesco li ha esposti già in conclave. Per questo è stato eletto. Inquieti, i suoi sostenitori si chiedono ora: quanto tempo rimane a questo papa? Francesco ha un solo polmone, prima di Natale compirà 77 anni. Ci sono alcuni personaggi nei loro inoperosi uffici in Vaticano che aspettano solo che gli manchi il fiato. I tradizionalisti lo scherniscono per il fatto che a Lampedusa abbia trasformato in altare una vecchia barca – ma al contempo lo temono. Ha criticato il loro cattolicesimo da dorature. Ora gli amanti di pompa e gloria aspettano nelle loro nicchie che arrivi la loro ora. Da subito sono circolate a Roma voci che affermano che Francesco vive pericolosamente. Rischia molto, si dice, se cura di più gruppi di base di sinistra che circoli destrorsi a Roma. Ed è davvero un temerario se vuole far pulizia nella banca del Vaticano. Lo si troverà un giorno avvelenato nella Casa Santa Marta? O morto nel Tevere? Della possibile fine non naturale del papa si parla sorprendentemente spesso in questi giorni in Vaticano – anche se per lo più in forma negativa: “Non dico che domani qualcuno possa mettergli qualcosa nel te…”, dice un religioso di alto rango, per parlare successivamente a lungo dei numerosi oppositori che si sono sentiti trascurati o messi in secondo piano. E non irrompono anche paralleli con Giovanni Paolo I? Anche quel pontefice non dogmatico, seguito al rigido Paolo VI, era stato chiamato “il papa sorridente”. Anche Giovanni Paolo I – appena eletto, ma senza una presenza mediatica e totalmente indifeso – si era accinto a far pulizia nella curia e nella banca del Vaticano, quando tutto è finito improvvisamente. 33 giorni dopo la sua entrata in carica il nuovo papa era morto. 35 anni dopo, di nuovo un papa con l’innocenza del sonnambulo si muove attraverso questo apparato di corte. Tuttavia, un “insider” del Vaticano dice: “L’avvelenamento non è più necessario. Dopo il ritiro di Benedetto, ad un papa si può anche raccomandare il ritiro…” Francesco emana ancora l’energia del “nuovo inizio”, nessuna traccia di stanchezza da funzione. Tuttavia finora non ha potuto creare nulla di durevole. Il papa ha instaurato un legame di tenerezza con il suo popolo di chiesa, ma in tempi di impazienza tale atteggiamento gentile potrebbe presto essere sospettato di pura apparenza. Presto non gli basterà più porre domande, dovrà dare delle risposte, imporre delle innovazioni. Basta con la discriminazione delle donne, degli omosessuali e dei protestanti! Se non osa nulla in questa direzione, un grande sentimento si riduce velocemente a ben poco. Alcuni progetti pratici, il papa li ha già fatti partire. Ad esempio, crea un fondo di solidarietà per le vittime di catastrofi, si chiamerà “Misericordia”. Francesco vuole che la Chiesa sia non l’ultimo, ma il primo rifugio per i poveri. Le chiese e i conventi devono aprire le loro porte ai rifugiati, concedere la loro protezione – anche davanti al diritto d’asilo europeo. E per un uomo chiamato Konrad Krajewski, il papa si è inventato un compito. Krajewski è il nuovo elemosiniere papale, un alto funzionario. Il suo ufficio è all’ombra della basilica di san Pietro. I predecessori di Krajewski hanno assegnato fondi per persone bisognose stando seduti alla loro scrivania. Ora invece, il cinquantenne polacco non dovrà aspettare dentro, perché la vita sta fuori, la povertà sta fuori. Di notte i senzatetto di Roma dormono sotto al colonnato recentemente restaurato che circonda piazza san Pietro. Alla sera, così vuole il papa, Krajewski gira per la città con una piccola Fiat bianca per raggiungere poveri e senzatetto, accompagnato da quattro guardie svizzere, che parlano quattro lingue. Distribuisce il denaro del papa. E poiché Roma è troppo grande per percorrerla con un’unica auto ora ogni settimana spedisce più di cento assegni di, al massimo, mille euro ai parroci della città, affinché anche loro aiutino i poveri. “Il papa vuole che noi non stiamo ad aspettare le persone, ma che noi andiamo da loro”, racconta Krajewski. “Mi ha detto che il mio conto corrente è a posto quando è vuoto”. Francesco vuole rendere la Chiesa nuovamente credibile. Il conto vuoto – per il papa questo è il suo
capitale.