i ‘no-vax’ “sono la prova che la democrazia è in crisi”, così Crepet

Paolo Crepet sui no-vax:

“sono la prova che la democrazia è in crisi”

il profilo psicologico degli anti-siero

«È tutta colpa del benessere, se oggi quando arriva il medico anziché metterci in ginocchio saliamo sul pulpito. La società dei bisogni soddisfatti ci fa sentire dei padreterni anche se non sappiamo nulla. Ci sentiamo onnipotenti e perciò ci fidiamo solo di noi stessi, andando a cercare su Internet, il regno del tutto e del suo contrario, pezze pseudoscientifiche che confermino e rinforzino le nostre paure»

Paolo Crepet ne ha viste tante, «ero uno di quelli rimasti sgomenti più di vent’ anni fa quando Porta a Porta affrontava le tesi del medico Di Bella, quello della terapia anti-cancro che illuse migliaia di persone, ma non mi sarei mai aspettato che Massimo Cacciari, che giovane sindaco di Venezia mise su con mio padre a Marghera il primo centro studi sulla cancerogenesi ambientale, diventasse un punto di riferimento della protesta anti Green pass. Quanta acqua è passata sotto le calli…».

Evoca i cattivi maestri?

«Non vorrei, è un’immagine abusata, però sono tante le figure di tipico intellettuale narcisista con il gusto del proselitismo più che della responsabilità civile».

Le fanno rabbia?

«Gli intellettuali quando parlano vengono ascoltati più degli altri, hanno una maggiore autorevolezza. Per questo dovrebbero essere più responsabilità degli altri».

Il popolo no vax però non è fatto solo di intellettuali narcisisti…

«Durante il terrorismo, quando i cattivi maestri mandavano tanti ragazzi ignoranti allo sbaraglio…».

I no vax sarebbero ignoranti?

«La cosa che più mi ha sorpreso in questa guerra di religione tra vaccinati e no è stata la grande carenza scientifica diffusa. Dalla patria della Montalcini, della Montessori, del professor Sclavo, primo grande immunologo, che ci salvò dal carbonchio, non me lo aspettavo. Noi siamo un popolo di scienziati, non solo di letterati, preti e geniacci…». 

Infatti ci siamo vaccinati più degli altri…

«Meno di quanto avrei pensato».

Perché il Nord Europa si è vaccinato di meno?

«Perché sta meglio economicamente. Chi è più benestante può permettersi di essere egoista».

Il no vax è un egoista?

«Applica la regola del “si salvi chi può”, ciascuno a suo modo. È uno che pensa di trovare da solo la soluzione alla pandemia, fenomeno di massa. È un egoista saccente».

Ne dà un quadro psicologico?

«Il fenomeno no vax non è sintetizzabile in una tipologia psicologica, dentro c’è un mondo. C’è la sensibilità ultracattolica anti-scientista, da sempre diffidente verso la scienza, perché se è Dio che dà e toglie la vita il medico è un elemento di disturbo, non un mediatore. C’è l’intellettuale, che gioca con la propria intelligenza, se ne compiace e per ostentarla è disposto pure alla malafede. E c’è la massa di chi ha paura e trova nei cattivi maestri le giustificazioni ai propri timori».

I timorosi sono convincibili?

«Non troppo, perché hanno il tratto patologico che porta all’assoluta capacità di pensare in maniera non duale. Sono persone che hanno rigidità ideologiche non scalfibili, che diventano una sorta di pelle e di ossessione».

Per vaccinare i no vax meglio il pugno di ferro o la persuasione?

«Anche la persuasione è un’attività violenta. A questo punto meglio l’obbligo, più diretto e meno manipolatorio. Il vaccino serve e i suoi rischi sono minimi, i dati lo dimostrano, quindi bisogna farlo: questo dovrebbe dire il governo».

Ecco il conflitto sociale dei nostri anni analizzato dallo psichiatra e sociologo più mediatico degli ultimi trent’ anni. Crepet non è sorpreso dalla divisione fideistica che la profilassi ha iniettato nel tessuto del Paese, «perché noi italiani, da Dante in giù, amiamo per tradizione dividerci polemicamente». Ma è preoccupato dalla deriva ideologica del movimento no vax, che ormai pare un esercito, perché «per dirla con Sartre, le ideologie sono una meraviglia se le pensi ma diventano una galera quando si trasformano in fatti. Guru è una parola bellissima, significa colui che ti porta dal buio alla luce, ma talvolta viene usata per descrivere chi, più o meno consapevolmente, si presta a fare il processo inverso». E siccome siamo un Paese di furbastri, creato il bisogno, ecco che arriva subito chi lo soddisfa. Il no vax vuol essere rassicurato di non essere dalla parte del torto? Arriva il giornalista, il professore o l’intellettuale che gli fornisce una spiegazione da rivendersi al bar o in famiglia. C’è anche il medico che prescrive finte attestazioni allergiche al no vax, l’avvocato che ti fa la causa se ti licenziano… «Il Covid è stata un’occasione per tutti» chiosa Crepet, anche per molti scienziati che si sono trovati a diventare da oscuri lavoratori star riconosciute. Ma al di là di furbetti o approfittatori, no vax per convenienza prima che per convinzione, «il mio timore» spiega Crepet «è che, con l’introduzione da parte del governo delle nuove restrizioni ci sia una risposta sociale violenta, come si sta già iniziando a vedere nel Nord Europa». 

C’è altro, oltre al benessere, nelle rivolte di piazza del Nord?

«Queste proteste mi portano a riflettere su una contraddizione delle democrazie moderne: forse è proprio vero che sono in crisi».

Come sostengono i no vax?

«No, in modo diverso. Se metto il Green pass è ovvio che è una limitazione della libertà, ma siccome la Costituzione prevede che per necessità di salute pubblica si possano prendere provvedimenti eccezionali, il certificato verde non vìola l’essenza della democrazia, anzi la conferma. I dati che ci dicono che dove ci sono più vaccinati e restrizioni il contagio è minore, giustificano le nuove misure».

La democrazia sarebbe quindi in crisi perché i singoli si sentono talmente liberi dal non volersi assoggettare alle sue regole?

«Esattamente. La Costituzione si chiama così perché disciplina la nostra vita, le leggi di interesse pubblico sono costituzionali, antidemocratico è opporvisi. Mi fa ridere chi parla di libertà negata dal Green pass. Oggitutti noi abbiamo un telefonino, siamo rintracciabili ovunque e se andiamo in un posto dove cade il segnale, entriamo noi nel panico. Ecco, nessuno è libero».

Per paradosso quindi opporsi alla scienza è un sintomo di modernità della società?

«Di falsa, o perversa, modernità. Da ragazzi guardavamo ad Amsterdam e a Londra come a un modello avanzato, culturale e di vita. Noi a vent’ anni la domenica pranzavamo con la nonna e i nostri coetanei olandesi si svegliavano nel letto con la fidanzata. Erano più liberi, più fluidi. Mi rendo conto però che l’eccesso di fluidità sociale porta alla rigidità individuale. Il Covid è la cartina di tornasole di tutto questo».

La dottrina no vax come la religione dell’individuo che scardina le regole della società e finisce per non accettare quelle della scienza e dello Stato?

«Siamo a un punto di ritorno. Se hai tutto, pensi di non aver bisogno di nulla, provi nausea verso le regole, diventi un autarchico. Ma l’autarchia uccide la speranza, e quindi la vita. Tant’ è che il no vax preferisce rischiare anziché vivere. E rigido fino all’autolesionismo».

C’è una soluzione?

«Indietro non si può tornare, ma andando troppo avanti su questa strada si rischia di ritrovarsi alla preistoria, dove non c’era società, non c’erano regole e ognuno era per sé. La nostra capacità di stare insieme è al minimo. Il messaggio sociale che emerge dalla reazione al virus mi preoccupa più della pandemia, che passerà, mentre la nostra moderna incapacità di fidarsi dell’altro è più difficile da curare del Covid».

Colpa dei social se non ci affidiamo più?

«I social sono il vero attentato alla nostra libertà, la via per rimbecillirsi. Hanno creato le basi della cultura dell’uno vale uno, che è deleteria, perché ciascuno parla di quel che non sa. Non a caso i social sono il nutrimento principe dei no vax».

Forse anche i virologi che in tv si contraddicono offrono carburante ai no vax…

«Non è vero. In tutti i campi i professionisti hanno opinioni differenti, tanto più nella scienza, che è quotidiana scoperta, ridiscussione dei traguardi, sperimentare e tornare indietro. Chi crede nella scienza, lo accetta. Gli altri si aspettano verità assolute, come dagli stregoni, ma poi in realtà si fabbricano lel loro verità, non riconoscendo altro pensiero che il proprio».

Davvero non ci sono stati errori di comunicazione?

«La comunicazione è stata terribile. Gli scienziati spesso hanno forzato parole e comportamenti per restare protagonisti. Essere chiamati in tv è più importante che comunicare. Il governo avrebbe dovuto nominare Silvio Garattini portavoce unico: posato, serio, autorevole, razionale. Solo che poi degli altri cosa ne resta?».

Quante vite vale un punto di share in tv?

«Sì, talvolta si chiamano no vax o giornalisti anti-vaccini più per fare audience e alimentare il dibattito che per informare. Le comunicazioni sbagliate sono state troppe, andavano evitate. Il contrario della comunicazione non è il silenzio ma la schizofrenia di informazioni».

È la pluralità dell’informazione, il diritto d’opinione…

«Permettere a tutti di dire ogni cosa non è democrazia ma cais».

La confusione l’ha fatta anche il governo…

«Il maggior peccato del governo è non aver creduto che la chiarezza fosse la via migliore per convincere, sul vaccino e su tutto il resto. Si è preferito terrorizzare e offrire verità assolute, che quando si parla di scienza e società generano sempre contraddizioni. Lo stiamo vedendo anche con il vaccino ai bambini».

Il peccato è stato dire quel che faceva comodo, piegando la realtà alle necessità di Stato?

«Sulla didattica a distanza è stato fatto così. Sono arrivati a dire che l’insegnamento via computer è preferibile rispetto a frequentare l’università. Poi si stupiscono se i giovani sono alienati. Il lockdown ha minato psicologicamente una generazione. I ragazzi sono stati blanditi per farli stare a casa, ingannati sulle qualità dell’insegnamento a distanza e premiati poi con valutazioni di comodo. Ne vedremo presto i danni».

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