il commento al vangelo della domenica

vangelo infuocato
il commento al vangelo della ventesima domenica del tempo ordinario
(visita www.gioba.it)
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso! Ho un battesimo nel quale sarò battezzato, e come sono angosciato finché non sia compiuto!
Pensate che io sia venuto a portare pace sulla terra? No, io vi dico, ma divisione. D’ora innanzi, se in una famiglia vi sono cinque persone, saranno divisi tre contro due e due contro tre; si divideranno padre contro figlio e figlio contro padre, madre contro figlia e figlia contro madre, suocera contro nuora e nuora contro suocera».
(dal Vangelo di Luca 12,49-53)
Parole davvero spiazzanti, quelle del Vangelo di questa domenica. Gesù parla di fuoco sulla terra in un tempo estivo torrido: non solo per la stagione, ma anche perché viviamo in un’epoca di cambiamenti climatici che rendono davvero più caldo il clima in tutto il mondo, con le conseguenze che conosciamo bene: sconvolgimenti che portano inondazioni, nubifragi e poi la desertificazione che avanza.
Ancora più spiazzanti sono le parole di Gesù quando dice: “Pensate che io sia venuto a portare pace sulla terra? No, io vi dico, ma divisione”. E le ascoltiamo proprio oggi, a meno di 24 ore dal tanto atteso vertice tra Putin e Trump per la pace in Ucraina, che è sembrato carico di sorrisi e strette di mano, ma senza alcuna vera svolta. Così le divisioni rimangono, e si vedono nella guerra che continua. Ma la guerra divide in maniera tragica anche israeliani e palestinesi, a Gaza e in Cisgiordania. E così la triste profezia di Gesù, che vede divisioni perfino dentro le famiglie, diventa concreta tra quei popoli che sono fratelli: russi e ucraini, israeliani e palestinesi… E di guerre piccole o grandi, nel mondo, se ne contano attualmente un centinaio, con conseguenze di morte e povertà soprattutto per i più deboli.
Non è affatto un Vangelo facile da ascoltare, perché stavolta non ha parole consolanti e pacificanti. Ricordiamo che la parola “Vangelo” significa “buona notizia”, e Gesù che parla di fuoco e divisione non sembra proprio una buona notizia.
Ma è proprio il “disagio” iniziale nell’ascoltare queste parole che mi obbliga a un ascolto più profondo e vero, a non fermarmi a una prima impressione. È proprio ciò che dice Gesù a scuotermi e a farmi ripensare alla fede nella quale sono battezzato, cioè immerso.
Il Vangelo è sempre “buona notizia”, anche oggi, anche con queste parole letteralmente “di fuoco”.
E allora, meditando le parole, capisco che quel fuoco che Gesù vuole accendere nel mondo non riguarda il clima, ma il cuore dell’uomo, soprattutto il cuore della comunità dei credenti. È un fuoco di passione per il bene, per la giustizia, per la pace, che sembra continuamente spegnersi nella mente, nel cuore e, alla fine, nelle mani degli uomini.
Dell’innamorato si dice che letteralmente “arde” per la persona amata, e per quella persona è pronto a tutto. Il giorno del nostro Battesimo, come simbolo, è stata accesa una piccola candela. Quella fiamma è diventata fuoco vivo che illumina e scalda, oppure si è spenta? Come credenti in Gesù, cosa siamo disposti a fare perché le parole del Signore diventino realtà dentro la nostra vita e nel mondo?
Su YouTube esistono video ad altissima definizione che riproducono un fuoco acceso in un camino. Basta far partire il video sulle grandi TV a schermo piatto e, sia nell’immagine sia nel rumore, abbiamo l’illusione di un camino acceso in salotto. Possiamo farlo andare senza fatica, accendendolo e spegnendolo con un click sul telecomando. È così la nostra fede? Un bel fuoco che accendiamo e spegniamo in qualche momento, ma che non scalda e non cambia nulla?
La provocazione di Gesù, che dice di non essere venuto a portare la pace ma la divisione, non riguarda le guerre in corso e i conflitti infiniti che abbiamo anche tra di noi, ma lo “starsene in pace”. Il cristiano non è uno che se ne sta in pace quando ci sono ingiustizie e povertà, quando qualcuno soffre e ha bisogno. Gesù non se ne stava mai in pace finché vedeva anche un solo piccolo dimenticato o una vittima del potente di turno. Gesù è Dio che non rimane nella pace beata dell’eternità, al riparo da tutto, ma sceglie di entrare come vero uomo dentro la Storia, e non si dà mai pace finché c’è anche un solo uomo che soffre, finché non ci sia per tutti la vera pace.
Ecco la divisione di cui ci parla il Vangelo. Io, da che parte sto? Dalla parte dei cristiani spenti, col fuoco finto, che se ne stanno in pace? O dalla parte di chi si accende di amore per il Vangelo, che brucia dentro vedendo ingiustizie e povertà, e sceglie di non starsene mai in pace finché non ci sia la pace per tutti?

 




il commento al vangelo della domenica

il commento di Paolo Scquizzato al vangelo della XVIII domenica del Tempo Ordinario. Anno C

Lc 12, 13-21

Accumulare tesori per sé: ecco dove comincia la sofferenza.
Ogni grande tradizione spirituale lo grida in mille modi: chi s’illude di costruire sé stesso edificando sul potere, il successo, le sicurezze ha già perso la partita della vita.
T.S. Eliot si domanda con struggente lucidità: «Dov’è la vita che abbiamo perduto vivendo?»
Sì, dov’è? Gesù ce lo ricorda senza ambiguità. C’è un solo modo per venire alla luce di Sé: morire a sé stessi. Non è un cupo invito al sacrificio, ma un richiamo al risveglio.
È la fine del sonno, l’inizio della Vita autentica. Sta qui l’evangelico ‘arricchirsi presso Dio’: spendere la vita non secondo le logiche del possesso, ma della verità; impegnarsi per ciò che non passa, nutrendo l’anima e non l’ego.
C’è una Vita oltre la vita: è questa che merita la nostra attenzione, la nostra dedizione, il nostro coraggio. Attenti però, non s’intende qui la vita dopo la morte, ma ciò che ora sta dietro il velo dell’illusione, dietro le quinte di quel palcoscenico sul quale stiamo recitando la nostra avventura umana. La Vita autentica è quella del Sé, e non del piccolo io egoico che ci muove e ci comanda.
Va da sé che l’unico vero ‘peccato mortale’ che esista è quello di vivere illudendoci che ciò che dà senso e fecondità alla vita siano ‘i granai pieni’, ovvero i traguardi raggiunti, le carriere fatte, gli oggetti e i corpi accumulati, l’essersi fatti un nome, il potere esercitato, il successo conseguito. In una parola il proprio io messo all’ingrasso. Tutte che cose magari anche belle, dice il Vangelo, ma incapaci di toccare la Vita.

Esistere non è ancora vivere. Gesù lo ha mostrato con tutta la sua esistenza.
«La sua morte non è l’esaltazione del nulla, della vanità,
ma è la negazione della vanità,
perché abbiamo capito, una volta per sempre,
che si può anche morire non morendo.
Chi muore perché c’è qualcosa di più grande della dialettica vita-morte – cioè l’amore – costui non muore» (Ernesto Balducci).
C’è una via di Vita che è metamorfosi continua. Sì, il corpo si consuma, si sfibra. Ma intanto, dentro, qualcosa cresce. Un’essenza segreta che matura, una presenza che si fa pienezza. Come ha intuito Paolo scrivendo ai Corinzi: «Non ci scoraggiamo, ma, se anche il nostro uomo esteriore si va disfacendo, quello interiore invece si rinnova di giorno in giorno» (2Cor 4,16).
La vera Vita è nascosta, come un seme che lavora nella notte.
E chi la scopre, non trova pace nelle sue provviste. Come scrive Saint-Exupéry: «Vivono solo coloro che non hanno trovato pace nelle provviste fatte» (Cittadella).




il commento al vangelo della domenica

quando pregate dite: Padre nostro …

il commento di Bernard al vangelo della sedicesima domenica del tempo ordinario

Cara anima amica,
oggi il Vangelo ci insegna a pregare.
Non è una formula da recitare,
ma un gesto da abitare.
È un respiro profondo
che nasce dalla terra arida del cuore
e si alza come un sussurro verso il cielo.

“Padre, dacci oggi il nostro pane”…
ma quale pane?

Quel pane che manca a troppi,
che manca nelle terre devastate,
come in Palestina,
dove i bambini non hanno più una casa,
dove le madri scavano tra le macerie
e stringono i corpi dei loro figli.
Dove non si muore solo per le bombe
ma anche per l’ingiustizia che fa morire lentamente:
di fame, di sete, di abbandono.

E mentre chiediamo il nostro pane,
c’è chi ne cerca una briciola,
frugando tra la spazzatura.
C’è chi bussa – e noi dormiamo.
C’è chi implora – e noi ci infastidiamo.
C’è chi ama disperatamente
e non trova mani da stringere né cuori aperti.

Ma vedi, anche il dolore può essere pane.
Può nutrire, oppure avvelenare.
Dipende.
Dipende dall’uso che ne facciamo.

Ci sono persone che hanno trasformato il dolore in luce.
Che lo hanno guardato negli occhi,
che hanno pianto, gridato, tremato
e poi hanno ricominciato.
Sono coloro che hanno fatto
del proprio dolore un dono,
che lo hanno trasformato in scrittura,
in musica, in ascolto, in cura.
Hanno donato le proprie cicatrici al mondo,
non per esibirle
ma per costruire ponti, guarigioni, empatia.
Sono stati nel buio – e ne sono usciti luminosi.
Non perfetti ma più veri.

E poi ci sono altri,
che dal dolore si sono fatti imprigionare.
Che hanno deciso di farlo pagare al mondo.
Che vivono nella lamentela,
nella rabbia, nel risentimento.
Che cercano colpe all’esterno,
senza mai posare uno sguardo sincero dentro di sé.
Sono strade opposte,
tracciate da una sola differenza:
consapevolezza.

Per questo ti auguro una preghiera
che non ti anestetizzi ma ti risvegli.
Che non sia una liturgia ben fatta
ma una zolla che si offre all’acqua.
Che ti insegni la tenerezza,
quella che nasce proprio dal dolore trasformato,
dalla fragilità riconosciuta e accolta.

Perché nella preghiera
si impara a riconoscersi creature,
fragili, amate, vulnerabili.
E si impara la gentilezza,
che è una forma di giustizia:
di chi ascolta,
di chi tocca con leggerezza,
di chi abbraccia senza trattenere,
bacia senza possedere.

La preghiera non è fuga dal mondo
ma immersione più profonda nella realtà.
È sentire la fame dell’altro come la propria,
è non accontentarsi di chiedere per sé
ma osare bussare anche per un amico.

Lì, dove c’è la tua ferita,
lì c’è anche la tua forza nascosta.
Lì, nel dolore che hai vissuto,
può nascere una nuova energia,
un dono per gli altri.

Ti auguro allora una preghiera
che sia trasmutazione delle ombre in luce,
delle energie deboli in forza d’amore.
Che ti porti dentro te stessa,
per non restare sequestrata dalla differenza
ma trasformarla in presenza.

Ti auguro una preghiera
che sia memoria del mondo ferito,
che porti nel cuore i corpi straziati dalla guerra,
le bocche vuote,
gli occhi stanchi di chi vive dietro muri e droni.

Ti auguro una preghiera
che sia abbraccio universale,
che stringe anche chi non conosci,
che bacia con la forza mite
di chi ha conosciuto il dolore
ma non ha ceduto all’odio.

Possa essere per te come un atto di cura,
di guarigione, di creazione, di rigenerazione,
atto di conoscenza più sublime.

E soprattutto,
ti auguro di vivere la tua vita come una Eucaristia,
un’Agape quotidiana:
non un palco, non spettatori
ma pane da spezzare,
tempo da condividere,
vita da donare.

Sii tu l’amica che si sveglia a mezzanotte,
che si alza, apre, offre.
Che non ha paura di essere disturbata,
che si lascia cercare,
che apre la porta anche quando è stanca.

Che la tua esistenza sia un dono silenzioso,
che non chiede d’essere notato
ma semplicemente diviso, condiviso, vissuto insieme.

Non smettere di bussare,
anche quando Lui sembra dormire:
si sveglierà per te,
non perché tu lo meriti
ma perché tu lo desideri.

E quando scoprirai che il vero miracolo
non è ricevere
ma diventare pane per qualcun altro,
allora saprai che stai pregando davvero.
Con la tua vita.
Con il tuo dolore trasfigurato.
Con la luce che hai trovato
nell’abbracciare le tue ombre.

Con tanto affetto,
ti mando un abbraccio e un bacio
che vengano da Lui,
attraverso le mie mani, le parole,
e il nostro cuore condiviso.
Bernard




il commento al vangelo della domenica

le due sorelle

da gli Amici dell’Eremo di Ronzano il commento al vangelo della sedicesima domenica del tempo ordinario

 

C’è stato un tempo
o forse ancora oggi,
vivo affaccendato, agitato.
Presente, disponibile, generoso…
ma col cuore stanco, perso, assetato.
Molte cose da fare, impegni da onorare,
responsabilità che incalzano,
una vita in corsa: lavoro, servizio, relazioni, riti da svolgere.
E tutto apparentemente buono, utile,
perfino, forse giusto.

Poi ho riletto questo brano
e mi sono visto in Marta.
Non per condannarmi
ma per riconoscermi.

Ma dentro, piano piano,
si fa il silenzio… e poi smarrimento.
Sento di non bastare mai,
di dover essere sempre all’altezza,
di meritare affetto, riconoscimento, senso.
Perfino Dio diventa un dovere, un compito:
comportarmi bene per non deluderlo,
dare tanto per guadagnarmi il suo amore.

Mi perdo negli sguardi degli altri,
nella pretesa di controllare tutto,
nel desiderio inconfessato
di essere necessario, importante, ascoltato…
E non mi accorgo che nel frattempo,
ho smarrito la parte più vera di me:
la mia interiorità.
Smesso di ascoltare il cuore.
Non trovo il coraggio di fermarmi.
Non provo più la meraviglia.
Non riesco a lasciarmi raggiungere.

Nella casa di Betania, sta Gesù,
non per ricevere qualcosa
ma per offrire sé stesso.
Non chiede altro che uno spazio,
un tempo, un ascolto, un vuoto da colmare.

Maria seduta ai suoi piedi.
In questo stato silenzioso
c’è una rivoluzione:
capovolge la logica del mondo.

La nostra società,
che misura tutto in base alla produttività,
non comprende il valore dell’ascolto,
della contemplazione, della gratuità.
Abbiamo dimenticato “la parte buona” ,
l’unica cosa necessaria.

In quella casa… ci sei anche tu.
Ci sono io.
Come Marta, mi affanno, mi lamento,
mi sento solo, non compreso, non aiutato.
E tutto nasce da quel bisogno profondo
di controllare, di fare bene, di meritare.

Gesù non la condanna,
non la giudica.
La chiama per nome, due volte,
con tenerezza:
Marta, Marta…
Quasi a volerla svegliare,
invitarla a fermarsi,
a respirare,
a smettere di lottare per amore,
e lasciarsi amare.

Dal di dentro della fragilità umana,
vorrei scrivere a te,
anima amica, sorella cara…

Ti auguro di saper distinguere
tra il superfluo e l’essenziale,
tra ciò che pesa e ciò che conta,
tra smarrimento e consapevolezza,
tra l’illusione che consuma
e la verità che nutre.

Non c’è nulla da dimostrare,
nessun amore da conquistare.
Sei già amata
e quando lo accogli,
l’amore diventa anche tuo, vivo, vero.
Non si tratta di fare di più.
Si tratta di essere di più.

Ti auguro una vita come quella di Maria.
Una vita che sa rallentare.
Che sa fermarsi.
Che sa ascoltare, accogliere.

Ti auguro di trovarti,
seduta ai piedi di te stessa,
ai piedi della tua anima,
del tuo maestro interiore,
senza cercare la perfezione,
senza l’ansia del fare.

Cara amica, lasciati baciare,
è come stare al fuoco,
accarezzata dal suo calore,
essere illuminata,
custodita dalla sua tenerezza,
dalla gentilezza amorevole
per poter “abitare il presente”.

Perché non sei chiamata a fare per meritare
ma a ricevere per vivere.
Ad accogliere l’amore,
quello che ti viene donato
non perché vali qualcosa
ma perché vali tutto.

Ti auguro “la parte buona” ,
quella che nessuno ti può togliere:
la tua intimità col divino,
con il tuo cuore,
con la tua verità, la tua coscienza.

Lascia andare il bisogno di controllare,
di piacere, di fare tutto tu.
Non sei amata perché fai,
sei amata perché sei.

E l’ascolto – quello vero – ti trasformerà.
Non perché cambierà tutto fuori
ma perché si illuminerà tutto dentro.

Accetta questa presenza che ti visita.
Accoglila, con tutto quello che sei.
E sarà vita nuova.
Semplice. Ma piena.
Silenziosa. Ma eterna.

Ti saluto con le parole di Hetty Hillesum:
“Si deve diventare un’altra volta
così semplici e senza parole
come il grano che cresce,
o la pioggia che cade.
Si deve semplicemente essere.”

Un abbraccio silenzioso, profondo,
come uno sguardo negli occhi,
come una carezza sull’anima.
Sperando di vederti…
fermare, ascoltare, risplendere.




il commento al vangelo della domenica

“chi è il mio prossimo?”

 

il commento di Bernard al vangelo della quindicesima domenica del tempo ordinario

Una domanda che nasce da chi vuole giustificarsi,
da chi cerca il limite, il confine dell’amore.
Ma Gesù non risponde definendo il “prossimo”,
risponde raccontando una storia.
Una parabola che è un capovolgimento.

“Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico…”
Scende, precipita, verso “depressione”,
come tutti noi,
quando perdiamo l’altezza dell’anima,
quando attraversiamo la sofferenza,
il buio, la solitudine,
quando veniamo derubati
della nostra identità, del vero sé.
L’uomo è nudo, ferito, mezzo morto.
Non ha più nome.

Passa oltre,
il prete, il levita.
Figure del culto, della legge,
del sapere religioso, della scienza.
Vanno oltre.
Conoscono le regole ma non si fermano.
La legge non ha mai salvato nessuno:
indica l’errore
ma non guarisce, non fascia, non ama.
La Religione o la scienza,
senza compassione sono sterili,
per fino possono inventare e benedire le bombe.

Poi arriva un samaritano.
Uno straniero, eretico, scomunicato, contaminato.
“Buon samaritano” è un controsenso, un ossimoro,
è quasi una bestemmia
nell’orecchio dei religiosi del tempo.
È come dire “buon nemico”, “buon traditore”.
Eppure è lui che si ferma.
Lui che si commuove.
Lui che vede davvero.

Il suo occhio diventa grembo,
viscere che si muovono.
Ama perché ha visto.
Ama perché soffre insieme.
E compie dieci gesti, un nuovo decalogo dell’amore:
vede, si avvicina, si commuove,
scende, versa olio, fascia,
carica, porta, cura, paga.

E qui, un dettaglio sorprendente.
Nel testo non c’è scritto che carica l’uomo sull’asino.
Non c’è la parola “asino” o “giumento”
ma un’espressione più profonda e misteriosa:
“ciò che si è comprato”.

Il samaritano carica il ferito
su ciò che ha acquistato.
Carica l’umanità sull’umanità stessa,
su ciò che si può possedere.
I miei limiti, i tuoi, i nostri mali,
tutta la nostra disumanità,
è presa su di sé.
Come Gesù ha caricato la nostra carne,
così anche l’amore vero
prende su di sé la debolezza dell’altro.

Questo “ciò che si è comprato” è il soma,
la realtà incarnata che conduce,
che porta verso la locanda,
verso il luogo che “accoglie tutti”,
simbolo di una nuova Comunità,
una nuova umanità che non lascia nessuno fuori.

Alla fine, il samaritano lascia due denari,
il necessario per vivere due giorni,
tempo simbolico del nostro pellegrinaggio terreno
fino al “terzo giorno”, quello della risurrezione.
Due monete per la vita,
per l’attesa, per la speranza.
E la promessa: “al mio ritorno pagherò”.
C’è un ritorno.
C’è una fedeltà oltre l’abbandono.
C’è un Dio che non lascia i feriti a metà cura.

Ti auguro di diventare
quella creatura fragile e luminosa
che pur scendendo da Gerusalemme a Gerico,
non dimentica che ogni ferita
può diventare feritoia di luce.

Ti auguro di essere abbraccio che cura,
sguardo che solleva,
parola che fascia il cuore.

Ti auguro di accettare le tue cadute
come il grembo dove nasce la compassione,
di non vergognarti delle tue lacrime,
perché sono acqua che irriga
il seme dell’amore.

Ti auguro di diventare
quel samaritano che è dentro di te,
quell’occhio che sa vedere,
quella mano che sa toccare senza ferire,
quel cuore che invece di chiedere chi è il prossimo,
sceglie di diventarlo.

Ti auguro di sentire che l’albergo
dove l’altro viene curato
è anche il tuo cuore,
che “accoglie tutti”,
che è la tua comunità,
che la strada non è solo per cadere
ma anche per rinascere insieme.

Ti auguro di scoprire
che ciò che hai “comprato” con la tua storia,
con le tue ferite, i tuoi limiti,
può diventare dono (giumento) per chi incontri,
perché nulla si perde
di ciò che è stato amato.

Ti auguro, infine,
di vivere la tua fragilità come forza,
il tuo limite come chiamata,
la tua strada come vocazione.

Perché forse il buon samaritano
non sei tu, né io
ma Dio stesso che,
camminando al nostro fianco,
ci insegna ogni giorno a diventare
amore in cammino.
Bernard




il commento al vangelo della domenica

“quelli della strada”

Lc 10, 1-12

il bel commentino della Caritas al vangelo della quattordicesima domenica del tempo ordinario

*A due a due* 🚶🏾🚶🏻‍♀️👣🌾

Come si *fa strada al Bene* che viene? 🚶🏾🚶🏻‍♀️
Innanzitutto, annunciandolo *a tutti*, non solo ai “nostri”. Poi senza preoccupazioni per se stessi, sapendo che *Dio provvede* a fornire ciò che serve. *Da testimoni*: il modo di presentarsi – soprattutto il modo di essere – è *parte importante dell’annuncio* che si vuole dare. 👣
Augurando – non imponendo – *la pace*. *Condividendo* un pezzo di strada con le persone a cui si è mandati. In modo gratuito, senza secondi fini. *Prendendosi cura* delle persone che si trovano in difficoltà, senza strumentalizzarle ma assicurando loro che la risposta alle loro domande *è già qui*. 👐
Buona settimana alle operaie e agli operai nella messe. 🌾




il commento al vangelo della domenica

“tu sei pietra … “
Mt 16,18
il commento di A.Maggi al vangelo della solennità degli Apostoli Pietro e Paolo
E io ti dico: Tu sei una pietra [petros] e su questa roccia [petra] edificherò la mia assemblea [ekklêsian]
Ora che finalmente Simone Pietro ha compreso l’identità di Gesù, e in quanto discepolo si impegna come lui a essere vivificatore, Gesù lo dichiara idoneo alla costruzione della comunità dei credenti.
All’affermazione di Simone Tu sei il Messia, Gesù risponde Tu sei una pietra* Per affermare che Simone è una pietra, l’evangelista usa il termine greco PETROS, nome comune che significa la pietra che può essere usata per la costruzione (sasso/mattone). Nel secondo libro dei Maccabei l’espressione si ritrova come sasso da lanciare (2 Mac1,16; 4,41).
Con questa pietra/mattone Gesù inizia la costruzione sulla PETRA, termine greco che indica la roccia solida e inscalfibile e che è Gesù.
L’uso attento dei vocaboli da parte dell’evangelista non da addito ad equivoci. Il fondamento della Chiesa/comunità di credenti è la roccia Gesù. Simone è la prima pietra con la quale iniziare la costruzione. Se la costruzione si fosse fondata sulla pietra, l’evangelista avrebbe adoperato il termine greco equivalente che è LITHOS: “Non rimarrà qui pietra [lithos]su pietra [lithon]…” Mt 24,2).
Il termine petra è sempre adoperato da Matteo per indicare la roccia (Mt 27,51: “La terra si scosse e le rocce [petrai] si spezzarono; Un sepolcro nuovo che aveva scavato nella roccia [petra]”.
In particolare il termine petra/roccia è già apparso nel vangelo nell’esempio delle due costruzioni, quella indistruttibile, costruita sulla roccia (“Chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, è simile a un uomo saggio che ha costruito la sua casa sulla roccia [petra]” Mt 7,24), e quella instabile sulla sabbia, brano che ha strette analogie col presente.
In entrambe le narrazioni si tratta di una scelta (la pratica della parola, la fede in Gesù) che consentono una salda costruzione (casa/assemblea), e in entrambi i casi le avversità esterne (tempeste/morte) non avranno alcun effetto (“Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ma essa non cadde, perché era fondata sulla roccia”, Mt 7,25).
Il termine petra/roccia, viene nel NT applicato a Gesù o alla sua parola, come appare nella 1 Corinti: “perché bevevano alla roccia [petras] spirituale che li seguiva, e questa roccia [petra] era Cristo” (1 Cor 10,4).
La roccia sulla quale è costruita la comunità viene sempre identificata in Gesù: “Siete stati edificati sul fondamento degli apostoli e dei profeti, essendo Cristo Gesù stesso la pietra angolare, sulla quale l’edificio intero, ben collegato insieme, si va innalzando per essere un tempio santo nel Signore” (Ef 2,20-21). Nella Prima Lettera ai Corinti Paolo afferma chiaramente che nella comunità dei credenti, “edificio di Dio”, “nessuno può porre altro fondamento oltre a quello già posto, cioè Cristo Gesù” (1 Cor 3,9.11).
Già Agostino distingueva tra Petrus/Petra, riferendo il primo a Simone e il secondo a Gesù. Nella Prima Lettera di Pietro si legge che tutti i credenti sono chiamati a essere “pietre vive” impiegate nella costruzione dell’ “edificio spirituale” (1 Pt 2,5)
*Purtroppo la lingua italiana non ha un’espressione equivalente a quella inglese la quale può tradurre la frase: “You are rocky… and on this rock…”
Gesù non pone un soprannome a Simone, ma indica una funzione (così come il termine Messia non indica il nome di Gesù, ma la sua attività quale inviato da Dio). Gesù si rivolgerà a questo discepolo chiamandolo sempre con il suo nome Simone e mai con Pietro (unica eccezione in Lc 22,34). Pietro invece verrà usato dagli evangelisti per sottolineare il comportamento testardo e ostinato di Simone.
Il termine chiesa (solo in Matteo, qui e 18,17) traduzione letterale del greco ekklêsia non ha in Matteo il significato dell’istituzione che avrà in seguito, ma indica l’assemblea (Gdc 20,2), la comunità dei credenti (At 7,38), secondo il significato del termine equivalente ebraico (qahal) di popolo (Dt 4,10).
Gesù non viene a edificare una nuova sinagoga, ma una ekklêsia, assemblea di credenti. Mentre la sinagoga è legata al culto e alla Legge, ed è diretta da un capo (arcisinagogo), l’assemblea è l’insieme dei credenti il cui unico capo è il Cristo (Mt 23,8-10) ed è animata dall’amore vicendevole dei suoi componenti.
Questa assemblea non è quella di Israele (Dt 31,30), ma di Gesù (la mia assemblea) (Rm 16,16). Non riguarda un edificio giudeo (sinagoga), ma l’insieme di quanti, giudei e pagani, riconoscono in Gesù il Figlio del Dio vivificante.



il commento al vangelo della domenica

IN PRINCIPIO, IL LEGAME
Trinità: un solo Dio in tre Persone
il commento di E. Ronchi al vangelo della festa della Trinità
Dogma che non capisco, croce di tutti i teologi, eppure liberante, perché mi assicura che l’essenza di Dio vibra di un infinito movimento d’amore.
In principio a tutto sta la relazione. Solitudine è il primo male, perfino nel cielo: «neanche Dio può stare solo» (D. M. Turoldo), e la Trinità è la vittoria essenziale sulla solitudine, quella che, per bocca stessa di Dio, è il primo male del cosmo, anteriore al peccato originale: “non è bene che l’uomo sia solo”.
Un dogma, questo, che non cerca di far coincidere il Tre con l’Uno, ma è sorgente di sapienza del vivere: se Dio si realizza solo nella comunione, così sarà anche per noi. Il Creatore aveva detto “Facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza”. Nostra: non a immagine del Padre, non a immagine dello Spirito e neppure del Verbo.
Molto di più: a immagine della Trinità, a somiglianza di un legame d’amore, come icona di comunità.
In principio alla Trinità sta il legame. ​
Vivere è convivere, esistere è coesistere. ​Allora capisco perché quando sono con chi mi vuole bene, quando sono accolto e a mia volta so accogliere, sto così bene, così in pace: perché realizzo la mia umana e divina vocazione.
Perfino i nomi che Gesù sceglie per dire il volto di Dio sono nomi che stringono legami: Padre e Figlio indicano relazioni salde come il sangue, potenti come la generazione.
Per raccontare la Trinità non ci sono parole migliori dei tre linguaggi delle letture di oggi: la poesia, il cuore pieno, la ricerca.
La poesia del libro dei Proverbi: parlare di Dio attraverso l’origine delle cose. Non il Dio dei trattati, ma quello gioioso che moltiplica vita, crea bellezza e armonia, che gioca sul globo terrestre e la sua gioia è stare tra i figli dell’uomo (Proverbi 8,31).
Poi il “cuore pieno” di Paolo, passione e speranza che non delude. A noi abituati a interpretare tutto in chiave di degrado, di impoverimento, di sospetto, Paolo racconta di un Dio che riempie il cuore: «l’amore è stato riversato – illimitato e inarrestabile – nei vostri cuori», e riempie, tracima, dilaga. Il nostro male è che siamo immersi in un oceano d’amore e non ce ne rendiamo conto (G. Vannucci).
Infine Gesù: che è la piena rivelazione e insieme la ricerca inesausta, sempre incompiuta, che promette un lungo corroborante cammino, con un suggeritore meraviglioso che è lo Spirito.
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I verbi per dire lo Spirito Santo sono tutti al futuro: verrà, annuncerà, guiderà, prenderà…, sono parole in cammino, che aprono strade. Lo Spirito non sopporta recinti, nemmeno di parole sacre.
Noi credenti, nati dal respiro di Dio come Adamo, apparteniamo a un sistema aperto, che avanza. Tutto circola nell’universo, tutto avanza e canta con la soavità propria di ciascuno, inconfondibile e ammaliante: pianeti e astri, sangue, fiumi, vento e uccelli migratori.
Vita che, se si ferma, si ammala e si spegne.



il commento al vangelo della domenica

NOI, MADRI DI VANGELO
Gv 14,15-16.23b-26
il commento di E. Ronchi al vangelo della domenica di pentecoste
Con lo Spirito Santo le parole non ce la fanno.
Lo Spirito è Dio in libertà e non sopporta recinti, nemmeno di parole sacre. Lui forza tutte le porte.
La prima porta che abbatte è quella sbarrata di una casa dove manca l’aria. Luca ci racconta di apostoli che ne escono come ubriachi, fuori di sé, storditi da una improvvisa predazione di Dio.
E’ la prima chiesa, stremata e impaurita; un gruppo deluso che, barricato in casa, si stava sfaldando e che improvvisamente viene rovesciato come un guanto, e affronta la città che uccide i profeti: “Quel Gesù che voi avete ucciso è vivo!”.
Parevano “ebbri”, come esagerati, fuori misura, i folli di Dio; perché il cristianesimo non si diffonde per dottrine o divieti, ma, come allora, per la consegna amorosa e contagiosa della passione per Dio e per l’uomo.
La seconda porta è aperta dal salmo tra le letture, con il suo registro maestoso, una melodia che naviga e aleggia sul mondo: del tuo Spirito, Signore, è piena la terra (Sal 103). Tutta la terra, nessuna creatura esclusa, ne è piena; non solo sfiorata dal vento di Dio, ma riempita. Anche se non è evidente, anche se rimane gonfia di sangue, di follia, di guerre ovunque.
La terza porta dello Spirito si apre su altre cento: Paolo racconta di una fiamma di fuoco che si divide e che, come una musica riempie e sposa vite diverse, benedice la genialità e l’unicità di ognuno, domanda discepoli creativi che non ripetono parole d’altri: liberi, leggeri e limpidi.
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P. Vannucci: “nella grande Cattedrale che Dio va costruendo con le nostre persone, ognuno di noi è una pietra insostituibile”.
Che opera compie lo Spirito? L’opera che ha realizzato con Marco, Matteo, Luca e Giovanni: genera evangelisti. Ognuno di noi lo è, col suo vangelo da proclamare. E nessuno ci può sostituire proprio là, dove Dio ci ha posto.
La quarta porta è spalancata dal vangelo: lo Spirito vi guiderà alla verità tutta intera. È l’umiltà di Gesù, che non pretende di aver detto tutto, ma ci parla con verbi tutti rivolti al futuro: lo Spirito verrà, annuncerà, guiderà, parlerà. Ricorderà cose antiche e scoprirà cose nuove. Lui, sommo inventore.
E pregarlo è affacciarsi al balcone del futuro, dove la verità, sempre incompiuta, cresce e matura.
Lo Spirito compie in noi l’opera stessa realizzata in santa Maria: incarna in me la Parola, la fa crescere, ci rende tutti e tutte madri di Dio.
Allora niente cattolici depressi! Perché non mancherà mai il vento al mio piccolo veliero. Niente ansia per la rotta, perché su di noi soffia un Vento libero e liberante. E ci fa tutti vento nel suo Vento. Perché il Vangelo non è finito, è infinito, e cresce con chi lo legge (Gregorio Magno). Cresce con te. Tu ne sei madre.



il commento al vangelo della domenica

Ascensione di Gesù
UN CORPO ASSENTE
Lc 24,46-53
Ascensione: con Cristo anche noi a cercare un crocevia tra terra e cielo, una fessura aperta sull’oltre, su ciò che dura al di là del tramonto: sapere che il nostro amare non è inutile ma sarà raccolto goccia a goccia, come olio sacro e prezioso.
“E alzate le mani li benediceva, e veniva portato su, in cielo”. L’ultima immagine di Gesù sono le sue mani alzate a benedire.
Sua parola definitiva che ci raggiunge tutti, una in-finita, mai finita benedizione che si stende sulla storia, sul pane e sulle pietre, sull’uomo che cade e su chi è ferito, ad assicurare che la vita è più forte delle sue ferite. Il mondo lo ha rifiutato e ucciso, e lui lo benedice.
L’ascensione non è una vittoria sulla forza di gravità, Gesù non è salito verso l’alto, è ‘asceso’ nel profondo degli esseri, è ‘disceso’ nell’intimo del creato e delle creature. Lui ha preso dimora nel profondo del creato, nel rigore della pietra come nella musica delle costellazioni: spostamento del cuore, non del corpo.
Con il suo corpo assente sottratto agli sguardi e al nostro avido toccare, inizia la nostalgia del cielo; non lo possiamo toccare, non lo possiamo trattenere come Maria quel giorno al sepolcro, perché lui deve andare all’essenziale.
Il Maestro lascia la terra con un fallimento, se giudicato coi numeri: delle folle osannanti rimangano solo undici uomini impauriti e poche donne tenaci e coraggiose. Ma lui sa che nessuno di loro lo dimenticherà, è la sola garanzia di cui ha bisogno, per affidare loro il suo vangelo e il suo sogno. “Ho amato ogni cosa con l’addio” (Marina Cvetaeva).
Mentre li benediceva si staccò da loro e veniva portato su, in cielo. Gesto prolungato, a indicare una benedizione mai terminata, che galleggia ancora alta sul mondo e vicinissima a me. Una benedizione ha lasciato il Signore; una parola bella su noi. Perché si benedice chi ci ha fatto del bene.
E io, quale bene ho fatto a Dio? Eppure egli benedice i miei sandali rotti e i miei percorsi malandati.
Luca conclude il suo vangelo a sorpresa: i discepoli tornarono a Gerusalemme con grande gioia. Invece d’essere tristi perché se ne andava il loro amico, sentono dentro un amore che abbraccia l’universo, e ne sono felici: finalmente hanno capito. La “Chiesa in uscita” inizia su quell’altura, col chiedere agli apostoli un cambio di sguardo. Devono passare da un gruppo che mette se stesso al centro, ad una Chiesa al servizio dell’uomo, della vita, di ciò che conta davvero, della Casa comune e dei figli che verranno.
Benedici anche me, Signore, che sto imparando, che sto qualche volta camminando, come loro, su sandali di gioia.