Massimo Cacciari e il grande vuoto del nostro presente

Nel mondo un vuoto di idee e obiettivi

Anche le guerre hanno perso il  senso

di Massimo Cacciari
in “La Stampa” del 31 maggio 2026

Più che una crisi attraversiamo un grande vuoto (chaos questo significa). Crisi è il contrasto
disordinato tra elementi decifrabili nel loro contenuto e nel loro senso. In essa, insieme a frammenti
e rovine del passato, è possibile assumere orientamenti e indirizzi diversi, che tuttavia esistono e si
esprimono. La crisi ha sempre, per così dire, un valore costituente. Per usare una metafora
giudiziaria, che è più di una semplice metafora: la crisi manifesta il momento del Giudizio; le parti
si presentano, prendono la parola e, nel caso giudiziario la Corte, nel caso della storia il più forte
giudica, emette la sentenza. Ma chi oggi prende la parola? Dove si pronuncia una parola dotata di
senso, coerente in sé, espressione di una fondata strategia? Ogni possibile sede paragonabile, pur in
modo assolutamente improprio, a un Tribunale è stata spazzata via ben prima delle tragedie degli
ultimi anni. Oggi afferriamo soltanto la volontà di potenza o di sopravvivenza dei grandi spazi
imperiali, ma sfugge in toto la recta intentio, l’intenzione precisa che dovrebbe muoverli (anche alla
guerra): quale Nomos intendete costituire? Quale nuovo Ordine stabilire (anche magari
imponendolo)? Avete valutato le conseguenze del vostro agire? Insomma, potenze sì, ma costituenti
nessuna.
Nei periodi di crisi un vecchio Ordine viene “giudicato” da nuove forze emergenti. Una forma
decrepita si avvia al proprio superamento attraverso la lotta tra soggetti dotati anch’essi di forma.
Proprio la presenza di tali soggetti sembra oggi impossibile intravvedere. È un rimescolio tra idee e
visioni di un tempo con pulsioni, velleità, irrealistiche pretese, che appaiono e scompaiono nel
teatro universale della comunicazione e informazione. Le parole perdono ogni nesso col loro
significato; si inizia dicendo: basta che funzionino, cioè che convincano. Ma convincano a che? Le
parole semplicemente demagogiche hanno breve vita – possiamo però inventarne di sempre nuove,
all’infinito. Tutte uguali nella loro assenza di forma, e tutte in guerra tra loro. Così diciamo guerra
ciò che più nulla ha a che fare con l’ordine della guerra di un tempo, che si distingueva con
chiarezza da terrorismo. Le guerre attuali hanno tutte un aspetto apertamente, dichiaratamente
terroristico. Riguardano anzitutto popolazioni civili da terrorizzare, non eserciti, non Stati nemici.
Non è la lotta per determinare un nuovo ius belli, ma la distruzione di ogni precedente. Al posto di
quest’ultimo, il vuoto, dove ciascuna potenza è libera di sguazzare come vuole.
Come è possibile una tale situazione? Non prometteva proprio la Tecnica una razionalizzazione di
tutte le forme della nostra vita? Sostituiremo alla prepotenza il calcolo razionale, all’emotività che
travolge le masse la misura che caratterizza i nostri metodi – dicevano i suoi artefici. Perché questa
promessa viene così spudoratamente tradita proprio nelle guerre attuali? Perché ancora si bombarda,
si distrugge, si crepa nelle trincee, si ammazzano donne e bambini? Dovrebbero operare soltanto
silenziosi droni pronti a fulminare “il colpevole”; informatici e hacker spietati dovrebbero far saltare
reti e comunicazioni dell’avversario, precipitandolo in un craque irrimediabile. Questa sì sarebbe
una “nuova guerra”, asettica, pulita, scientifica, all’altezza dei tempi e dell’universale Intelligenza
purificata dai limiti del nostro misero intelletto. E invece no – bisogna scendere a terra e dar la
caccia al nemico come nelle antiche saghe barbare. E invece di usare algoritmi per trattare, per
pervenire a virtuosi compromessi in base a reciproci interessi, a quella universale Intelligenza
sembra che sempre più si chieda: dimmi come vincere, dimmi come sterminare il nemico. L’unico
gioco che conta è quello che conduce a vittoria senza se e senza ma. Ecco allora che trattativa e
guerra convivono, ecco che il presunto accordo è meno di armistizio. Come può convivere questa
barbarie col regno indiscusso della Tecnica?
Ci convive benissimo. Ricordate l’ultima scena del Faust di Goethe? La Tecnica di cui egli dispone
è giunta a un grado tale di magia da poter domare tutti gli elementi ed egli vuole convincere il
mondo alla sua bontà e utilità. Ma per sbarazzarsi di chi resiste nell’opporsi ai suoi disegni, ecco
accorrere Mefistofele. Chi non viene convinto a entrare nel regno faustiano della Tecnica deve
essere eliminato. Poiché questo regno non è concepibile se non come universale e onni-omologante.
Alla parola di Faust è necessaria compagna la mano assassina di Mefistofele. Se la Tecnica è così
vista nella prospettiva della volontà di potenza e i suoi successi sono sempre più indistricabilmente
connessi con gli apparati militari e politici degli Imperi, questo esito è inevitabile. Ma può essere
diversamente? Se la Tecnica è chiamata a fornire l’algoritmo della vittoria, il suo convivere con la
barbarie appartiene alla sua natura. Essa sarà sempre riportata nel fango delle battaglie e delle
rovine. Ma il nesso che la lega alla volontà di potenza degli Imperi può venire spezzato?
Se lo chiede con angoscia papa Leone. Dovremmo chiedercelo tutti. La risposta cristiana non può
essere la risposta politica. Ma il politico che non ne intenda il significato e l’urgenza è già tutto
“accomodato” nel patto tra Faust e Mefistofele. Per costruire un nuovo ethos all’altezza della
potenza della Tecnica è necessario essere ben coscienti che può sempre affermarsi una barbarie
dell’intelletto stesso, che l’intelletto soltanto potrebbe respingere. Lo scienziato e il politico insieme.

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sulla parata del due giugno e i cavalli intelligenti

 

una appropriata riflessione di Tomaso Montanari

“Chissà che discorsi geniali/ sanno fare i cavalli”.

Affiorano alle labbra questi versi di Gianni Rodari leggendo che la notte di venerdì un gruppo di cavalli, quasi sperando di tornare branco libero, è scappato dai preparativi della parata militare del 2 giugno, galoppando via in mezzo al caos romano. Erano stati spaventati, pare, dai botti sparati da un vigile urbano: cioè, con rispetto parlando, da una versione caricaturale dei soldati che tirano le bombe. Così, spaventati dalla finzione della guerra hanno provato a fuggire dalla pomposa celebrazione della guerra in cui sarebbero stati mute comparse. Chissà che discorsi davvero geniali saprebbero farci, quei cavalli pacifisti – o almeno pacifici. Certo più geniali di quelli della classe politica italiana, che in ottant’anni di Repubblica non è riuscita a trovare un modo di onorare il 2 giugno che non tradisse clamorosamente lo spirito della Costituzione.

La parata del 2 giugno, questa “mala parata”, è di fatto un’esibizione di armi. Tanto pervasa da spirito militarista che i volontari del servizio civile, che vi prendono parte, hanno dovuto scrivere una lettera ai vertici dello Stato per chiedere di non essere obbligati a marciare inquadrati e a passo cadenzato come se fossero militari: pratica alla quale venivano formati nelle caserme! La parte del Paese che ha a cuore la pace, e la Costituzione, guarda con sgomento a questa esibizione, che traduce in liturgia armata le infelici parole dell’inno nazionale (un altro pezzo di storia che andava serenamente pensionato dopo la Costituzione) per cui saremmo pronti non già alla vita, ma “alla morte”.

Nello scorso aprile, su Avvenire, Luigino Bruni, Elena Granata e Tommaso Greco (insieme ad altre e altri) hanno proposto di “sostituire la parata militare del 2 giugno, con le sue liturgie che rimandano a un passato da ripudiare, con una sfilata civile, come gesto politico concreto per dare spazio a una riflessione comune sulle ragioni che ci tengono assieme davanti a sconvolgimenti epocali”. E in questo 2 giugno la Rete italiana Pace e Disarmo e “Sbilanciamoci!” promuovono in numerose città diverse iniziative popolari per festeggiare una Repubblica che “ripudia la guerra”: biciclettate, flash-mob per la pace, letture della Costituzione e presìdi nei territori. E invece a Roma – sulla via fascista e colonialista dei Fori imperiali, e sotto lo sguardo annuente del garante supremo della Carta – sarà drammaticamente visibile, e pubblicamente onorata “la stretta connessione tra interessi economici, apparati militari e decisioni politiche (che) genera una ‘nazione armata’, in cui la guerra appare quasi come prosecuzione naturale della politica e il mercato delle armi diventa motore autonomo di scelte belliche” (sono parole, profetiche, della prima enciclica di Leone XIV). La “nazione armata” al posto della “Repubblica che ripudia la guerra”: che colossale atto di diseducazione collettiva. Come si fa a celebrare il ripudio della guerra, questo principio rivoluzionario che spacca in due la nostra storia, continuando stancamente a sfilare in una parata militare che si pratica sostanzialmente identica dai tempi del militarismo imperiale dei romani antichi, e probabilmente anche da prima? L’articolo 11 della Costituzione è una rivoluzione culturale sconvolgente, come capì don Milani: “È un invito a buttar tutto all’aria: all’aria buona. La storia come la insegnavano a noi e il concetto di obbedienza militare assoluta come la insegnano ancora”. Buttare tutto all’aria significa – ancora con don Milani – capire che “allora l’esercito non ha mai o quasi mai rappresentato la Patria nella sua totalità e nella sua eguaglianza”. Quell’articolo obbligava a rileggere la storia italiana, per costruire un futuro completamente diverso. Don Lorenzo l’aveva fatto, con i suoi ragazzi: “Abbiamo dunque preso i nostri libri di storia (utili testi di scuola me

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