il commento al vangelo della domenica

LA CROCE E IL BICCHIERE
il commento di E. Ronchi al vangelo della tredicesima domenica del tempo ordinario
Mt 10,37-42
Chi ama padre o madre più di me, chi ama figlio o figlia più di me non è degno di me. Parole difficili, che suonano eccessive, che sembrano cozzare contro la forza degli affetti che sono la prima felicità di questa vita.
Ma il comparante delle espressioni di Gesù è nel verbo “amare di più”. Gesù non sottrae amori, ne aggiunge, ci scommette, punta tutto sull’amore. “Amare di più” non equivale ad una competizione di sentimenti, ma ci ricorda che per creare un mondo nuovo, quale lui lo sogna, ci vuole una passione forte almeno quanto quella degli amori familiari, e il risultato ottenuto non è una limitazione ma un potenziamento.
‘Colui che non prende la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo’. Gesù sogna forse uno sterminato corteo umano inchiodato a una selva di patiboli? Sarebbe la sofferenza a dare lode a Dio? Immagine perversa. Lui vuole discepoli maturi, liberi, e un po’ innamorati, non una corte di seguaci lacrimosi e piagati. Prendere la propria croce non è farsi ammazzare, ma scegliere un progetto forte, lo stesso di Gesù: amare per primo, generosamente, senza calcolare, dissennatamente, divinamente.
Le due condizioni che Gesù pone a chi vuole seguirlo, amare di più e portare la croce, si illuminano a vicenda. Portare la croce significa portare l’amore fino in fondo, fino alla Pasqua, perché chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà. Perdere la vita non significa il martirio, ma spenderla come si spende un tesoro: donandola goccia a goccia. Noi possediamo veramente solo ciò che abbiamo perduto per altri.
Gesù parla di una causa per cui vivere, per cui morire, qualcosa che valga più della nostra sola vita. Infatti il vero dramma per la persona umana non è morire, ma non avere niente e nessuno per cui valga la pena mettere in gioco e rischiare la propria vita.
E a noi, spaventati dall’idea di avere una causa che valga più di noi stessi, Gesù aggiunge una frase dolcissima: chi avrà dato anche solo un bicchiere d’acqua fresca non perderà il premio. Croce e acqua, il dare tutta la vita e un bicchiere d’acqua, il quasi niente che però contiene un colpo d’ala del maestro di Nazaret: fresca! Acqua fresca dev’essere! Vale a dire l’acqua migliore che hai, acqua affettuosa, bella, con dentro l’eco del cuore. Anzi il Vangelo non parla neppure di acqua, scrive letteralmente ‘un bicchiere di fresco’, un sorso di frescura da dare: una telefonata a chi è nel dolore, cedere il posto a chi fa più fatica, un sorriso al primo sconosciuto del mattino, un caffè sospeso… Dare: verbo di mani limpide e allegre come acqua fresca.
La Croce e il bicchiere. Tutto il Vangelo è nella Croce, ma tutto il Vangelo è anche in un bicchiere d’acqua fresca. Qualcosa che tutti possono offrire. Tutti.
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il commento al vangelo della domenica

SOTTO LE TUE ALI
Mt 10,26-33
il commento di E. Ronchi al vangelo della dodicesima domenica del tempo ordinario
Voi valete più di molti passeri. Voi avete il nido nelle mani di Dio.
Come ogni volta, ecco arrivare l’emozione di immagini che raccontano di un Dio che fa per te ciò che nessuno mai ha fatto, che nessuno farà mai: ti conta i capelli in capo, ama ogni dettaglio, ogni briciola di te.
Non temete, non abbiate timore: perfino i vostri capelli sono contati. Il minimo di te, il niente di un capello, per dire che Qualcuno ti vuole bene fibra su fibra, dettaglio su dettaglio.
Eppure i passeri continuano a cadere, gli innocenti continuano a morire e i bambini si vendono per un soldo, o sono gettati via, abbandonati, appena spiccato il volo. Ma allora, è Dio che fa cadere, che spezza le loro ali? No, il Vangelo non dice questo, letteralmente impiega due parole sole: senza (àneu, nel greco evangelico) il Padre: neppure un passero cadrà a terra senza che il Padre ne sia coinvolto. Dio sarà lì, ci va di mezzo in ogni volo, in ogni croce, in ogni caduta; e chi cade non finirà nel nulla ma dentro il suo abbraccio.
Nessuno muore senza che Lui muoia un po’, nessuno è crocifisso, nessuno è cacciato via, senza che non sia anche lui crocifisso e colpito.
Dio non spezza ali, le guarisce, le rafforza, le ingrandisce…ma noi vorremmo di più: vorremmo non cadere mai, e voli lunghissimi. La fede, però, non è un’assicurazione contro gli infortuni della vita. Dio salva, e tutto sarà conservato. Ogni passero, ogni capello, ogni filo d’erba, ogni bicchiere di acqua fresca, tutto ritroveremo in Dio, nulla andrà perduto.
Non abbiate timore. Il contrario della paura non è il coraggio, è la fede. «La paura però non passa per Decreto Legge» (C. M. Martini), o per ardimento, passa per una Buona Notizia: nulla di te andrà perduto.
Abbiate paura di chi uccide l’anima, di quelle cose che fanno morire lentamente la vita. «Lentamente muore chi non viaggia, chi non legge, chi non ascolta musica, chi non trova grazia in se stesso, chi non cammina, chi si ferma» (M. Medeiros). Non abbiate paura di non valere, di non contare, di dover sempre dimostrare qualcosa, perché voi valete: tu vali per Dio, vali molto di più di stormi infiniti di passeri, più di tutti i fiori del campo, più di quanto osavo sperare, molto di più.
L’immagine dei passeri e dei capelli mi riporta direttamente ai più fragili, agli anziani, ammalati, disabili, a quelli che non ce la fanno, che si sentono inutili. Proprio a loro Gesù ripete: Non temere. Anche se la tua vita fosse leggera come quella di un passero o fragile come un capello, tu vali di più. Perché vivi, pensi, sorridi, ami, crei. Non perché hai successo.
“Tu vali e sei importante” non perché produci, ma perché esisti. E nel tuo respiro respira il Signore della vita.
Signore, fammi sentire la tua carezza, come un nido, come un vento che sostiene il volo, che disperde la nebbia. Fammi sentire la tua tenerezza infinita, perché senza di essa l’anima appassisce.
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una riflessione sulla morte del card. Ruini

Addio Camillo Ruini, l’ispiratore della clerico-destra

di Marco Damilano
in “Domani” del 17 giugno 2026

«Se venite a sentire il sottoscritto in parrocchia vedrete che parlo di Dio, Cristo e della vita eterna»,
disse una volta ai giornalisti, per replicare alla critica che lo infastidiva di più: parlare sempre di
politica e mai di Gesù. Una critica che giustamente lo feriva, ma che trovava qualche fondamento
nei suoi discorsi pubblici.
Nella prolusione al VII Forum del progetto culturale del 2 dicembre 2005, per esempio, l’uomo di
Nazareth era stato nominato otto volte accanto allo storico Ernesto Galli della Loggia, suo amico. E
neppure una volta nella relazione di apertura della Settimana sociale dei cattolici italiani di
Bologna, 7 ottobre 2004, dove figuravano Nicholas Negroponte e Giovanni Sartori.
In quel periodo seguivo il cardinale Camillo Ruini nelle chiese romane, in periferia, San Giovanni
Battista in Collatino, Santi Ottavio e Martiri a Casal del Marmo. Dimostrava di conoscere i
problemi del territorio, chiamava i sacerdoti per nome, ma non trasmetteva calore umano, semmai
deferenza.
Ai Santissimi Patroni, alle pendici del Gianicolo, per simboleggiare la costruzione delle nuove
chiese, gli regalarono un mattone. Al raduno dei neo-catecumenali al Circo Massimo, durante il
Giubileo del 2000, lo vidi quasi smarrito nel clima infervorato, cercò nella memoria qualcosa di
intimo da raccontare. «Durante l’adolescenza c’era la guerra e io passai l’estate a casa di mio zio.
Fu un periodo importante, che non dimenticherò mai. Imparai il latino».

I palazzi della politica

L’entusiasmo lo suscitava altrove, nei palazzi della politica. «È l’eminenza grigia dell’Italia.
Nessuno si oppone alla sua crescente influenza», scrisse negli anni dell’apogeo Le Monde. E Time:
«Il cardinale Ruini non ha bisogno di alzare la voce per richiamare l’attenzione. I politici italiani,
come i loro colleghi nelle gerarchie ecclesiastiche, pendono dalle sue labbra».
Camillo Ruini, scomparso martedì 16 giugno all’età di 95 anni, è stato per più di venti anni, dal
1985 al 2007, il capo dei vescovi italiani, prima come segretario generale, poi da presidente. Dal
1991 al 2008 vicario del papa per la diocesi di Roma.
Nel conclave del 2005, che elesse Joseph Ratzinger, ha sfiorato l’elezione a pontefice. «C’è Ruini
sotto il sasso», spiegò a Giulio Anselmi per Repubblica un suo collega emerito, per dire che era
pronto a spuntare. Ma è stato un protagonista soprattutto della vita politica, fino all’ultimo.
Ha invitato a votare sì al referendum sulla giustizia, sbagliando, ha rivendicato l’appoggio
ventennale dato a Silvio Berlusconi («Ho guidato quei passaggi. Non mi sono pentito. I miei
orientamenti non sono cambiati») e quello più recente a Giorgia Meloni: «Il mio giudizio è
decisamente positivo, sia politico che personale. L’infermiere che viene da me per curarmi va anche
da lei», ha detto a Aldo Cazzullo nell’ultima intervista sul Corriere della Sera, il 19 febbraio.
Confermando in pieno il suo ruolo di ispiratore del clerico-berlusconismo e poi del clerico
melonismo, il padre spirituale di uno schieramento che di spirituale ha ben poco. Con l’obiettivo di
colmare il vuoto ideale, progettuale, culturale della destra con la presenza della chiesa e con una
leadership indiscutibile: la sua.

Il “dogma” della Dc

Nato a Sassuolo il 19 febbraio 1931, papà medico di estrazione repubblicana, formazione religiosa
materna, vocazione precoce, “don Camillo” va a studiare a Roma, nel prestigioso collegio
Capranica, a due passi da Montecitorio, fondato nel 1457, dove hanno studiato papi, cardinali,
vescovi, nunzi.
Anche il giovane prete si lascia coinvolgere nel clima del Concilio, torna a Reggio Emilia sotto l’ala
protettiva del vescovo Gilberto Baroni, negli anni della contestazione della Dc. Per lui invece è un
dogma. Nella prima apparizione nazionale, al convegno ecclesiale di Roma nel 1976
Evangelizzazione e promozione umana, è vicina la frattura del referendum sul divorzio del 1974.
Nella commissione di lavoro più delicata, la numero nove sull’impegno politico dei cattolici, lo
storico Pietro Scoppola, uno dei leader dei cattolici del No che hanno votato in dissenso dalla chiesa
e dalla Dc sostiene nella sua relazione il pluralismo delle scelte politiche. Negli atti si registra
l’intervento del «sacerdote Camillo Ruini della diocesi di Reggio Emilia»: la laicizzazione della Dc
è positiva, sostiene, ma la chiesa deve mantenere l’indicazione di voto verso il partito, «altrimenti si
rischia di cedere il passo al Pci».
I suoi ragazzi a Reggio Emilia li spediva nella corrente dorotea di Franco Bonferroni, anche se la
sua ascesa ecclesiale avviene all’ombra dell’altra grande famiglia: i cattolici democratici, gli eredi
di don Giuseppe Dossetti, la sinistra Dc.
Beniamino Andreatta gli chiede di intervenire in un convegno nel 1983, davanti al segretario
Ciriaco De Mita che commenta: «Prima di essere prete era democristiano, concettualmente». È
dalla politica, dalla sinistra Dc, che comincia la sua ascesa ecclesiale, non l’opposto. Diventa
segretario generale della Cei, ma già dal 1985 è dall’altra parte rispetto ai suoi sponsor, chiudere il
post Concilio nella chiesa italiana con il sostegno di papa Wojtyla.
La rottura più drammatica è con l’amico di sempre, Romano Prodi. È don Camillo che celebra il
matrimonio tra Romano e Flavia, il 31 maggio 1967. «Don Camillo Ruini ha battezzato i nostri
figli, ha dato l’estrema unzione ai nostri genitori, faceva tutti i natali a casa nostra», dirà Prodi. Fino
a quando il Professore decide di entrare in politica con il centrosinistra, con l’Ulivo. «Nel 1995
andai in Laterano, volevo avvertirlo. Parlammo per oltre due ore. Alla fine mi accompagnò
all’ascensore e mi sussurrò: “Ora che sei un uomo politico è meglio che ci vediamo con maggiore
discrezione”. Io gli risposi: “Sarò così discreto che non ci vedremo mai più”. È stato così. Una volta
mi disse, un po’ sconsolato: “Su di te avevamo un altro disegno”».

L’unità politica dei cattolici

«Sembra giunto alla fine quel processo che ha visto declinare l’impegno politico dei cattolici italiani
in ambito politico». Il 27 marzo 1995, con poche, gelide parole, il cardinale Ruini prende atto che
l’unità politica dei cattolici non c’è più. Capisce che deve assumere il comando delle operazioni in
prima persona, come un generale, lui che – è una delle leggende più ricorrenti che lo hanno
accompagnato – ama le divise, al punto di collezionare riviste militari e soldatini e di conversare
con Francesco Cossiga di cacciabombardieri.
La linea ufficiale è l’equidistanza tra i due schieramenti. Che è un modo di dire, però, che i cattolici
non devono scivolare verso sinistra. Perché già nel 1994, a governo Berlusconi appena formato,
Ruini segnala «le consonanze» verso il Cavaliere. Mentre nei confronti dell’associazionismo e del
laicato cattolico e delle voci dissidenti, a cominciare dai vescovi, esercita una repressione feroce.
Il cardinale, liberal e amabile conversatore negli incontri dei suoi amici intellettuali, gratificati di
relazioni nei convegni ecclesiali, è spietato nell’esercizio del potere ecclesiastico. Il rapporto con la
politica e con i poteri tocca solo a lui. Con topiche clamorose, tipo consacrare come futuro leader il
governatore di Banca d’Italia Antonio Fazio tra i damaschi del teatro San Carlo di Napoli, o i teo
dem di Paola Binetti, o i teo-con di Eugenia Roccella, candidati nei rispettivi schieramenti, e perfino
Ferdinando Adornato. Il ruinismo è fede nelle élite, il ristretto gruppo di politici, giornalisti,
intellettuali a lui fedeli. Il popolo seguirà.

La sua eredità

Nel conclave di un anno fa, dopo la morte di papa Francesco da lui poco amato, ha chiesto «la
certezza della verità e la sicurezza della dottrina» e soprattutto la capacità di governo, la sua
ossessione. Negli ultimi mesi, quasi a futura memoria, si è vantato di aver fatto approvare la legge
sulla procreazione assistita, con l’aiuto nel centrosinistra dell’allora leader della Margherita
(«Francesco Rutelli fu collaborativo, si astenne, come avevamo chiesto»), di aver fatto fallire il
referendum sulla legge 40 puntando sull’astensionismo, di aver mobilitato il Family Day contro i
cattolici Prodi e Rosy Bindi.
Dopo Berlusconi, in anni più recenti ha benedetto Matteo Salvini e poi Meloni, di cui forse ha
ispirato il discorso al Meeting di Rimini di un anno fa. Ha celebrato i funerali dei soldati vittime di
Nassiriya con una omelia («non odieremo, ma non indietreggeremo») che fece parlare di neo
cattolicesimo tricolore, ma ha impedito, poco cristianamente, che fossero celebrati in chiesa quelli
di Piergiorgio Welby. Nel frattempo il suo esercito svaniva, tra progetti stroncati, talenti sprecati e
una classe dirigente a lui obbediente ma vacua, incapace della sua intelligenza, gestionale ma non
visionaria. E alla fine del suo percorso Ruini ha lasciato una chiesa potente nei palazzi, ma in crisi
di autorità, di fronte al pericolo che più temeva: l’irrilevanza

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il commento al vangelo della domenica

E RESTA IL GRANO
il commento di E. Ronchi al vangelo della undicesima domenica  del Tempo Ordinario
Mt 9,36 –10,8
Gesù, vedendo le folle ne sentì compassione.
Tutto ciò che segue è generato dalla compassione per il molto dolore. Perché quando afferma: “la messe è molta” non si riferisce al numero delle persone, allo sterminato accampamento degli uomini dove ha piantato la sua tenda, ma vede germinare nel mondo un raccolto di dolore, una messe di stanchezze e di paure.
Gesù chiama i Dodici e affida loro un compito che descrive con sei verbi: predicate, è il primo, e poi guarite, risuscitate, sanate, liberate e donate. C’è il lavoro della predicazione, ma legato al ministero della pietà, in un rapporto sbilanciato di uno a cinque.
E ci saremmo aspettati un’altra risposta al dolore, un soccorso più immediato, più efficiente: “Perché il Signore non ci soccorre con la sua onnipotenza? Perché soccorre la fragilità dell’uomo attraverso l’impotenza di altri uomini?”. Ed è lo stile di Dio che tante volte abbiamo accusato di omissione di soccorso. Dio interviene per i suoi figli ma attraverso i suoi figli.
“Pregate il Signore della messe perché mandi operai nella sua messe”. E noi che interpretiamo queste parole come un invito a pregare per le vocazioni sacerdotali, scopriamo invece, che l’operaio nella messe sono io: Manda me, Signore, con mani che sappiano sorreggere e accarezzare, fasciare il cuore e trasmettere forza. Sarà questo il mio modo di dire come Dio è vicino.
E vedo farsi strada la sua inguaribile speranza, la sua fiducia invincibile nell’uomo, lo sguardo positivo del Creatore sopra il mio pessimismo. Noi diciamo: “La Chiesa è una azienda in perdita, la messe è poca o scadente, le chiese si svuotano”. Lui, invece, vede altro.
Vede molto grano che matura, vede che il seme è buono, come il terreno, come la stagione, vede la storia che ascende positiva verso un’estate ricca di frutti.
Dio guarda e il suo sguardo vede che ogni cuore è una zolla di terra adatta a dare vita adesso ai suoi semi divini, li vede crescere come il grano che matura dolcemente e tenacemente nel sole.
La compassione spezza lo schema buoni/cattivi (“il Padre guida il sole sui campi dei cattivi e dei buoni”).
All’occhio che vede il peccato è chiesto di vedere il dolore.
E la compassione conduce oltre gli steccati dell’etica, così come l’intercessione, che è sempre per tutti.
La preghiera, la compassione e la carità non distinguono tra chi è meritevole e chi non lo è. E se questa ci sembra una distinzione religiosa, ebbene non è così; essa è figlia di un cuore ancora fariseo, non del cuore di Dio.
Il Vangelo si chiude con una espressione importante: Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date. E sarai beato perché c’è più gioia nel dare che nel ricevere. La tua vita salpa quando sei generoso di te, a immagine di Dio. Perché l’amore è più vero dei suoi frutti, la pietà, più necessaria dei suoi stessi risultati.
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il commento al vangelo della domenica

QUESTO E’ IL MIO CORPO, QUESTA LA MIA VITA
il commento di E. Ronchi al vangelo  della domenica del Corpo e Sangue di Cristo
Gv 6,51-58
Un Vangelo di otto versetti, e Gesù a ripetere, per otto volte: Chi mangia la mia carne vivrà in eterno.
Quasi un ritmo incantatorio, una divina monotonia, nello stile di Giovanni che avanza per cerchi concentrici. Per otto volte Gesù insiste sul perché mangiare: per vivere, per vivere davvero. È l’incalzante certezza di Gesù su qualcosa che cambia la direzione della vita. Qui è il genio del cristianesimo: Dio non prende nulla e dona tutto, si perde dentro le sue creature come pane dentro la bocca.
Cosa celebriamo oggi? Tabernacoli aperti, pissidi dorate e ostensori? No. Oggi non è la festa degli adoratori.
Celebriamo Cristo che si dona fino al sangue? Neppure questo.
La festa di oggi è ancora un passo avanti. Perché un dono sia vero occorre qualcuno che lo accolga.
Quando nell’eucaristia sentiamo: Prendete e mangiate, questo è il mio corpo, su quali parole cade l’accento della frase? Ci dicevano che l’essenziale era: questo è il mio corpo, il pane trasformato. Ma se noi seguiamo la successione esatta delle parole volute da Gesù il verbo principale è: Prendete. Qui è il miracolo, il batticuore, lo scopo: Prendete. Per essere trasformati voi.
A che serve un Pane, un Dio chiuso nel tabernacolo e da esporre di tanto in tanto alla venerazione e all’incenso? No. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna. Adesso, non avrà, come una specie di Tfr per la fine della vita. La vita eterna è già cominciata se è comunione con la vita dell’Eterno.
Bellissima la domanda del Salmo 33: Vi è qualcuno che desidera la vita, che vuole gustare lunghi giorni felici?
Sì, io lo desidero, voglio gustarli, voglio goderli.
Vuoi pienezza? La risposta è Gesù, con carne e sangue, cioè l’intera vicenda umana, le sue mani di carpentiere con il profumo del legno, le sue lacrime e le sue passioni. E qui c’è una sorpresa. Gesù non dice: prendete su di voi la mia sapienza, mangiate la mia santità, il sublime che è in me.
Ma: prendete la mia umanità, il corpo, il mio modo di abitare la terra.
Le mie mani povere.
Gesù non sta parlando della comunione eucaristica, ma del flusso caldo della sua vita, che nel nostro cuore può mettere radici, annaffiate del suo coraggio, dal suo perdersi in noi.
Allora mangiare e bere Cristo significa molto più che fare la Comunione alla Messa, significa “farci comunione”.
Finita la religione delle pratiche esterne, dei riti, degli obblighi, questa è la religione del corpo a corpo con Dio, a tu per tu con la sua vita, fino a diventare una cosa sola con lui. “Io non sono ancora il Cristo, ma io sono questa infinita possibilità” (D.M.Turoldo).
Prendete, mangiate! Qui è il miracolo, il tabernacolo, lo stupore.
Non andiamocene dal mondo senza essere diventati, anche noi come lui, pezzo di pane buono, spezzato per la fame e per la pace di qualcuno.
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Massimo Cacciari e il grande vuoto del nostro presente

Nel mondo un vuoto di idee e obiettivi

Anche le guerre hanno perso il  senso

di Massimo Cacciari
in “La Stampa” del 31 maggio 2026

Più che una crisi attraversiamo un grande vuoto (chaos questo significa). Crisi è il contrasto
disordinato tra elementi decifrabili nel loro contenuto e nel loro senso. In essa, insieme a frammenti
e rovine del passato, è possibile assumere orientamenti e indirizzi diversi, che tuttavia esistono e si
esprimono. La crisi ha sempre, per così dire, un valore costituente. Per usare una metafora
giudiziaria, che è più di una semplice metafora: la crisi manifesta il momento del Giudizio; le parti
si presentano, prendono la parola e, nel caso giudiziario la Corte, nel caso della storia il più forte
giudica, emette la sentenza. Ma chi oggi prende la parola? Dove si pronuncia una parola dotata di
senso, coerente in sé, espressione di una fondata strategia? Ogni possibile sede paragonabile, pur in
modo assolutamente improprio, a un Tribunale è stata spazzata via ben prima delle tragedie degli
ultimi anni. Oggi afferriamo soltanto la volontà di potenza o di sopravvivenza dei grandi spazi
imperiali, ma sfugge in toto la recta intentio, l’intenzione precisa che dovrebbe muoverli (anche alla
guerra): quale Nomos intendete costituire? Quale nuovo Ordine stabilire (anche magari
imponendolo)? Avete valutato le conseguenze del vostro agire? Insomma, potenze sì, ma costituenti
nessuna.
Nei periodi di crisi un vecchio Ordine viene “giudicato” da nuove forze emergenti. Una forma
decrepita si avvia al proprio superamento attraverso la lotta tra soggetti dotati anch’essi di forma.
Proprio la presenza di tali soggetti sembra oggi impossibile intravvedere. È un rimescolio tra idee e
visioni di un tempo con pulsioni, velleità, irrealistiche pretese, che appaiono e scompaiono nel
teatro universale della comunicazione e informazione. Le parole perdono ogni nesso col loro
significato; si inizia dicendo: basta che funzionino, cioè che convincano. Ma convincano a che? Le
parole semplicemente demagogiche hanno breve vita – possiamo però inventarne di sempre nuove,
all’infinito. Tutte uguali nella loro assenza di forma, e tutte in guerra tra loro. Così diciamo guerra
ciò che più nulla ha a che fare con l’ordine della guerra di un tempo, che si distingueva con
chiarezza da terrorismo. Le guerre attuali hanno tutte un aspetto apertamente, dichiaratamente
terroristico. Riguardano anzitutto popolazioni civili da terrorizzare, non eserciti, non Stati nemici.
Non è la lotta per determinare un nuovo ius belli, ma la distruzione di ogni precedente. Al posto di
quest’ultimo, il vuoto, dove ciascuna potenza è libera di sguazzare come vuole.
Come è possibile una tale situazione? Non prometteva proprio la Tecnica una razionalizzazione di
tutte le forme della nostra vita? Sostituiremo alla prepotenza il calcolo razionale, all’emotività che
travolge le masse la misura che caratterizza i nostri metodi – dicevano i suoi artefici. Perché questa
promessa viene così spudoratamente tradita proprio nelle guerre attuali? Perché ancora si bombarda,
si distrugge, si crepa nelle trincee, si ammazzano donne e bambini? Dovrebbero operare soltanto
silenziosi droni pronti a fulminare “il colpevole”; informatici e hacker spietati dovrebbero far saltare
reti e comunicazioni dell’avversario, precipitandolo in un craque irrimediabile. Questa sì sarebbe
una “nuova guerra”, asettica, pulita, scientifica, all’altezza dei tempi e dell’universale Intelligenza
purificata dai limiti del nostro misero intelletto. E invece no – bisogna scendere a terra e dar la
caccia al nemico come nelle antiche saghe barbare. E invece di usare algoritmi per trattare, per
pervenire a virtuosi compromessi in base a reciproci interessi, a quella universale Intelligenza
sembra che sempre più si chieda: dimmi come vincere, dimmi come sterminare il nemico. L’unico
gioco che conta è quello che conduce a vittoria senza se e senza ma. Ecco allora che trattativa e
guerra convivono, ecco che il presunto accordo è meno di armistizio. Come può convivere questa
barbarie col regno indiscusso della Tecnica?
Ci convive benissimo. Ricordate l’ultima scena del Faust di Goethe? La Tecnica di cui egli dispone
è giunta a un grado tale di magia da poter domare tutti gli elementi ed egli vuole convincere il
mondo alla sua bontà e utilità. Ma per sbarazzarsi di chi resiste nell’opporsi ai suoi disegni, ecco
accorrere Mefistofele. Chi non viene convinto a entrare nel regno faustiano della Tecnica deve
essere eliminato. Poiché questo regno non è concepibile se non come universale e onni-omologante.
Alla parola di Faust è necessaria compagna la mano assassina di Mefistofele. Se la Tecnica è così
vista nella prospettiva della volontà di potenza e i suoi successi sono sempre più indistricabilmente
connessi con gli apparati militari e politici degli Imperi, questo esito è inevitabile. Ma può essere
diversamente? Se la Tecnica è chiamata a fornire l’algoritmo della vittoria, il suo convivere con la
barbarie appartiene alla sua natura. Essa sarà sempre riportata nel fango delle battaglie e delle
rovine. Ma il nesso che la lega alla volontà di potenza degli Imperi può venire spezzato?
Se lo chiede con angoscia papa Leone. Dovremmo chiedercelo tutti. La risposta cristiana non può
essere la risposta politica. Ma il politico che non ne intenda il significato e l’urgenza è già tutto
“accomodato” nel patto tra Faust e Mefistofele. Per costruire un nuovo ethos all’altezza della
potenza della Tecnica è necessario essere ben coscienti che può sempre affermarsi una barbarie
dell’intelletto stesso, che l’intelletto soltanto potrebbe respingere. Lo scienziato e il politico insieme.

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sulla parata del due giugno e i cavalli intelligenti

 

una appropriata riflessione di Tomaso Montanari

“Chissà che discorsi geniali/ sanno fare i cavalli”.

Affiorano alle labbra questi versi di Gianni Rodari leggendo che la notte di venerdì un gruppo di cavalli, quasi sperando di tornare branco libero, è scappato dai preparativi della parata militare del 2 giugno, galoppando via in mezzo al caos romano. Erano stati spaventati, pare, dai botti sparati da un vigile urbano: cioè, con rispetto parlando, da una versione caricaturale dei soldati che tirano le bombe. Così, spaventati dalla finzione della guerra hanno provato a fuggire dalla pomposa celebrazione della guerra in cui sarebbero stati mute comparse. Chissà che discorsi davvero geniali saprebbero farci, quei cavalli pacifisti – o almeno pacifici. Certo più geniali di quelli della classe politica italiana, che in ottant’anni di Repubblica non è riuscita a trovare un modo di onorare il 2 giugno che non tradisse clamorosamente lo spirito della Costituzione.

La parata del 2 giugno, questa “mala parata”, è di fatto un’esibizione di armi. Tanto pervasa da spirito militarista che i volontari del servizio civile, che vi prendono parte, hanno dovuto scrivere una lettera ai vertici dello Stato per chiedere di non essere obbligati a marciare inquadrati e a passo cadenzato come se fossero militari: pratica alla quale venivano formati nelle caserme! La parte del Paese che ha a cuore la pace, e la Costituzione, guarda con sgomento a questa esibizione, che traduce in liturgia armata le infelici parole dell’inno nazionale (un altro pezzo di storia che andava serenamente pensionato dopo la Costituzione) per cui saremmo pronti non già alla vita, ma “alla morte”.

Nello scorso aprile, su Avvenire, Luigino Bruni, Elena Granata e Tommaso Greco (insieme ad altre e altri) hanno proposto di “sostituire la parata militare del 2 giugno, con le sue liturgie che rimandano a un passato da ripudiare, con una sfilata civile, come gesto politico concreto per dare spazio a una riflessione comune sulle ragioni che ci tengono assieme davanti a sconvolgimenti epocali”. E in questo 2 giugno la Rete italiana Pace e Disarmo e “Sbilanciamoci!” promuovono in numerose città diverse iniziative popolari per festeggiare una Repubblica che “ripudia la guerra”: biciclettate, flash-mob per la pace, letture della Costituzione e presìdi nei territori. E invece a Roma – sulla via fascista e colonialista dei Fori imperiali, e sotto lo sguardo annuente del garante supremo della Carta – sarà drammaticamente visibile, e pubblicamente onorata “la stretta connessione tra interessi economici, apparati militari e decisioni politiche (che) genera una ‘nazione armata’, in cui la guerra appare quasi come prosecuzione naturale della politica e il mercato delle armi diventa motore autonomo di scelte belliche” (sono parole, profetiche, della prima enciclica di Leone XIV). La “nazione armata” al posto della “Repubblica che ripudia la guerra”: che colossale atto di diseducazione collettiva. Come si fa a celebrare il ripudio della guerra, questo principio rivoluzionario che spacca in due la nostra storia, continuando stancamente a sfilare in una parata militare che si pratica sostanzialmente identica dai tempi del militarismo imperiale dei romani antichi, e probabilmente anche da prima? L’articolo 11 della Costituzione è una rivoluzione culturale sconvolgente, come capì don Milani: “È un invito a buttar tutto all’aria: all’aria buona. La storia come la insegnavano a noi e il concetto di obbedienza militare assoluta come la insegnano ancora”. Buttare tutto all’aria significa – ancora con don Milani – capire che “allora l’esercito non ha mai o quasi mai rappresentato la Patria nella sua totalità e nella sua eguaglianza”. Quell’articolo obbligava a rileggere la storia italiana, per costruire un futuro completamente diverso. Don Lorenzo l’aveva fatto, con i suoi ragazzi: “Abbiamo dunque preso i nostri libri di storia (utili testi di scuola me

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il commento al vangelo della domenica

TRINITA’: OLTRE LA PIETRA
Gv 3,16-18
il commento di E. Ronchi al vangelo della domenica della Trinità
Nella festa della Trinità, il racconto di Dio diventa racconto dell’uomo. Il dogma della Trinità dice che vivere è convivere, come in cielo così in terra.
Il primo male ricordato dalla Bibbia non è il peccato dell’albero proibito, è Dio stesso a dichiararlo: Non è bene che l’uomo sia solo. È male che Adamo sia solo, il primo male assoluto è la solitudine. Neanche Dio può stare solo, è Trinità, legame d’amore, nodo di comunione.
Nella prima lettura Mosè sale sul monte con due tavole di pietra. Pensa di incidervi sopra la legge, qualcosa di definitivo e senza appello. E invece Dio fa tutt’altro, va più lontano e passa davanti a Mosè.
Passa: non lo chiuderai in parole di pietra; passa e proclama cinque nomi, uno più bello dell’altro: misericordioso e pietoso, lento all’ira, ricco di grazia, ricco di fedeltà.
Proclama la prima di tutte le rivelazioni, misericordia e tenerezza, le proclama passando come un vento che accarezza Mosè con le sue tavole rimaste vuote. Come si fa a scrivere compassione e bontà su tavole di pietra? E allora Mosè capisce e chiede non una legge di pietra ma semplicemente: che il Signore cammini in mezzo a noi. A noi: che se ne fa Mosè di un Dio tutto per sé?
Al termine di una giornata puoi anche non aver mai pensato a Dio, mai pronunciato il suo nome. Ma se hai donato bontà, se hai dato un aiuto disinteressato, se hai lavorato per la giustizia e la pace, anche senza saperlo tu hai fatto la più bella professione di fede nella Trinità.
Nel Vangelo Gesù dialoga con Nicodemo, l’uomo delle paure, che è andato da lui di nascosto, di notte.
E Gesù gli parla d’amore.
Nel Vangelo il verbo amare si traduce sempre con un altro verbo concreto, pratico, forte, il verbo dare. Amare non è un fatto sentimentale, non equivale a emozionarsi ma a dare, un verbo di mani e di gesti.
Dio non ha mandato il Figlio per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato. Salvato da che cosa? Dall’unico grande peccato: che è il disamore. Quello che spiega tutta la storia di Gesù non è il peccato dell’uomo ma l’amore per l’uomo; non qualcosa da togliere via dalla nostra vita, ma qualcosa da aggiungere: perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia più vita.
Dio ha tanto amato il mondo, leggiamo, quindi non ha amato soltanto gli uomini; ma il mondo intero, la terra, le messi, e piante e animali.
E se lui lo ha amato, lo farò anch’io: voglio custodirlo e coltivarlo, con tutta la sua ricchezza e bellezza, e lavorare perché la vita fiorisca in tutte le sue forme, e racconti Dio e sia frammento della sua Parola.
Davanti alla Trinità io mi sento piccolo ma abbracciato come un bambino: abbracciato dentro un vento in cui naviga l’intero creato e che ha nome comunione.
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