il commento al vangelo della domenica

DISUBBIDIRE ALLA TRISTEZZA
il commento di E. Ronchi al vangelo delle terza domenica di pasqua
Lc 24,13-35
Gesù amava la strada, perché è dove si è più liberi. E amava la casa, perché è dove si è più veri.
Ed ecco che il vangelo propone una storia di strada e di casa. Due discepoli hanno lasciato la città santa, quel loro gruppo chiuso e impaurito, e si sono messi in strada. Loro si allontanano e Gesù si avvicina. Non per correggere il passo o dettare il ritmo, no: per dar loro tutto il tempo di esprimersi, perché se hai fretta, non ascolti.
“Che cosa sono questi discorsi?” E gli raccontano di Gesù. Di come lo hanno seguito, amato, sperato che fosse lui. E si fermarono ‘con il volto triste’, dettaglio importante. Cosa ci indica? Che tutto questo riguarda qualcuno cui volevano molto bene. Davvero tutto finito? Forse no, perché poi le donne hanno sconvolto tutti: la tomba c’era ma lui no!
Allora Gesù li scuote con due parole dirette: stolti e lenti di cuore. Il problema non è ciò che è successo, ma il vostro cuore lento che non vi permette di vedere. Avete davanti tutti i pezzi della storia, ma non sapete rimontarli al posto giusto. Gli occhi sono legati, ma il modo di vedere dipende dal cuore. Se il cuore si apre tutta la storia cambia colore, lo sappiamo per esperienza. Se il cuore si chiude, gli occhi sono ciechi sulle persone, vedono solo i difetti.
Anche il cuore dei due discepoli è chiuso, ma non del tutto: “non ci bruciava forse il cuore lungo la strada, mentre ci spiegava la bibbia e la vita?”. Il dono favoloso dell’accensione del cuore, quando brucia di riconoscenza.
E allora: “Resta con noi perché si fa sera”. Hanno fame di parole, di compagnia, di casa. Gesù entra in una casa della quale non è detto niente, proprio perché possa essere la nostra, la casa di tutti.
Un maestro dei chassidim un giorno chiese ai discepoli: Dove sta Dio? Ma come, rabbi, ci hai sempre insegnato che Egli è in cielo, in terra, in ogni luogo… Mi sbagliavo, Dio sta soltanto là dove lo si lascia entrare.
E Lo riconobbero nello spezzare il pane. Come mai? Ogni padre spezzava il pane di casa. Ma tre giorni prima Gesù aveva fatto una cosa inaudita, si era dato: prendete e mangiate, questo è il mio corpo.
Lo riconobbero da questo, perché prendere qualcosa di proprio, (almeno un po’, o molto, o tutto…) e darlo agli altri contiene il segreto dell’intero Vangelo. Dio che si dona, nutre, alimenta, e scompare.
Prendete: è per voi. Questo “per voi” è il miracolo grande. Sono venuto perché abbiate la vita, perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena. Perché disubbidiate alla tristezza, questa la vostra missione: tenere al laccio la delusione. Dicendole: tu non mangerai nel mio piatto, non spezzerò il mio pane con te.
Il segreto buono della vita è quello stesso di Gesù: non andarcene da questa terra, da questa Emmaus infinita, senza essere prima diventati pezzo di pane buono per la fame e la pace del mondo.
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il commento al vangelo della domenica

la pace è qui, sulle vostre paure
il commento di E. Ronchi al vangelo della domenica ‘in albis’
Gv 20,19-31
I discepoli erano chiusi in casa per paura. Paura dei Giudei, delle guardie, della folla, dei soldati romani. E anche per paura di se stessi.
E tuttavia Gesù viene. In quella casa dove sono allo stretto, in quella stanza dove manca l’aria, Gesù viene.
Otto giorni dopo sono ancora tutti lì. Venne Gesù a porte chiuse e stette in mezzo a loro… (Gv 20,26). Non a distanza, non sopra, ma ‘in mezzo a loro’.
Otto giorni dopo, secoli dopo è ancora qui, davanti alle mie porte chiuse. Li aveva inviati per le strade, e li ritrova ancora tutti chiusi in quella stanza.
E dice: Pace a voi. Non si tratta di un augurio o una promesse, ma di una affermazione: la pace è, è qui.
È pace sulle vostre paure, sui vostri sensi di colpa, sui sogni non raggiunti, sulle insoddisfazioni che scolorano i giorni. I miei dubbi non fermano il Signore; se ha trovato chiuso, non se n’è andato, ha continuato il suo assedio per me, e questo mi consola. Gesù si consegna ancora ai discepoli facili alla viltà e alla bugia, senza stancarsi di noi.
Qualcuno però va e viene da quella stanza: Tommaso, il coraggioso. Quello che aveva sfidato la città, che era uscito. Tommaso con i piedi per terra: “se non vedo e non tocco, non crederò”. Gesù stesso l’aveva formato alla libertà e alla ricerca. Gesù e Tommaso si cercano.
Tommaso non si era accontentato delle parole degli altri dieci; non di un racconto aveva bisogno, ma di un incontro con il suo Signore. Vuole delle garanzie e ha ragione, perché se Gesù è vivo tutta la sua vita ne sarà sconvolta.
“Guarda, tocca metti qui il tuo dito; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco”. Gesù rispetta la fatica e i dubbi di Tommaso; rispetta i tempi di ciascuno e la complessità del vivere. Non vuole umiliarlo, ma lo spinge allo stupore, si espone con la meraviglia di quelle ferite aperte da cui non sgorga più sangue ma luce.
La risurrezione non ha richiuso i fori dei chiodi. Perché la morte di croce non è un semplice incidente di percorso da superare: quelle ferite sono la gloria di Dio, il punto più alto dell’amore, e allora resteranno aperte per l’eternità.
Toccami! Il Vangelo non dice che Tommaso abbia davvero toccato e messo il dito nel foro. A lui è bastato quel Gesù che si propone, ancora una volta, con questa umiltà, con questa libertà, che non si stanca di venire incontro, che non molla i suoi neppure se loro l’hanno abbandonato.
È il suo stile, è Lui, non ti puoi sbagliare: “mio Signore e mio Dio”. Tommaso passa dall’incredulità all’estasi. E ripete quel piccolo “mio” che cambia tutto, che non indica possesso, ma legame.
“Perché mi hai veduto, hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!” Una beatitudine per noi che non vediamo, che cerchiamo a tentoni e facciamo fatica; ma che finalmente sento mia, col rischio di essere felice.
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il commento al vangelo della domenica

NON SAPEVANO COME DIRLO
il commento di E. Ronchi al vangelo della domenica di Risurrezione
Gv 20,1-9
Il giorno che precedette la Pasqua fu un sabato diverso da tutti gli altri. Le donne di Galilea in segreto preparavano aromi, ma era buio nel cuore. Anche la Madre attendeva in silenzio, addolorata, forte, fedele.
È il sabato del silenzio di Dio. Per ogni credente, seduto in faccia al sepolcro.
Maria di Magdala esce di casa quando è ancora notte. Non ha niente tra le mani, porta solo la sua vita risorta: da lei Gesù aveva cacciato sette demoni.
Si reca al sepolcro perché si ribella all’assenza di Gesù. E vide che la pietra era stata tolta: il sepolcro è spalancato, vuoto e risplendente nel fresco dell’alba!
Gli evangelisti non sapevano come dirlo, non avevano parole, e allora le hanno prese in prestito dalle nostre piccole resurrezioni quotidiane, con i verbi alzarsi e svegliarsi. Ed è così bello pensare che Pasqua, l’inaudito, è raccontata con i verbi semplici del mattino.
Pasqua è qui, adesso. Ogni giorno è quel giorno, dopo la notte di naufragio, di terribile silenzio, di buio ostile, dove geme e piange un pugno di uomini e donne totalmente disorientati.
Notte della Risurrezione in cui la carne indossa una tunica di luce. Il primo segno di Pasqua è così semplice, solo una assenza. Manca un corpo. È poco, è confuso, ma basta a mettere in moto la storia.
Maria di Magdala corre via, corre da Pietro per denunciare un furto, un altro dolore. “Non abbiamo più neanche un corpo per piangere”. Tutti corrono in quel mattino, a perdifiato! Non si corre così per un lutto, ma perché spunta qualcosa di immenso. Gesù non merita prudenza, merita la fretta dell’amore che non sopporta indugi, che è sempre in ritardo sugli abbracci. Quella corsa non è ancora fede, ma una speranza antica, un’ansia illogica. L’aveva detto: Io sono la Risurrezione e la vita.
Il Vangelo di Pasqua ci racconta che nella vita è nascosto un segreto e Gesù è venuto a sussurrarcelo. Per ogni uomo che uccide ce ne sono cento che amano e mille ciliegi che continuano ostinatamente a fiorire.
Ma la Pasqua è difficile. Da qualsiasi parte la si affronti, presenta un passaggio obbligato: quell’impasto durissimo di violenza, dolore e morte che è la croce. Bisogna passare per forza di là. Colui che risorge è il crocifisso.
Che è disceso agli inferi. E scende ancora adesso nei sotterranei della storia, presso i dannati della terra. E dalle profondità della materia preme verso più luminosa vita,
Andate, vi precede! Il nostro è un Dio migratore che ama gli spazi aperti, che apre cammini. Attraversa muri e spalanca porte.Cristo non solo è il Risorto, al passato, ma è colui che risorge oggi, qui e ora, e continua a rotolare via i massi dall’imboccatura del cuore, circondando ogni essere con il suo affetto e penetrandolo con la sua luce.
Per tutti noi dolore è a un passo, ma è a un passo anche l’amore, vivo per sempre
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