di Fulvio Ferrario
in “Confronti” del marzo 2026
Gli ultimi anni hanno visto il moltiplicarsi di dichiarazioni e comportamenti, tra loro molto
eterogenei per natura e modalità, che però convergono in ciò che possiamo definire “ecumenismo
parafascista”, cioè l’invocazione o la menzione del nome di Dio, da parte di esponenti delle diverse
confessioni cristiane, per articolare ideologie reazionarie.
Il caso più eclatante è probabilmente la proclamazione della “guerra santa” da parte del patriarca di
Mosca Kyrill, dove la “santità” risiederebbe nel carattere antioccidentale e antiliberale della politica
di aggressione dell’autocrate al governo della Federazione russa.
La Chiesa di Kyrill è la più consistente, quanto a numeri, tra quelle membro del Consiglio
ecumenico delle Chiese. Difficile non immaginare che tale fattore abbia svolto un ruolo di rilievo
nell’Assemblea generale di Karlsruhe (2022), la quale si è sì distanziata dalle dichiarazioni più
brutali del gerarca ortodosso, ma lo ha fatto, per dirla benevolmente, in termini piuttosto articolati.
La cricca di Kyrill continua in ogni caso a essere rappresentata nelle istanze ecumeniche, comprese
quelle che dicono di pregare per la pace in Ucraina.
Negli Stati Uniti, le inchieste demoscopiche che accompagnano le numerose imprese di Trump,
ormai giunte all’omicidio di Stato, dicono che la base “evangelica” del suo elettorato resta
fortissima ed entusiasta. Per la verità, il “Cristianesimo” trumpiano è ampiamente ecumenico, come
testimoniano figure (o più propriamente: “figuri”) come il vicepresidente J.D. Vance o il
governatore della Florida Ron DeSantis (il boia più solerte degli Usa, che costantemente frantuma
record di frequenza delle esecuzioni capitali), sempre pronti a sbandierare la loro appartenenza
cattolico-romana.
È un fatto, però, che lo zoccolo duro trumpiano nell’America profonda ha salde radici evangeliche,
non solo nelle Chiese pentecostali ed “evangelicali”, ma anche in ampi settori delle Chiese
“classiche”.
In Italia, il Cristianesimo fascistoide tende, per ragioni evidenti, a esprimersi in termini “cattolici”,
che vanno dal presepe come elemento identitario alla rilettura di Francesco d’Assisi in termini di
nazionalismo italiota.
Non sono a conoscenza di studi empirici che quantifichino la presenza di queste correnti nella
pancia del Cattolicesimo praticante, ma certamente, e non solo nella base cattolica ma anche in
settori dell’episcopato, le sirene della Destra (se non proprio vannacciana, almeno meloniana)
incontrano vivaci simpatie.
Di per sé, il pluralismo politico nelle Chiese è fisiologico. In ambito protestante, è da sempre
considerato normale; in casa cattolica, dopo essere stato aspramente osteggiato da papi e vescovi
nella lunga stagione democristiana, ha costituito una conquista preziosa e non ci sono motivi per
perorare il ritorno a unanimismi anacronistici ed ecclesialmente problematici.
Ciò, però, non dovrebbe rimuovere una domanda cruciale: l’attuale dissenso, non tanto tra le
Chiese, bensì al loro interno, ha ancora un carattere “semplicemente” politico, oppure riguarda
visioni complessive della realtà, e dunque anche della fede? Personalmente, sospetto che quello
delle Destre di tipo trumpianoputiniano sia “un altro Evangelo”, nel senso inteso dall’apostolo
Paolo in Galati 1,8: cioè un’interpretazione radicalmente diversa del messaggio di Gesù rispetto a
quella della grande tradizione cristiana.
Mentre le Chiese “ufficiali” dicono di fare ecumenismo discutendo, alla faccia del parere del
Signore, su chi comanda nella comunità (il tema pudicamente, o ipocritamente, detto del
“ministero”, cioè del “servizio”) e su altre quisquilie fuori dal tempo e dalla realtà, si è formata una
specie di “anti-Chiesa”, ampiamente interconfessionale, nella quale nostalgici di Pio IX, alcune
frange pentecostali e alcuni capi ortodossi rinchiusi nei loro esoscheletri liturgici proclamano, più o
meno d’amore e d’accordo, un’ideologia premoderna e antiliberale spacciata per Cristianesimo.
Reduci dalle celebrazioni un po’ esoteriche del Concilio di Nicea, le Chiese cristiane si ritrovano
oggi di fronte alla domanda da sempre posta loro da Gesù, in termini classici e nuovi al tempo
stesso: «Voi, chi dite che io sia?».


