il commento al vangelo della domenica

QUESTIONE DI STELLE
Lc 18,9-14
il commento di E. Ronchi a vangelo della  trentesima domenica del tempo ordinario
Due personaggi salgono al tempio a pregare: un fariseo devoto e buon cittadino, che paga le decime anche più di quanto dovuto, digiuna il doppio di quanto richiesto, e prega.
E un pubblicano, un pubblico trasgressore della legge, uomo di denaro e di potere.
Il primo, ritto davanti all’altare, inizia ringraziando, ed è il modo giusto; ma poi sbaglia tutto, perché non fa che innalzare un monumento a se stesso; non vuole provare ad alzare la sua vita all’altezza di Dio, ma abbassare Dio alla sua misura.
E raddoppia lo sbaglio aggiungendo: io non sono come gli altri, tutti imbroglioni, ladri, falsi, disonesti. Io sono molto meglio. Ma non si può lodare Dio e disprezzare i suoi figli; è ateismo dire preghiere e al tempo stesso denigrare, umiliare, accusare.
Si possono osservare tutte le regole formali della religione, “ma guai a quelli che pagano la decima della menta, dell’aneto e del cumino, e poi trasgrediscono giustizia, compassione, fedeltà” (Mt 23,23). Guai ai formalisti, che hanno cura per le più piccole rubriche e disprezzo per l’uomo.
Ed ecco il pubblicano, un grumo di umanità ricurva in fondo al buio del tempio, e della sua vita: fermatosi a distanza, si batteva il petto dicendo: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”.
Non sa neanche tanto cosa dire, ma mette in campo tutto: corpo, cuore e voce; ne fa uscire una supplica, dove sorge un piccolo termine che cambia tutto: «tu», «Signore, tu abbi pietà di me peccatore».
E sotto quelle parole affiora tutto il non detto di una vita: “Sono un ladro, è vero, ma così non sto bene, non sono contento. Vorrei essere diverso, ma non ci riesco, non ce la faccio ancora, ma tu abbi pietà e aiuta”.
Lui tornò a casa sua giustificato. Perché l’altro no?
Perché il fariseo ha continuato a far ruotare tutto attorno a un altro piccolo termine seduttore: ‘io’, io pago, io digiuno, io… In fondo non prega Dio, ma l’immagine di sé proiettata nel cielo, una maschera che deforma il volto di Dio.
La parabola ci rivela due regole della preghiera, semplici come quelle della vita.
1. Se metti al centro l’io, nessuna relazione funziona. Non nella coppia, non con i figli o in comunità, tanto meno con Dio. Il tu viene prima dell’io.
2. Si prega non per ottenere ma per incamminarsi ed essere trasformati.
Il pubblicano tornò a casa perdonato, non perché più onesto o più umile del fariseo (Dio non si merita, neppure con l’umiltà) ma perché si apre – come una porta che si apre al sole, una vela che si inarca al vento – a Dio che entra in lui, con la sua misericordia, questa straordinaria debolezza di Dio che è la sua vera onnipotenza.
Il fariseo non vuole assolutamente cambiare, lui è a posto, sono gli altri a essere sbagliati, e forse un po’ anche Dio.
Il pubblicano invece si batte il petto perché non è contento, vorrebbe cambiare la sua vita, su di una misura più alta.
Non sa più dov’è la sua stella, l’ha persa e vuole incamminarsi a cercarla.
Se smetto di cercare la mia stella, per me finisce il cielo
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il grido di M. Barros contro il tradizionalismo e il clericalismo

una nuova cristianità

il grido profetico di Marcelo Barros

il teologo della Liberazione ordinato prete dall’arcivescovo dei poveri dom Helder Camara denuncia il ritorno al devozionismo e propone una Chiesa sinodale, incarnata e aperta al mondo

 

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«La maggior parte delle parrocchie cattoliche in tutti i continenti esprime ancora un cattolicesimo devozionale, tipico dell’epoca delle nostre nonne».

Il giudizio, lapidario, è del monaco e teologo della Liberazione brasiliano Marcelo Barros (sul suo sito web le sue ultime pubblicazioni), ordinato prete nel 1969 dall’arcivescovo dei poveri dom Helder Camara. Alla combattiva e sempre interessante agenzia Adista, che dal 1967 segue le vicende cattoliche e religiose da Roma, Barros ha inviato una riflessione teologica che mostra quanto ancora stantia e ferma sia la teologia cattolica – e di conseguenza la pratica religiosa – in diverse parti del mondo. Come scrive Claudia Fanti in un articolo a commento di Barros, nonostante la riflessione teologica più avanzata si interroghi da tempo sulla possibilità di una religione senza dogmi, dottrine, gerarchie e pretese di verità assoluta, oggi la realtà ecclesiale è ancora lontana da tali prospettive di rinnovamento (leggi qui un approfondimento della RSI sul tema).

Il teologo brasiliano sottolinea come, paradossalmente, si sia verificata un’involuzione in molti contesti: «Nelle parrocchie e nelle diocesi in cui, alcuni decenni fa, si tenevano incontri di comunità ecclesiali di base e di circoli biblici oggi si celebrano solo novene ai santi, seguite dal rosario e dall’adorazione del Santissimo Sacramento». Questo ritorno a forme di devozione tradizionali, scrive Adista, sembra indicare una resistenza al cambiamento e un’incapacità di rispondere alle sfide della contemporaneità.

Barros evidenzia come il modello ecclesiale dominante sia ancora profondamente radicato nella logica della cristianità: «Le parrocchie e le diocesi continuano a essere organizzate secondo il modello della vecchia cristianità, con l’organizzazione interna della Chiesa che questo prevede e con la sua spiritualità e la sua missione». In questa visione, la Chiesa è ancora concepita come «sinonimo di gerarchia, una piramide al vertice della quale si trova il Papa, e in cui la sinodalità viene accettata solo nella misura in cui rimanga intoccabile il potere del Papa, dei vescovi e dei sacerdoti».

Questa struttura gerarchica e piramidale ha conseguenze profonde sulla vita ecclesiale. Come afferma Barros, «il clericalismo persiste necessariamente, e non come un abuso del sistema ecclesiastico, come spesso denunciato da papa Francesco, ma, purtroppo, come espressione normale del sistema stesso». In altre parole, il clericalismo non è un’aberrazione, ma una caratteristica intrinseca del modello ecclesiale dominante.

Le conseguenze di questa impostazione sono molteplici e toccano vari aspetti della vita ecclesiale. Ad esempio, Barros sottolinea come sia impossibile «mettere in pratica la proposta di vivere una Chiesa in uscita, a partire dalle periferie del mondo, e organizzarsi sulla base della sinodalità». L’attuale struttura ecclesiale, infatti, non permette una reale apertura e un autentico coinvolgimento delle periferie esistenziali e geografiche tanto care a papa Francesco.

Un altro aspetto problematico evidenziato da Barros è la persistente separazione tra sacro e profano, che impedisce «che la proposta del regno divino come offerta per il mondo abbia una reale importanza». Questa dicotomia rende difficile per la Chiesa incarnarsi realmente nel mondo e rispondere in modo efficace alle sfide sociali, politiche ed ecologiche del nostro tempo.

Il teologo brasiliano critica anche il modo in cui vengono gestite le cosiddette «pastorali sociali» all’interno delle diocesi. Pur riconoscendo il diritto dei vescovi di organizzarle in modo che si orientino all’azione sociale trasformatrice, Barros nota che «se la stessa ecclesialità e la stessa missione sono ancora viste all’interno di una cultura di neocristianità, allora, nella vita quotidiana delle parrocchie e delle diocesi, le pastorali sociali appariranno ancora come qualcosa di esterno e secondario nella vita e nella missione della Chiesa».

Barros affronta anche il tema della spiritualità, sottolineando come il modello di cristianità influenzi profondamente il modo in cui viene vissuta la fede. «Le devozioni, le novene e la spiritualità proposte dalla maggior parte delle parrocchie hanno come fondamento e orizzonte una visione spirituale che separa il cielo dalla terra», afferma il teologo. Questa separazione tra sacro e profano impedisce una reale incarnazione del messaggio evangelico nella realtà quotidiana.

Il teologo brasiliano non si limita a criticare, ma propone anche delle vie di rinnovamento. Suggerisce di «rileggere il Concilio Vaticano II e la Conferenza Episcopale di Medellín che lo ha tradotto e aggiornato in America Latina, a partire da una Chiesa che sia comunione di comunità organizzate in modo sinodale, come minoranze abramitiche profetiche nella diaspora di un mondo laico». Questo approccio richiederebbe un superamento degli schemi e delle visioni ecclesiali della cristianità che ancora persistono.

Barros sottolinea l’importanza dell’ecumenicità, intesa non solo come dialogo interreligioso, ma come dimensione trasversale della fede che va oltre l’ecclesiasticismo. Questa apertura, secondo il teologo, potrebbe aiutare la Chiesa a rinnovarsi e ad assomigliare maggiormente al movimento di Gesù.

In conclusione, Barros invita a sostenere e rafforzare «questi cenacoli di resistenza, queste esperienze ecclesiali che vanno oltre la cristianità, in direzione della costruzione di un nuovo stile di Chiesa e di missione». Solo attraverso queste esperienze profetiche e innovative, secondo il teologo, la Chiesa potrà realmente rinnovarsi e rispondere alle sfide del mondo contemporaneo.

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il commento al vangelo della domenica

LA GUARIGIONE CHE NON SAI
il commento di E. Ronchi al angelo della ventottesima domenica del tempo ordinario
Lc 17,11-19
Dieci lebbrosi a distanza, solo occhi e voce: Gesù, abbi pietà. Davanti al dolore in Gesù scatta un’urgenza di bene: non devono soffrire neanche un secondo di più.
E infatti subito dice loro: Andate dai sacerdoti. Mettetevi in cammino.
Perché li manda via? Perché stanno già guarendo, anche se ancora non lo sanno, anche se ancora non lo vedono.
Il futuro entra in noi con il primo passo, prima ancora che accada; con il primo raggio di sole, con il primo seme che si apre.
A tutti noi Gesù dice “Kum!”. Alzati! Imperativo potente e indiscutibile.
Solo per questa scommessa di fiducia data a tutti, perfino al nemico, la nostra terra avrà un futuro e non una guerra nucleare. Io lo credo.
Il mondo intero ha bisogno della nostra piccola fede di profeti, i quali credevano alla Parola di Dio più ancora che al suo attuarsi.
Una vergine partorirà, profetizza Isaia, ma lui non la vedrà.
Avrai più figli che stelle, ha detto ad Abramo. E Lui ci crede, fino alla fine, anche se ha un figlio solo, quell’Isacco che ha pure tentato di uccidere.
E a Mosè stesso, Dio farà vedere la terra promessa soltanto da lontano, regalandogli solo una struggente nostalgia.
Un Dio esigente con i suoi profeti?
“Sulla tua parola getterò le reti!”, aveva detto Pietro; “sulla tua parola ci mettiamo in cammino”, dicono i dieci piccoli lebbrosi, spalle al muro e piaghe aperte.
E mentre andavano, furono guariti.
E’ la strada ad essere guarigione, perché fermento di speranza. La vita guarisce non perché raggiunge la meta, ma quando trova il coraggio di salpare. Lentamente, poco a poco, un piede dietro l’altro, e ad ogni passo una piccola goccia di guarigione.
La speranza è più forte dei fatti, li contesta e li attraversa. Non è la fede che si piega alla storia, è la storia che si piega alla speranza.
Ancora una volta il Vangelo propone un samaritano, un eretico, come modello di fede che salva. L’unico a cui Gesù dice: «la tua fede ti ha salvato». Ai nove che non tornano è invece sufficiente la guarigione, che li fa scomparire nel turbine della loro felicità.
Non tornano perché ubbidienti all’ordine di Gesù: andate dai sacerdoti.
E non vedono oltre.
Uno solo vede oltre le parole di Gesù.
E torna.
Ha intuito che il segreto non sta nella guarigione, ma nel Guaritore.
Non va dai sacerdoti perché ha capito che la salvezza non deriva da norme e leggi eseguite, ma dal rapporto personale con lui, Gesù di Nazaret.
È salvo perché torna alla radice, trova la fonte e vi si immerge come in un lago. Non cerca doni, cerca il Donatore.
Come usciremo da questo vangelo? Io voglio tornare indietro come quel samaritano, e fare mia la madre di tutte le parole: “grazie”.
Torniamo indietro tutti, seguiamo la bussola del cuore e “affrettiamoci ad amare: le persone se ne vanno così in fretta!” (Ian Twardowski).

 

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il commento al vangelo della domenica

“Fede come fiducia nel Bene”

 

Lc 17,5-10

il commento di Bernard al vangelo della ventisettesima domenica del tempo ordinario

Gli amici chiedono a Gesù più fede.
Gesù risponde che basta un granello,
piccolo come un seme di senape,
perché il gelso si sradichi,
perché le montagne si muovano,
perché le ingiustizie non siano più eterne.

Eppure, in questi giorni,
mentre la violenza occupa la scena mondiale,
mentre i diritti fondamentali sono calpestati,
mentre i potenti manipolano popoli e istituzioni
per i loro interessi,
una domanda mi torna alla mente:
«Fino a quando, Signore?»

Troppi gelsi restano fermi,
troppi idoli restano piantati nel cuore,
troppe guerre diventano normali e permanenti,
troppi popoli oppressi sembrano senza speranza.
Il denaro è diventato il signore del mondo,
tanti cristiani
e altri singoli e chiese
non hanno avuto il coraggio
di dissociarsi dal sistema
di dominio di cui siamo complici.
E allora la fede non è più forza di liberazione
ma una presunzione sterile,
abitudine religiosa
che rischia di non cambiare nulla.

Penso alle lotte delle donne per i loro diritti,
alle battaglie dei gay, delle lesbiche,
dei separati, dei divorziati, dei preti sposati,
che non si rassegnano a una chiesa-caserma
ad una società sterile e addormentata.

Penso a tutti coloro che vivono una fede libera
dall’autoritarismo e dal moralismo.
Penso a chi non smette di lottare,
a chi manifesta,
a chi con una barchetta sfida imperi militari,
perché tacciano le armi,
a quei genitori ed educatori
che testimoniano sobrietà,
condivisione, giustizia.
Penso a preti o suore,
teologi e teologhe
che rischiano la tranquillità di una cattedra
pur di non tacere.

La fede, mi ricorda Gesù,
non è quantità ma qualità.
Non serve averne “tanta”:
serve averla vera.
Non è una credenza astratta o dogma sterile,
non è rito senza cuore.
“La fede è fiducia nel Bene” (Corrado Pensa),
un senso sottile,
un’intuizione dell’anima,
è la consapevolezza della propria responsabilità,
che rivela l’oltre nell’immanente,
che fa scoprire il segreto della vita
in ogni frammento di quotidiano.

Si può praticare ogni rito,
ogni protocollo
e non avere fede.
Si può proclamare ogni dogma
e restare increduli.
Si può perfino costruire religioni
ma senza toccare il cuore della fede:
fidarsi di Dio e affidarsi a Lui,
fidandosi della vita,
credendo che il Bene è più forte del male.

Avere fede è dire:
«Io sento in me nobiltà e generosità,
sento in me il desiderio di superarmi,
sento in me l’eco dell’eternità».
È comunione con il Padre/Madre,
forza che rende possibile
ciò che appare impossibile.

La fede è protesta contro il non senso,
è fiducia che la vita e la giustizia
avranno l’ultima parola.
È ciò che impedisce ai poveri
di arrendersi alla morte,
ciò che dà forza agli oppressi
per non smettere di lottare.
La fede oggi abita in loro,
nei piccoli e negli esclusi,
che gridano contro le situazioni disumane
e ricostruiscono la vita.

Non è fuga da questo mondo
ma fiducia nel mondo
come spazio di alleanza,
apertura all’“adesso di Dio”.
È dono che diventa compito:
spostare gelsi e montagne,
poteri antichi e oppressioni consolidate,
prevaricazioni che abbiamo accettato
come inevitabili.

La fede non è credere in un cielo lontano
ma scoprire che il Regno comincia qui,
che la giustizia è possibile ora,
che il potere del denaro e dell’egoismo
può essere sconfitto.
Ma occorre credere davvero,
non nei dogmi,
ma nella possibilità di un mondo nuovo.

Cara Amica/o,
ti auguro questa fede:
non grande ma vera.
Un granello soltanto,
capace di smuovere la storia,
di spezzare catene,
di restituire speranza.

Ti auguro una fede che sia forza segreta di energia,
sorgente di resistenza e di coraggio,
apertura al presente di Dio.
Ti auguro di servire la vita
con fedeltà e gratuità,
come servi che non cercano ricompensa,
ma che vivono la gioia di aver partecipato
al sogno del Padre.

Con affetto e fiducia nel bene che c’è in te.

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