porta stretta
il commento alla ventunesima domenica del tempo ordinario
Gesù passava insegnando per città e villaggi, mentre era in cammino verso Gerusalemme, ci dice Luca. Non sta fermo, non attende che la gente venga da lui. La sua fama si diffonde ma non ha un indirizzo di ricevimento come maghi e santoni. I suoi piedi sono sporchi di polvere. È lungo un cammino, non ha fretta, insegna. Ma per strada appunto, non da un pulpito. Le sue parole nascono dagli incontri, dagli sguardi, dall’umore del momento, dalle domande. E, infatti, a un certo punto un tale gli pone una domanda secca, tagliente: “Signore, sono pochi quelli che si salvano?”. È una domanda apparentemente teorica, ma ha qualcosa di urgente. Come dire: chi ce la farà davvero? Quanti? E io? Gesù non risponde con un numero, con percentuali, statistiche di probabilità. Risponde con un’esortazione: “Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, io vi dico, cercheranno di entrare, ma non ci riusciranno”. Gesù fa vedere una folla che spinge e si accalca come quando ci sono i grandi eventi e si vuole passare dai cancelli, ma questa pressione è inutile. Non è spingendo che si entra.
Gesù prosegue con una storia nella quale compare il padrone di casa. Dunque, si tratta della porta di una abitazione. La salvezza è una casa. Ma questo padrone che fa? Si alza e chiude la porta. Prosegue Gesù: “Voi, rimasti fuori, comincerete a bussare alla porta, dicendo: ‘Signore, aprici!’. Ma egli vi risponderà: ‘Non so di dove siete’”. La storia si fa concitata in un dialogo tagliente tra il padrone e la gente che spinge: “Abbiamo mangiato e bevuto con te! Hai insegnato nelle nostre piazze!”. Non sono estranei. Hanno condiviso spazi, tempi, parole. Insomma: abbiamo il pass! Ma il padrone è inflessibile: “Non so di dove siete. Allontanatevi da me, voi tutti operatori di ingiustizia”.
Gesù è ingiusto, sprezzante, duro. Ma ecco perché: questi, sì, avevano visto Gesù insegnare, ma per loro era uno spettacolo tra un banchetto e l’altro. Il contrasto è potente, drammatico: chi si credeva dentro è fuori. Chi si considerava in diritto si ritrova messo alla porta. Nel Regno di Dio non c’è prenotazione del posto. E fuori dalla porta – prosegue Gesù – “ci sarà pianto e stridore di denti”. E conclude: “Quando vedrete Abramo, Isacco e Giacobbe e tutti i profeti nel regno di Dio, voi invece sarete cacciati fuori”. Poi qualcosa accade nel discorso del Maestro. Improvvisamente il discorso si allarga a grandangolo, e si impenna in modo visionario cambiando soggetto: “Verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno e siederanno a mensa nel regno di Dio”. Chi sono? Colpo di scena. La gente entra, e sono tanti da ogni parte del mondo. La geografia del banchetto si espande. La tavola si apre verso i punti cardinali con movimento centripeto. Come fanno a entrare dalla porta stretta? Non importa: siamo ormai in piena visione. L’appartenenza non è più definita dalla prossimità, ma dalla direzione. Non conta da dove vieni, ma se ti sei mosso. Non se hai ascoltato, ma se hai seguito. Arrivano da lontano, però. Non sono i soliti noti, quelli delle piazze dove Gesù insegnava. Sono esclusi, dimenticati, stranieri. La tavola si apre in direzioni impreviste. Chi accampa diritti di possesso del sacro resta fuori, mentre una moltitudine immensa di lontani entra e banchetta senza limiti. Il racconto è kafkiano: c’è una porta, un padrone silenzioso, un tempo che scorre, una voce che dice “non vi conosco”. E poi, all’improvviso, una mensa piena di volti imprevisti: “Ed ecco, vi sono ultimi che saranno primi, e vi sono primi che saranno ultimi”, conclude Gesù.








