per papa Leone i migranti sono missionari di speranza

 

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE LEONE XIV
PER LA 111ª GIORNATA MONDIALE DEL MIGRANTE E DEL RIFUGIATO 2025

[4-5 ottobre 2025]

Migranti, missionari di speranza

Cari Fratelli e Sorelle,

La 111a Giornata Mondiale del Migrante e Rifugiato, che il mio predecessore ha voluto far coincidere con il Giubileo dei migranti e del mondo missionario, ci offre l’occasione di riflettere sul nesso tra speranza, migrazione e missione.

Il contesto mondiale attuale è tristemente segnato da guerre, violenze, ingiustizie e fenomeni meteorologici estremi, che obbligano milioni di persone a lasciare la loro terra d’origine per cercare rifugio altrove. La generalizzata tendenza a curare esclusivamente gli interessi di comunità circoscritte costituisce una seria minaccia alla condivisione di responsabilità, alla cooperazione multilaterale, alla realizzazione del bene comune e alla solidarietà globale a vantaggio di tutta la famiglia umana. La prospettiva di una rinnovata corsa agli armamenti e lo sviluppo di nuove armi, incluse quelle nucleari, la scarsa considerazione degli effetti nefasti della crisi climatica in corso e le profonde disuguaglianze economiche rendono sempre più impegnative le sfide del presente e del futuro.

Di fronte alle teorie di devastazioni globali e scenari spaventosi, è importante che cresca nel cuore dei più il desiderio di sperare in un futuro di dignità e pace per tutti gli esseri umani. Tale futuro è parte essenziale del progetto di Dio sull’umanità e sul resto del creato. Si tratta del futuro messianico anticipato dai profeti: «Vecchi e vecchie siederanno ancora nelle piazze di Gerusalemme, ognuno con il bastone in mano per la loro longevità. Le piazze della città formicoleranno di fanciulli e di fanciulle, che giocheranno sulle sue piazze. […] Ecco il seme della pace: la vite produrrà il suo frutto, la terra darà i suoi prodotti, i cieli daranno la rugiada» (Zc 8,4-5.12). E questo futuro è già iniziato, perché è stato inaugurato da Gesù Cristo (cfr. Mc 1,15 e Lc 17,21) e noi crediamo e speriamo nella sua piena realizzazione, poiché il Signore mantiene sempre le sue promesse.

Il Catechismo della Chiesa Cattolica insegna: «La virtù della speranza risponde all’aspirazione alla felicità, che Dio ha posto nel cuore di ogni uomo; essa assume le attese che ispirano le attività degli uomini» (n° 1818). Ed è certamente la ricerca della felicità – e la prospettiva di trovarla altrove – una delle principali motivazioni della mobilità umana contemporanea.

Questo collegamento tra migrazione e speranza si rivela distintamente in molte delle esperienze migratorie dei nostri giorni. Molti migranti, rifugiati e sfollati sono testimoni privilegiati della speranza vissuta nella quotidianità, attraverso il loro affidarsi a Dio e la loro sopportazione delle avversità in vista di un futuro, nel quale intravedono l’avvicinarsi della felicità, dello sviluppo umano integrale. Si rinnova in loro l’esperienza itinerante del popolo di Israele: «O Dio, quando uscivi davanti al tuo popolo, quando camminavi per il deserto, tremò la terra, i cieli stillarono davanti a Dio, quello del Sinai, davanti a Dio, il Dio d’Israele. Pioggia abbondante hai riversato, o Dio, la tua esausta eredità tu hai consolidato e in essa ha abitato il tuo popolo, in quella che, nella tua bontà, hai reso sicura per il povero, o Dio» (Sal 68, 8-11).

In un mondo oscurato da guerre e ingiustizie, anche lì dove tutto sembra perduto, i migranti e i rifugiati si ergono a messaggeri di speranza. Il loro coraggio e la loro tenacia è testimonianza eroica di una fede che vede oltre quello che i nostri occhi possono vedere e che dona loro la forza di sfidare la morte nelle diverse rotte migratorie contemporanee. Anche qui è possibile trovare una chiara analogia con l’esperienza del popolo di Israele errante nel deserto, il quale affronta ogni pericolo fiducioso nella protezione del Signore: «Egli ti libererà dal laccio del cacciatore, dalla peste che distrugge. Ti coprirà con le sue penne, sotto le sue ali troverai rifugio; la sua fedeltà ti sarà scudo e corazza. Non temerai il terrore della notte né la freccia che vola di giorno, la peste che vaga nelle tenebre, lo sterminio che devasta a mezzogiorno» (Sal 91,3-6).

I migranti e i rifugiati ricordano alla Chiesa la sua dimensione pellegrina, perennemente protesa verso il raggiungimento della patria definitiva, sostenuta da una speranza che è virtù teologale. Ogni volta che la Chiesa cede alla tentazione di “sedentarizzazione” e smette di essere civitas peregrina – popolo di Dio pellegrinante verso la patria celeste (Cfr. Agostino, De civitate Dei, Libro XIV-XVI), essa smette di essere “nel mondo” e diventa “del mondo” (cfr. Gv 15,19). Si tratta di una tentazione presente già nelle prime comunità cristiane, tanto che l’apostolo Paolo deve ricordare alla Chiesa di Filippi che «la nostra cittadinanza infatti è nei cieli e di là aspettiamo come salvatore il Signore Gesù Cristo, il quale trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso, in virtù del potere che egli ha di sottomettere a sé tutte le cose» (Fil 3,20-21).

In modo particolare, migranti e rifugiati cattolici possono diventare oggi missionari di speranza nei Paesi che li accolgono, portando avanti percorsi di fede nuovi lì dove il messaggio di Gesù Cristo non è ancora arrivato o avviando dialoghi interreligiosi fatti di quotidianità e di ricerca di valori comuni. Essi, infatti, con il loro entusiasmo spirituale e la loro vitalità possono contribuire a rivitalizzare comunità ecclesiali irrigidite ed appesantite, in cui avanza minacciosamente il deserto spirituale. La loro presenza va allora riconosciuta ed apprezzata come una vera benedizione divina, un’occasione per aprirsi alla grazia di Dio che dona nuova energia e speranza alla sua Chiesa: «Non dimenticate l’ospitalità; alcuni, praticandola, senza saperlo hanno accolto degli angeli» (Eb 13,2).

Il primo elemento dell’evangelizzazione, come sottolineava San Paolo VI, è generalmente la testimonianza: «tutti i cristiani sono chiamati e possono essere, sotto questo aspetto, dei veri evangelizzatori. Pensiamo soprattutto alla responsabilità che spetta agli emigranti nei Paesi che li ricevono» (Evangelii nuntiandi, 21). Si tratta di una vera missio migrantium – missione realizzata dai migranti – per la quale devono essere assicurate un’adeguata preparazione e un sostegno continuo frutto di un’efficace cooperazione inter-ecclesiale.

Dall’altro lato, anche le comunità che li accolgono possono essere una testimonianza viva di speranza. Speranza intesa come promessa di un presente e di un futuro in cui sia riconosciuta la dignità di tutti come figli di Dio. In tal modo migranti e rifugiati sono riconosciuti come fratelli e sorelle, parte di una famiglia in cui possono esprimere i loro talenti e partecipare pienamente alla vita comunitaria.

In occasione di questa giornata giubilare in cui la Chiesa prega per tutti i migranti e i rifugiati, voglio affidare tutti coloro che si trovano in cammino, così come coloro che si prodigano per accompagnarli, alla materna protezione della Vergine Maria, conforto dei migranti, affinché mantenga viva nel loro cuore la speranza e li sostenga nel loro impegno di costruzione di un mondo che assomigli sempre di più al Regno di Dio, la vera Patria che ci aspetta alla fine del nostro viaggio.

Dal Vaticano, 25 luglio 2025, Festa di San Giacomo Apostolo

LEONE PP. XIV

Copyright © Dicastero per la Comunicazione – Libreria Editrice Vaticana

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il commento al vangelo della domenica

quando pregate dite: Padre nostro …

il commento di Bernard al vangelo della sedicesima domenica del tempo ordinario

Cara anima amica,
oggi il Vangelo ci insegna a pregare.
Non è una formula da recitare,
ma un gesto da abitare.
È un respiro profondo
che nasce dalla terra arida del cuore
e si alza come un sussurro verso il cielo.

“Padre, dacci oggi il nostro pane”…
ma quale pane?

Quel pane che manca a troppi,
che manca nelle terre devastate,
come in Palestina,
dove i bambini non hanno più una casa,
dove le madri scavano tra le macerie
e stringono i corpi dei loro figli.
Dove non si muore solo per le bombe
ma anche per l’ingiustizia che fa morire lentamente:
di fame, di sete, di abbandono.

E mentre chiediamo il nostro pane,
c’è chi ne cerca una briciola,
frugando tra la spazzatura.
C’è chi bussa – e noi dormiamo.
C’è chi implora – e noi ci infastidiamo.
C’è chi ama disperatamente
e non trova mani da stringere né cuori aperti.

Ma vedi, anche il dolore può essere pane.
Può nutrire, oppure avvelenare.
Dipende.
Dipende dall’uso che ne facciamo.

Ci sono persone che hanno trasformato il dolore in luce.
Che lo hanno guardato negli occhi,
che hanno pianto, gridato, tremato
e poi hanno ricominciato.
Sono coloro che hanno fatto
del proprio dolore un dono,
che lo hanno trasformato in scrittura,
in musica, in ascolto, in cura.
Hanno donato le proprie cicatrici al mondo,
non per esibirle
ma per costruire ponti, guarigioni, empatia.
Sono stati nel buio – e ne sono usciti luminosi.
Non perfetti ma più veri.

E poi ci sono altri,
che dal dolore si sono fatti imprigionare.
Che hanno deciso di farlo pagare al mondo.
Che vivono nella lamentela,
nella rabbia, nel risentimento.
Che cercano colpe all’esterno,
senza mai posare uno sguardo sincero dentro di sé.
Sono strade opposte,
tracciate da una sola differenza:
consapevolezza.

Per questo ti auguro una preghiera
che non ti anestetizzi ma ti risvegli.
Che non sia una liturgia ben fatta
ma una zolla che si offre all’acqua.
Che ti insegni la tenerezza,
quella che nasce proprio dal dolore trasformato,
dalla fragilità riconosciuta e accolta.

Perché nella preghiera
si impara a riconoscersi creature,
fragili, amate, vulnerabili.
E si impara la gentilezza,
che è una forma di giustizia:
di chi ascolta,
di chi tocca con leggerezza,
di chi abbraccia senza trattenere,
bacia senza possedere.

La preghiera non è fuga dal mondo
ma immersione più profonda nella realtà.
È sentire la fame dell’altro come la propria,
è non accontentarsi di chiedere per sé
ma osare bussare anche per un amico.

Lì, dove c’è la tua ferita,
lì c’è anche la tua forza nascosta.
Lì, nel dolore che hai vissuto,
può nascere una nuova energia,
un dono per gli altri.

Ti auguro allora una preghiera
che sia trasmutazione delle ombre in luce,
delle energie deboli in forza d’amore.
Che ti porti dentro te stessa,
per non restare sequestrata dalla differenza
ma trasformarla in presenza.

Ti auguro una preghiera
che sia memoria del mondo ferito,
che porti nel cuore i corpi straziati dalla guerra,
le bocche vuote,
gli occhi stanchi di chi vive dietro muri e droni.

Ti auguro una preghiera
che sia abbraccio universale,
che stringe anche chi non conosci,
che bacia con la forza mite
di chi ha conosciuto il dolore
ma non ha ceduto all’odio.

Possa essere per te come un atto di cura,
di guarigione, di creazione, di rigenerazione,
atto di conoscenza più sublime.

E soprattutto,
ti auguro di vivere la tua vita come una Eucaristia,
un’Agape quotidiana:
non un palco, non spettatori
ma pane da spezzare,
tempo da condividere,
vita da donare.

Sii tu l’amica che si sveglia a mezzanotte,
che si alza, apre, offre.
Che non ha paura di essere disturbata,
che si lascia cercare,
che apre la porta anche quando è stanca.

Che la tua esistenza sia un dono silenzioso,
che non chiede d’essere notato
ma semplicemente diviso, condiviso, vissuto insieme.

Non smettere di bussare,
anche quando Lui sembra dormire:
si sveglierà per te,
non perché tu lo meriti
ma perché tu lo desideri.

E quando scoprirai che il vero miracolo
non è ricevere
ma diventare pane per qualcun altro,
allora saprai che stai pregando davvero.
Con la tua vita.
Con il tuo dolore trasfigurato.
Con la luce che hai trovato
nell’abbracciare le tue ombre.

Con tanto affetto,
ti mando un abbraccio e un bacio
che vengano da Lui,
attraverso le mie mani, le parole,
e il nostro cuore condiviso.
Bernard

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il commento al vangelo della domenica

le due sorelle

da gli Amici dell’Eremo di Ronzano il commento al vangelo della sedicesima domenica del tempo ordinario

 

C’è stato un tempo
o forse ancora oggi,
vivo affaccendato, agitato.
Presente, disponibile, generoso…
ma col cuore stanco, perso, assetato.
Molte cose da fare, impegni da onorare,
responsabilità che incalzano,
una vita in corsa: lavoro, servizio, relazioni, riti da svolgere.
E tutto apparentemente buono, utile,
perfino, forse giusto.

Poi ho riletto questo brano
e mi sono visto in Marta.
Non per condannarmi
ma per riconoscermi.

Ma dentro, piano piano,
si fa il silenzio… e poi smarrimento.
Sento di non bastare mai,
di dover essere sempre all’altezza,
di meritare affetto, riconoscimento, senso.
Perfino Dio diventa un dovere, un compito:
comportarmi bene per non deluderlo,
dare tanto per guadagnarmi il suo amore.

Mi perdo negli sguardi degli altri,
nella pretesa di controllare tutto,
nel desiderio inconfessato
di essere necessario, importante, ascoltato…
E non mi accorgo che nel frattempo,
ho smarrito la parte più vera di me:
la mia interiorità.
Smesso di ascoltare il cuore.
Non trovo il coraggio di fermarmi.
Non provo più la meraviglia.
Non riesco a lasciarmi raggiungere.

Nella casa di Betania, sta Gesù,
non per ricevere qualcosa
ma per offrire sé stesso.
Non chiede altro che uno spazio,
un tempo, un ascolto, un vuoto da colmare.

Maria seduta ai suoi piedi.
In questo stato silenzioso
c’è una rivoluzione:
capovolge la logica del mondo.

La nostra società,
che misura tutto in base alla produttività,
non comprende il valore dell’ascolto,
della contemplazione, della gratuità.
Abbiamo dimenticato “la parte buona” ,
l’unica cosa necessaria.

In quella casa… ci sei anche tu.
Ci sono io.
Come Marta, mi affanno, mi lamento,
mi sento solo, non compreso, non aiutato.
E tutto nasce da quel bisogno profondo
di controllare, di fare bene, di meritare.

Gesù non la condanna,
non la giudica.
La chiama per nome, due volte,
con tenerezza:
Marta, Marta…
Quasi a volerla svegliare,
invitarla a fermarsi,
a respirare,
a smettere di lottare per amore,
e lasciarsi amare.

Dal di dentro della fragilità umana,
vorrei scrivere a te,
anima amica, sorella cara…

Ti auguro di saper distinguere
tra il superfluo e l’essenziale,
tra ciò che pesa e ciò che conta,
tra smarrimento e consapevolezza,
tra l’illusione che consuma
e la verità che nutre.

Non c’è nulla da dimostrare,
nessun amore da conquistare.
Sei già amata
e quando lo accogli,
l’amore diventa anche tuo, vivo, vero.
Non si tratta di fare di più.
Si tratta di essere di più.

Ti auguro una vita come quella di Maria.
Una vita che sa rallentare.
Che sa fermarsi.
Che sa ascoltare, accogliere.

Ti auguro di trovarti,
seduta ai piedi di te stessa,
ai piedi della tua anima,
del tuo maestro interiore,
senza cercare la perfezione,
senza l’ansia del fare.

Cara amica, lasciati baciare,
è come stare al fuoco,
accarezzata dal suo calore,
essere illuminata,
custodita dalla sua tenerezza,
dalla gentilezza amorevole
per poter “abitare il presente”.

Perché non sei chiamata a fare per meritare
ma a ricevere per vivere.
Ad accogliere l’amore,
quello che ti viene donato
non perché vali qualcosa
ma perché vali tutto.

Ti auguro “la parte buona” ,
quella che nessuno ti può togliere:
la tua intimità col divino,
con il tuo cuore,
con la tua verità, la tua coscienza.

Lascia andare il bisogno di controllare,
di piacere, di fare tutto tu.
Non sei amata perché fai,
sei amata perché sei.

E l’ascolto – quello vero – ti trasformerà.
Non perché cambierà tutto fuori
ma perché si illuminerà tutto dentro.

Accetta questa presenza che ti visita.
Accoglila, con tutto quello che sei.
E sarà vita nuova.
Semplice. Ma piena.
Silenziosa. Ma eterna.

Ti saluto con le parole di Hetty Hillesum:
“Si deve diventare un’altra volta
così semplici e senza parole
come il grano che cresce,
o la pioggia che cade.
Si deve semplicemente essere.”

Un abbraccio silenzioso, profondo,
come uno sguardo negli occhi,
come una carezza sull’anima.
Sperando di vederti…
fermare, ascoltare, risplendere.

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il fanatismo religioso di Israele (e degli islamisti)

i due volti del fanatismo religioso

nazi-sionisti contro nazi-islamisti

di Vito Mancuso in “La Stampa” del 13 luglio 2025

C’è un lato oscuro nell’ebraismo che nasce dalla sua radice politica, l’israelismo.   Il ministro della sicurezza nazionale di Israele Itamar Ben Gvir non poteva essere più chiaro nel dichiarare l’obiettivo: «Una sospensione totale degli aiuti umanitari». Motivando così l’affermazione: «Fermare gli aiuti ci porterà rapidamente alla vittoria». La vittoria che ha in mente è indicata da questa parola ebraica: herem, “sterminio totale”, in tedesco Endlösung, “soluzione finale”, il termine che inaugurò la Shoah. Altri ministri del governo Netanyahu, premier compreso ovviamente, sono su questa linea. Ciononostante alcuni sostengono che non si può e non si deve parlare di “genocidio”. Che nome dare allora a questa volontà di far morire di fame un intero popolo? Come nominare questo sterminio sistematico? È possibile trovare un altro nome che non sia genocidio per questa ferocia perseguita lucidamente da questi nazi-sionisti con la kippah che mirano ad annientare tutta la popolazione di Gaza e ci stanno riuscendo? Si professano religiosi e non si deve pensare che facciano finta: lo sono veramente. Come lo sono i nazi-islamisti di Hamas. Tutti estremamente religiosi. Ma ora qui non è in gioco l’islam, bensì l’ebraismo: che razza di religione è, se produce esseri come Ben Gvir e non pochi altri come lui, tutti rappresentati dai partiti religiosi che sono l’anima e il fondamento del governo Netanyahu? La religione ebraica ha una duplice essenza: spirituale e politica. La prima è propriamente l’ebraismo, la seconda è ciò che io denomino “israelismo”. Per descrivere la dimensione spirituale dell’ebraismo mi rifaccio a questo antichissimo testo rinvenuto su un coccio risalente alle origini del popolo ebraico e che riprendo da Amos Oz: «Non fate così e servite il vostro Signore. Giudicate lo schiavo e la vedova. Giudicate l’orfano e lo straniero. Supplicate per il bambino, supplicate per il povero e la vedova. La vendetta in mano al re, l’umile e il servo proteggete. Lo straniero supportate». Commento magistrale di Oz: «Questo messaggio, scritto in un inequivocabile ebraico di tremila anni fa, contiene imperativi morali e di equità nati in seno a una cultura che esige giustizia per i deboli e i perdenti. Il nocciolo della questione sta proprio nel servo, nella vedova, nell’orfano, nello straniero, nel povero, nel disgraziato, in chi ha bisogno». Questo stare dalla parte dei deboli nel nome dell’etica è ciò che Oz denomina «fiamma interiore dell’ebraismo». È il medesimo messaggio veicolato dall’ebreo Gesù che legava intrinsecamente amore di Dio e amore del prossimo. Nella Bibbia ebraica però è presente da subito e in modo altrettanto decisivo anche l’essenza politica che io definisco “israelismo”. Ha scritto al proposito Joseph Klausner, raffinato intellettuale nonché prozio di Amos Oz: «Un semplice dato di fatto non deve essere dimenticato, anche se molti studiosi ebrei con un senso di “missione” e quasi tutti i teologi cristiani lo trascurano; questo fatto è che l’ebraismo non è solo una religione, ma anche una nazione una nazione e una religione nello stesso e unico tempo». Qui a prevalere non è la coscienza morale, ma la ragione politica; non è la comunione con gli stranieri, ma la supremazia; non è la solidarietà con i più deboli, ma la forza e il potere. Esattamente per questo motivo nella Bibbia ebraica, accanto alla spiritualità della solidarietà, vi è un’ideologia del potere e dell’oppressione nazionalista e razzista verso altri popoli che partorisce i molti Ben Gvir. Di tale israelismo vi sono ampie attestazioni nella Bibbia. Prendiamo il libro del Deuteronomio, la cui ideologia è tra le più settarie e le più violente della letteratura biblica e in genere del mondo antico. All’inizio del settimo capitolo Mosè si rivolge al popolo che sta per entrare nella terra promessa, allora chiamata Canaan, in seguito dai romani Palestina, e in quel momento abitata da altri popoli, ordinando il seguente comportamento verso i popoli che vi risiedono: «Dovrai distruggerli completamente, non dovrai fare un patto con loro e non dovrai averne pietà» (Deuteronomio 7,2). Per quale motivo? «Perché tu sei un popolo consacrato al Signore tuo Dio. Te scelse il Signore tuo Dio per essergli un popolo, possesso particolare tra tutti gli altri popoli che sono sulla terra» (Deuteronomio 7,6). Secondo l’ideologia deuteronomistica l’elezione divina comporta l’amore per Israele e, contemporaneamente, l’odio per gli altri popoli: «Tu divorerai tutti i popoli che il Signore tuo Dio è per dare in tuo potere, non avrai pietà di loro» (Deuteronomio 7,16). L’israelismo rappresenta il lato oscuro dell’ebraismo (ogni religione, anzi ogni realtà, ha il proprio). Questa ideologia vorace e generatrice di ingiustizia e di violenza è la base dell’azione politica che ai nostri giorni in Israele guida l’attuale governo nella guerra di sterminio contro la popolazione di Gaza e i cosiddetti “coloni” nei loro sistematici furti della terra dei palestinesi in Cisgiordania. Governo e coloni si sentono autorizzati a perpetrare questo eccidio e questi furti della proprietà altrui sulla base delle pagine bibliche che propagandano l’israelismo. Ma una cosa deve essere chiara: come esistono le fake news, così esistono le “fake scriptures”. Quelle pagine violente e cariche di odio delle Scritture ebraiche non hanno nulla a che fare con la vera essenza dell’ebraismo, espressa dal coccio di tremila anni fa e da molte altre pagine bibliche. La coscienza morale dei credenti che considerano la Bibbia il loro libro sacro deve ristrutturare completamente l’esegesi e l’ermeneutica dei testi, in modo tale che non possano più nascere persone come Ben Gvir che ritengono di essere autenticamente religiose perché impediscono gli aiuti umanitari e fanno morire di fame un intero popolo. È questo, a mio avviso, il compito che la coscienza morale detta alle chiese e alle comunità ebraiche che intendono essere davvero fedeli alla fiamma interiore dell’ebraismo. E che soprattutto spetta a quei politici che dichiarano pubblicamente la loro fede nel Dio rivelatosi ad Abramo dicendogli che in lui saranno benedette «tutte le famiglie della terra» (Genesi 12,3)

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il commento al vangelo della domenica

“chi è il mio prossimo?”

 

il commento di Bernard al vangelo della quindicesima domenica del tempo ordinario

Una domanda che nasce da chi vuole giustificarsi,
da chi cerca il limite, il confine dell’amore.
Ma Gesù non risponde definendo il “prossimo”,
risponde raccontando una storia.
Una parabola che è un capovolgimento.

“Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico…”
Scende, precipita, verso “depressione”,
come tutti noi,
quando perdiamo l’altezza dell’anima,
quando attraversiamo la sofferenza,
il buio, la solitudine,
quando veniamo derubati
della nostra identità, del vero sé.
L’uomo è nudo, ferito, mezzo morto.
Non ha più nome.

Passa oltre,
il prete, il levita.
Figure del culto, della legge,
del sapere religioso, della scienza.
Vanno oltre.
Conoscono le regole ma non si fermano.
La legge non ha mai salvato nessuno:
indica l’errore
ma non guarisce, non fascia, non ama.
La Religione o la scienza,
senza compassione sono sterili,
per fino possono inventare e benedire le bombe.

Poi arriva un samaritano.
Uno straniero, eretico, scomunicato, contaminato.
“Buon samaritano” è un controsenso, un ossimoro,
è quasi una bestemmia
nell’orecchio dei religiosi del tempo.
È come dire “buon nemico”, “buon traditore”.
Eppure è lui che si ferma.
Lui che si commuove.
Lui che vede davvero.

Il suo occhio diventa grembo,
viscere che si muovono.
Ama perché ha visto.
Ama perché soffre insieme.
E compie dieci gesti, un nuovo decalogo dell’amore:
vede, si avvicina, si commuove,
scende, versa olio, fascia,
carica, porta, cura, paga.

E qui, un dettaglio sorprendente.
Nel testo non c’è scritto che carica l’uomo sull’asino.
Non c’è la parola “asino” o “giumento”
ma un’espressione più profonda e misteriosa:
“ciò che si è comprato”.

Il samaritano carica il ferito
su ciò che ha acquistato.
Carica l’umanità sull’umanità stessa,
su ciò che si può possedere.
I miei limiti, i tuoi, i nostri mali,
tutta la nostra disumanità,
è presa su di sé.
Come Gesù ha caricato la nostra carne,
così anche l’amore vero
prende su di sé la debolezza dell’altro.

Questo “ciò che si è comprato” è il soma,
la realtà incarnata che conduce,
che porta verso la locanda,
verso il luogo che “accoglie tutti”,
simbolo di una nuova Comunità,
una nuova umanità che non lascia nessuno fuori.

Alla fine, il samaritano lascia due denari,
il necessario per vivere due giorni,
tempo simbolico del nostro pellegrinaggio terreno
fino al “terzo giorno”, quello della risurrezione.
Due monete per la vita,
per l’attesa, per la speranza.
E la promessa: “al mio ritorno pagherò”.
C’è un ritorno.
C’è una fedeltà oltre l’abbandono.
C’è un Dio che non lascia i feriti a metà cura.

Ti auguro di diventare
quella creatura fragile e luminosa
che pur scendendo da Gerusalemme a Gerico,
non dimentica che ogni ferita
può diventare feritoia di luce.

Ti auguro di essere abbraccio che cura,
sguardo che solleva,
parola che fascia il cuore.

Ti auguro di accettare le tue cadute
come il grembo dove nasce la compassione,
di non vergognarti delle tue lacrime,
perché sono acqua che irriga
il seme dell’amore.

Ti auguro di diventare
quel samaritano che è dentro di te,
quell’occhio che sa vedere,
quella mano che sa toccare senza ferire,
quel cuore che invece di chiedere chi è il prossimo,
sceglie di diventarlo.

Ti auguro di sentire che l’albergo
dove l’altro viene curato
è anche il tuo cuore,
che “accoglie tutti”,
che è la tua comunità,
che la strada non è solo per cadere
ma anche per rinascere insieme.

Ti auguro di scoprire
che ciò che hai “comprato” con la tua storia,
con le tue ferite, i tuoi limiti,
può diventare dono (giumento) per chi incontri,
perché nulla si perde
di ciò che è stato amato.

Ti auguro, infine,
di vivere la tua fragilità come forza,
il tuo limite come chiamata,
la tua strada come vocazione.

Perché forse il buon samaritano
non sei tu, né io
ma Dio stesso che,
camminando al nostro fianco,
ci insegna ogni giorno a diventare
amore in cammino.
Bernard

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il commento al vangelo della domenica

“quelli della strada”

Lc 10, 1-12

il bel commentino della Caritas al vangelo della quattordicesima domenica del tempo ordinario

*A due a due* 🚶🏾🚶🏻‍♀️👣🌾

Come si *fa strada al Bene* che viene? 🚶🏾🚶🏻‍♀️
Innanzitutto, annunciandolo *a tutti*, non solo ai “nostri”. Poi senza preoccupazioni per se stessi, sapendo che *Dio provvede* a fornire ciò che serve. *Da testimoni*: il modo di presentarsi – soprattutto il modo di essere – è *parte importante dell’annuncio* che si vuole dare. 👣
Augurando – non imponendo – *la pace*. *Condividendo* un pezzo di strada con le persone a cui si è mandati. In modo gratuito, senza secondi fini. *Prendendosi cura* delle persone che si trovano in difficoltà, senza strumentalizzarle ma assicurando loro che la risposta alle loro domande *è già qui*. 👐
Buona settimana alle operaie e agli operai nella messe. 🌾

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