il commento al vangelo della domenica

“tu sei pietra … “
Mt 16,18
il commento di A.Maggi al vangelo della solennità degli Apostoli Pietro e Paolo
E io ti dico: Tu sei una pietra [petros] e su questa roccia [petra] edificherò la mia assemblea [ekklêsian]
Ora che finalmente Simone Pietro ha compreso l’identità di Gesù, e in quanto discepolo si impegna come lui a essere vivificatore, Gesù lo dichiara idoneo alla costruzione della comunità dei credenti.
All’affermazione di Simone Tu sei il Messia, Gesù risponde Tu sei una pietra* Per affermare che Simone è una pietra, l’evangelista usa il termine greco PETROS, nome comune che significa la pietra che può essere usata per la costruzione (sasso/mattone). Nel secondo libro dei Maccabei l’espressione si ritrova come sasso da lanciare (2 Mac1,16; 4,41).
Con questa pietra/mattone Gesù inizia la costruzione sulla PETRA, termine greco che indica la roccia solida e inscalfibile e che è Gesù.
L’uso attento dei vocaboli da parte dell’evangelista non da addito ad equivoci. Il fondamento della Chiesa/comunità di credenti è la roccia Gesù. Simone è la prima pietra con la quale iniziare la costruzione. Se la costruzione si fosse fondata sulla pietra, l’evangelista avrebbe adoperato il termine greco equivalente che è LITHOS: “Non rimarrà qui pietra [lithos]su pietra [lithon]…” Mt 24,2).
Il termine petra è sempre adoperato da Matteo per indicare la roccia (Mt 27,51: “La terra si scosse e le rocce [petrai] si spezzarono; Un sepolcro nuovo che aveva scavato nella roccia [petra]”.
In particolare il termine petra/roccia è già apparso nel vangelo nell’esempio delle due costruzioni, quella indistruttibile, costruita sulla roccia (“Chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, è simile a un uomo saggio che ha costruito la sua casa sulla roccia [petra]” Mt 7,24), e quella instabile sulla sabbia, brano che ha strette analogie col presente.
In entrambe le narrazioni si tratta di una scelta (la pratica della parola, la fede in Gesù) che consentono una salda costruzione (casa/assemblea), e in entrambi i casi le avversità esterne (tempeste/morte) non avranno alcun effetto (“Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ma essa non cadde, perché era fondata sulla roccia”, Mt 7,25).
Il termine petra/roccia, viene nel NT applicato a Gesù o alla sua parola, come appare nella 1 Corinti: “perché bevevano alla roccia [petras] spirituale che li seguiva, e questa roccia [petra] era Cristo” (1 Cor 10,4).
La roccia sulla quale è costruita la comunità viene sempre identificata in Gesù: “Siete stati edificati sul fondamento degli apostoli e dei profeti, essendo Cristo Gesù stesso la pietra angolare, sulla quale l’edificio intero, ben collegato insieme, si va innalzando per essere un tempio santo nel Signore” (Ef 2,20-21). Nella Prima Lettera ai Corinti Paolo afferma chiaramente che nella comunità dei credenti, “edificio di Dio”, “nessuno può porre altro fondamento oltre a quello già posto, cioè Cristo Gesù” (1 Cor 3,9.11).
Già Agostino distingueva tra Petrus/Petra, riferendo il primo a Simone e il secondo a Gesù. Nella Prima Lettera di Pietro si legge che tutti i credenti sono chiamati a essere “pietre vive” impiegate nella costruzione dell’ “edificio spirituale” (1 Pt 2,5)
*Purtroppo la lingua italiana non ha un’espressione equivalente a quella inglese la quale può tradurre la frase: “You are rocky… and on this rock…”
Gesù non pone un soprannome a Simone, ma indica una funzione (così come il termine Messia non indica il nome di Gesù, ma la sua attività quale inviato da Dio). Gesù si rivolgerà a questo discepolo chiamandolo sempre con il suo nome Simone e mai con Pietro (unica eccezione in Lc 22,34). Pietro invece verrà usato dagli evangelisti per sottolineare il comportamento testardo e ostinato di Simone.
Il termine chiesa (solo in Matteo, qui e 18,17) traduzione letterale del greco ekklêsia non ha in Matteo il significato dell’istituzione che avrà in seguito, ma indica l’assemblea (Gdc 20,2), la comunità dei credenti (At 7,38), secondo il significato del termine equivalente ebraico (qahal) di popolo (Dt 4,10).
Gesù non viene a edificare una nuova sinagoga, ma una ekklêsia, assemblea di credenti. Mentre la sinagoga è legata al culto e alla Legge, ed è diretta da un capo (arcisinagogo), l’assemblea è l’insieme dei credenti il cui unico capo è il Cristo (Mt 23,8-10) ed è animata dall’amore vicendevole dei suoi componenti.
Questa assemblea non è quella di Israele (Dt 31,30), ma di Gesù (la mia assemblea) (Rm 16,16). Non riguarda un edificio giudeo (sinagoga), ma l’insieme di quanti, giudei e pagani, riconoscono in Gesù il Figlio del Dio vivificante.
image_pdfimage_print

l’uso blasfemo di Dio

e alla fine fu arruolato anche Dio

di Tonio Dell’Olio

in “www.mosaicodipace.it” del 24 giugno 2025

“Ci tengo a ringraziare tutti e, in particolare, Dio. Ci tengo a dire che ti amiamo, Dio, e che amiamo
il nostro fantastico esercito. Proteggili. Che Dio benedica il Medio Oriente. Che Dio benedica
Israele e che Dio benedica l’America”. Queste sono le parole che concludono il discorso con cui
Donald Trump ha annunciato l’entrata in guerra degli Stati Uniti contro l’Iran. Ma perché arruolare
anche Dio in questa guerra assurda e sanguinosa? È un Dio – quello invocato e “convocato” da
Trump – ridotto a immagine di se stesso e della propria politica. Un Dio modellato come argilla sui
propri disegni, esattamente il contrario del Dio che chiede di ascoltare qual è la sua volontà e di
metterla in pratica. È un Dio che serve da copertura e giustificazione. Lo stesso Dio che con uguale
granitica convinzione viene invocato anche in Iran. Un Dio di parte che – nella convinzione dei suoi
devoti – sta con chi lo invoca e con i suoi amici e per questo li protegge: lì risiede il bene che va
difeso con la guerra. E quindi Dio diventa un Dio della guerra. Naturalmente quella giusta, quella
che viene presentata come dovere morale, bene assoluto. In realtà l’immagine del Dio di Trump è la
negazione del Dio delle scritture e di tutte le fedi. Un Dio che, ad esempio ci ha insegnato a “non
fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te”.

image_pdfimage_print

il commento al vangelo della domenica

PURO SILENZIO
Mc 14,12-16.22-26
il commento di E. Ronchi al vangelo della domenica del Corpus Domini
Oggi, Corpus Domini, non è la festa dei tabernacoli aperti o degli ostensori dorati da venerare.
Che cosa celebriamo?
Cristo che si dona? Neppure questo è sufficiente. La festa di oggi è ancora un passo avanti.
Io che faccio la comunione?
Non basta.
E’ Lui che viene a fare comunione con noi. E’ Lui in cammino.
Lui che percorre i cieli, Lui felice di vedermi, Lui che non chiede agli apostoli e a me di venerare quel Pane, ma dice molto di più: ‘io voglio stare nelle tue mani come dono, e nella tua bocca come pane, sangue, cellula, pensiero di te.
Tua vita’. Vuole perdersi dentro noi come lievito dentro il pane, come pane dentro il corpo.
La prima parola è: prendete. Gesù parla sempre con verbi poveri, semplici, diretti: prendete, ascoltate, venite, andate, partite; “corpo e sangue”. Ignote quelle mezze parole ambigue che permettono ai potenti o ai furbi di consolidare il loro predominio.
Gesù è così radicalmente uomo, anche nel linguaggio, da raggiungere Dio e da comunicarlo attraverso le radici, attraverso gesti comuni a tutti.
Prendete. Qui è il miracolo, il batticuore, lo scopo: per essere trasformati. Quello che sconvolge, è ciò che accade nel discepolo più ancora di ciò che accade nel pane.
Allora mangiare e bere Cristo è molto più che fare la comunione, è “farci comunione”. Che Leone Magno sintetizza così: prendere il corpo e il sangue di Cristo tende a trasformarci in ciò che riceviamo.
Dio in me, il mio cuore lo assorbe, lui assorbe il mio cuore, e diventiamo una cosa sola.
A che serve un Dio come pane chiuso nel tabernacolo, da esporre di tanto in tanto alla venerazione e all’incenso?
Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue “ha” la vita eterna. Adesso! Non “avrà”, come una specie di futuro tfr.
La vita eterna è già qui, libera e autentica, e fa cose che meritano di non morire, con Gesù che dice: prendete il mio corpo, tutta la mia umanità, il mio modo di piangere e ridere, di sedermi alla tavola di Zaccheo, di Levi, e a casa tua.
Ma noi di cosa nutriamo anima e pensieri? Di generosità, bellezza, profondità?
O ci saziamo di intolleranze, miopie dello spirito, paure di tutto?
Se accogliamo pensieri degradati, ci faranno come loro; se accogliamo pensieri di vangelo, ci faranno creature di bellezza.
Alla Messa ecco per noi un piccolo pane bianco che non ha sapore, che è puro e profondissimo silenzio.
Dono lieve come un’ala.
Ma accade qualcosa che i padri orientali chiamano deificazione (theosis), parola che fa tremare. Un pezzo di Dio in me perché io diventi un pezzetto di Dio nel mondo.
Finita la religione dei riti e degli obblighi, ecco la religione del corpo a corpo con Dio, la religione del tu per tu con Lui, che prima che io dica: “ho fame”, mi dice: “Prendete e mangiate”.
Mi ha cercato, mi ha atteso e si dona, e io posso solo accoglierlo e ringraziare.
image_pdfimage_print

il commento al vangelo della domenica

IN PRINCIPIO, IL LEGAME
Trinità: un solo Dio in tre Persone
il commento di E. Ronchi al vangelo della festa della Trinità
Dogma che non capisco, croce di tutti i teologi, eppure liberante, perché mi assicura che l’essenza di Dio vibra di un infinito movimento d’amore.
In principio a tutto sta la relazione. Solitudine è il primo male, perfino nel cielo: «neanche Dio può stare solo» (D. M. Turoldo), e la Trinità è la vittoria essenziale sulla solitudine, quella che, per bocca stessa di Dio, è il primo male del cosmo, anteriore al peccato originale: “non è bene che l’uomo sia solo”.
Un dogma, questo, che non cerca di far coincidere il Tre con l’Uno, ma è sorgente di sapienza del vivere: se Dio si realizza solo nella comunione, così sarà anche per noi. Il Creatore aveva detto “Facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza”. Nostra: non a immagine del Padre, non a immagine dello Spirito e neppure del Verbo.
Molto di più: a immagine della Trinità, a somiglianza di un legame d’amore, come icona di comunità.
In principio alla Trinità sta il legame. ​
Vivere è convivere, esistere è coesistere. ​Allora capisco perché quando sono con chi mi vuole bene, quando sono accolto e a mia volta so accogliere, sto così bene, così in pace: perché realizzo la mia umana e divina vocazione.
Perfino i nomi che Gesù sceglie per dire il volto di Dio sono nomi che stringono legami: Padre e Figlio indicano relazioni salde come il sangue, potenti come la generazione.
Per raccontare la Trinità non ci sono parole migliori dei tre linguaggi delle letture di oggi: la poesia, il cuore pieno, la ricerca.
La poesia del libro dei Proverbi: parlare di Dio attraverso l’origine delle cose. Non il Dio dei trattati, ma quello gioioso che moltiplica vita, crea bellezza e armonia, che gioca sul globo terrestre e la sua gioia è stare tra i figli dell’uomo (Proverbi 8,31).
Poi il “cuore pieno” di Paolo, passione e speranza che non delude. A noi abituati a interpretare tutto in chiave di degrado, di impoverimento, di sospetto, Paolo racconta di un Dio che riempie il cuore: «l’amore è stato riversato – illimitato e inarrestabile – nei vostri cuori», e riempie, tracima, dilaga. Il nostro male è che siamo immersi in un oceano d’amore e non ce ne rendiamo conto (G. Vannucci).
Infine Gesù: che è la piena rivelazione e insieme la ricerca inesausta, sempre incompiuta, che promette un lungo corroborante cammino, con un suggeritore meraviglioso che è lo Spirito.
I verbi per dire lo Spirito Santo sono tutti al futuro: verrà, annuncerà, guiderà, prenderà…, sono parole in cammino, che aprono strade. Lo Spirito non sopporta recinti, nemmeno di parole sacre.
Noi credenti, nati dal respiro di Dio come Adamo, apparteniamo a un sistema aperto, che avanza. Tutto circola nell’universo, tutto avanza e canta con la soavità propria di ciascuno, inconfondibile e ammaliante: pianeti e astri, sangue, fiumi, vento e uccelli migratori.
Vita che, se si ferma, si ammala e si spegne.
image_pdfimage_print

il commento al vangelo della domenica

NOI, MADRI DI VANGELO
Gv 14,15-16.23b-26
il commento di E. Ronchi al vangelo della domenica di pentecoste
Con lo Spirito Santo le parole non ce la fanno.
Lo Spirito è Dio in libertà e non sopporta recinti, nemmeno di parole sacre. Lui forza tutte le porte.
La prima porta che abbatte è quella sbarrata di una casa dove manca l’aria. Luca ci racconta di apostoli che ne escono come ubriachi, fuori di sé, storditi da una improvvisa predazione di Dio.
E’ la prima chiesa, stremata e impaurita; un gruppo deluso che, barricato in casa, si stava sfaldando e che improvvisamente viene rovesciato come un guanto, e affronta la città che uccide i profeti: “Quel Gesù che voi avete ucciso è vivo!”.
Parevano “ebbri”, come esagerati, fuori misura, i folli di Dio; perché il cristianesimo non si diffonde per dottrine o divieti, ma, come allora, per la consegna amorosa e contagiosa della passione per Dio e per l’uomo.
La seconda porta è aperta dal salmo tra le letture, con il suo registro maestoso, una melodia che naviga e aleggia sul mondo: del tuo Spirito, Signore, è piena la terra (Sal 103). Tutta la terra, nessuna creatura esclusa, ne è piena; non solo sfiorata dal vento di Dio, ma riempita. Anche se non è evidente, anche se rimane gonfia di sangue, di follia, di guerre ovunque.
La terza porta dello Spirito si apre su altre cento: Paolo racconta di una fiamma di fuoco che si divide e che, come una musica riempie e sposa vite diverse, benedice la genialità e l’unicità di ognuno, domanda discepoli creativi che non ripetono parole d’altri: liberi, leggeri e limpidi.
P. Vannucci: “nella grande Cattedrale che Dio va costruendo con le nostre persone, ognuno di noi è una pietra insostituibile”.
Che opera compie lo Spirito? L’opera che ha realizzato con Marco, Matteo, Luca e Giovanni: genera evangelisti. Ognuno di noi lo è, col suo vangelo da proclamare. E nessuno ci può sostituire proprio là, dove Dio ci ha posto.
La quarta porta è spalancata dal vangelo: lo Spirito vi guiderà alla verità tutta intera. È l’umiltà di Gesù, che non pretende di aver detto tutto, ma ci parla con verbi tutti rivolti al futuro: lo Spirito verrà, annuncerà, guiderà, parlerà. Ricorderà cose antiche e scoprirà cose nuove. Lui, sommo inventore.
E pregarlo è affacciarsi al balcone del futuro, dove la verità, sempre incompiuta, cresce e matura.
Lo Spirito compie in noi l’opera stessa realizzata in santa Maria: incarna in me la Parola, la fa crescere, ci rende tutti e tutte madri di Dio.
Allora niente cattolici depressi! Perché non mancherà mai il vento al mio piccolo veliero. Niente ansia per la rotta, perché su di noi soffia un Vento libero e liberante. E ci fa tutti vento nel suo Vento. Perché il Vangelo non è finito, è infinito, e cresce con chi lo legge (Gregorio Magno). Cresce con te. Tu ne sei madre.
image_pdfimage_print

il sogno di un mondo diverso di Danilo Dolci

per un modo diverso di esistere

di Danilo Dolci
in “L’Osservatore Romano” del 3 giugno 2025

poeta, sociologo, attivista, educatore, scrittore e padre, Danilo Dolci (1924-1997) viene spesso
definito «il Gandhi italiano», slogan facile che però coglie un tratto distintivo dell’intellettuale
triestino che ha fatto della Sicilia il cuore della sua vita e del suo impegno pacifista contro
ingiustizie e povertà. A Dolci si devono iniziative luminose e fastidiose che lo porteranno a essere
processato e variamente bersagliato, ma al contempo lo renderanno tra le figure di massimo rilievo
della nonviolenza nel mondo nella certezza che la pace non sia «tranquillità (…), assenza di
impegno, paura del nuovo, ma capacità di rinnovarsi, costruire», che sia davvero un «modo
diverso di esistere». Rivoluzionario di coraggio, amore e intelligenza, Dolci è convinto che essere
educatori non significhi avere in sé la verità ma che ciascuno possa dare il suo contributo per
scoprirla. Con i fatti innanzitutto, Dolci ribalta alla radice l’atavico paternalismo così diffuso: il
rapporto non è tra chi insegna e chi apprende, ma diventa fraternità e sorellanza nello scambio, in
ascolto dell’esplosione di domande «fonde e complesse».

Lo stralcio che proponiamo è tratto da
Esperienze e riflessioni (Laterza, 1974).

di giulia galeotti

Prendo un vocabolario. Alla parola pace trovo: «Stato d’animo di serenità, di perfetta tranquillità
non turbata da passioni o ansie; sinonimo di quiete; assenza di fastidio, di preoccupazioni materiali;
di dolore fisico; tregua; condizione di uno Stato che non si trova in guerra con altri. Riposare in
pace = essere morto».
Proprio questa è la pace necessaria al mondo, a ciascuno? E se questa non è, cosa significa oggi,
cosa deve significare per ognuno? Pur sapendo come la risposta a questo interrogativo rischia di
risultare generica e velleitaria finché non si concreta situazione per situazione, non è indispensabile
per ciascuno cercare di avviarla? Non è meglio tentare indicazioni positive, anche se barluminari,
che rassegnarsi a pensare la pace in termini negativi, come mancanza di guerra? (…)
Non è vero che tutti vogliamo la pace. Bisogna avere il chiaro coraggio di individuare chi organizza
e chi alimenta la preparazione delle guerre per sopraffare coloro che vuole sfruttare; di scoprire
dove passa il fronte fra il parassitismo di ogni genere e chi è impedito nel suo sviluppo da emorragie
di ogni genere, tra la violenza di chi difende il proprio parassitismo e la coraggiosa energia di chi
difende la vita; veder chiaro quando e dove questo fronte passa attraverso noi stessi. E non
possiamo confondere l’impegno per realizzare la pace con la preoccupazione di mantenersi
equidistanti da tutti. (…)
Ogni comportamento — individuale, di gruppo, di massa — che tende sostanzialmente a mantener
la situazione come è, o ad ammettere il cambiamento se lentissimo, di fatto non è impegno di pace.
I prepotenti, quando non possono sopraffare gli altri prepotenti per sostituirsi a questi, cercano di
accordarsi tra loro: naturalmente in danno ai deboli. Non è questa la pace, anche quando non spara
la lupara o il cannone.
Anche le vaste zone dell’opinione pubblica conservatrice, che ricordiamo aver visto coi nostri occhi
benedire le bandiere naziste e fasciste di fronte alle parate irte di pugnali, si muovono più avvedute,
prendendo atto dell’imprescindibile rapporto tra pace e sviluppo: ma ancora sostanzialmente
blandendo i forti, i ricchi, «i nobili» e commiserando i deboli, i poveri, i paria. Non è questa la pace
che ci è necessaria: è un ulteriore compromesso equivoco.
Occorre l’impegno continuativo, strategico, per la costituzione del nuovo mondo e la demolizione
del superato, attenti a muovere le proprie forze in modo da suscitarne ovunque nuove: occorre una
rivoluzione nonviolenta impegnata a eliminare lo sfruttamento, l’assassinio, l’investimento di
energie in strumenti di assassinio e promuovere reazioni a catena di nuova costruzione.
È più facile dubitare dell’efficacia della rivoluzione nonviolenta finché questa non avrà
storicamente dimostrato di saper cambiare anche le strutture. L’azione nonviolenta è rivoluzionaria
anche in quanto, con la sua profonda capacità di animare le coscienze, mette in moto altre forze
pure diverse nei metodi. Ciascuno che aspira al nuovo fa la rivoluzione che sa.
Molte volte la situazione a Partinico era così grave, il terrore della mafia così diffuso, che sembrava
di lavorare sopra una frana. Se in queste condizioni qualcuno di noi doveva reagire — come in
galera quando altro non è possibile — decidendo per esempio di digiunare, per fare in modo che i
contadini uscissero dal loro isolamento, puntando a illuminare una realtà inaccettabile e a indicare
precise alternative, diversi si dicevano non d’accordo col digiuno; ma via via che passavano i giorni
si caricava la coscienza di molti, si accendevano le discussioni, si moltiplicavano le iniziative (degli
embrionali sindacati, dei comuni, dei partiti o di individui e gruppi — anche polemiche o addirittura
concorrenziali): e molti ora, quando guardano il nuovo lago di Partitico con le sue anatre, non
possono non pensare a come si è riusciti a muovere dalle prime pietre tutta la massa della diga.
Spesso ammiriamo forze rivoluzionarie violente non perché siano le uniche possibili o le più adatte
nelle circostanze in cui operano, ma perché dove agiscono sono le uniche esistenti, le uniche hanno
il coraggio di esistere. Chi pensa che la guerra sia la forma suprema di lotta, il modo di risolvere i
contrasti, ha una visione ancora molto limitata dell’uomo e dell’umanità. Chi ha effettiva esperienza
rivoluzionaria sa come per riuscire a cambiare una situazione deve fare appello, esplicitamente o
meno, a un livello morale, oltre che materiale, superiore a quello imperante; sa come l’appellarsi a
principi più esatti, a una morale superiore, divenga elemento di forza effettiva: e in questo modo la
sua azione è rivoluzionaria anche in quanto contribuisce a creare nuova capacità, nuova cultura,
nuovi istinti: nuova natura dell’uomo. (…)
Mi prende un dubbio. Controllo il senso della parola pace su altri vocabolari, non italiani. Nel
Dizionario dell’Accademia francese, paix: «Stato di calma, di riposo, di silenzio, assenza di chiasso
o di faccende». Nel Dizionario della Reale Accademia Spagnola, paz: «Virtù che pone nell’animo
tranquillità e sussiego, è uno dei frutti dello Spirito santo». Nell’Oxford English Dictionary, peace:
«Libertà da — o cessazione di — guerra o ostilità; la condizione di una nazione o comunità in cui
non c’è guerra con altri». Nel monumentale vocabolario tedesco dei Grimm, Friede: «Ozio,
tranquillità, tutela». Non ho altri vocabolari per verificare oltre, ma ove si osservi attentamente,
d’altronde, si ha conferma della diffusa confusione e insufficienza al proposito, si ha conferma di
come occorre chiarire l’intimo rapporto tra pace, consapevolezza, coraggio, rivoluzione
nonviolenta, non vendersi, sperimentare, nuova strategia, pianificazione organica.
È necessario riuscire a rendere ogni giorno meglio evidente come un nuovo lavoro capillare di
costruzione e pressione, prima di gruppi-pilota e poi di moltitudini di nuovi gruppi volontari, può
riuscire a trasformare effettivamente le vecchie strutture sociali e politiche. L’evidenza di nuovi fatti
può aiutare a chiarire. Certo, è un enorme lavoro, un’enorme fatica si deve fare, ma è forse possibile
pensare che il mondo nuovo che ci necessita si possa creare da sé? Forse non costa ancor più fatica
— in quanto per troppi aspetti antieconomico — il mondo così come è?
Sì, pace vuol dire anche decantare rabbie e rancori, sapere disintorbidarsi per trovare il modo —
ogni volta difficile — di eliminare il male senza eliminare il malato o nuocergli, capacità di
sacrificio personale, sapere maturare le qualità essenziali e, quando è buio, anche se il buio dura
terribilmente, saper vedere oltre. Ma tutto questo, se non è concepito nel quadro più vasto, è ancora
un ingenuo tentativo di evasione: uno dei tanti modi di suicidarsi.
La pace che amiamo e dobbiamo realizzare non è dunque tranquillità, quiete, assenza di sensibilità,
evitare i conflitti necessari, assenza di impegno, paura del nuovo, ma capacità di rinnovarsi,
costruire, lottare e vincere in modo nuovo: è salute, pienezza di vita (anche se nell’impegno ci si
lascia la pelle), modo diverso di esistere

image_pdfimage_print

il commento al vangelo della domenica

Ascensione di Gesù
UN CORPO ASSENTE
Lc 24,46-53
Ascensione: con Cristo anche noi a cercare un crocevia tra terra e cielo, una fessura aperta sull’oltre, su ciò che dura al di là del tramonto: sapere che il nostro amare non è inutile ma sarà raccolto goccia a goccia, come olio sacro e prezioso.
“E alzate le mani li benediceva, e veniva portato su, in cielo”. L’ultima immagine di Gesù sono le sue mani alzate a benedire.
Sua parola definitiva che ci raggiunge tutti, una in-finita, mai finita benedizione che si stende sulla storia, sul pane e sulle pietre, sull’uomo che cade e su chi è ferito, ad assicurare che la vita è più forte delle sue ferite. Il mondo lo ha rifiutato e ucciso, e lui lo benedice.
L’ascensione non è una vittoria sulla forza di gravità, Gesù non è salito verso l’alto, è ‘asceso’ nel profondo degli esseri, è ‘disceso’ nell’intimo del creato e delle creature. Lui ha preso dimora nel profondo del creato, nel rigore della pietra come nella musica delle costellazioni: spostamento del cuore, non del corpo.
Con il suo corpo assente sottratto agli sguardi e al nostro avido toccare, inizia la nostalgia del cielo; non lo possiamo toccare, non lo possiamo trattenere come Maria quel giorno al sepolcro, perché lui deve andare all’essenziale.
Il Maestro lascia la terra con un fallimento, se giudicato coi numeri: delle folle osannanti rimangano solo undici uomini impauriti e poche donne tenaci e coraggiose. Ma lui sa che nessuno di loro lo dimenticherà, è la sola garanzia di cui ha bisogno, per affidare loro il suo vangelo e il suo sogno. “Ho amato ogni cosa con l’addio” (Marina Cvetaeva).
Mentre li benediceva si staccò da loro e veniva portato su, in cielo. Gesto prolungato, a indicare una benedizione mai terminata, che galleggia ancora alta sul mondo e vicinissima a me. Una benedizione ha lasciato il Signore; una parola bella su noi. Perché si benedice chi ci ha fatto del bene.
E io, quale bene ho fatto a Dio? Eppure egli benedice i miei sandali rotti e i miei percorsi malandati.
Luca conclude il suo vangelo a sorpresa: i discepoli tornarono a Gerusalemme con grande gioia. Invece d’essere tristi perché se ne andava il loro amico, sentono dentro un amore che abbraccia l’universo, e ne sono felici: finalmente hanno capito. La “Chiesa in uscita” inizia su quell’altura, col chiedere agli apostoli un cambio di sguardo. Devono passare da un gruppo che mette se stesso al centro, ad una Chiesa al servizio dell’uomo, della vita, di ciò che conta davvero, della Casa comune e dei figli che verranno.
Benedici anche me, Signore, che sto imparando, che sto qualche volta camminando, come loro, su sandali di gioia.
image_pdfimage_print
image_pdfimage_print