il commento al vangelo della domenica

gli angeli inviati dal Signore per sorreggerci

il commento di Ermes Ronchi al vangelo della prima domenica di quaresima (29 febbraio 2020):

In quel tempo, Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo. Dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame. Il tentatore gli si avvicinò e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, di’ che queste pietre diventino pane». Ma egli rispose: «Sta scritto: “Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”». […]

È bella la Quaresima. Non si impone come la stagione penitenziale, ma si propone come quella dei ricominciamenti: della primavera che riparte, della vita che punta diritta verso la luce di Pasqua. Un tempo di novità, di nuovi, semplici, solidali, concreti stili di vita, a cura della “Casa comune” e di tutti i suoi abitanti. Dì che queste pietre diventino pane! Il pane è un bene, un valore indubitabile, santo perché conserva la cosa più santa, la vita. Cosa c’è di male nel pane? Ma Gesù non ha mai cercato il pane a suo vantaggio, si è fatto pane a vantaggio di tutti. Non ha mai usato il suo potere per sé, ma per moltiplicare il pane per la fame di tutti. Gesù risponde alla prima sfida giocando al rialzo, offrendo più vita: «Non di solo pane vivrà l’uomo». Il pane dà vita, ma più vita viene dalla bocca di Dio. Dalla sua bocca è venuta la luce, il cosmo, la creazione. È venuto il soffio che ci fa vivi, sei venuto tu fratello, amico, amore mio, che sei parola pronunciata dalla bocca di Dio per me e che mi fa vivere. Seconda tentazione: Buttati giù dal pinnacolo del tempio, e Dio manderà un volo d’angeli. La risposta di Gesù suona severa: non tentare Dio, non farlo attraverso ciò che sembra il massimo della fiducia in lui, e invece ne è la caricatura, esclusiva ricerca del proprio vantaggio. Il più astuto degli spiriti non si presenta a Gesù come un avversario, ma come un amico che vuole aiutarlo a fare meglio il messia. E in più la tentazione è fatta con la Bibbia in mano: fai un bel miracolo, segno che Dio è con te, la gente ama i miracoli, e ti verranno dietro. E invece Gesù rimanderà a casa loro i guariti dalla sua mano con una raccomandazione sorprendente: bada di non dire niente a nessuno. Lui non cerca il successo, è contento di uomini ritornati completi, liberi e felici. Nella terza tentazione il diavolo alza la posta: Adorami e ti darò tutto il potere del mondo. Adora me, segui la mia logica, la mia politica. Prendi il potere, occupa i posti chiave, imponiti. Così risolverai i problemi, e non con la croce. La storia si piega con la forza, non con la tenerezza. Vuoi avere gli uomini dalla tua parte, Gesù? Assicuragli tre cose: pane, spettacoli e un leader, e li avrai in pugno. Ma per Gesù ogni potere è idolatria. Lui non cerca uomini da dominare, vuole figli che diventino liberi e amanti. Allora angeli si avvicinarono e lo servivano. Il Signore manda angeli ancora, in ogni casa, a chiunque non voglia accumulare e dominare: sono quelli che sanno inventare una nuova carezza, hanno occhi di luce, e non scappano. Sono quelli che mi sorreggeranno con le loro mani, instancabili e leggere, tutte le volte che inciamperò.
(Letture: Genesi 2,7-9; 3,1-7; Salmo 50; Romani 5,12-19; Matteo 4,1-11)

tu che … un certo tipo d’italiano, al tempo del coronavirus …

tu, italiano, che oggi hai paura, ma che non riconosci le paure degli altri

 

 

Manginobrioches
Giornalista e blogger, @manginobrioches

Tu, tu che compri ventotto pacchi di pasta.
Tu, tu che cerchi l’amuchina al mercato nero.
Tu che giri con la mascherina, anche se ti hanno detto che non serve a niente, a meno che tu non sia malato.
Tu che hai fatto incetta di mascherine inutili, e nemmeno le metti perché ti senti ridicolo, in fondo, ma saperle in tasca, nel cassetto, ti fa sentire meglio, ti fa sentire uno che sta controllando la situazione.
Tu che progetti la fuga di tuo figlio da una regione dove ci sono 10 positivi al coronavirus (non “infetti”, non “malati”, solo positivi al test).
Tu che stai connesso 24 ore al giorno, e aspetti i bollettini, la conta, più cinquanta, più cento, e ti senti sotto assedio.
Tu che un giorno minimizzi e un giorno sei nel panico, un giorno “poco più di un’influenza” e un giorno peste nera, un giorno pensi che gli scienziati ti salveranno e un giorno torni a pensare che siano “professoroni” arroganti.
Tu che pensi che sia meglio un posto di blocco in più che un posto letto in più all’ospedale.
Tu che “la nostra sanità pubblica è la migliore del mondo”, ma eri d’accordo con chi la voleva sempre più privata.
Tu che “dobbiamo coordinare tutto”, ma applaudi ai proclami di quelli che vogliono “pieni poteri” per ogni sindaco, ogni cantone, ogni condominio.
Tu che lo vorresti proprio conoscere, questo “paziente zero” che se n’è infischiato di te, e com’è possibile, eri tu quello che se ne infischiava di tutti, non è giusto.
Tu che “tanto, il virus uccide solo i vecchi e i malati”.
Tu che ti senti meglio alle parole “chiudere, sbarrare, impedire, controllare”, e pensi che sono anni che si sarebbero dovute usare, quelle parole, e accidenti ai buonisti che non lo hanno permesso.
Tu che a un certo punto sei chiuso, sbarrato, impedito, controllato, “trattato come un pacco”, come una sostanza pericolosa, e giustamente protesti, e nessun buonista si occupa di te, accidenti.
Tu che sì, ti senti in guerra, sì, hai paura che i supermercati finiscano le scorte, e quindi, un uomo in guerra e con lo spettro della fame non ha forse diritto di proteggere se stesso e la sua famiglia?
Tu che vai all’estero per lavorare, eppure ti vogliono mettere in quarantena perché sei diventato tu lo straniero sgradito, sei diventato tu quello che trova i porti chiusi, sei diventato tu quello “che porta le malattie”.
Tu, per cui la guerra e la fame e la paura degli altri non sono mai abbastanza, non sono mai vere.Tu, italiano, un certo tipo d’italiano, al tempo del coronavirus.

il commento al vangelo della domenica

porgi l’altra guancia: disinnesca il male

 

il commento di E. Ronchi al vangelo della settima domenica del tempo ordinario (23 febbraio 2020):

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Avete inteso che fu detto: “Occhio per occhio e dente per dente”. Ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi, se uno ti dà uno schiaffo sulla guancia destra, tu pórgigli anche l’altra, e a chi vuole portarti in tribunale e toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello. E se uno ti costringerà ad accompagnarlo per un miglio, tu con lui fanne due. Da’ a chi ti chiede, e a chi desidera da te un prestito non voltare le spalle. […

Una serie di situazioni molto concrete: schiaffo, tunica, miglio. E soluzioni in sintonia: l’altra guancia, il mantello, due miglia. La semplicità del vangelo! «Gesù parla della vita con le parole proprie della vita» (C. Bobin). Niente che un bambino non possa capire, nessuna teoria astratta e complicata, ma la proposta di gesti quotidiani, la santità di ogni giorno, che sa di abiti, di strade, di gesti, di polvere. E di rischio. E poi apre feritoie sull’infinito: siate perfetti come il Padre, siate figli del Padre che fa sorgere il sole sui cattivi e sui buoni. Fare ciò che Dio fa, essere come il Padre, qui è tutta l’etica biblica. E che cosa fa il Padre? Fa sorgere il sole. Mi piace questo Dio solare, luminoso, splendente di vita, il Dio che presiede alla nascita di ogni nostro mattino. Il sole, come Dio, non si merita, si accoglie. E Dio, come il sole, si trasforma in un mistero gaudioso, da godere prima che da capire. Fa sorgere il sole sui cattivi e sui buoni. Addirittura Gesù inizia dai cattivi, forse perché i loro occhi sono più in debito di luce, più in ansia. Se uno ti dà uno schiaffo sulla guancia destra, tu porgigli anche l’altra. Cristo degli uomini liberi, padroni delle proprie scelte anche davanti al male, capaci di disinnescare la spirale della vendetta e di inventarsi qualcosa, un gesto, una parola, che faccia saltare i piani e che disarmi. Così semplice il suo modo di amare e così rischioso. E tuttavia il cristianesimo non è una religione di battuti e sottomessi, di umiliati che non reagiscono. Come non lo era Gesù che, colpito, reagisce chiedendo ragione dello schiaffo (Gv 18,22). E lo vediamo indignarsi, e quante volte, per un’ingiustizia, per un bambino scacciato, per il tempio fatto mercato, per il cuore di pietra dei pii e dei devoti. E collocarsi dentro la tradizione profetica dell’ira sacra. Non passività, non sottomissione debole, quello che Gesù propone è una presa di posizione coraggiosa: tu porgi, fai tu il primo passo, cercando spiegazioni, disarmando la vendetta, ricominciando, rammendando tenacemente il tessuto continuamente lacerato dalla violenza. Credendo all’incredibile: amate i vostri nemici. Gesù intende eliminare il concetto stesso di nemico. «Amatevi, altrimenti vi distruggerete. È tutto qui il Vangelo» (D.M. Turoldo). Violenza produce violenza, in una catena infinita. Io scelgo di spezzarla. Di non replicare su altri ciò che ho subito, di non far proliferare il male. Ed è così che inizio a liberare me nella storia. Allora siate perfetti come il Padre… non quanto, una misura
impossibile che ci schiaccerebbe; ma come il Padre, con il suo stile fatto di tenerezza, di combattiva tenerezza.
(Letture: Levitico 19,1-2.17-18; Salmo 102; 1 Corinzi 3,16-23; Matteo 5,38-48)

il commento al vangelo della domenica

ma io vi dico …

il commento di E. Ronchi al vangelo della quinta domenica del tempo ordinario (16 febbraio 2020):

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: “Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento. In verità io vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà un solo iota o un solo trattino della Legge, senza che tutto sia avvenuto. Chi dunque trasgredirà uno solo di questi minimi precetti e insegnerà agli altri a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli”

Gesù entra nel progetto di Dio non per rifare un codice, ma per rifare il coraggio del cuore, il coraggio del sogno. Agendo su tre leve decisive: la violenza, il desiderio, la sincerità. Fu detto: non ucciderai; ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello, chi nutre rancore è potenzialmente un omicida. Gesù va diritto al movente delle azioni, al laboratorio dove si assemblano i gesti. L’apostolo Giovanni affermerà una cosa enorme: «Chi non ama suo fratello è omicida» (1 Gv 3,15). Chi non ama, uccide. Il disamore non è solo il mio lento morire, ma è un incubatore di violenza e omicidi. Ma io vi dico: chiunque si adira con il fratello, o gli dice pazzo, o stupido, è sulla linea di Caino… Gesù mostra i primi tre passi verso la morte: l’ira, l’insulto, il disprezzo, tre forme di omicidio. L’uccisione esteriore viene dalla eliminazione interiore dell’altro. Chi gli dice pazzo sarà destinato al fuoco della Geenna. Geenna non è l’inferno, ma quel vallone alla periferia di Gerusalemme, dove si bruciavano le immondizie della città, da cui saliva perennemente un fumo acre e cattivo. Gesù dice: se tu disprezzi e insulti il fratello tu fai spazzatura della tua vita, la butti nell’immondizia; è ben più di un castigo, è la tua umanità che marcisce e va in fumo. Ascolti queste pagine che sono tra le più radicali del Vangelo e capisci per contrasto che diventano le più umane, perché Gesù parla solo della vita, con le parole proprie della vita: «Custodisci le mie parole ed esse ti custodiranno» (Prov 4,4), e non finirai nell’immondezzaio della storia. Avete inteso che fu detto: non commettere adulterio. Ma io vi dico: se guardi una donna per desiderarla sei già adultero. Non dice semplicemente: se tu desideri una donna; ma: se guardi per desiderare, con atteggiamento predatorio, per conquistare e violare, per sedurre e possedere, se la riduci a un oggetto da prendere o collezionare, tu commetti un reato contro la grandezza di quella persona. Adulterio viene dal verbo a(du)lterare che significa: tu alteri, cambi, falsifichi, manipoli la persona. Le rubi il sogno di Dio. Adulterio non è tanto un reato contro la morale, ma un delitto contro la persona, deturpi il volto alto e puro dell’uomo. Terza leva: Ma io vi dico: Non giurate affatto; il vostro dire sia sì, sì; no, no. Dal divieto del giuramento, Gesù va fino in fondo, arriva al divieto della menzogna. Di’ sempre la verità e non servirà più giurare. Non abbiamo bisogno di mostraci diversi da ciò che siamo nell’intimo. Dobbiamo solo curare il nostro cuore, per poi prenderci cura della vita attorno a noi; c’è da guarire il cuore per poi guarire la vita.
(Letture: Siracide 15,16-21; Salmo 118; 1 Corinzi 2,6-10; Matteo 5,17-37)

J. Moltmann e la croce di Gesù – l’impegno per la causa di tutti gli oppressi

 

di don Paolo Zambaldi

 

il Dio sofferente e crocifisso

un Dio che scende, assume la condizione degli ultimi e muore come loro, non può essere accolto da chi è in cerca di legittimazione per i propri soprusi

«Perché e in quale modo il Dio sofferente e crocifisso divenne il Dio dei poveri e degli abbandonati? Quale significato assume la mistica della croce nella pietà popolare? Manifestamente, queste persone emarginate lo hanno compreso, partendo dalla propria situazione, meglio dei ricchi e dei padroni. E questo perché giustamente avevano l’impressione di poterlo comprendere meglio di loro» (1).

Restituire la dignità.
Nel solidarizzare, nell’attraversare il medesimo deserto, Dio dimostra, verso i miseri, la più alta forma di amore: la condivisione.

«Nella sua passione e morte Gesù si identificò con gli schiavi e prese su di sé il loro tormento. E come lui non fu solo nella propria sofferenza, così anch’essi non si sentivano abbandonati nello strazio della loro schiavitù. Gesù era con loro. Su questo si fondava anche la speranza nella liberazione, per mezzo di colui che fu richiamato in vita, nella libertà di Dio. Gesù significava la loro identità con Dio, in un mondo che aveva sottratto loro ogni speranza e distrutto la loro dignità umana, fino a renderla irriconoscibile» (2).

Una mistica che porta alla trasformazione.

Porsi davanti al mistero Dio, rendersi disponibili alla relazione, accogliere il suo amore, porta necessariamente all’impegno per la causa degli oppressi.

«Senz’altro la mistica della passione può facilmente tramutarsi in una giustificazione della sofferenza, la mistica della croce può celebrare come virtù la rassegnazione al destino e sfociare in una malinconica apatia. Soffrire con il Crocifisso può anche condurre alla commiserazione di sé. In questi casi però la fede si dissocia dal Cristo sofferente, in quanto vede in lui soltanto uno dei modelli che rischiarano la nostra via dolorosa e lo comprende solo come esempio di rassegnazione, utile per insegnarci a sopportare un destino estraneo. Qui la sofferenza non viene ad assumere un significato particolare per l’integrazione del proprio soffrire. Non produce cambiamento alcuno, né nella sofferenza né nelle persone che soffrono. La chiesa ha gravemente abusato della teologia della croce e della mistica della sofferenza, soddisfacendo così gli interessi di coloro che furono la causa di tante pene» (3).

Conflitti inevitabili.

Dice il Signore: “Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; non sono venuto a portare pace, ma una spada” (4).

«Di fronte al suo mondo Gesù non è rimasto passivo, ma ad un determinato ordine di rapporti contrappose un altro: con il suo messaggio e con la sua vita vissuta. […] Annunciando la giustizia di Dio come diritto della grazia a coloro che spietatamente erano stati emarginati dalla società, egli provocò la dura reazione dei tutori della legge. Facendosi “amico dei peccatori e dei pubblicani”, si rese nemici i loro nemici. Rivendicando un Dio che sta dalla parte dei senza Dio, s’attirò l’opposizione delle persone pie e venne cacciato nell’assenza di Dio del Golgotha. Quanto più la mistica della croce prende coscienza di questa realtà, tanto meno sarà tentata di vedere in Gesù il modello della sopportazione e della rassegnazione al destino. […] Egli patì a causa della parola liberante di Dio e morì a motivo della sua comunione liberante con gli schiavi. La sua passione e morte sono quindi la passione e morte messianiche del “Cristo di Dio”…I suoi dolori, in altri termini, sono i dolori inferti dall’amore per gli uomini abbandonati, verso i quali ci conduce questa mistica della croce quando traspone le sofferenze degli uomini nelle sofferenze di Cristo. Il noto inno che i cristiani elevano alla povertà non può essere cristiano quando si limita a tracciare una benedizione religiosa sulla situazione in cui versano i poveri, promettendo loro una ricompensa in cielo, perché sulla terra i poveri diventino sempre più poveri e i ricchi sempre più ricchi. Secondo la concezione di Gesù, povertà significa “diventare poveri”, cioè alienare e impegnare ciò che si è e ciò che si ha per la liberazione dei poveri» (5).

La chiesa del crocifisso.
Seguire Cristo significa ripercorre le sue opzioni ed essere segno di contraddizione davanti all’Iniquità (6).

«Nella stessa misura in cui i poveri, con questa mistica della croce, vedono la croce come croce di Cristo, verranno anche liberati dalla loro apatia e rassegnazione alla sorte. La pietà della croce, vissuta da questi poveri, dispone dunque di un potenziale ben diverso da quello che la religione dominante ha riconosciuto in essa. La ripresentazione del Messia crocifisso da parte degli schiavi è quindi, per i padroni, altrettanto pericolosa della loro lettura della Bibbia. La chiesa del Crocifisso è stata fin dagli inizi, ma fondamentalmente lo sarà sempre, la chiesa degli umiliati e degli offesi, dei poveri e dei miseri, la chiesa del popolo. E d’altra parte, è la chiesa di coloro che rompono con le proprie forme di potere e di oppressione, esercitate sia all’interno che all’esterno. Non è invece la chiesa di quelli che si giustificano interiormente e che esercitano il proprio dominio sui loro simili. Se realmente conserva intatto il ricordo del Crocifisso, essa non potrà lasciar spazio a un atteggiamento di smorta indifferenza religiosa nei confronti di qualsiasi persona» (7).

(1) Jürgen Moltmann, Il Dio crocifisso. La croce di Cristo, fondamento e critica della teologia cristiana, traduzione dal tedesco di Dino Pezzetta, Queriniana, Brescia (1973) 2013, p. 62-63
(2) Jürgen Moltmann, Il Dio crocifisso, cit., p. 64
(3) Jürgen Moltmann, Il Dio crocifisso, cit., p. 64
(4) Vangelo di Matteo 10, 34
(5) Jürgen Moltmann, Il Dio crocifisso, cit.,67-68
(6) Vangelo di Luca 2, 33-35
(7) Jürgen Moltmann, Il Dio crocifisso, cit., p. 68

crocifissi e crocifissori – il cristiano non può non scegliere: o coi primi o coi secondi

come si può scegliere un Dio crocifisso e poi non stare dalla parte dei crocifissi della storia?

 

 

La croce è ormai un “oggetto” di culto. Così onnipresente e così ignorata. Appesa solitaria nei luoghi pubblici, riprodotta come un gioiello qualunque, esaltata da molti “atei devoti” come simbolo di un’identità cristiana escludente e violenta.

Adorata nelle chiese come simbolo di redenzione. Baciata con tenerezza da chi “soffre” per quel povero Cristo crocifisso dai malvagi dell’epoca, ucciso dai nostri peccati…

Quanta retorica, quanta indifferenza, quanta ipocrisia.

La croce in realtà rimane un patibolo.

Il patibolo riservato ai delinquenti, ai reietti, a coloro che disobbediscono alle regole dell’impero, ai profeti, ai poveri che non hanno nessuno che li difenda.

La croce è il luogo dell’ignominia. Il luogo dell’abbassamento. Il luogo del non-potere.

Gesù, figlio di Dio, mite predicatore, uomo libero e profeta, messia atteso da un popolo intero, sceglie di esservi appeso perché nulla dell’umano potesse rimanergli estraneo.

Nemmeno l’ingiusta condanna, nemmeno la morte.

Su quella croce il Dio onnipotente, il Dio che sta nell’alto dei cieli, il Dio biblico della vendetta che stermina e uccide i nemici, il Dio contaminato da una visione umana di giustizia, ecco ora sceglie di stare “con i perdenti e gli oppressi”, con quelli che generalmente la società dei benpensanti respinge.

Per questo, davanti a quella croce, non possiamo più porci in atteggiamento devozionista e intimista.

Non possiamo identificarla solo con le nostre croci quotidiane, per quanto difficili da portare.

Non possiamo più non pensare, guardandola, a tutti i crocifissi della storia: popoli violentati da guerre scatenate dai potenti per rapinare i loro territori, persone costrette a lasciare la loro terra per sopravvivere alla fame e a condizioni miserabili di vita, testimoni e profeti sacrificati sull’altare dell’ortodossia, intere nazioni in balia di odi religiosi cavalcati con astuzia dai mestatori di turno. E che dire di coloro che sono crocifissi dai pregiudizi che oscurano la ragione e fanno prevalere quell’esclusione che spesso uccide più di un fucile.

Il popolo immenso degli oppressi muore ogni giorno su quella “croce” che noi tutti abbiamo costruito con la nostra indifferenza, i nostri pregiudizi, col nostro egoismo, con il nostro “cristianesimo” da quattro soldi.

Non si può essere seguaci di un Dio che ha scelto di essere crocifisso coi crocifissi e non farsi carico delle ingiustizie che i poveri subiscono.

Oggi assistiamo con orrore all’instaurarsi nell’Europa che orgogliosamente rivendica radici cristiane, di un odio insensato verso chi arriva da lontano per chiedere pane e rifugio. Si alzano muri, si spara, si picchia, si agitano pugni… Il recente odioso passato non ha insegnato nulla?

Ma si sa spesso la storia pare un’inutile maestra.

Ma noi che guardiamo quel crocifisso, noi che facciamo via crucis e adorazioni della croce, noi che in quaresima meditiamo la morte e la resurrezione di Cristo, come possiamo allo stesso tempo negarne così clamorosamente il senso?!

Per comodità, per abitudine, per infantilismo religioso.

Dobbiamo allora convertirci, invertire il nostro cammino, con coraggio e forza.

Dobbiamo superare quella visione “mistica” del Cristo, che lo riduce a un santino innocuo o a una figura “divinizzata” e perciò lontana nel tempo ed estranea ai tempi che stiamo vivendo.

Nel crocifisso, in tutti crocifissi della storia, dobbiamo riscoprire il senso della sequela.

don Paolo Zambaldi

il commento al vengelo della domenica

 

essere una minoranza ma significativa

il commento di E. Bianchi alla quarta  domenica del tempo Ordinario (anno A)(9 febbraio 2020):

Mt 5,13-16

 

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Voi siete il sale della terra; ma se il sale diventa insipido, con che cosa lo si potrà salare? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente.
Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città che sta sopra un monte, né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli».
(testo dell’evangeliario di Bose)

«Voi siete il sale della terra … Voi siete la luce del mondo». Questi due piccoli detti che seguono le beatitudini sono – è importante ricordarlo – posti in bocca a Gesù, colui che solo ha potuto dire di sé: «Io sono la luce del mondo, chi mi segue non camminerà nella tenebra» (Gv 8,12). Ovvero, è Gesù Cristo il sale della sapienza, il sale che dà senso alla vita umana sulla terra; è lui «la luce vera che illumina ogni uomo» (Gv 1,9). Nessun fondamentalismo può dunque nascere da queste parole del Signore, se le si mantiene e le si osserva come parole che vengono da lui: noi cristiani possiamo essere sale e luce solo grazie alla comunione con lui rinnovata ogni giorno; solo se le nostre azioni belle e buone rendono gloria al Padre di Gesù Cristo e Padre nostro, se portano sulla terra il suo peso, mostrando che Dio, lui che è «nostra luce e nostra salvezza» (cfr. Sal 27,1), ci ispira e vuole essere presente attraverso di noi tra gli uomini.

Chiarita tale verità fondamentale, credo che queste affermazioni di Gesù possano ispirarci una riflessione su quella che amo definire «differenza cristiana», ossia un’esistenza, un comportamento differenti rispetto a quelli di chi non si definisce cristiano. E questo non per un’ostinata volontà di distinzione, ma perché la vita dei cristiani, essendo modellata su quella di Cristo, è di fatto altra, diversa dalla vita mondana: nessun disprezzo per gli uomini nostri fratelli, nessun arroccamento orgoglioso su una cittadella per guardare dall’alto la città del mondo e giudicarla peccatrice come Sodoma, ma la lucida coscienza di essere chiamati a «stare nel mondo senza essere del mondo» (cfr. Gv 17,11-16).

In questo senso, il Nuovo Testamento delinea in molte pagine un anticonformismo cristiano, ispirato dalla dinamica della comunione e dell’amore, così riassunto da Paolo: «Non conformatevi alla mentalità di questo mondo, ma trasformatevi rinnovando il vostro modo di pensare, per discernere la volontà di Dio» (Rm 12,2). I cristiani stanno nel mondo, in mezzo agli uomini, solidali con loro; vivono una piena responsabilità verso la società, sono cittadini della polis a pieno titolo, ma non devono conformarsi alle mode, alla logica del tempo, non devono vivere mondanamente. Non conformarsi alla mentalità di questo mondo significa avere il coraggio di una vita che sa discernere gli idoli alienanti e sa combatterli, di una vita segnata appunto dalla differenza cristiana: in un mondo contrassegnato dall’indifferenza, l’unica possibilità di vincere questa indifferenza consiste nel presentare una differenza comprensibile ed eloquente, capace di dare un contributo peculiare alla società in cerca di idee per l’edificazione di una città che sia veramente per l’uomo.

Questa differenza, poi, è strettamente legata allo «stile» della nostra vita, che per noi cristiani è importante quanto il contenuto del messaggio: stile dello stare in mezzo agli uomini, stile nell’attuare l’evangelizzazione e la missione, stile nell’incontro con i credenti di altre religioni o con i non credenti. Ciò non significa privilegiare la forma rispetto al contenuto, né badare alle apparenze anziché alla sostanza, bensì percepire che dal «come» viene annunciata la buona notizia del Vangelo dipende la stessa credibilità dell’annuncio. È significativo in proposito che nei vangeli si trovi sulla bocca di Gesù un’insistenza maggiore sullo stile che non sul contenuto del messaggio, che è sempre sintetico e preciso: «Non fate come gli ipocriti» (cfr. Mt 6,2.5.16); «Andate come pecore tra i lupi» (cfr. Mt 10,16); «Imparate da me che sono mite e umile di cuore» (Mt 11,29). Sì, lo stile con cui il cristiano sta nella compagnia degli uomini è determinante: da esso dipende la fede stessa, perché non si può annunciare un Gesù che racconta Dio nella mitezza, nell’umiltà, nella misericordia, e farlo con stile arrogante, con toni forti o addirittura con atteggiamenti mondani.

Certamente noi cristiani oggi comprendiamo il Vangelo meglio di ieri: come diceva papa Giovanni XXIII, «non è il Vangelo che cambia, siamo noi che lo comprendiamo meglio», e proprio per questo motivo è più grande il nostro debito verso l’umanità. Di conseguenza, o noi siamo capaci della differenza cristiana nella società e siamo sale, nel senso che sappiamo darle sapore, siamo luce perché accogliamo e riflettiamo nella compagnia degli uomini la luce di Cristo; oppure siamo quel sale di cui Gesù ha detto che, avendo perso il sapore, «serve solo a essere calpestato dagli uomini», siamo quella luce che si offusca proprio mentre pretende di illuminare gli altri.

Italia negazionista secondo il Rapporto-Italia dell’Eurispes


Rapporto Eurispes

il 15,6% degli italiani nega la Shoah
nella 32esima edizione del “Rapporto Italia”, l’Istituto registra una frattura tra Sistema e Paese

di Giorgio Catania

“Il 15,6% degli italiani nega la Shoah (nel 2004 era il 2,7%). E il 16,1% (era l′11,1% oltre quindici anni fa) ridimensiona la portata dell’Olocausto, sostenendo che avrebbe determinato un numero di vittime inferiore a quanto documentato dai libri di storia”. Questi i dati raccolti sull’antisemitismo in Italia dall’Eurispes – ente che si occupa di studi politici, economici e sociali – nella 32esima edizione del “Rapporto Italia”.

Secondo la maggioranza degli italiani, recenti episodi di antisemitismo sono casi isolati, che non sono indice di un reale problema di antisemitismo nel nostro Paese (61,7%). Al tempo stesso, il 60,6% sostiene che questi episodi siano la conseguenza di un diffuso linguaggio basato su odio e razzismo. Per meno della metà del campione (47,5%) gli atti di antisemitismo avvenuti anche in Italia sono il segnale di una pericolosa recrudescenza del fenomeno. Per il 37,2%, invece, sono bravate messe in atto per provocazione o per scherzo.
I dati raccolti dall’Eurispes sul negazionismo confliggono con un recente sondaggio di Euromedia Research,che ridimensionava notevolmente il fenomeno del negazionismo.
L’antisemitismo è solo uno dei moltissimi capitoli affrontati dall’ Eurispes nel suo Rapporto. Secondo il Presidente dell’Istituto, Gian Maria Fara: “La frattura tra Sistema e Paese che abbiamo segnalato nei precedenti Rapporti stenta a trovare elementi di ricomposizione; anzi, si è allargata nel corso dei mesi e pone nuovi problemi che rendono ancora più complessa ed incerta la prospettiva generale. Una frattura che produce numerosi danni anche sul piano economico e mette in discussione la stessa tenuta sociale del Paese”.

Il rapporto Sistema/Paese 

Secondo il presidente di Eurispes, manca “una cornice di regole riformate e condivise in cui tutti possano riconoscersi” perchè “ciò che ci divide lo conosciamo bene” e “ciò che ci unisce, invece, è latitante” ed è per questo che è necessaria “una nuova Costituente” un modo per dare “un segnale al Paese”. Nell’attesa del “segnale” diminuisce la fiducia nelle istituzioni e il trend positivo si arresta: nel 2020, la quota di chi ha un atteggiamento positivo si ferma al 14,6% (-6,2% rispetto al 2019, anno in cui si era registrato il miglior risultato dal 2014).
Il presidente Mattarella, resiste come punto di riferimento e ottiene un tasso di consensi pari al 54,9% (era al 55,1% nel 2019). Poco più di un quarto degli italiani (26,3%) ripone fiducia nell’attuale Governo, oltre dieci punti in meno rispetto al 2019 (36,7%). Il Parlamento registra un decremento di cinque punti con solo uno su quattro che si fida (25,4%; erano il 30,8% nel 2019). La fiducia nei confronti della Magistratura continua a crescere: 49,3%, +2,8% rispetto al 2019.

Mezzi di informazione 

Secondo il “Rapporto Italia” dell’Eurispes, la larga maggioranza degli italiani (64,6%) considera ancora la televisione il mezzo più attendibile; a seguire giornali radio (59,8%), quotidiani (55,3%), quotidiani online (51,1%), talk televisivi (42,4%), forum/blog (41,1%) e social network (35,4%).
Per i social, è però decisamente superiore (65%) la percentuale di chi li giudica “non affidabili”.

Immigrazione 

Un quarto degli italiani ha un rapporto negativo con gli immigrati e da uno su tre, vengono visti come una minaccia all’identità nazionale. Cresce anche la convinzione che gli stranieri tolgano lavoro agli italiani e per contrastare l’immigrazione clandestina l’ipotesi prevalente è “aiutiamoli a casa loro”. Rispetto al 2010, sono diminuiti di oltre dieci punti gli italiani favorevoli allo ius soli (dal 60,3% al 50%) e sono aumentati notevolmente i sostenitori più rigidi dello ius sanguinis (dal 10,7% al 33,5%, quasi 23 punti in più).
In calo coloro che auspicano la cittadinanza per chi è nato in italia, purchè educato in scuole italiane (dal 21,3% al 16,5%).
Per contrastare il fenomeno dell’immigrazione clandestina, oltre un quarto (il 26,2%, +7,7% rispetto a dieci anni fa) ritiene che il governo dovrebbe erogare aiuti ai Paesi di provenienza e un altro quarto (24%, a fronte del 33,6% del 2010) che dovrebbe inasprire i controlli alle frontiere e lungo le coste; per il 16% la priorità è agevolare la regolarizzazione dei clandestini (nel 2010 era il 25,5%), per il 15,3% ridurre i visti di ingresso dai Paesi dai quali provengono i flussi più consistenti.

Fisco 

Il carico fiscale sostenuto dalla propria famiglia, nel corso del 2019, ”è aumentato secondo l’opinione del 42,2% degli italiani”. Rispetto al 2013, secondo il dossier Eurispes, si registra un calo del 27%, quando “a lamentare una maggiore tassazione era il 69,2%”.
Meno tasse, secondo gli intervistati, rilancerebbero soprattutto i consumi mettendo più soldi in tasca ai cittadini (37,5%) e darebbero slancio all’economia e alle imprese (22,6%), mentre inciderebbero negativamente sulla disponibilità e qualità dei servizi per un altro 22,6% e farebbero aumentare il peso del debito pubblico per il 17,3%. Spicca il dato sul 47% degli italiani, che vorrebbe l’introduzione della tassa patrimoniale; il 53,3% caldeggia l’aumento della pressione fiscale sul sistema bancario (53,3%); il 60% vorrebbe il condono fiscale per favorire il rientro dei capitali dall’estero.

Evasione

Il 46,3% degli italiani considera l’evasione fiscale grave, ma per il 25,1% non lo è se compiuta da chi fa fatica a sostenere il peso del fisco e il 9% non la reputa grave perchè la pressione fiscale italiana è troppo alta. Il 17,3% ritiene che il carcere sia la sanzione giusta per chi evade.

Reddito di Cittadinanza, Flat Tax, Quota 100 

Tra le misure attuate o proposte dal Governo le più criticate sono il reddito di cittadinanza con il 67,1% e la Flat Tax, che incontra la disapprovazione del 62,6% degli italiani. Quota 100 è invece apprezzata da sei cittadini su dieci (59,2%).

Clima 

Secondo la rilevazione Eurispes 2020, più di un quarto degli italiani (26,6%) considera il riscaldamento globale il problema più urgente relativo all’ambiente. Seguono: la gestione dei rifiuti (20,7%), l’inquinamento atmosferico (16,4%), il dissesto idrogeologico (11,3%) e il problema energetico (11,2%), mentre solo una minima parte considera non gravi i problemi ambientali (5,4%). A giudicare più urgente una soluzione per il riscaldamento globale sono i giovani tra i 18 e i 24 anni (34,3%), più del doppio rispetto agli over 65 (16,1%).

Sicurezza 

Il 53,2% degli italiani ritiene di vivere in una città abbastanza (44,1%) e molto (9,1%) sicura; sul versante opposto, il 30,4% giudica la propria città come poco (26,3%) e per niente sicura (4,1%). Sono soprattutto i giovanissimi (dai 18 ai 24 anni) a segnalare un livello basso di sicurezza nella città in cui vivono (complessivamente poco o per niente sicura per il 33,3%). Le Regioni del Centro (34,6%) e del Sud Italia (35%) raccolgono il numero più elevato di cittadini che ritengono di vivere in città non sicure.
Nel 2020 si evidenzia un calo di quanti hanno visto aumentare la propria paura (dal 30% al 24,5%), in favore di coloro i quali ritengono che sia rimasta invariata (+9,4% rispetto al 2019). Resta, comunque, considerevole la percentuale di italiani che mostrano la convinzione del rischio di subire reati, dato che solo il 7% afferma che la paura sia diminuita, in calo rispetto al 10,9% riscontrato nel 2019.

Sud Italia 

Il centro nord dell’Italia ha sottratto al sud una fetta di spesa pubblica, a cui avrebbe avuto diritto in percentuale alle popolazione, di circa 840 miliardi di euro, pari a 46,7 miliardi di euro l’anno. Nel 2016 lo Stato italiano ha speso 15.062 euro pro capite al Centro-Nord e 12.040 euro pro capite al Meridione. In altre parole, ciascun cittadino meridionale ha ricevuto in media 3.022 euro in meno rispetto a un suo connazionale residente al Centro-Nord. Nel 2017, si rileva un’ulteriore diminuzione della spesa pubblica al Mezzogiorno, che arriva a 11.939 (-0,8%), mentre al Centro-Nord si riscontra un aumento dell′1,6% (da 15.062 a 15.297 euro).
Secondo l’Eurispes “emerge una realtà dei fatti ben diversa rispetto a quanto diffuso nell’immaginario collettivo che vorrebbe un Sud ‘inondato’ di una quantità immane di risorse finanziarie pubbliche, sottratte per contro al Centro-Nord”. Dal 2000 al 2007, secondo l’istituto di ricerca, le otto regioni meridionali occupano i posti più bassi della classifica per distribuzione della spesa pubblica. Per contro, tutte le regioni del Nord Italia si vedono irrorate dallo Stato di un quantitativo di spesa annua nettamente superiore alla media nazionale.

Sanità

Stando al rapporto Italia, per contenere le spese, nell’ultimo anno, il 32,5% degli italiani ha rinunciato a effettuare controlli medici e prevenzione e il 27,3% ha tagliato le spese dentistiche. Il 24,8%, infine, ha fatto a meno di trattamenti e interventi estetici. In misura minore, un italiano su cinque (20%) ha rinunciato a terapie e interventi medici o a sottoporsi a visite specialistiche per la cura di patologie specifiche (20%). Il numero di residenti in Sicilia e Sardegna che hanno dovuto rinunciare a visite specialistiche per disturbi o patologie specifiche, è quasi il doppio della media rilevata nelle altre regioni (40%, contro un dato nazionale del 20%)

a proposito della modifica di papa Francesco al Padre Nostro …

“Padre Nostro”

tutto da rifare: dopo la “correzione” di Papa Francesco

 la riflessione del biblista Maggi

mentre fa discutere l’intervento di Papa Francesco che “corregge” il “Padre Nostro” (“Dio non ci induce in tentazione, la traduzione è sbagliata”) su ilLibraio.it la riflessione del biblista frate Alberto Maggi*:

Considerato il testo più complesso del Nuovo Testamento, poiché contiene un termine inesistente nella lingua greca, il Padre Nostro, l’unica preghiera che Gesù ha insegnato ai suoi discepoli, è pervenuta in tre versioni diverse tra loro, nel vangelo di Matteo (Mt 6,9-13), una più breve in Luca (Lc 11,2-4), e nella Didaché (8,2), primo catechismo dei cristiani.
Il testo del Pater andrebbe ritradotto per restituirgli la sua forza innovativa. La continua ripetizione di questa orazione per ogni circostanza l’ha infatti usurata e ridotta al rango di pia devozione (“diciamo un padrenostro…”). Il Padre nostro non è una preghiera, nel senso di un atto cultuale, devoto, ma la formula di accettazione delle beatitudini. Per questo l’evangelista Matteo ha composto lo schema del Pater (Mt 6,9-13) come quello delle Beatitudini (Mt 5,3-10), ponendo una stretta relazione tra i due testi: può rivolgersi a Dio, come Padre, solo chi accogliendo le beatitudini si impegna a orientare la propria vita per il bene dei fratelli. Per questo, fin dai primi tempi della Chiesa, il Pater era parte essenziale della liturgia battesimale: solo al momento del battesimo il catecumeno poteva recitare la preghiera del Signore, quale segno di conversione radicale della sua vita.

La preghiera inizia rivolgendosi al Padre che è “nei cieli”. Essere nei cieli o sulla terra è quel che distingueva la condizione divina da quella umana. Quest’affermazione si comprende meglio se inserita in un’epoca nella quale l’imperatore pretendeva di essere considerato di natura divina, e il rifiuto di adorarlo era causa di morte. I cristiani affermando che nei cieli c’è solo il loro Dio, non riconoscono nessuna autorità se non quella del loro Padre celeste. Sfidando i detentori del potere, i credenti rivendicano la loro libertà.
La prima petizione del Padre nostro riguarda la santificazione del suo nome, che non ha solo l’ovvio significato di rispettarlo, ma esprime l’impegno del credente di far conoscere questo Dio come Padre con il proprio comportamento (“Perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli”, Mt 5,16).
La richiesta “venga il tuo regno” non ha il significato di chiedere quel che ancora deve arrivare, perché dal momento che una comunità ha accolto le beatitudini di Gesù, il regno di Dio è già presente (“di essi è il regno dei cieli”, Mt 5,3), ma che questo regno, la società alternativa fondata sulle beatitudini si estenda sempre più, offrendo così a ogni uomo una proposta di vita piena.

Quella che riguarda la volontà divina (“sia fatta la tua volontà”) è per molti la richiesta più difficile, perché si pensa che questa coincida con gli eventi tristi, luttuosi della vita. È infatti allora, quando non ci sono più speranze o alternative, che sospirando rassegnati si dice “sia fatta la tua volontà”. In realtà l’evangelista non adopera il verbo “fare” che indica un’azione umana, bensì “compiere”, espressione dell’agire divino. Non si tratta di fare la volontà di Dio ma si chiede che il suo disegno d’amore sull’umanità si compia, permettendo a ogni uomo di divenire suo figlio, e ci si impegna attivamente perché questo si possa realizzare. L’espressione “come in cielo così in terra” non si riferisce solo all’ultima richiesta, quella della volontà, ma ingloba tutte le altre. Cielo e terra indicano il creato: la preghiera di Gesù non è riservata a un solo popolo, ma universale, aperta a tutte le genti.
Il versetto più difficile da tradurre è quello del pane, in quanto contiene un termine che non esiste nella lingua greca (“dacci oggi il pane nostro, quello epiousion”), ed è stata da sempre lo scoglio per ogni traduttore. Dal quarto secolo la traduzione latina, denominata Vulgata, tentò di superare la difficoltà presentata da questo termine sconosciuto traducendolo in due diverse maniere: “supersubstantialem” in Matteo e “cotidianum” in Luca. Quest’ultimo termine, più facile a pronunciarsi e anche più comprensibile, venne trapiantato dal vangelo di Luca in quello di Matteo per formare la versione liturgica, originando però l’equivoco che la richiesta riguardasse il pane da mangiare ogni giorno, causando lo scandalo di chi, pur pregando, non riceve nulla. Il pane che nutre l’uomo non va richiesto a Dio e non è inviato dal cielo, ma è compito degli uomini produrlo e condividerlo generosamente con chi non ne ha. Questo pane che viene richiesto al Padre, è la presenza di Gesù, il pane di vita (Gv 6,35), alimento essenziale per la comunità, sia nell’eucaristia sia nella sua Parola.

La sola volta in cui nel Pater una petizione viene motivata da una clausola, essa riguarda il condono dei debiti: “come noi li condoniamo ai nostri debitori”. I credenti che hanno accolto le beatitudini non possono dividersi in creditori e debitori. Il condono concesso dal credente al fratello non è condizione di quello del Padre, ma la sua conseguenza, e permette la realizzazione della volontà di Dio sul suo popolo (“Non vi sia alcun bisognoso in mezzo a voi”, Dt 15,4). La resistenza a condonare i debiti ha portato poi a spiritualizzare questa richiesta, trasformando i debiti da economici a spirituali, in peccati. Mentre è possibile perdonare le colpe e restare in possesso dei propri averi, la richiesta del Pater esige la rinuncia a questi.
Nella Lettera di Giacomo si legge che “Nessuno, quando è tentato, dica: «Sono tentato da Dio»; perché Dio non può essere tentato al male ed egli non tenta nessuno al male” (Gc 1,13-14). Purtroppo aver reso la petizione del Pater con “non c’indurre in tentazione” ha da sempre sconcertato i credenti, restii a credere in un Padre che tenta i propri figli. La traduzione CEI del 2008 ha cercato di migliorare l’espressione rendendola con “non abbandonarci alla tentazione”. L’azione di Dio non è quella di indurre l’uomo nella tentazione bensì di liberarlo dalla stessa. “Non farci soccombere nella prova”, è questo il significato della richiesta della comunità, che chiede di non cedere in una situazione che non è capace di gestire. Non si tratta delle prove che la vita presenta, ma il singolare “prova” indica un’unica prova, particolarmente temuta, e dalla quale Gesù metterà in guardia i suoi: “Vigilate e pregate per non cadere nella prova” (Mt 26,41). È la prova della cattura di Gesù, alla quale tutti i discepoli soccombono, nonostante le reiterate dichiarazioni di essere pronti a morire con lui.
La richiesta di non cedere durante la persecuzione prepara l’ultima petizione, quella di essere liberati dal maligno (non dal “male”). La contrapposizione tra il Padre e il maligno, tra colui che comunica vita e colui che la può distruggere, marca l’inizio e la fine della preghiera. La fedeltà al Padre suscita avversione e persecuzione, ma questa anziché indebolire la comunità la irrobustisce e la rende testimone visibile del suo amore incondizionato per l’umanità.

L’AUTORE* – Alberto Maggi, frate dell’Ordine dei Servi di Maria, ha studiato nelle Pontificie Facoltà Teologiche Marianum e Gregoriana di Roma e all’École Biblique et Archéologique française di Gerusalemme. Fondatore del Centro Studi Biblici«G. Vannucci» a Montefano (Macerata), cura la divulgazione delle sacre scritture interpretandole sempre al servizio della giustizia, mai del potere. Ha pubblicato, tra gli altri: Chi non muore si rivede – Il mio viaggio di fede e allegria tra il dolore e la vita, Roba da preti; Nostra Signora degli eretici; Come leggere il Vangelo (e non perdere la fede); Parabole come pietre; La follia di Dio e Versetti pericolosi. E’ da poco uscito per Garzanti L’ultima beatitudine – La morte come pienezza di vita.