fede e\o religione – un libro interessante

«spogliare la fede dalla religione»

un libro di Paolo Cugini

 da: Adista Notizie n° 40 del 23/11/2019

di Luca Kocci 

Liberarsi dalla religione per abbracciare la fede e incontrare Dio. È quello che ha fatto Gesù, «desacralizzando la religione» e «distruggendo il tempio», simbolo del potere sacerdotale. Ed è quello che devono continuare a fare i credenti cristiani oggi, per poter «dire Dio nell’epoca del cambiamento».

È la tesi che Paolo Cugini, prete di Reggio Emilia con una lunga esperienza di frontiera in Brasile e in Italia, ha espresso nel bel libro pubblicato dalle Edizioni dehoniane di Bologna

(Visioni postcristiane. Dire Dio e la religione nell’epoca del cambiamento, postfazione di Piergiorgio Paterlini, Edb, pp. 172, 16€; il libro può essere acquistato presso Adista: tel. 06/6868692; e-mail: abbonamenti@adista.it)

Un volume che, ricorda Paterlini, richiama alla memoria un libro all’epoca dirompente, pubblicato dalla laica Feltrinelli nel 1976 e scritto da Sandro Vesce, prete operaio e poi psicanalista: Per un cristianesimo non religioso. Ma che fa anche un passo avanti. «Di cosa stiamo parlando alla fine?», si chiede Paterlini, a proposito del testo di Cugini. Di «spogliare la fede dalla religione, e in questo senso “purificarla”, renderla essenziale, farle perdere accessori e orpelli e divagazioni ed equivoci perché sia più chiaro il nocciolo, il nocciolo identitario si direbbe oggi, perché sia più netto e visibile ciò che è costitutivo della fede cristiana».
Ed è quello che fa Cugini, attraverso cinque «visioni»: «Visioni bibliche sul presepio» (alcuni temi: «Maria la donna del no»; «Nasce Gesù, ovvero la desacralizzazione della religione»); «Pensare e capire la diversità» («La verità, questa sconosciuta»; «I divergenti salveranno il mondo»); «Visioni sull’educazione» («La distanza tra Vangelo e cristianesimo»; «Indottrinati: della distruzione delle giovani anime»); «Il dramma della religione atea» («La fuga nel sacro»; «Decostruire la religione per incontrare Dio»); «Visioni prospettiche sulla Chiesa» («La Chiesa ha davvero ancora bisogno di preti?»; «La profezia dell’ordine sacro femminile»; «Vogliono solo vivere. Riflessione sui cristiani lgbt»).
Si tratta di visioni che sparigliano e che consentono di recuperare l’essenza del cristianesimo in una società e in una cultura occidentale che si stanno secolarizzando sempre più in fretta. Dal canto proprio, invece, spiega Cugini, «l’incapacità cronica dell’istituzione ecclesiale di capire il cambiamento sta creando lo spazio per tutti quei movimenti tradizionalisti che si aggrappano al nulla pur di mantenere in piedi ciò che ormai è crollato al suolo. E così, mentre ci sarebbe bisogno di porre le basi per un nuovo cammino ecclesiale e spirituale, nell’oggi di questa fase così delicata sono i movimenti di tipo fondamentalista a trovare spazio e ad alzare la voce nella Chiesa».
È stato questo il cammino di Gesù. «Sino all’arrivo di Gesù c’era una distinzione ben precisa tra sacro e profano», spiega Cugini. La sua nascita in una mangiatoia «rappresenta la distruzione del sacro, la distruzione di ogni tipo di distanza e di separazione tra sacro e profano». Allora «non abbiamo più bisogno di sacralizzare gli spazi religiosi, perché la sacralizzazione è stata un processo della religione ancestrale spesso e volentieri manipolata da chi gestiva il potere religioso»; perché Dio, essendosi umanizzato in Gesù, «ha dato a tutti l’accesso al divino, ha tolto il dominio religioso di qualcuno, per donarsi a tutti e a tutte»; e perché «Gesù è venuto per distruggere il Tempio, quel luogo che nel tempo è divenuto simbolo di disuguaglianza e ingiustizie sociali». È questo l’obiettivo del cammino cristiano: «Uscire dalla religione negativa, dalla religione che fa male, dalla religione del Tempio che, invece di essere stimolo per l’uguaglianza, diviene spazio per ogni forma d’ingiustizia e discriminazione». Ed è questo anche il cammino che dovrebbero realizzare le comunità cristiane: «Abbandonare le forme eccessive di sacralizzazione religiosa per dare spazio a forme di accoglienza, segno della misericordia di Dio manifestatasi nel suo Figlio Gesù». Un «cammino divergente» che dovrebbe essere il compito della Chiesa tutta in questa epoca postcristiana: «Aiutare gli uomini e le donne a liberarsi delle fandonie della religione, a offrire strumenti affinché ognuno possa toccare con mano l’amore di Dio, la sua giustizia, la sua libertà».
È ottimista Cugini, che considera un «dono del Signore» l’opportunità di vivere «in questo tempo di cambiamento epocale, perché i cristiani avranno la possibilità di vivere il Vangelo in un modo più autentico e profondo rispetto a prima», perché «l’essere cristiano, discepolo e discepola del Signore, sarà sempre di più una scelta personale, più che una necessità sociale». E «mentre le città occidentali piene zeppe di monumenti ecclesiali diventeranno mete turistiche per ammirare un passato glorioso, noi, i cristiani, avremo modo di sperimentare la bellezza della vita evangelica rimanendo sotto i riflettori dello sguardo amoroso del Padre».

cinque milioni di poveri assoluti in Italia

il dramma del rapporto Caritas

in Italia 5 milioni di poveri assoluti

La povertà in Italia, nonostante quanto strillato da Di Maio nel settembre 2018, quando l’allora vice premier disse di averla “abolita”, attanaglia un milione e 800mila famiglie (il 7% dei nuclei familiari) per un totale di oltre 5 milioni di individui (l’8,4% della popolazione). I dati emergono dal report 2019 della Caritas Povertà ed esclusione sociale reso noto in occasione della Giornata Mondiale dei Poveri.

L’INCIDENZA DELLA POVERTA’ AL SUD 

Rispetto al 2017 i dati sono praticamente stabili: all’epoca infatti l’incidenza si attestava al 6,9% per le famiglie e all’8,4% per gli individui. Considerando invece il trend dal 2007 ad oggi, il numero dei poveri ha registrato un incremento del 181% (+121% sulle famiglie). Il dato peggiore arriva dal Mezzogiorno: nel Sud e nelle Isole l’incidenza della povertà assoluta sugli individui raggiunge rispettivamente l’11,1% e il 12,0% a fronte di valori molto più contenuti registrati nel Centro (6,6%) e nel Nord (6,8%).

I WORKING POOR 

A preoccupare sono i numeri dei cosiddetti “working poor”, aumentati nel corso del 2018. Cresce infatti la situazione di criticità delle famiglie il cui capofamiglia è impiegato come operaio o assimilato: tra queste risulta povero in termini assoluti il 12,3% del totale. Altro allarme arriva dal confronto tra le famiglie di operai di oggi e quelle antecedenti al 2008, in dieci anni infatti l’incidenza della povertà assoluta è aumentata del 624%, passando dall’1,7% del 2007 al 12,3% di oggi.

I DISOCCUPATI 

Come pronosticatile tra i disoccupati la povertà assoluta arriva oggi al 27,6%. Ad incidere sulla situazione dei disoccupati sono il livello di istruzione, l’ampiezza del nucleo familiare e l’eventuale presenza di figli minori, lo stato di disoccupazione e, in caso di occupazione, il tipo di lavoro svolto.

L’ITALIA IN EUROPA 

Il Belpaese è la sesta nazione a maggior rischio di povertà d’Europa (27,3%), dopo Bulgaria (32,8%), Romania (32,5%), Grecia (31,8%), Lettonia (28,4%) e Lituania (28,3%). Dietro di noi c’è la Spagna (26,1%) 

preoccupante l’odio e il razzismo sul web

oltre la metà degli italiani giustifica gli atti razzisti

l’odio in crescita specialmente sul web

 

Il dato è il risultato di un’indagine di Swg. Anche Vox, l’Osservatorio sui diritti, ha analizzato lo scenario dell’odio in Italia, concentrandosi sul web: “L’anonimato e il senso di impunità sono un elemento che scatena gli haters. Ma il trend in crescita è evidente. L’odio contro i migranti registra un +15,1% rispetto all’anno scorso e sul totale dei tweet il 66,7% sono di odio”.

di Annalisa Girardi

“Se il 45% degli italiani è contro ogni atto di razzismo, il 55% in qualche modo, anche con molti distinguo, alla fine li giustifica. Non si può dire che il razzismo sia in crescita, ma i dati illustrano una diminuzione, un affievolimento degli anticorpi”

con queste parole Enzo Risso, direttore scientifico di Swg commenta il risultato dell’indagine dell’Istituto triestino, per cui oltre la metà degli italiani giustifica il razzismo. Anche Vox, l’Osservatorio Italiano sui diritti, ha analizzato questa tendenza sul web, in particolare su Twitter.

La co-fondatrice della piattaforma, la giornalista Silvia Brena, ha spiegato al Corriere della Sera che

“i tweet sugli stranieri sono al 32% xenofobi, quelli islamofobici sono il 15% mentre il 10% sono antisemiti”

Brena ha sottolineato inoltre che questi “dati sono in crescita costante”. E ha aggiunto:

“Solo 4 anni fa, all’inizio delle nostre ricerche, i tweet antisemiti erano l’1%. Si sono decuplicati in 10 anni”.

I social sono i mezzi in cui il sentimento razzista si fa più visibile:

“L’anonimato e il senso di impunità sono un elemento che scatena gli haters. Ma il trend in crescita è evidente. L’odio contro i migranti registra un +15,1% rispetto all’anno scorso e sul totale dei tweet il 66,7% sono di odio. L’intolleranza contro gli ebrei quest’anno sale del 6,4%. Ma il 76,1% del totale dei tweet sugli ebrei sono di odio. Così come in aumento sono i tweet contro i musulmani, +7,4% dei tweet con un totale di 74,1% di odio di tutti i tweet che riguardano i fedeli al Corano”,

ha proseguito la giornalista.

Vox ha anche analizzatto la mappa dell’odio, mettendo in evidenza quali sono le città in cui questo è più diffuso: al vertice troviamo Roma, seguita da Milano, Napoli, Torino e Firenze. La maggioranza degli haters contro i migranti, secondo quanto rilevato dalla piattaforma, si troverebbero a Milano, mentre l’odio verso i musulmani è più diffuso a Bologna, Torino, Milano e Venezia. L’antisemitismo è invece più concentrato a Roma.

“Alla lunga i messaggi degli odiatori legittimano pure l’azione di chi odia”

ha concluso Vox.

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http://www.fanpage.it/

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