Raniero La Valle e la santificazione di Oscar Romero

san Romero d’America, pastore e martire nostro

di Raniero La Valle
in “www.chiesadituttichiesadeipoveri.it” del 12 ottobre 2018

Care amiche ed amici, domenica 14 ottobre insieme a Paolo VI e a cinque altri nuovi santi, viene canonizzato da papa Francesco il vescovo di San Salvador Oscar Arnulfo Romero. Di Paolo VI tutto si sa, ma Romero lo ricordano in pochi anche se la sua morte per mano di un potere omicida attraversò come una folgore il mondo e accese molti cuori e molte fedi. Ma la Chiesa romana che l’aveva redarguito in vita, lo aveva dimenticato in morte, tanto che David Maria Turoldo poté cantare così:

«“In nome di Dio vi prego, vi scongiuro,// vi ordino: non uccidere!//Soldati, gettate le armi…” Chi ti ricorda ancora, //fratello Romero?//Ucciso infinite volte//dal loro piombo e dal nostro silenzio. Ucciso per tutti gli uccisi,//neppure uomo,//sacerdozio che tutte le vittime//riassumi e consacri. Ucciso perché fatto popolo//ucciso perché facevi//”cascare le braccia//ai poveri armati”,//più poveri degli stessi uccisi://per questo ancora e sempre ucciso. Romero, tu sarai sempre ucciso,//e mai ci sarà un Etiope//che supplichi qualcuno//ad avere pietà. Non ci sarà un potente, mai//che abbia pietà//di queste turbe, Signore?//nessuno che non venga ucciso? Sarà sempre così, Signore?»

E il poeta e vescovo del Brasile Pedro Casaldaliga cantò così:

«……Siamo nuovamente in piedi per dare testimonianza, San Romero d’America, pastore e martire nostro! Romero della pace quasi impossibile, in questa terra di guerra. Romero, rosso fiore della incolume Speranza di tutto il Continente. Povero glorioso pastore, assassinato a pagamento, a dollari, in valuta pregiata. Come Gesù, per ordine dell’Impero. Povero glorioso pastore, abbandonato dai suoi stessi fratelli di Pastorale e di Tavola (le curie non potevano comprendere Cristo). Ma era con te la massa dei poveri, in disperazione fedele, pascolo e anche gregge della tua profetica missione. Il popolo ti ha fatto santo. L’ora del tuo popolo ti ha consacrato nel Kairόs. I poveri ti hanno insegnato a leggere il vangelo….»

Per ricordare Romero pubblichiamo nel sito dei testi da due Veglie che nella Chiesa italiana furono da lui ispirate. La prima è la veglia pasquale del 4 aprile 2015 tenutasi a Caravaggio (Bergamo), nella piccola chiesa di San Bernardino, veglia che rievocava Oscar Romero e la sua rilettura pasquale degli eventi salvadoregni, assistito, come era stato, dalle amicizie liberatrici di Rutilio Grande e di Marianella Garcia Villas, martiri anch’essi della repressione nel Salvador. La seconda, su testi di padre David Maria Turoldo, fu tenuta nel 1982 presso l’aeroporto di Comiso in occasione di un Convegno nazionale della rivista “Bozze 82” sul tema: “Invece dei missili”, e fu ripetuta nel 2007 sul ciglio dell’aeroporto Dal Molin di Vicenza dove avrebbero dovuto avere la loro base gli aerei per la deterrenza e la ritorsione nucleare. Nella sezione “convegni e assemblee” diamo notizia di una “memoria” che la comunità di San Paolo farà nel prossimo novembre dell’eredità di Giovanni Franzoni, “storia e profezia

un grande urgente problema delle chiese cristiane

la teologa Cristina Simonelli e il ponte da costruire tra le Chiese e le persone Lgbt

“per amore civile e politico – evangelico” (Ls 231)

(intervento tenuto dalla teologa Cristina Simonelli* alla tavola rotonda tenuta al V Forum dei Cristiani LGBT (Albano Laziale, 5-7 ottobre 2018) il 6 ottobre 2018)

 Cristina Simonelli
in “www.gionata.org” del 13 ottobre 2018

Vi ringrazio dell’opportunità di essere oggi qui, insieme a voi. Porto me stessa, dunque con molti limiti e con un’esperienza parziale del tema, importante tuttavia per la mia stessa vita – e da qui inizierò. Porto anche inevitabilmente il mio ruolo, almeno uno dei miei ruoli attuali, quello di Presidente del Coordinamento delle Teologhe Italiane. Se servisse un titolo – in una Tavola rotonda non è del resto necessario – suggerirei “per amore civile e politico”: attraverso questa espressione che raccoglie una sezione di Laudato sì (nn.228232) vorrei infatti anche richiamare un breve articolo pubblicato per Munera[1] con lo stesso titolo, a indicare che quanto posso dire non lo esprimo solo oggi perché mi trovo qui, ma, nel suo limite, l’ho comunque già altrove e pubblicamente sostenuto. Civile e politico, ma anche più largamente personale ed evangelico. Trovo giusto richiamare qui anche l’appello che Francesca Carboni ha recentemente condiviso via change.org, intitolato “per amore”. In esso, ricordando un duplice episodio di violenza a Verona, chiedeva maggior rigore contro l’omofobia. Svolgerò la mia riflessione attorno ad alcuni punti.

1 Inizio da me: al di là di care amicizie, ad esempio quella con una mia carissima amica fin dall’infanzia e tuttora vicinissima, che è lesbica e con la quale parliamo con grande libertà da decenni, sono stata tirata dentro alla questione lgbt in maniera brusca ma importante. A seguito della questione gender – al momento un po’ sopita, mi pare – mi sono trovata – ricordo una prima volta a Torino – spostata da quello che intende il Coordinamento delle Teologhe Italiane (anche nello statuto associativo) con prospettiva di genere, a un discorso che riguardava unicamente l’omosessualità (nel discorso pubblico antigender resa comunque caricaturale). Al di là di questa vicenda ormai “compiuta” (difficile cambiare il percorso delle parole…), quello che secondo me era un difetto di comprensione, la resa parziale e distorta di un orizzonte più vasto (che non coincide con l’orientamento sessuale, anche se lo comprende), la violenza verbale che si è scatenata mi ha fatto capire moltissimo: se si scatena una reazione omofoba così forte, è qui che si deve lavorare, anzi questo è un orizzonte che deve essere assolutamente considerato e assunto. Quell’ira, quella violenza mi hanno fatto capire molto, mi hanno fatto incontrare persone nuove e persone che già conoscevo sotto altra luce. Da allora e in particolare dopo l’accrescersi dei toni in modo che nell’intenzione voleva essere offensivo dopo la presentazione a Vicenza del libro di Beatrice Brogliato e Damiano Migliorini, L’amore omosessuale, ho deciso che nel mio, nel nostro “paniere” debba stare sempre anche il tema dell’orientamento sessuale e del rigetto dell’omofobia. E questo anche se ritengo ancora che lo schiacciamento dell’orizzonte di genere in questo senso e, qualora ce ne sia il caso, la dissoluzione di un soggetto/donna non è utile per nessuno/a. A questo proposito, osservo che oggi in questa assemblea c’è una schiacciante maggioranza maschile[2]: anche questo aspetto, al di là dell’orientamento, sarebbe degno di un approfondimento.

2. Purificazione della memoria Il Giubileo del 2000 è stato contrassegnato anche da una cosa non frequente nella Chiesa cattolica, la Purificazione della memoria, ossia la richiesta di perdono collettivo, a nome di tutta la chiesa. E’ adesso il momento di riprenderla e ampliarla: certo comprendeva aspetti importantissimi, dalla imposizione della propria verità, alla discriminazione delle donne, alla discriminazione razziale, compresa quella dei Rom (questioni oggi più che mai urgenti). Oggi c’è la necessità non solo che la richiesta di perdono e il proposito di uscire da quel peccato diventino vie di concreta conversione, ma anche che le questioni siano allargate: serve una richiesta di perdono per l’omofobia, per come tante persone sono state disprezzate ed estromesse e anche costrette a mimetizzarsi.

3. Il ruolo svolto dalla teologia (come riflessione critica sulla fede, dunque nell’angolo visuale che mi compete, in relazione alla pastorale, ma con essa non coincidente) dovrebbe essere discusso in analogia con quello svolto/non svolto rispetto alla violenza domestica e contro le donne: anche il disinteresse, anche l’omissione e la tiepidezza rispetto al tema sono già colpevoli, quasi quanto la esplicita avversione, nel caso dell’orizzonte lgbt, o l’affermazione della necessaria sottomissione delle donne, nell’altro caso. Non mi riferisco solo all’ambito della teologia morale, che certamente ha mostrato e mostra un arco grande di posizioni, e in cui il dibattito è aperto. Mi riferisco trasversalmente a tutte le prospettive teologiche. Sembrano discorsi molto distanti dalla pastorale, a qualcuno danno addirittura l’impressione di essere astratti, avulsi dalla realtà, ma al di là dei metodi e dei linguaggi, interagiscono sempre con le pratiche, in quello che suggeriscono e in quello che recepiscono. E’ importante dunque che ne accolgano le istanze, che si lascino attraversare dalle domande, perché l’assenza corrisponde alla rimozione, alla cancellazione. Con la domanda aperta, si dovrebbe riattraversare costantemente l’insieme delle scienze teologiche. Per fare un esempio legato alle scienze bibliche, ci troviamo spesso davanti a un’esegesi che passa dal letteralismo più rigido alla allegoria più spinta, secondo… i casi. Così ad esempio si può dire dei codici familiari, nei quali si parla di sottomissione della donna e in cui compaiono anche prese di distanza dall’omoaffettività da una parte e, dall’altra, delle indicazioni evangeliche sul porgere l’altra guancia, su non poter servire due padroni: come ha più volte segnalato un’esegesi attenta ai procedimenti di genere, i codici vengono presi alla lettera, senza attenzione al contesto che li ha generati e indirizzati, mentre le indicazioni su non violenza e sobrietà passano velocemente a un registro simbolico e metaforico. Nello stesso modo, in Genesi 2,18 l’ezer kenegdo, la creazione dell’uomo e della donna che si guardano in volto reciprocamente (=aiuto che corrisponda), viene assunto in maniera letterale, ad escludere la sua interpretazione più larga come alterità che si guardano in volto comunque sia, quindi anche fra persone dello stesso sesso, ma non viene assunto nella stessa forma stretta “l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà alla sua donna” (v. 24), per vietare il celibato. In termini più generali devo dire che fino a tempi molto recenti non avevo misurato l’uso restrittivo dei molti passi evangelici che invitano all’accoglienza, al riconoscimento reciproco, alla pienezza della Legge riconoscibile nell’agape, alla benedizione, e infine alla potenza, anche in questo senso, dell’affresco escatologico del capitolo 25 di Matteo: «L’avete fatto a Me». Devo alla riflessione e alla pastorale lgbt il suggerimento di una lettura inclusiva di questi e di molti altri passi. Cose abbastanza simili si possono dire rispetto alla tradizione, che oltre ad essere concetto largo che contiene al suo interno diversi livelli, viene a volte esibita come macigno – perpetue servanda! – altre volte approda nell’idea del suo progresso, con disinvoltura degna di miglior causa.

4. Qualche parola a partire da P. Martin, nel libro (Un Ponte da costruire. Una relazione nuova tra la Chiesa e le persone LGBT, Marcianum Press, 2018) e nel video che abbiamo visto e ascoltato. Con grande apprezzamento per la sua chiarezza e determinazione, che non nascono oggi ma hanno il fondamento di una pratica pluriennale, mi permetto di fare una osservazione, per lo meno alla traduzione italiana. Martin legge le tre parole del catechismo della chiesa cattolica: rispetto, compassione, sensibilità. Ha come orizzonte di lettura un testo, autorevole certo, ma la cui autorevolezza non andrebbe esagerata. A parte il fatto che sia stato molto criticato a suo tempo anche come “operazione” negli ambienti della catechesi (in effetti è un’altra cosa!), è comunque una sintesi datata, non certo eterna o intangibile: a dimostrazione, è stata tolta la liceità della pena di morte, può essere tolto anche il “disordine oggettivo”!. Si tratta dunque di un documento che merita rispetto, sì, ma anche comprensione storica, critica, teologica e dunque dibattito.
Tornando dunque alle tre espressioni, rispetto è certo fondamentale, importantissimo. Ma compassione … in italiano “compassione”, al di là della etimologia suona proprio male…. Le parole non vivono solo di etimologia, hanno anche un uso corrente che ne modifica l’intenzione… Sim/patia, che ha la stessa etimologia, in italiano ha tutta un’altra eco. Mi sembra meglio rispetto e simpatia, e dunque anche sensibilità suonerebbe diversamente. E un’altra piccola integrazione al video, alla lettura di Gv 4, l’incontro di Gesù al pozzo con la donna di Samaria: le prime parole di Gesù sono una richiesta, “Dammi da bere”. Non strategia, non “furbizia pastorale”. Ho bisogno, ho bisogno di te, ho bisogno dell’acqua che puoi darmi tu, tu sei un dono per me e come tale ti riconosco, ti onoro, ti chiedo di non privarmene.

5. Un convitato di pietra: la sessualità. In molti discorsi ecclesiali aleggia un non detto, che è un problema serio, ed è un disagio nei confronti della sessualità Non è poi così passata la costruzione – sessuofobica, senza dubbio – secondo cui tutto ciò che riguarda il sesto comandamento è… materia grave!!! Mi permetto di fare il paragone fra la affettività che si esprime anche nella sessualità nelle coppie lgbt e nelle coppie che vivono una seconda unione dopo il divorzio. Da che fantasmi può nascere l’indicazione, parlo dei divorziati risposati, di vivere come fratello e sorella? Da quali sfondi può provenire un’indicazione del genere? Lo stesso vale per le coppie lgbt: affettività e non sessualità, perché? In questo senso ci sono molti esami di coscienza da fare. E ci sono compiti di riflessione, che non vanno nella direzione di “tutto è lo stesso”. Non tutto è lo stesso, piuttosto astinenza imposta e occasionalità sistematica sono forse due facce di una stessa medaglia, che fatica a confrontarsi con il rispetto e la fedeltà nella relazione. A questo proposito, molto importante la riflessione di Migliorini sulla castità, verso la fine del libro: il termine ha di per sé molte accezioni, può significare anche non avere rapporti sessuali – ed è una modalità che se scelta è importante e degna di rispetto! – ma significa anche rispetto nell’amore, significa quello che viene espresso nel consenso matrimoniale “prometto di amarti e onorarti”. Onorarti è molto importante, questa è castità! Farei riferimento anche al contributo del vescovo di orano, Mons. Vesco (Ogni vero amore è indissolubile) in vista del Sinodo sulle famiglie. Ripensando la tradizione teologica e morale, con acribia, viene a dire che anche nella seconda unione ci sono le caratteristiche di purezza, di grandezza, di serietà e fedeltà. Credo che anche in questo caso la riflessione si possa estendere in un orizzonte lgbt (denominazione un po’ faticosa, con acronimo in continua estensione.. iq.. ). Si potrebbe ricordare la recente canzone di Luca Carboni, “Io non voglio”: non voglio fare l’amore, voglio un miracolo… cioè voglio’ di più, non di meno! 6. Rechobot: in Genesi, si apre a un certo punto uno spazio sui pozzi (26,15-25), ce ne sono diversi (si pensi a quello “della visione” che sarebbe il pozzo di Agar) e spesso per essi le persone litigano. Poi per un pozzo non litigano, e lo chiamano Rechobot (plurale di Rahab) spazi liberi, perché dicono Il Signore ci ha dato spazio. In un mondo (e la chiesa in esso) tanto connesso quanto pieno di muri (cfr. Tim Marshall, I muri che ci dividono… ) Janet Napolitano scrive, riferendosi al confine fra Messico e Usa, Mostratemi un muro alto 15 metri e io vi mostrerò una scala di 15 metri e mezzo… Con una scala così o, come suggerisce Ef 2, abbattendo in noi e nei nostri corpi i muri che si frappongono, ci affidiamo a chi non perde neanche uno iota, neanche una briciola di pane, neanche un passerotto e affidiamo noi stessi anche le nostre comunità: Sappiamo infatti quello che siamo, non ancora quello che saremo, ma saremo simili al suo Volto, che guarderemo di faccia (cfr 1 Gv 3,1-2).

* Cristina Simonelli è nata a Firenze il 24 maggio 1956. Dal 1976 al 2012 ha vissuto in un accampamento Rom, prima in Toscana, poi a Verona. Figura di spicco del mondo femminile ecclesiale italiano e internazionale, è dal 2013 la Presidente del Coordinamento delle Teologhe Italiane. È docente di teologia patristica a Verona (San Zeno, San Bernardino, San Pietro Martire) e presso la Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale (Milano). Ha commentato per Piemme l’Enciclica di papa Francesco Laudato si’. Sulla cura della casa comune (2015).
[1] Munera 2/2017, 25-35. Questo il passo dell’enciclica: L’amore […] è anche civile e politico, e si manifesta in tutte le azioni che cercano di costruire un mondo migliore. L’amore per la società e l’impegno per il bene comune sono una forma eminente di carità, che riguarda non solo le relazioni tra gli individui, ma anche «macro-relazioni, rapporti sociali, economici, politici» (LS 231) [2] Mi permetto di suggerire la lettura, per me recentissima, di Anna Segre, 100 punti di lesbicità (secondo me), Ellint, Roma 2018

san Romero schierato “dalla parte degli sconfitti”

Oscar Romero

l’opzione per i poveri

da Altranarrazione

Ho avuto paura. Ho passato tutta la notte pensando che una pallottola avrebbe ben potuto attraversare la porta o le finestre” (1), confidava Monsignor Romero, ai suoi amici. Parole come queste certificano, qualora ce ne fosse bisogno, la sua santità.

Ha messo, con tutti i limiti, la sua umanità a servizio del Regno di Dio e quindi della causa degli oppressi. E noi contempliamo questa disponibilità ed i gesti profetici compiuti con il supporto della Grazia.

Radicale e fermo nell’esercizio del suo ministero, fragile nel privato, anche a causa dell’isolamento subito e delle calunnie messe in circolo dai suoi innumerevoli oppositori.

Pur attentissimo al valore dell’unità della Chiesa, quando si trattava di scegliere tra un accordo di facciata con le gerarchie locali e romane -penalizzante per le istanze degli ultimi- e l’appoggio alle sacrosante -ma conflittuali- rivendicazioni di giustizia sociale, non arretrava, scegliendo la seconda opzione.

Turbato per le divisioni, ma deciso nel far prevalere le dinamiche evangeliche sui posizionamenti opportunistici della diplomazia. E noi contempliamo la predilezione conflittuale di Romero per i poveri, ricordando le parole del Signore: «Non sono venuto a portare pace, ma una spada» (2).

Infatti, l’annuncio della buona novella è da portare urgentemente, scavalcando, se necessario, le tattiche della burocrazia, combattendo, se necessario, l’imborghesimento, o  la collusione con i tiranni, di quei pastori con la vocazione dei funzionari. Romero era un uomo di preghiera, con una profonda spiritualità.

E proprio la preghiera, insieme alla testimonianza di persone come p. Rutilio Grande, l’hanno portato a schierarsi dalla parte degli sconfitti, la stessa di Cristo, non la cultura del tempo, non la formazione ricevuta, non l’ideologia.

«Il mondo dei poveri, le cui caratteristiche sociali e politiche sono assai concrete, ci mostra dove la Chiesa debba incarnarsi per evitare quel falso universalismo che si conclude sempre in connivenza con i potenti» (3),

dichiarava pochi giorni prima di essere ucciso.

E noi ti ringraziamo, fratello Oscar, per averci ricordato la strada.

(1) Citazioni di O. Romero in Roberto Morozzo della Rocca, Oscar Romero. La biografia, Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo  (Mi) 2015, p. 245

(2) Vangelo di Matteo 10,34

(3) Oscar Romero, La dimensione politica della fede, Università Cattolica di Lovanio, 2/2/1980 in La voce di Monsignor Romero. Testi e omelie, traduzione di Teodora Tosatti, Borla, Roma 2007, p. 155

testimoni

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